“Contadini prima che birrai”. Il motto, evocativo certo, ma anche preciso, cronologico, dell’Az. Agricola Serrocroce, realtà irpina da sempre impegnata nella produzione di cereali in un territorio storicamente vocato all’agricoltura. Poi la decisione, guidata da Vito Pagnotta, di fare un salto in più e diventare un birrificio agricolo a filiera integrata, uno dei non moltissimi presenti in Italia. E, al contempo, punto di riferimento e bandiera di un territorio di cui spesso non si racconta abbastanza.
LA NASCITA DEL BIRRIFICIO AGRICOLO

Gli anni dieci del duemila, come risaputo, sono stati l’anno zero del fenomeno della birra artigianale in Italia. Uno, dieci, centomila realtà brassicole sono nate sotto i nostri campanili, affollando ben presto gli scaffali dei rivenditori. Riempiendoli d’un tratto di nuove colorate etichette, di diciture quasi sconosciute al grande pubblico accanto alla monotonia di qualche manciata di loghi industriali ben noti. A più di un decennio da quell’esplosione, cosa rimane sul mercato, tra chiusure (tante) e acquisizioni (qualcuna) dei tantissimi progetti nati in quella tempesta generativa di micro e macro birrifici italiani? Partiamo dalla fine, dunque, per raccontare uno di quei tanti nati in quel periodo: il Birrificio Serrocroce, da un’idea di Vito Pagnotta, discendente di una famiglia irpina di coltivatori di cereali.
IDEE CHIARE E POCHI FRONZOLI, LA VISIONE DI VITO PAGNOTTA

“Dopo una fisiologica scrematura da parte del mercato, i birrifici rimasti oggi in piedi, sulle loro gambe o acquisiti da grandi gruppi internazionali, sono quelli che fin dall’inizio, avevano un’idea chiara di prodotto e di progetto. Chi ha inseguito la confusione di quel periodo, puntando sul margine a breve termine e non ha avuto la pazienza di aspettare che la propria idea fosse premiata dal consumatore, oggi non esiste più, o fa molta fatica e ha dovuto pian piano abbassare le velleità di qualità”. Parla del contesto generale Vito, ma tra le righe si nasconde anche la vicenda del suo birrificio. Serrocroce è un birrificio con un’idea precisa e strutturata fin dalla prima cotta. Una birra di territorio, in un birrificio agricolo, con una filiera quanto più integrata internamente. Una birra di territorio e per il territorio. E subito dopo per tutti i bevitori, non solo quelli dotati di conoscenza o esperienza, ma chiunque ami prodotti netti, semplici e chiari. Che sanno di quel che sono. Come le idee di Vito, e come il suo territorio, l’Irpinia. Un territorio stupendo, con una storia non particolarmente fortunata in epoca recente, ma da sempre ricco di fertilità agricola. Nella viticoltura come anche nella cerealicola. Gli stessi cereali, quelli della propria azienda familiare, da cui parte la storia di Vito e del Birrificio agricolo Serrocroce, in quel di Monteverde.
LA FILIERA INTEGRATA, L’ANIMA DEL BIRRIFICIO AGRICOLO

Il birrificio agricolo Serrocroce nasce come progetto dell’omonima azienda agricola, che nei suoi campi inizia a coltivare orzo e grani antichi vicino al suo frumento. La bassa redditività, oramai storica, di questa materia prima richiedeva all’azienda di trovare una maniera per diversificare rimanendo però coerente e ancorata a ciò che il territorio le offriva. La birra è stata quindi una scelta quasi spontanea. Integrare la filiera utilizzando i propri grani, sviluppare un luppoleto di proprietà e utilizzare solo acqua dall’attigua fonte del fiume Sele sono invece le scelte coscienziose della filosofia e della missione di Vito. I grani usati sono un mix fra moderni e antichi, come l’arcinoto Senatore Cappelli, e orzo di proprietà. I luppoli sono acquistati per pochissima parte, mentre la gran parte della produzione birraia, guidata da Vito e da Roberto Mesce è realizzata con le varietà coltivate in casa, fra tutte quella Cascade. L’acqua, che è bene non dimenticare rappresenta più del 90% di una birra, è presa direttamente dalla fonte di Caposele. Non viene lavorata né alterata: sono le birre, gli stili che si devono adattare alle caratteristiche di quello che la natura, la terra da, non il contrario, secondo la filosofia aziendale. La birra è un processo agricolo da Serrocroce. Deve sapere di quello che le loro materie prime sanno esprimere, non ricercare gusti o stili di altra estrazione, di altro contesto, forzando o stravolgendo ciò che si ha in casa. E se si vuole di più, da queste parti, la soluzione è sempre una: si mette a coltura. E così è stato per le spezie. Vista la necessita di queste per produrre alcuni stili di birra da qualche tempo l’azienda si è dotata anche di una propria produzione di spezie, che utilizza in alcune birre. E, tornando all’acqua, ha di recente scoperto di avere una piccola fonte all’interno dei suoi campi e l’estrazione e l’utilizzo di questa è oggetto recente di studio. Una filiera integrata più possibile, che non è passata inosservata per esempio a Slow Food, che ha premiato l’azienda con il premio “Filiera Italiana” sia per la regione Campania che con il riconoscimento nazionale, nella Guida alle birre d’Italia 2025, oltre ad altri riconoscimenti conferiti dalla FederBirra.
LA GAMMA DI BIRRE

La gamma di Serrocroce si articola su cinque referenze più una derivante da un progetto collaborativo, la Monteverde, realizzata coinvolgendo piccoli coltivatori di grano della zona. Tutta la gamma viene rifermentata in bottiglia, per avere prodotti complessi e sfaccettati. Tre di queste sono molto classiche nello stile, ovvero la Chiara, blonde ale da 5,2% dalla beva facile e pulita; la Luppolata, un american pale ale bionda con un mix di luppolo e fiori di luppolo e l’Ambrata, sempre di stile APA ma color ambra con una luppolatura più decisa. Completano la gamma due birre leggermente più particolari: la Fresca, ovvero la bionda in versione senza glutine e la portabandiera di tutto il progetto del birrificio agricolo: la Granum. Quest’ultima è prodotta in stile saison, e se si guarda all’origine di questo stile brassicolo, la scelta assume connotati romantici. Nella Vallonia belga queste erano storicamente le birre dei “saisonnieres”, la manodopera impiegata in estate nei campi agricoli della regione. Rinfrescanti e saporite, ben conservabili e non troppo alcoliche, per ristorare durante il lavoro senza comprometterlo. Ogni fattoria aveva la sua ricetta, in particolare il suo “gruyt”, la miscela di spezie con la quale aromatizzava la birra per i suoi lavoratori. Quale miglior stile poteva essere scelto per la birra rappresentativa di un’azienda cerealicola come Serrocroce, realizzata con i propri grani coltivati da sempre? Un manifesto gastronomico e filosofico, quindi. Tecnicamente, si tratta di una saison da 5,8% gradi, realizzata con una miscela di grani antichi e le spezie di casa, tra cui spicca il coriandolo. Al palato ha un gusto fresco, fruttato e speziato e sensazioni leggermente acidule e pungenti.
IL PROGETTO MONTEVERDE

Se la Granum rappresenta una crasi della filosofia produttiva del birrificio Serrocroce, la Monteverde ne rappresenta l’altra faccia della medaglia, quella culturale. Partiamo da un dato: le vendite del birrificio sono assorbite per la maggior parte dalla vendita di vicinanza, nel loro territorio. Territorio, l’Irpinia, che è crocevia fra tre regioni: Campania, Basilicata e Puglia. E in questo trivio interregionale che si trova il grosso dei consumatori. Un fatto che può sembrare un automatismo di mercato, ma che in realtà è spinto dalla volontà di Vito Pagnotta.
“Abbiamo deciso di investire per il territorio dove viviamo e lavoriamo, dando precedenza a distributori, locali e rivenditori di zona. Sul territorio nazionale non abbiamo attivato distributori e facciamo solo vendita diretta, perché il nostro territorio assorbe la maggior parte della notra produzione”
Terreno e territorio, in sintesi. nel mondo del vino si direbbe terroir. E se vogliamo prendere in prestito questo termine, la Monteverde è una birra di terroir a tutti gli effetti. Nasce in collaborazione con tanti, piccoli, coltivatori di Monteverde. Serrocroce raccoglie i loro grani per produrre una saison (di nuovo, concettualmente ineccepibile) con orzo e i grani, che non vengono maltati. La non maltazione comporta la donazione di maggiore corpo alla birra senza alzare il tasso alcolico, che rimane moderato di 5,8%, oltre che una delicata secchezza e acidità. Viene per scelta venduta solo all’interno del birrificio del paese, e da sola rappresenta il 10% del fatturato del birrificio agricolo Serrocroce. L’investimento sul territorio (e per il territorio) sembra aver ripagato la scommessa, quindi.
BIRRIFICIO AGRICOLO SERROCROCE E IL TURISMO

Un’idea chiara, precisa, circolare e lungimirante. Se questi erano i requisiti per uscire indenni dal terremoto dei birrifici artigianali di inizio millennio secondo Vito Pagnotta, il suo birrificio agricolo li ha avuti tutti, e di fatto oggi è fra quelli che sono stati premiati dai consumatori e dal mercato. Locali, sicuramente, ma anche non, visto che il birrificio è ormai stabilmente un punto di arrivo o di transito del turismo della zona. Monteverde infatti, è uno dei borghi più belli d’Italia, inserito nel circuito dal 2015 e premiato nel 2019 dall’UE come Comune più accessibile d’Europa. Molti turisti lo hanno conosciuto dopo aver fatto visita il birrificio Serrocroce, che ancora una volta svolge un ruolo di veicolo di popolarità e ricchezza per il suo paese e il suo territorio. Come è consuetudine per i birrifici moderni, Serrocroce dispone di una moderna taproom per gli ospiti, organizza visite e iniziative nei suoi luppoleti e accompagna il visitatore in un percorso che coinvolge anche le bellezze del piccolo paesino irpino che lo ospita e termina nel ristorante di proprietà “Al Giardino”, gestito da Carlo Pagnotta.
Birrificio Agricolo Serrocroce
Indirizzo: C.da Piazze 4 – 83049 Monteverde (AV)
Tel. 0827 86219
E-Mail: info@serrocroce.it
Valerio Dussich
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