Il food truck targato Sud Eat promuove i piatti napoletani firmati dallo chef Maurizio De Riggi

Da un’idea dello chef Maurizio De Riggi nasce Sud Eat, l’omaggio in chiave contemporanea alla tradizione culinaria partenopea. Il food truck targato Sud Eat fa la sua prima tappa a Cimitile, il paesino in provincia di Napoli che diventa immediatamente la nuova espressione del folklore gastronomico campano. Prodotti tipici, materie prime locali, piatti della cultura contadina sono i protagonisti del menù itinerante firmato dallo chef Maurizio De Riggi. Sud Eat è il simbolo concreto e reale di un esperimento socio-culturale che rappresenta solo l’inizio di una sfida solidale ben precisa, lanciata nel gennaio del 2021. Il cibo è semplicemente un veicolo, lo strumento sano di una comunicazione costruttiva. I sapori di una volta hanno il compito di trasmettere alle “nuove generazioni di buongustai” tutta la genuinità della cultura gastronomica territoriale.

Lo “street food mobile” promosso dallo chef Maurizio De Riggi rivendica l’identità del Napulitan Food, ponendo l’accento sulla qualità made in Italy delle eccellenze campane, ma senza rinunciare alle contaminazioni forestiere. Sud Eat è un autentico contenitore green; il giusto mix tra creatività nostrana e sostenibilità rivoluzionaria mira ad una sensibilizzazione chiara e mirata. I numeri della smorfia napoletana identificano la proposta culinaria dello chef Maurizio De Riggi. Sud Eat diventa dunque il vocabolario gastronomico dove ogni ingrediente del Napulitan Food trova una spiegazione valida ma soprattutto invitante. Ad ogni portata corrisponde un appellativo dialettale che esprime tutta la veracità di un piatto, letteralmente assemblato e servito in un pack totalmente plastic free.

‘O CHIANTO (65) è la mezza manica rigata alla genovese. La cipolla ramata di Montoro concentrata a mo’ di crema massaggia la pasta; chips essiccate e affumicate accentuano il sapore dolce e aromatico di questo bulbo. Pezzi di bovino podolico rendono ogni boccone praticamente amabile. La stratificazione degli ingredienti è perfetta; tutte le consistenze vengono rispettate e valorizzate al meglio. ‘A MERAVIGLIA (72) è la palla di pasta e patate. La cucina del recupero rivela la sua identità in un fritto impanato con fiocchi di mais tostato. All’interno una farcia tanto gustosa quanto sostanziosa, tipica della tradizione culinaria napoletana. All’esterno una fonduta di formaggio a pasta dura viene cosparsa su questa cupola dorata dove si intravedono, qua e là, trucioli croccanti di sedano. ‘LL ANEME ‘RO PRIATORIO (85) è il petto di pollo con patate fresche servite praticamente al naturale, a spicchi e con la buccia; tutto fritto. La carne ha una panatura aderente e sottile; il morso è tenero ed umido, dal primo all’ultimo. Il tubero coltivato nelle campagne limitrofe ha un gusto rustico e ovviamente pieno. Il purè è alla base, e rappresenta il condimento versatile e sempre buono di questo secondo piatto rimodernato, perciò più appetibile. Sud Eat è il “mezzo a quattro ruote” che promuove campagne di sensibilizzazione “all’uso efficiente del cibo”, affinché quest’ultimo diventi il “sano pretesto” per informare e comunicare le sane ricette di un tempo. Maurizio De Riggi porta avanti così l’idea libera di un “food on the road” destinato a conquistare in modo indelebile il palato e la coscienza dei suoi “ospiti vaganti”.

Da Panicomio i panini di Dino Crò sono numerati: da quello classico a quello anticonformista, il panino di alta gastronomia homemade “by Dino’s” è semplice, gustoso e di prima qualità.

Dal 2019 sono tutti pazzi per i panini di Panicomio. Un numero per ogni abbinamento inedito di ingredienti. Da quello classico a quello anticonformista, il panino di alta gastronomia homemade “by Dino’s” è semplice, gustoso e di prima qualità. La farcitura, quasi esclusivamente di pesce, manda letteralmente in subbuglio le papille gustative. Solo materie prime fresche e di stagione; la scelta ricade ovviamente sui prodotti locali, quelli acquistati nella bottega di fiducia. Due tipi di pane e una selezione accurata di companatici dal sapore di mare. Novantaquattro è il numero della ciabatta di 120 gr con farina di grano duro antico varietà Senatore Cappelli macinato a pietra. La diffusa alveolatura della mollica si presta bene al morso ricco e rotondo delle polpette schiacciate di filetto di baccalà Gadus Morhua mantecato con patate al naturale. Una crema di cipolle ramate di Montoro esalta la dolcezza, leggera ma succosa, del pesce; mentre scaglie di pecorino romano DOP aggiunte in chiusura la stemperano, creando così un equilibrio gastronomico ideale. La fragranza della crosta di questo pane, si sposa perfettamente con la freschezza dell’insalata iceberg tagliata a listarelle e con una panatura croccante fritta in olio extra vergine di oliva. Il sapore è pieno; il gusto è persistente.

Per il panino tondo con farina di grano tenero 100% Petra 1, Dino Crò “immagina e realizza” una farcitura particolarmente versatile. Cinque e ventidue sono i numeri di un gusto inimitabile. Il fish burger di gamberi rosa e calamari veraci presenta un’impanantura aderente che assembla con ordine e precisione ogni singolo boccone. Una maionese artigianale realizzata con limoni Costa d’Amalfi IGP e uova biologiche da gallina livornese condisce le foglie di lattuga, che mostrano in bellavista tutto lo spessore di questo succulento ripieno di mare. La tartare di gamberi rossi di Mazara del Vallo viene spennellata con il profumo originale di una crema agli agrumi, leggera e vellutata. Fette di mozzarella di bufala campana DOP completano con il loro succo riconoscibile un’altra proposta “by Dino’s”. In quest’ultimo caso, il tradizionale lievitato può essere sostituito, su richiesta, con un’alternativa decisamente vegan. Il riso Vialone Nano Veronese IGP viene tostato, lasciato raffreddare e compattato in padella, solo ed esclusivamente, con olio evo: ecco l’origine dei panetti morbidi e granulosi da farcire a mo’ di panino tondo. “Il giusto approccio per utilizzare la tecnica al meglio prevede cotture brevi e dorate” – dice Dino Crò che aggiunge – “la preferenza per un olio extravergine di oliva denocciolata, da aggiungere a crudo e in chiusura, esprime la qualità superiore della mia tecnica in cucina”. Il panino di Dino Crò lascia intravedere volutamente ogni singolo strato che lo compone. Dalla consistenza alle sfumature cromatiche del pane e degli ingredienti utilizzati, anche l’estetica del cibo deve essere curata. La lucentezza del filetto di tonno rosso, la scenografia creata dalle numerose striature bianche del salmone, i ghirigori disegnati dai tentacoli di un polpo verace, danno una nuova forma al gusto della tradizione.  Con diciotto anni di esperienza nel settore della ristorazione, Dino Crò fa un “encomio” al panino di mare.

Panicomio

Via Onorevole F. Napolitano, 143 Nola

371 399 0790

Aniello Di Caprio, patron della pasticceria Lombardi, co-proprietario insieme a Giuseppe Daddio della scuola Dolce&Salato, si racconta e ci racconta del suo nobile mestiere.

Galeotto fu il dolce e chi lo impastò: mai frase fu più adatta per descrivere l’iniziazione di Aniello Di Caprio alla pasticceria che, capitato “per sbaglio” in una delle più famose di Maddaloni (CE), incontra a 16 anni quelli che poi sarebbero stati due dei suoi grandi amori: sua moglie e i grandi lievitati. E se di amore stiamo parlando, a onor del vero, il Di Caprio dei pasticcieri non ha sempre nutrito particolare affetto per il nobile mestiere tanto che è sua moglie a iscriverlo a uno dei corsi sui grandi lievitati. È proprio in quel momento che la scintilla scatta, accendendo il fuoco della curiosità e della passione che ancora anima il maestro.

In un connubio perfetto tra tradizione e innovazione, Aniello Di Caprio gestisce insieme alla sua famiglia la Lombardi Pasticcieri che, da piccolo laboratorio nato nel 1948, è ora una realtà di tre piani che si staglia su circa 1500 metri quadrati dove si consuma tutta la creatività del maestro. “Attraverso studio e passione siamo riusciti a creare un luogo molto più intrigante per il pubblico che riconosce ai nostri dolci un surplus” – ci rivela Di Caprio – che ci tiene a precisare “una buona pasticceria non può prescindere dal patrimonio culinario della propria terra, dunque all’interno della Lombardi Pasticcieri coabitano tradizione e modernità” in un rincorrere di una chiara filosofia: “migliorare il tradizionale con occhio attento alle tendenze del mercato” e allo stesso tempo, “promuovere l’artigianalità”.

“Dove per artigianalità” – continua – “intendo il saper lavorare sul fresco, abbiamo sottratto il primato alla grande industria e bisogna mantenerlo, riuscendo ad emozionare il pubblico “di freschezza”. Nonostante una grande varietà di referenze, ancora oggi i lievitati sono il fiore all’occhiello della produzione a firma Di Caprio, primo fra tutti il “Felix”, a cui il grande lievitista si dice più affezionato avendone anche brevettano il marchio.

Realizzato sia nella versione panettone che nella versione colomba – decisamente più in linea con il periodo – il Felix è realizzato, come evoca il nome, con tre ingredienti caratterizzanti la Campania Felix: burro di bufala da centrifuga e non da siero, più delicato e al palato più simile alla panna; albicocca Pellecchiella del Vesuvio candite in pasticceria, pasta di mandorla profumata al limone di Amalfi e Tramonti. Chi ha avuto il piacere di assaggiare una così semplice ma goduriosa delizia concorda nel dire si tratti “di una vera e propria estasi di gusto”.

 Non mancano le versioni salate con salsiccia e friarielli oppure con provolone del monaco Dop e prosciutto cotto affumicato. E, da buon esteta del gusto, Aniello Di Caprio propone anche la versione dolce del Casatiello, realizzato con lievito madre, nato dalle modifiche della classica ricetta della Pigna di Pasqua della nonna. Insomma, da Di Caprio si può trovare tutto e il suo contrario in un perfetto equilibrio di saperi e sapori.

Ma la figura di Aniello Di Caprio non si esaurisce nel laboratorio semi interrato di Maddaloni perché, curioso com’è di conoscenza, è, insieme a Giuseppe Daddio, il fondatore della Dolce&Salato, la scuola di cucina e pasticceria dove, nelle parole del lievitista, “ci si sporca di professionalità” in uno scambio continuo di nozioni, insegnamenti e messaggi che formano la nuova generazione, nel suo caso, di pasticcieri alcuni dei quali, attualmente, fanno parte del suo team alla Lombardi.

In continuo fermento l’attività professionale di Di Caprio che, da pochissimo, è entrato a far parte dell’Accademia dei Maestri del Lievito Madre e del Panettone italiano, nata dall’esigenza diffusa di difendere, valorizzare, divulgare la produzione artigianale dei lievitati con Lievito Madre. E per uno come Di Caprio che utilizza lievito madre da più di dieci anni, ogni giorno all’interno del laboratorio per tutta la produzione, non poteva che essere una “passeggiata” entrare in una realtà impegnata costantemente nella qualificazione dell’artigianalità.

Ma dov’è che risiede il successo di un lievitista del calibro di Aniello Di Caprio? Nei panettoni, certo. Nelle colombe, ovviamente. In una produzione che conquista al primo morso, naturalmente. Nello studio e nella ricerca, sì. Se provate, come ho fatto io, a chiedere a lui vi risponderà, molto semplicemente, che il suo successo è dovuto alla famiglia e alla passione. “Perché se hai una famiglia che condivide una passione e vive di quello, sei già a metà dell’opera”.

Lombardi Pasticcieri

Via Forche Caudine, 59, 81024

Maddaloni (CE)

Gianfranco Iervolino è l’autore di una pizza di mare che rimane impressa nella memoria.

A Pomigliano d’Arco, in Via Giotto, nel febbraio del 2018, Gianfranco Iervolino firma la sua pizzeria napoletana. Quattrocentocinquanta gradi è un nome scelto non a caso. “Questa è la temperatura a cui viene cotta, rigorosamente in un forno a legna, la mia pizza” – afferma con orgoglio Gianfranco. “Una buona pizza per essere tale deve avere soggetto, predicato e complemento” – continua – “rispettivamente un impasto fatto bene, un topping di qualità e una cottura ideale”. Ventiquattro ore di lievitazione servono a realizzare una pizza soffice e leggera ma soprattutto digeribile. Un cornicione alveolato prepara il palato ad un boccone scioglievole. “La pizza per me è un piatto di tutto rispetto” – sottolinea il patron della pizzeria 450°. Innamorato dell’arte bianca, Gianfranco Iervolino propone una “pizza sensoriale”. La pizza della felicità esiste ed è proprio quella che stimola il ricordo di sapori che non si dimenticano così facilmente.

Il lapillo del Vesuvio “pietrifica le papille del suo degustatore”. Una montanara al nero di seppia è guarnita con una stracciatella di bufala, un gambero crudo e pappardelle di verdurine di stagione. Il contrasto cromatico è tanto evidente quanto invitante. Ogni ingrediente mostra inevitabilmente la sua consistenza. Per non risultare “uguale agli altri” Gianfranco Iervolino ha voluto osare, stravolgendo completamente il condimento della pizza. Le sue proposte, quelle più particolari, sono “di mare”.

La predilezione per i crostacei, primo fra tutti il gambero, reale o anche quello rosso di Mazara; l’abbinamento con la stagionalità del cavolfiore da cui viene ricavata la base cremosa di una pizza bianca saporita; la scelta incondizionata di prodotti IGP, il lardo di Colonnata solo per fare un esempio; la voglia di stupire con il gusto fresco del limone grattugiato e il profumo delle foglie di prezzemolo aggiunte a crudo sono i motivi per cui la “Che cavolo vuoi” è stata una delle migliori pizze d’Italia giudicate e premiate negli ultimi anni dal Gambero Rosso. Se non è gourmet, può essere invece gourmand. La pizza fritta è scomposta nel bicchiere. Uno strato di salsa rossa a base di pomodoro occupa il primo spazio di un pentagramma di sapori ricchi e fragranti. Una manciata di sfere lievitate e fritte sprigiona una melodia gustosa e originale; mentre un ciuffo di ricotta e pepe nero è la nota finale che chiude un’opera culinaria assai affascinante.

Nel repertorio gastronomico di Gianfranco Iervolino c’è una pizza che “crea inaspettatamente dipendenza”. La camomilla è l’ingrediente “che fa più rumore” ma è anche quello che ha ispirato la pizza dedicata allo chef Peppe Guida. Il fiore, che esalta il sentore agrumato del limone, viene spolverizzato su un purè di patate intriso della stuzzicante freschezza di una provola di Agerola. Filetti succulenti di baccalà portano in tavola tutta la veracità della cucina napoletana. Da Gianfranco Iervolino, non solo pizza ma anche fritti. La pasta e patate del Fucino IGP diventa un goloso timballo monoporzione, rigorosamente fritto. La crosta esterna è dorata al punto giusto; si tratta di uno strato sottile di impanatura che caratterizza un morso pieno e compatto, amalgamato da un’irresistibile provola filante. “Anche per fare un crocchè a regola d’arte, non basta la conoscenza” – sottolinea Gianfranco e aggiunge – “lo studio continuo e la ricerca costante sono il valore aggiunto di un piatto semplice solo in apparenza”. Se la pizza è la protagonista di una “moda culinaria senza tempo”; allora Gianfranco Iervolino è lo “stilista di una pizza anticonformista”.

La Famiglia Zampino ha racchiuso nei marchi Pastificio Gentile, Conserve Gentile & Forno Gentile l’essenza del lavoro quotidiano, con un’attenzione particolare alla terra in cui tutto ciò nasce e si trasforma: la Campania.

L’origine di “Gentile” risale al 1876, prendendo il nome dalla proprietà di allora; la Famiglia Zampino ha acquistato il marchio negli anni ’80 del secolo successivo. Inizialmente la produzione della pasta, a cui si è dedicato fin dal primo giorno il pastaio Natale Zampino, era incentrata sui “fusilli lavorati a mano”, il famoso formato realizzato con un ferretto e lasciato essiccare lentamente prima di poter essere utilizzato in cucina. In seguito, con la crescita dell’azienda, ci si è dedicati agli altri formati di pasta lunga e corta.

La cornice di questa storia è sempre stata Gragnano, città della pasta.

Oggi il Pastificio Gentile è riconosciuto come uno degli storici opifici artigianali che hanno reso proprio la città di Gragnano famosa in tutto il mondo per la sua pasta. L’azienda si avvale dei metodi artigianali di produzione, riservando grande attenzione a ogni singolo dettaglio, dalla selezione delle materie prime al controllo delle fasi legate alla produzione. I prodotti offerti sono di altissima qualità e rispettano pienamente i dettami che nel passato hanno reso celebre questo “prodotto gragnanese”: l’utilizzo di semole pregiate di provenienza rigorosamente italiana (Puglia/Basilicata/Campania), tra cui la varietà Senatore Cappelli, la trafila al bronzo e l’essiccazione a bassa temperatura secondo l’antico “Metodo Cirillo”. Grazie all’esperienza maturata in tanti anni di lavoro, i pastai Natale e Pasquale riescono a riconoscere la giusta essiccazione della pasta dopo sistematici e accurati controlli nelle celle umide, concepite per riprodurre l’essiccazione secondo l’antico metodo.

Attualmente il catalogo del Pastificio Gentile include 50 formati circa, dai più tradizionali come lo spaghetto a quelli più insoliti come il “riso di semola”. Le linee di prodotto disponibili sono due: La Pasta di Gragnano IGP (classica, quella che segue tutte le disposizioni del disciplinare) e la Linea Integrale Biologica. Tutti i formati sono trafilati al bronzo, tra questi si possono ritrovare i grandi classici della tradizione, come paccheri o fusilli e nuovi originali formati. É stata proprio la voglia di sperimentare che ha permesso nascesse uno dei prodotti oggi più famosi: lo SpaghettONE, uno spaghetto del diametro di 2,7mm che ha conquistato tanti importanti chef in tutto il mondo.

L’ultima gamma di prodotti immaginati e realizzati sono i formati di Pasta Integrale Biologica. Anche in questo caso l’utilizzo di farine integrali ottenute da grano italiano, unito alla trafilatura al bronzo e alla lenta essiccazione fanno sì che il vero e inconfondibile sapore della semola sia esaltato dai processi di lavorazione, che caratterizzano da sempre il Pastificio. Facilmente riconoscibile in scaffale grazie ad un packaging essenziale ed elegante in linea con l’immagine che l’azienda da anni coerentemente rispetta.

La gamma Conserve Gentile, invece, nasce dall’idea di realizzare un laboratorio di conserve artigianali di frutta, verdure e ortaggi, lavorati secondo le ricette e i metodi antichi appresi e custoditi dalla tradizione di famiglia. La scelta delle materie prime ricade su prodotti freschi di raccolto e di primissima qualità, le preparazioni seguono le ricette della nonna Lucia, segreti che oggi la Sig.ra Maria custodisce e trasmette alle ragazze che la affiancano nella produzione. I barattoli sono scrupolosamente riempiti a mano, controllati uno per uno e privi di conservanti artificiali, affinché si possa ritrovare in essi un sapore autentico e il profumo dell’orto.

L’ultimo marchio giunto sul mercato è il Forno Gentile. Il profumo degli agrumi, il calore di un forno sempre accesso e il lento scorrere del tempo, che scandisce le fasi della preparazione dei lievitati prodotti nel cuore di Gragnano, in un laboratorio dove la tradizione dolciaria incontra le eccellenze campane.

Protagonista dei lievitati Forno Gentile sono il lievito madre e la semola, che insieme ad altre farine selezionate e a ingredienti dell’eccellenza gastronomica, vengono combinati dalle sapienti mani della pasticciera Anna Belmattino per ottenere lievitati e prodotti da forno dal sapore unico.

Ufficio Stampa: Roberta Raja

Alfonso Crisci porta un po’ di Vesuvio e di Napoli alle porte di Roma contando sulle sue qualità tra i fornelli, ma anche sul gruppo imprenditoriale di Felice Mergè enologo ,patron di Poggio Le Volpi e Tasca del Tacco.

Lo Chef vesuviano Alfonso Crisci alla guida del ristorante fine dining Barrique porta un po’ di Vesuvio e di Napoli alle porte di Roma e si candida a scalare le classifiche delle più prestigiose guide nazionali ed internazionali.
Lo potrà fare contando sulle sue qualità tra i fornelli ,ma anche sul gruppo imprenditoriale di Felice Mergè enologo, patron di Poggio Le Volpi e Tasca del Tacco, due case vitivinicole, la prima a Monte Porzio Catone e la seconda in Puglia in provincia di Lecce da cui il nome ,che producono oltre 1 Milione di bottiglie l’anno.


Crisci rileva il testimone da Oliver Glowing come executive chef della struttura adagiata sulle colline di Frascati composta non solo dal Barrique ma anche del bistrot Epos che ha nella brace a vista e nella selezioni di carne di varie nazionalità e frollatura un punto di forza.


Se il bistrot è caratterizzato da una sobria eleganza esaltata dalla vista incomparabile sui filari che si perdono a vista d’occhio,il lusso dei tavoli con ripiano in foglia d’oro,le quattro cantine a vista con vini e champagne da tutto il mondo,i frigoriferi a vista che conservano formaggi e prosciutti e soprattutto l’atmosfera inebriante delle botti in legno da 225 litri da cui il nome al ristorante,fanno di Barrique un luogo magico dove potersi concedere un’esperienza Enogastronomica unica.


Tra le proposte gastronomiche per il Bistrot Epos,in attesa della riapertura del Barrique appena le condizioni epidemiologiche lo consentiranno, dello Chef vesuviano immancabili sono il baccalà ,la pasta secca combinata con le varie tipologie di pomodori da quello San Marzano a quello datterino per finire al quello del piennolo ,la carne con le cotture a bassa temperatura e per finire i dolci della tradizione napoletana in chiave rivisitata.


La carta dei vini può spaziare logicamente dalle etichette della casa a quelle delle altre regioni con una selezioni di vini e champagne d’oltralpe da far gioire il palato di qualsiasi esperto Sommellier.Un’esperienza a tutto tondo da gustare intensamente con tutti e cinque i sensi.

Renato Rocco

A Napoli e Lusciano, nel casertano, Benvenuti al Sud è un nome che diffonde la cultura del buon mangiare partenopeo, basato su piatti che evocano la tradizione e sono frutto della storica passione per la cucina della famiglia Fusco.

Napoli ha conosciuto la sapienza gastronomica firmata Benvenuti al Sud nel 2011, quando Claudio Fusco e Luisa La Matta fondano un accogliente punto di riferimento del gusto. Un ristorante pizzeria che, in corso Secondigliano 144, nato negli stessi locali del precedente negozio di articoli per la casa, ha portato nel quartiere la qualità di un buon disco di pasta.

Il clima produttivo che scandiva le giornate di lavoro al Benvenuti al Sud ha conquistato i figli gemelli dei coniugi Fusco, Mirco e Danilo. Dopo anni di lavoro presso le poste, i due ragazzi si avvicinano al mondo della pizza con l’entusiasmo di approfondire le tecniche necessarie a ottenere un buon impasto. “I miei figli rappresentano la generazione dei Fusco che per la prima volta si approccia al mondo della pizza – spiega la signora Luisa – grazie al loro impegno il locale di Corso Secondigliano ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti, come quello della Consulta Nazionale dell’Agricoltura ricevuto dal portavoce Rosario Lopa, rappresentante dell’associazione di Roma per il territorio di Napoli. Un premio che certifica il valore culturale della gastronomia firmata Benvenuti al Sud, un tassello importante per la realtà di Napoli” ha proseguito Luisa La Matta.

La famiglia Fusco è impegnata anche nella conduzione del Donna Luisella – Pizza e Fritto, locale specializzato nel fritto di qualità di tradizione partenopea, anch’esso situato in Corso Secondigliano, esattamente di fronte alla prima sede del Benvenuti al Sud. “Nasce nel dicembre 2017 la friggitoria Donna Luisella, in tributo alla passione per il fritto di mia nonna Luisa – spiega La Matta – il progetto che ho voluto realizzare, nel nome della qualità del fritto, è frutto di un’eredità trasmessa da nonna a nipote”.

La friggitoria Donna Luisella produce il meglio dello street food partenopeo, una gustosa chicca è la frittatina di pasta, declinata nelle più deliziose versioni. Dalla genovese alla bolognese, dalla salsiccia e friarielli alla pistacchio e mortadella, per finire con la pasta patate e provola. Le pietre miliari del gusto della cucina napoletana “vengono fritte in pastella per essere trasformate in frittatine”, spiega Luisa La Matta. Il risultato è una concessione di puro gusto per il palato. Il Donna Luisella è anche il punto di riferimento per chi gusta la cucina senza glutine, proposta che completa l’offerta gastronomica ed estende a tutti un concetto di gusto storico, come quello che nel 1930 nonna Luisa ha brevettato nella sua prima friggitoria in Corso Malta.

Il 2018 è l’anno della consapevolezza e della maturità per l’attività di Benvenuti al Sud. Forte del loro nome, la famiglia Fusco decide di aprire un terzo locale a Lusciano, in provincia di Aversa. Un’ esperienza all’insegna dello spazio e del comfort, l’ultimo dei “Benvenuti al Sud” è pensato per essere anche location di eventi. “Il nostro terzo locale nasce dalla nostra voglia di esprimere al meglio l’accoglienza del Benvenuti al Sud – spiega Luisa La Matta – la sede di Lusciano dispone di due ampie sale, insieme hanno una capacità di oltre 200 posti a sedere. Il locale è in grado di accogliere un gran numero di clienti”. Una massiccia mole di lavoro che può contare su quattro forni, di cui uno dedicato alla proposta gluten free.

Benvenuti al Sud è un omaggio alla mediterraneità con prodotti esclusivi, una realtà scandita da pietanze preparate con la consapevolezza della tradizione e del suo valore degno di rispetto. Il tutto completato dalla professionale e cordiale ospitalità della famiglia Fusco, sinonimo di una “sanguigna” passione per la ristorazione.

Pizzeria Vittoria, nata il 27 maggio 2018 a Baronissi (un paesino in provincia si Salerno), è un piccolo locale, figlio delle ambizioni del suo patron Sabatino Citro che, dopo 15 anni di gavetta tra ristoranti e pizzerie, ha deciso di dare vita ad una realtà che fosse interamente sua. “Il mio sogno – racconta Sabatino Citro – è sempre stato quello di creare una piccola realtà, con pochi posti a sedere dove si potesse assaggiare una pizza fatta con farine e ingredienti di qualità. Durante gli anni di esperienza nel settore della panificazione ho testato differenti tipi di farine, ma alla fine per la pizza del mio locale ho optato per un vero e proprio ritorno alle origini utilizzando un blend di farine, di tipo uno e tipo due con germe di grano e macinate a pietra”.

Gli ingredienti utilizzati, invece, per lo più provengono dal sud Italia, ma non è possibile per le pizze tradizionali usare ingredienti provenienti solo dal meridione, “infatti – spiega il patron della pizzeria – Accanto alle pizze tradizionali che non possono mancare, affianchiamo un menu speciale di pizze stagionali, che cambiano circa ogni due mesi e condite esclusivamente con prodotti di stagione. È su quest’ultima tipologia che posso permettermi di utilizzare quasi esclusivamente prodotti del territorio campano o del Sud d’Italia come il tartufo di bagnoli, le olive caiazzane, le acciughe di Cetara e le nocciole di Giffoni Valle Piana”.

La scelta di utilizzare farine macinate a pietra rappresenta un vero e proprio ritorno alla tradizione, tradizione che è la base di ogni pizza di Sabatino Citro, infatti “la pizza emblema della pizzeria – spiega il maestro pizzaiolo – è la pizza Vittoria una pizza molto semplice che nasce dalla rivisitazione di una delle pizze più emblematiche di Salerno, la Carminuccio, ovvero una pizza a base rossa con la pancetta tagliata a cubetti e insaporita con del parmigiano e basilico, io aggiungo dei datterini siciliani e un olio aromatizzato all’aglio. Così come la pizza Vittoria tutte le mie pizze nascono dalla rivisitazione in chiave moderna di piatti della tradizione campana, un esempio è la pizza alla parmigiana di melanzane, dove friggo delle melanzane solo passate nella farina alle quali poi aggiungo del basilico e della stracciatella di bufala su una base di San Marzano. Ultimamente ho creato una pizza con patate, cotte in un tegame e, insaporite con del guanciale e del parmigiano poste su una base bianca con crema di patate e arricchite poi con guanciale croccante, fior di latte di tramonti e una spolverata finale di tartufo di bagnoli”. 

Gli ultimi mesi sono stati difficili anche per la pizzeria Vittoria, “la pandemia di Coronavirus – conclude Sabatino Citro – ci ha colpito proprio nel momento in cui eravamo riusciti ad affermarci come pizzeria, la nostra fortuna è stata che già prima della pandemia, per l’esigua grandezza del locale, eravamo conosciuti e lavoravamo molto attraverso l’asporto, la chiusura del locale ci ha solo spinto ad incrementarlo”. 

“Il babà di Don Aniello è un’istituzione”: con queste parole esordisce Luigi Donnarumma quando inizia a raccontare la storia della sua Babberia. A Palma Campania, due anni fa, le fortunate vicende della nota pasticceria Ai Tre Pini di Aniello Simonetti si intrecciano con la lungimiranza imprenditoriale di un giovane di origini palmesi. La bontà di un babà realizzato seguendo un’antica ricetta, figlia di un’arte pasticcera fedele alla tradizione napoletana, diventa la fonte di ispirazione di uno sweet concept decisamente futuristico. Dalla memoria di una pasticceria d’autore nasce la Babberia Ai Tre Pini, una nuova formula che segue le ultime tendenze del settore dolciario. La produzione è certamente sui generis, perché è mono; il monoprodotto è, infatti, il babà. Luigi Donnarumma, affiancato dal direttore Aniello Sorrentino, ha ben pensato di “innovare la categoria della classica pasticceria napoletana”, attraverso una proposta esclusiva. Prima l’artigianalità tramandata da Aniello Simonetti; poi la competenza professionale dei due pastry chef della Babberia Ai Tre Pini, Giuseppe Miranda e Francesco Di Spigna, hanno, rispettivamente, stimolato e alimentato la creatività sperimentale di Luigi Donnarumma, l’ideatore di questo food format, che sottolinea: “Ad ogni ricorrenza o giornata speciale corrisponde un formato specifico e un gusto particolare”.

Pochi e semplici ingredienti danno vita ad un impasto morbido, che deve risultare sempre “ben incordato”, destinato ad una lunga e lenta lievitazione in uno stampo a tronco di cono allungato. Farina, zucchero, uova, burro, sale, rhum e tanta pazienza per avere un babà evidentemente soffice, dolce al punto giusto, con un morso perfettamente alveolato, goloso in superficie e con un cuore “impregnato” di sapore. I mignon sono una vera delizia, piccoli bocconi da spiluccare uno ad uno; il babà standard, quello da gustare al naturale, regala circa 100 grammi di piacere incondizionato, che diventano più o meno 150 se la scelta ricade sul babà farcito, dall’aspetto diplomatico. Arte e tecnica rivelano una proposta dolciaria versatile. La versione con chantilly e fragoline è un trionfo di gusti delicati e consistenze vellutate: la scioglievolezza della crema aromatizzata si combina con la freschezza dei frutti rossi; la bagna aggrega, con la sua leggerezza, la farcitura alla sua decorazione.

L’alternativa è una variante al cacao, “il babà scuro”, lasciato inizialmente “in ammollo”, in un cognac invecchiato, prima di essere cosparso con una spuma di cioccolato fondente al 70% . Per uno street food non convenzionale, anzi decisamente inatteso, il babà è al bicchiere: un fungo moderno “inzuppato”, stratificato, glassato, guarnito e poi finalmente assaporato in un modo che si distacca da quello classico, rivoluzionandolo. La torta babà, liscia o pieghettata, ha un taglio compatto, né troppo umido, né troppo secco; in ogni singola fetta la lucentezza di un colore ambrato si alterna ad una texture spugnosa che esibisce una tonalità più chiara. E quando la veracità di un’icona della pasticceria napoletana si confronta con l’immaginazione di grafici, illustratori, designers e pittori, il risultato finale è BABART: la mostra d’arte solidale organizzata e promossa lo scorso anno da Luigi Donnarumma per dare sfogo alla fantasia altrui, ma soprattutto per valorizzare la dolce sagoma del babà con una “farcitura” creativa e ovviamente originale.

Nel cuore dell’antica e incantevole Valle Caudina, precisamente ad Airola, il ristorante pizzeria ANTOVIN Forme di gusto attinge dagli antichi e autentici sapori della tradizione per costruire la sua proposta gastronomica, dando vita a nuove e sorprendenti forme di gusto. Il locale nasce nel 1997 dalla volontà dei genitori di Alessandro Tirino, attuale patron del ristorante dal trascorso lavorativo come pizzaiolo. Dal nome di mamma Antonietta e di papà Vincenzo, è nata una fusione che ha dato origine alla denominazione del ristorante pizzeria.

Il duo di Antovin

Alessandro Tirino e Domenico Falzarano

Alessandro si avvale della preziosa collaborazione dello chef Domenico Falzarano. Dopo anni di ristorazione classica, Alessandro ha deciso di dare un tocco di modernità al menù avvalendosi della collaborazione del suo braccio destro in cucina, lo chef Falzarano, forte di un’esperienza internazionale accumulata in paesi come Francia, America, Australia e Cina. “Sono nativo di Airola e dopo aver raccolto culture enogastronomiche in giro per il mondo, ho deciso di tornare nella mia terra per accettare una scommessa con questo territorio ricco di risorse, che desideriamo valorizzare” ha spiegato Falzarano. “In ogni piatto parto dalla tradizione, ma su di essa poi aggiungo l’esperienza che ho accumulato nel tempo, che mi permette di rinnovare e rendere il piatto moderno e raffinato”.

Domenico Falzarano e Alessandro Tirino, seppure provenienti da esperienze professionali diverse, hanno in comune la volontà di promuovere una nuova idea di gastronomia, basata sulla conoscenza e il rispetto delle materie prime, sulla riscoperta delle tradizioni e delle eccellenze locali, sugli ingredienti e sui sapori autentici che tornano ad essere i protagonisti nei piatti. Vasta è la scelta degli ingredienti locali, freschissimi e di altissima qualità, personalmente selezionati dal duo della ristorazione. Due veri artisti della cucina, come amano definirsi.

pizzeppola antovin

La Pizzeppola

Da un bacino ricco di eccellenti materie prime, come il territorio beneventano, Alessandro Tirino attinge la selezione degli ingredienti per comporre il gusto della sua pizza. La sua competenza non manca di sorprendere anche sul fronte del dolce. “Consiglio di provare la mia pizzeppola, un concentrato di sapori genuini che parlano della mia terra” ha spiegato il patron di Antovin. “In occasione della Festa del papà ho voluto unire la tradizionale crema della zeppola di San Giuseppe con la pizza e ne è uscita la pizzeppola, che ha avuto e continua ad avere successo”.

Da sempre attento a tutte le esigenze alimentari, Alessandro Tirino è fortemente convinto che “salutare e gustoso” siano concetti complementari, dai quali parte per realizzare una selezione di deliziose pizze Gluten Free. Inoltre, ha deciso di introdurre nel suo menù un mix di farine poco raffinate, ottenute dalla lenta macinatura a pietra di cereali antichi come Saragolla, Risciola, Farro e Segale e la Romanella, una varietà autoctona del Sannio.
“Queste farine lavorate lentamente dai contadini locali secondo metodi tradizionali, conservano intatte tutte le proprietà nutrizionali dei cereali garantendo una maggiore leggerezza e digeribilità dell’impasto, un gusto migliore e cosa non trascurabile un minore contenuto di glutine, che propongo due volte a settimana oltre alle pizze dall’impasto tradizionale. Così sono riuscito a creare un menù ricco di piatti invitanti e di ingredienti salutari, dimostrando che antico può diventare nuovo, che tradizione può diventare innovazione”.

ANTOVIN Forme di gusto è occasione di eccellente ristoro per il palato e oasi di pace per la sua posizione immersa nel verde. Grazie alle sue confortevoli sale interne e l’ area esterna con giardino è il luogo ideale per trascorrere una piacevole serata tra amici o con la famiglia, ma anche per eventi o per un romantico tête-à-tête.

Quello di Pizzeria Quadra è un locale minimal, differente dalla solita pizzeria tradizionale, ma quello che non può mancare è il forno a vista, fulcro del locale, sul quale campeggia il nome del proprietario: il pizzaiolo campione del mondo Salvatore Savastano. Le parole d’ordine di Pizzeria Quadra sono: ricerca, qualità e creatività. Proprio la ricerca e l’innovazione lo hanno portato, partendo dalle preparazioni imparate alla corte del padre, a creare una pizza da una forma unconventional: la pizza quadrata. Infatti “abbiamo deciso – spiega Salvatore Savastano – di proporre una pizza che mantenga il gusto e il sapore classici, ma dalla forma quadrata”.

Nonostante l’innovazione il maestro pizzaiolo non dimentica la tradizione, accostando alle pizze quadrate anche quelle tradizionali dalla forma rotonda, ma ciò che non può mancare sono i prodotti di qualità legati al territorio campano e salernitano contrassegnati dalla denominazione d’origine protetta (D.O.P.), attraverso i quali valorizzare la pizza di Pizzeria Quadra. “La nostra pizza – racconta Salvatore Savastano – viene preparata con mix di tre tipi di farina, precisamente utilizziamo la farina molino Braga, e con un impasto diretto con 24 ore di lievitazione (si tratta di fare direttamente l’impasto senza preparare in precedenza alcuna biga o lievitino-poolish e con una sola lievitazione continua), ad alta idratazione e con un cornicione molto alto. Grazie allo studio abbiamo questa tecnica che si differenzia molto da quella utilizzata da mio padre che preparava il pomeriggio l’impasto per poi utilizzarlo la sera”.

Salvatore Savastano, nel 2014 a San Vito-Polignano a Mare, nel corso del campionato enogastronomico europeo “La Maratona a Tavola” è stato insignito del titolo di Campione Europeo dei pizzaioli, maturato anche grazie alla grande attenzione nella scelta dei generi alimentari. Infatti “il nostro intento – continua il maestro pizzaiolo – è quello di valorizzare attraverso la nostra pizza anche i prodotti del territorio: dal pomodoro San Marzano D.O.P.  alla mozzarella di bufala passando per l’olio extravergine cilentano”. Questa semplicità si rispecchia in tutte le pizze del locale, tutte condite con pochi ingredienti, ma di qualità.

“La pizza simbolo del locale – aggiunge Savastano– non può non essere la “quadra”, che richiama anche il nome del locale, condita con pomodorini semi dry gialli e rossi, fior di latte e cacioricotta, a questa si affianca la “Quadrato al Quadrato” con filetto di pomodoro San Marzano, mozzarella di Bufala, Grana, olio extravergine d’oliva”. 

La città bruniana, Nola, da circa tre anni è il palcoscenico dove si esibiscono i mille volti della cucina del Bertie’s. Il protagonista dell’opera culinaria è il resident chef Valentino Buonincontri; i suoi piatti sono ambientati nel suo Bistrot.

Dal breakfast o il brunch, passando per il lunch e fino ad arrivare al dining, la proposta del Bertie’s è decisamente teatrale, d’effetto. La food experience offerta da Valentino Buonincontri è dettagliata e riconoscibile, ma soprattutto versatile e completa proprio come il suo autore.

La genuinità degli antichi sapori, quelli della tradizione italiana, e nello specifico partenopea, riaffiora nei piatti creativi dello chef del Bertie’s Bistrot ed evoca, allo stesso tempo, vecchi ricordi.

L’eccellente classicità di un semplice spaghetto alle vongole viene, così, rivisitata e trasformata in un raviolo homemade ripieno, servito in un guazzetto di frutti di mare e infuso di zenzero, cosparso poi con una polvere di alga essiccata che conferisce l’umami ad ogni boccone. La farcitura è ricca e si amalgama bene con l’impasto fresco; il sugo semibrodoso è  sapido e vivace allo stesso modo, così come il condimento finale.

Anche lo gnocco diventa particolarmente gustoso, grazie ad una ghiotta imbottitura che solo con il coniglio all’ischitana si può ottenere; mentre l’acqua dolce e leggermente aromatica dei peperoni arrostiti viene utilizzata per mantecare il tutto, unitamente alla loro buccia sminuzzata finemente e a cui si deve una nota amara equilibrante.

L’alternativa è un primo piatto tipico della cucina napoletana, la genovese. Si tratta di un ragù bianco a base di carni di alta qualità con cui vengono condite le candele lunghe spezzate, il formato di pasta ideale per contenere letteralmente una salsa corposa, assolutamente succulenta; la crema di pecorino addensa in modo innovativo una bontà d’altri tempi.

Il gusto di queste pietanze è ovviamente scenografico e anche i metodi di cottura lo sono, primo fra tutti quello che utilizza la brace alimentata a legna e con cui viene puntualmente arrostita la picȃna. I palati che, invece, ammirano gli abbinamenti gastronomici decisi possono optare per una pasta mista a cui si mescola la porosità vincente delle patate, il caciocavallo podolico fuso al punto giusto e il tartufo nero sempre intenso.

Il segreto della cucina del Bertie’s Bistrot sta nella fiducia che lo chef ripone nella materia prima, lavorata con rispetto e passione; questo è l’unico modo conosciuto da Valentino Buonincontri per valorizzarla prima di portarla in tavola. La tecnica non può mancare ed è direttamente proporzionale alla competenza, anche nella scelta degli ingredienti utili per realizzare il topping di una pizza perfetta.

Lo chef Buonincontri a questo proposito presenta la Venticano, un omaggio all’omonimo capicollo irpino; una proposta rustica e saporita che combina la briosità dell’insaccato con la cremosità della stracciatella di burrata e il sentore dolciastro del ciliegino rosso semidried.

Il dessert al Bertie’s Bistrot è ossimorico. Una mousse squadrata custodisce un inserto di savoiardo pralinato al cacao e imbevuto di caffè, versato fumante durante una performance culinaria che è una vera delizia per gli occhi. Il menù è evidentemente variopinto; lo chef realizza piatti sfumati, declinati, reinventati. Accomodatevi pure, Valentino Buonincontri è pronto ad accogliervi nel suo spettacolo di Bistrot.

Se avete voglia di un viaggio alla scoperta di sapori semplici, ma al tempo stesso sempre nuovi, siete nel posto giusto. Seguiteci tra queste righe piene di una saporita personalità: il Ristorante del Pino.

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La personalità è importante

«Quanto conta avere qualcuno che sia di ispirazione nel proprio mestiere?» chiedo ad Antonio Fusco, pizzaiolo presso il Ristorante del Pino, a Cercola. Lui mi risponde dicendomi che è importante che ci sia qualcuno ad accompagnarti nella tua esperienza, soprattutto all’inizio, ma più che di ispirazione, si dovrebbe parlare di personalità. Perché alla fine ciò che conta è il prodotto che si vuole creare, l’idea strettamente personale e il carattere che si vuole dare a quel piatto specifico, perché non è da una copia di altri che vengono i risultati migliori.

La storia e il percorso del Ristorante del Pino

Nel 1960 c’è stata la prima apertura del ristorante, attività di famiglia che nasce con i genitori degli attuali titolari, la famiglia Leonessa. «Da allora, comunque, l’attività è in costante e continua evoluzione e accanto alla tradizione, ciò che proponiamo offre anche la possibilità di esperienze nuove e particolari».

Non solo pizze, ma anche antipasti vari, una braceria, prodotti senza glutine per andare incontro a tutte le esigenze, gelateria, pasticceria e la possibilità di scegliere direttamente il pesce fresco al momento. Naturalmente la situazione di emergenza del periodo impone la massima attenzione e la sanificazione dei laboratori, oltre che della sala, ma tutto questo garantisce per ogni settore la sicurezza per tutti.

I segreti dell’impasto

Mi spiega Antonio Fusco che il segreto dell’impasto perfetto, o comunque di quello che si avvicina alla perfezione, è molto semplice e, al contrario di ciò che si potrebbe pensare, lo conosciamo già. Infatti è costituito da acqua, sale, lievito, farina e soprattutto tanta competenza e tanta passione. «Le idee provengono anche dalla lavorazione stessa di chi materialmente opera sul campo e i prodotti freschi e di stagione aiutano molto a realizzare qualcosa di unico e che possa soddisfare il palato».

Ciò che, infatti, è fondamentale è sempre e comunque la soddisfazione dei clienti e la fiducia che questi hanno nei confronti del posto in cui si siedono per consumare un piatto. La positività che si infonde nello spirito del cliente qui è al primo posto e non verrà mai messa in secondo piano da interessi di altro tipo.

Già proprietario del locale notturno Flame, rinomato per feste e serate nel quartiere del Vomero, Davide Arnò sceglie di occuparsi anche di una nuova attività e sceglie di farlo in piena pandemia con Regina Farina.

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«Regina Farina»: un’avventura gustosa ed elegante

La decisione di dedicarsi anche ad una nuova attività nasce forse proprio dal periodo più buio in cui né locali, né feste, né bar e ristoranti potevano avere scampo, vivendo a stretto contatto con le persone. E sembra una contraddizione, ma non lo è, perché la pizza, oltre ad essere sempre di moda, permette anche di lavorare con l’asporto e questo già rende il lavoro più fattibile, considerando il momento.

«La nostra scelta aziendale prevede prodotti di alta qualità, con la selezione della farina Dallagiovanna e di ingredienti biologici per una realizzazione che possa garantire un impasto, a lievitazione lenta (48 ore), sia salutare che di ottimo sapore» mi spiega Davide Arnò. Per la sua «Regina Farina» ha molta attenzione e cura in ogni dettaglio e lo si capisce dalla sua voce durante la piacevole chiacchierata. Attenzione che non è riservata soltanto ai sapori, con poco sale ed un lievito digeribile, per valorizzare gli ingredienti stessi, ma anche al design del locale, curato dall’architetto Mario Sorrentino, che rende questa pizzeria atipica ed originale, ma sicuramente bella ed elegante, dove ci si può sentire a casa in un ambiente allegro, che è quello che ci vuole, soprattutto in questo periodo.

La pizza della settimana

Questa è una novità tutta tipica di questa pizzeria: ogni settimana, soltanto per quei sette giorni, una nuova pizza fa capolino sul menù, che così si arricchisce per poco tempo di gusti nuovi e particolari, ispirati ad eventi importanti oppure semplicemente seguendo la creatività del momento. Un esempio è quella a base di caciocavallo podolico, ma anche quella che tra gli ingredienti prevede il tarallo e la fonduta. Per conoscere queste interessanti proposte per il palato, data l’apertura recente, dell’11 ottobre 2020, non c’è ancora un sito Internet, ma i social qui fanno la loro parte perché la pubblicità è tanta e le prenotazioni anche, dai giovani e non solo.

Qualità fa rima con «Regina Farina»

Sì, è vero, nel linguaggio comune non fanno rima, ma quando si parla di pizza, il linguaggio è poetico e, si sa, le licenze poetiche sono una caratteristica di ogni testo che si rispetti. E infatti qui la parola chiave è proprio la qualità, che, come anticipato, garantisce uno standard alto e ha permesso una partenza alla grande. «Sono molto richiesti anche i nostri fritti, dello chef Marco Iavazzo, perché sono veri. E per veri intendo che sono fatti con cura particolare, dagli ingredienti al prodotto finale». Le montanare prima fritte e poi al forno, con ragù napoletano (cotto per due giorni con la carne), mozzarella di bufala, ricotta e parmigiano, oppure le frittatine alla nerano, alla genovese o classiche ne sono degli esempi. Ma anche le materie prime hanno la loro importanza, come l’olio e il pomodorino “del piennolo”, così come l’impanatura panko. Tra le pizze da assaggiare, sicuramente la quattro formaggi.

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Chi ben comincia è a metà dell’opera

Tutto parte, quindi, da un imprenditore amante del cibo, che grazie anche al confronto con l’amico di sempre e pizzaiolo Ciro Savarese, inizia a scoprire i primi segreti degli impasti, rendendoli poi, inevitabilmente personali. A causa della situazione, invece di partire dalla sala e poi ampliarsi anche al delivery, questa volta è accaduto il contrario, ma la domanda è tanta e a Portici è già un successo, perfino la domenica a pranzo, quando non sempre si predilige la pizzeria. I sorrisi, anche dietro le mascherine, l’accoppiata del buon mangiare e del buon bere, così come l’interazione con i clienti e l’accoglienza sono solo alcune delle principali prospettive su cui si muove «Regina Farina», col sogno di esportare anche all’estero questo orgoglio italiano.

Tradizione ed innovazione si incontrano in Casa e Bottega, ristorante sito a Trebisacce che quest’anno compie un quarto di secolo.

Un tempio dell’accoglienza a 360 gradi dove si respira un antico e profondo senso di famiglia. Potrebbe definirsi così “La Bottega degli Antichi Sapori“, ristorante sito a Trebisacce, sulla riviera ionica calabrese settentrionale, che proprio quest’anno compie un quarto di secolo. Un traguardo storico che assume ancor più valore in un territorio in cui difficilmente le attività riescono a superare qualche anno di vita. Il segreto di tanto successo? Una gestione familiare consolidata, guidata dal 1996 dall’appassionata titolare Francesca Lista. Tradizione ed innovazione si incontrano in un ambiente accogliente, che da circa un anno è stato completamente soggetto ad un restyling, con la nascita di un vero e proprio format, dal nome emblematico, “Casa e Bottega”.

Casa e Bottega, gli interni
Casa e Bottega, la sala colazione

Alla ristorazione e alla degustazione di prodotti tipici locali si è infatti affiancata una piacevole e confortevole offerta ricettiva: tre camere arredate con gusto e sobrietà, dai discreti colori pastello, a due passi dall’infinita distesa blu dello Jonio e ad un tiro di schioppo dal massiccio del Pollino. Sul primo livello, proprio di fianco le camere, al bar, in una gradevole saletta impreziosita da vinili vintage, viene servita la colazione a base di crostate fatte in casa e confetture al biondo tardivo di Trebisacce.

Casa e Bottega, primi a base di pasta fresca


Prodotti locali che divengono protagonisti anche a tavola, in sala o nel piacevole giardino antistante, anch’esso recentemente ristrutturato e dotato anche di un’area giochi, vera e propria pietra miliare per tanti “bambini cresciuti” che ora sono divenuti affezionati clienti della “Bottega”.


La cucina è semplice, ma saldamente ancorata al territorio, grazie al know-how che la titolare tramanda ai suoi collaboratori. A farla da padrone, sono, indubbiamente, tipicità locali come l’arancia tardiva di Trebisacce, il “biondo” che proprio in questi giorni inizia a fruttificare, oltre che i prodotti della terra e del mare, dalle seppie locali alle alici, alla rana pescatrice.

Casa e Bottega, il patio esterno
Casa e Bottega, orecchiette salsiccia e cime di rapa
Casa e Bottega, i “rascatielli” cavati a mano


Pietanze servite sia in chiave classica, estremamente tradizionale, come nel caso della “seppia scattiata”, che in una versione leggera e innovativa, come nel caso della tagliata di seppie con crema di zucca, proposta inserita recentemente in carta. Un legame con il territorio che trova espressione non solo nei secondi a base di pescato del giorno, ma anche e soprattutto dei primi piatti, veri e propri pezzi forti della “Bottega”: dagli spaghetti al nero di seppia e zeste di limone ai paccheri con la rana pescatrice ai rascatielli al ragù ai fusilli al ferretto, entrambi rigorosamente “tirati” a mano come tradizione familiare vuole, passando per portate più innovative come gli scialatielli con crema di zucca, burrata e pistacchi. Per gli appassionati, non manca anche una proposta di pizze cotte in forno a legna, anche in questo caso ancorate alla tradizione locale e soprattutto ai prodotti della terra: patate “arruscate”, peperoni cruschi, salame crudo del Pollino. Un legame, quest’ultimo, che ha reso protagonista “La Bottega”, anche di un campionato di pizza etica e vegana, ospitato nel dicembre 2019, poco prima che scoppiasse l’emergenza “Covid”, e che ha visto a Trebisacce la partecipazione di decine di pizzaioli di tutta Europa. 

Casa e Bottega, scialatielli con crema di zucca, burrata e pistacchi
Casa e Bottega, gli interni

La pizzeria Polichetti a Casal San Potito:  un connubio di leggerezza e bontà

 

Antonio Polichetti, figlio d’arte, giovane pizzaiolo di 23 anni, che dopo aver conseguito il diploma presso il liceo scientifico, sceglie di cambiare rotta.

Inizialmente nel 2014, decide di intraprendere la strada della ristorazione, frequentando un corso professionale di cuoco presso le scuole del Gambero Rosso di Nola.

Dopo aver seguito il corso di cucina, decide di imparare, con l’aiuto del padre, la nobile arte della pizza e di continuare l’attività di famiglia.

E’ ormai, da circa 3-4 anni che il giovane pizzaiolo lavora presso la pizzeria di famiglia, mettendoci impegno, passione ed anche un pizzico d’ innovazione, sperimentando quotidianamente nuove combinazioni di ingredienti da proporre alla sua clientela.

Dal menu della pizzeria Polichetti a Casal San Potito a Roccapiemonte, si evince la cura e la ricerca della qualità delle materie prime: partendo proprio dal tipo d’ impasto della pizza, dove vengono utilizzati due blend differenti.

Il primo con una particolare tipologia di farina di tipo 1, mentre il secondo viene realizzato con un composto ai multicereali che comprende al suo interno otto tipi di cereali diversi. Ciò le rende uniche, leggere e digeribili e non soltanto belle da vedere.

polichettiPer realizzare una pizza di qualità, la passione non basta, perché ci vogliono all’ incirca 90 ore di lievitazione, utilizzando un pre-impasto con la tecnica della biga.

Ad una fase di pre-fermento che dura per circa altre 18 ore, segue una fase a temperatura controllata per altri 3 giorni, per poi essere finalmente utilizzato.

La maggior parte degli ingredienti che servono a condire le pizze vengono presi da aziende campane come ad esempio per i pomodori la scelta è ricaduta per il San Marzano della ditta Grimaldi, oppure il Piennolo dell’azienda Bucce di Pomodori, ed infine, il famosissimo Corbarino prodotto dalla ditta Corbarì.

Per quanto riguarda le altre materie prime che servono per guarnire le pizze utilizzano in particolare l’olio Cantine Barone, mentre invece, per i salumi, ci si rifornisce presso due grandi aziende specializzate: Cillo e Ciarcia oltre che la squisitissima pancetta di Paolo Parisi accompagnata dal cacio-cavallo del caseificio Aurora di Paolo Amato e dal conciato romano prodotto da Manuel Lombardo.

Pezzo forte degli antipasti è la polpetta con ripieno di ricotta e salumi del caseificio Aurora di Paolo Amato accompagnata da una pizzetta fritta realizzata con cipolla caramellata di Montoro e battuta di lardo della ditta Cillo.

polichettiParticolarmente apprezzata dalla maggior parte dei clienti è la pizza che prende il nome di: verticale di pomodori realizzata con il San Marzano, pomodori Datterini freschi, alici di Cetara, aglio, peperoncino e pomodori secchi di San Gerardo Maiella, il tutto condito con olio extravergine messo a fine cottura sulla pizza.

Un’ altra pizza che ha avuto un riscontro positivo con la clientela in questo periodo dell’anno è quella con l’impasto ai multicereali dove vi è l ‘ abbinamento  delle fave, il prosciutto cotto arrostito della ditta Cillo, con una spuma di provola del caseificio San Marzano.

Delizioisi i dessert realizzati dalla mamma tra cui un tiramisù che fa parte del menù fisso a cui fa compagnia qualche volta una crostata di ricotta pere e cioccolato e una cheescake fatta con varie confetture a seconda della frutta di stagione.

Il locale dal retrogusto rustico conta 75 posti, di cui 40 nella sala interna e 35 in quella esterna, d’ inverno dotata di una stufetta che rende l’ambiente più caldo e confortevole per i suoi clienti.

Appena si entra nel locale di Antonio Maisto, la Pizzeria Signora Pummarulè, situata a Salerno (in via Liguori, accanto alla clinica del sole), non si può fare a meno di essere colpiti dal bancone e dal forno a vista. Proprio il forno, sul quale campeggia l’insegna con il nome della pizzeria, è il fulcro del locale. “Signora pummarulè nasce – racconta Antonio Maisto – dopo la mia esperienza negli Stati Uniti. Durante il mio soggiorno, durato 3 anni, ho appreso una nuova consapevolezza riguardo le potenzialità della pizza d’asporto, per questo ho deciso di impostare la mia pizzeria in Italia proprio sulla consegna a domicilio e sull’asporto”. 

Nonostante il locale contenga anche posti a sedere, 25 per la precisione, pone la sua forza nel take away. “Proprio grazie alle conoscenze che ho acquisito nella mia esperienza negli States – continua il pizzaiolo – riusciamo a consegnare il miglior prodotto possibile. Infatti, la pizza a domicilio necessita di una lavorazione differente rispetto a quella che viene servita al tavolo: la cottura avviene a una temperatura più bassa e l’impasto è meno idratato del solito affinché si possa garantire la friabilità e la fragranza del prodotto”. 

La qualità della pizza di Antonio Maisto non si deve solo ai prodotti utilizzati (oltre a quelli tipici del territorio come i pomodorini del piennolo e la mozzarella di tramonti, vengono usati prodotti nazionali come parmigiano reggiano, il prosciutto di parma e la nduja calabrese), ma anche alla cura con cui viene trattato l’impasto. Infatti, “Il nostro impasto – spiega il pizzaiolo – viene fatto con farina 00 mescolata con la farina integrale, la massa viene fatta lievitare e maturare per 24 ore. La totalità della massa viene conservata in un frigo regolato a 4 gradi, dopodiché viene lavorata a temperatura ambiente, attuata la mozzatura (così definita perché i panetti di impasto prendono la forma di un a mozzarella) e, infine, dopo una lievitazione di dodici ore viene lavorata.

La pizza simbolo del locale è “Signora pummarulè” un prodotto semplice,  con pochi ingredienti che cerca di rappresentare al meglio la genuinità e semplicità dei prodotti del territorio campano: pomodorini del piennolo, mozzarella di bufala Dop e un giro d’olio cilentano. Accanto a questa si possono trovare tante altre pizze: si può spaziare infatti dalla classica Margherita con fior di latte, pomodoro e basilico alla Nduja, con fior di latte, ‘nduja, salsiccia, scaglie di parmigiano e basilico passando per A’ciurill, con fior di latte, ricotta, salame e provola. 

la Pizza di Signora pummarulè
la Pizza di Signora pummarulè

Viaggio in Lucania, parte II. Val d’Agri, Matera, Metaponto, Venosa: tra storia, arte e archeologia,  Aglianico e olio di olive Majatica, formaggio canestrato e fagioli di Sarconi.

Lasciate le suggestive Dolomiti Lucane, ci dirigiamo verso la Val d’Agri attraversando paesaggi frastagliati, colline e massicce montagne dove è facile avvistare specie protette quali il lupo appenninico, l’aquila reale, il falco pellegrino, il gatto selvatico, la martora, lo scoiattolo. Viggiano è sede pontificia,fin dall’antichità è il centro più importante della valle e, nonostante lo scempio causato dallo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio, mantiene inalterate le sue tradizioni: dal culto della madonna nera, protettrice della Lucania (sopravvivenza della pagana Magna Mater), all’arte musicale dell’arpa tramandata  nella Dimora della Musica, incantevole conservatorio e museo ospitato nella storica Villa San Felice da poco restaurata. Chi preferisce l’atmosfera degli antichi borghi montani e delle case in pietra può alloggiare al B&b Antico, gestito dal sig. Giuseppe col tipico garbo dei vecchi gentiluomini della Magna Grecia. Nelle vicinanze la vasta area archeologica di Grumentum, non distante dal lago Pertusillo, e Sarconi, celebre per i suoi fagioli Igp (da acquistare direttamente presso l’azienda agricola Belisario, dove la simpaticissima Elisabetta ci ha anche omaggiato di ottimi ceci). Andando verso Moliterno, gradevole sosta culinaria al ristorante Eco Del Fiume, dove si potrà gustare il baccalà nelle più disparate ricette spendendo 38 euro per un pasto completo in due, vino locale compreso. Moliterno ha un impianto urbanistico medievale ed è dominata dall’imponente castello normanno, le cui grotte sono luogo di stagionatura  di una eccellenza casearia dal rigido disciplinare, il canestrato di Moliterno, che prevede l’uso di latte di capra e di pecora ma, secondo il selezionatore di formaggi Giuseppe Casini  (presso Mircantella, in Via Petruccelli della Gattina) originariamente prevedeva anche l’uso di latte vaccino di razza podolica. Casini ci ha messo in guardia dal falso canestrato – marchiato Moliterno – in commercio nella grande distribuzione, in realtà prodotto in Sardegna; dunque è essenziale farselo spedire direttamente dalla Lucania.

Superata una stretta gola – che taglia una montagna con cuspidi rocciose che ricordano l’Arizona – si giunge a Missanello, antico borgo medievale abbarbicato intorno al castelletto normanno (di proprietà della famiglia Bernardi), dal cui terrazzamento si può ammirare il panorama incontaminato della valle sottostante. Questo borgo è noto per la coltivazione di una particolare oliva, la Majatica, dalla quale si ricava un olio molto dolce, profumato, con un grado di acidità tra i più bassi in assoluto e che abbiamo potuto acquistare ad appena 7 euro al litro, imbottigliato dall’Oleificio Claps. Poco distante,  Roccanova è tappa obbligata per degustare il Grottino, vino da uve sangiovese, malvasia, cabernet, che prende il nome dalle grotte naturali nelle quali è invecchiato e che ha da poco ha ottenuto il riconoscimento della doc; uno dei produttori storici, il maestro Vincenzo Chiaradìa, ci ha guidato in una visita culminata nella degustazione di un rosso di buon corpo e struttura.    

Ripresa la statale della Val d’Agri, in direzione Aliano (dove fu confinato Carlo Levi, che qui trasse ispirazione per il suo Cristo si è fermato a Eboli) fare attenzione ad un piccolo e sbiadito cartello in legno che indica il bosco dei Calanchi, un percorso ad anello che attraversa una vallata arcaica caratterizzata da bianche dune d’argilla plasmate dagli agenti atmosferici, da migliaia di pinnacoli naturali e profondi canyon e che ricorda i paesaggi della Cappadocia. Non distante il paese medievale di Craco, abbandonato nel 1969 a seguito di frane (possibile solo la visita guidata indossando un casco protettivo) i cui panorami unici – a precipizio dalla torre normanna – si sono prestasti quale scenografia di famosi film come La Passione di Cristo di Mel Gibson e La Lupa di Lavia, solo per citarne alcuni. Di fronte alla chiesa di San Nicola, durante le rivolte legittimiste post unitarie, furono fucilati una ventina di patrioti che la storia scritta dai vincitori definì briganti. Poco distante si può salire in auto fino alla parte più antica di Tursi, sovrastata dalla Rabatana (dall’arabo rabat, borgo fortificato), un intricato dedalo di casupole, vicoli, grotte, precipizi e archi scavati nell’argilla abitato fin dalla preistoria.

Tra i calanchi e le strette vallate della Basentana si giunge a Matera, già capitale europea della cultura. Ci si lasci guidare dalla suggestione dei Sassi, palcoscenico di una intensa vita culturale, delle imprese di James Bond e delle scene pasoliniane del Vangelo secondo Matteo. Dovremmo dedicare pagine e pagine per descrivere la bellezza struggente dei luoghi, delle testimonianze artistiche, storiche, architettoniche, antropologiche di una città che merita di esser vissuta con lentezza, di giorno e di notte. Strategica la posizione dell’Hotel San Domenico, un moderno 4 stelle le cui luculliane colazioni – un insieme raffinato di dolci e rustici preparati artigianalmente, oltre a frutta di stagione ed un ottimo caffè – valgono il prezzo assai conveniente che abbiamo ottenuto prenotando tramite un network tedesco al quale si accede utilizzando la piattaforma Trivago. Dalle scalette di piazza Vittorio Veneto si scende alla 19° Buca, un ristorante scavato nel tufo nel quale campeggia l’imponente mole dell’antica cisterna; ottima la cucina, in particolare i cruschi ripieni di burrata poggiati su di una purea di verdure, ma purtroppo disastrosa la lentezza del servizio. Perfetto invece Stano, il miglior ristorante della città secondo il programma di Alessandro Borghese,  dove abbiamo apprezzato una delicata crema di fave con cicoria, cipolle fritte e peperone crusco, uno strepitoso agnello in crosta di pane con fondo bruno, il complesso Aglianico del Vulture “Verbo” della Cantina di Venosa (70 euro in due).

Una incursione meritano i sette torrioni del castello del Malconsiglio di Miglionico – teatro della sanguinaria congiura dei baroni contro il Re di Napoli (1485), conclusasi con l’uccisione dei congiurati – e i rioni Dirupo e Terravecchiadi  Pisticci, dominata dalla bella architettura littoria della torre dell’acquedotto.

Non si può non deviare verso la costa jonica, a Metaponto, quantomeno per ammirare al tramonto il Tempio delle Tavole Palatine, dedicato ad Hera – Giunone, e immaginare di incontrarvi il vecchio Pitagora. Inaspettata la gradevole cena di pesce presso il pur modesto ristorante Il Guerriero, non distante dal museo archeologico di Matapontum. (2, continua)

Giuseppe Marro

A pochi passi da Villa Carrara, nella parte orientale della città di Salerno, si trova un locale che negli anni è diventato uno dei cuori pulsanti della cucina della zona:  il Tramp Pub. Rustico ed elegante allo stesso tempo è gestito dalla famiglia Piombino dal 1949, quando cominciò a subire una metamorfosi passando da emporio a ristorante tradizionale.

“L’amore per quest’attività è nata grazie all’esperienza e alla dedizione della mia famiglia che da ben tre generazioni gestisce questo locale”, racconta Antonio Piombino. “I prodotti di prima qualità e il territorio sono elementi importanti per il nostro lavoro.” Con una cucina a base di pesce non si può chiedere altro. Parlando di piatti descrive uno sei suoi cavalli di battaglia, “Un nostro piatto tipico è il pacchero con seppie fresche leggermente macchiato. Lo impreziosiamo con vari tipi di spezie e pomodorini delle zone vicino al Vesuvio”.

Il sapore del mare riempie il locale accogliendo i clienti con profumi che possono essere creati solo da chi conosce e apprezza la bellezza della città e quello ha da offrire. Come da tradizione non mancano i fritti nel menù. Tra alici, gamberetti e salmone la varietà di sapori è enorme. “Noi teniamo molto alla preparazione dei piatti a base di frittura”, continua Antonio. “Una cosa che ci differenzia dagli altri locali è il fatto che cambiamo olio ogni giorno.”

Nel parlare si capisce che per lui è importante portare al cliente piatti che rispettino la tradizione e la qualità del pesce fresco appena pescato. Un ristorante, il Tramp Pub, che fa della parola famiglia un biglietto da visita per tutti coloro che apprezzano i sapori marini e l’allegria.

EXPOSITO, L’ECCELLENZA ENOGASTRONOMICA DEL SUD A CASA TUA IN UN CLICK

Gennaro Esposito, per gli amici Exposito è il nome alla base di un progetto in cui l’amore per il territorio si traduce in costante ricerca delle migliori eccellenze, per valorizzare e rendere accessibili a tutti i prodotti regionali tipici. 

“Quando ero piccolo” racconta Exposito “sono emigrato al nord con papà e mammà e ogni settimana mio nonno, ci mandava un pacco da giù e dentro ci metteva tutte le mie cose da mangiare preferite. Quello era il giorno più felice per tutti […] Oggi sono tornato a casa e ogni giorno seleziono prodotti che più mi piacciono e rappresentano la mia terra, con esse riempio il pacco, insieme a quel senso di amore e felicità che compaiono morso dopo morso, sorso dopo sorso!

Un amico virtuale, prezioso ricercatore di tesori tutti da gustare.

Exposito.shop è l’ecommerce che raccoglie la migliore selezione di prodotti enogastronomici provenienti del sud Italia.

È l’evoluzione di quell’emigrante del Sud, un tempo ricercava speranza in altre città, oggi vi arriva con il suo pacco per portarvi cultura.

Dalle piccole produzioni locali ai prodotti difficili da reperire, fino alle chicche gourmet, su Exposito è possibile ordinare il meglio che le regioni del Sud possono offrire: dalla pasta ai condimenti, dai salumi ai formaggi tradizionali, dai pomodori biologici agli oli d’oliva più pregiati, passando ai condimenti e alle conserve di qualsiasi tipo con in più una vasta sezione dedicata ai vini e distillati.

Un posto speciale è riservato al Caseificio Exposito, in cui avviene la magia della produzione di mozzarelle di bufala campana e gli altri prodotti caseari rigorosamente secondo tradizione. Per garantire la freschezza, la qualità e il sapore inconfondibile della vera mozzarella, le spedizioni partono sempre lo stesso giorno in cui avviene la produzione. Così, ovunque tu sia, potrai scoprire sempre il piacere unico della regina bianca più amata del mondo. 

Da nord a sud, in Italia e nel mondo, Exposito è la soluzione gustosa, veloce e pratica dedicata a coloro che hanno voglia di scoprire prodotti nuovi, ritrovare il meglio della tradizione o sono in cerca di eccellenze e prodotti di qualità.

Ufficio Stampa: Roberta Raja

Ad Avella, lo chef Francesco Fusco ha fondato la sua azienda agricola: il Moera dove si possono degustare pesti e salse a basi di aglio orsino.

Ad Avella, la terra che ha dato i natali alla pregiata nux abellana e che ha ispirato le liriche di Gabriele D’Annunzio, ai piedi del monte del Partenio, in Via delle Centurie, lo chef Francesco Fusco ha fondato la sua azienda agricola, Il Moera.
Tutto è iniziato con l’aglio orsino, un bulbo dalle proprietà organolettiche inimitabili. Il sentore erbaceo, richiama i profumi del suo habitat, l’alta montagna; l’aroma che sprigiona è assolutamente piacevole, poco pungente e assai delicato. L’aglio orsino risulta essere anche particolarmente digeribile, sia a crudo che cotto.

Da Il Moera si possono degustare pesti e salse a base di aglio orsino, che non a caso rappresenta l’ingrediente principale delle preparazioni culinarie firmate dallo chef Francesco Fusco. Dal pomodoro secco in olio extra vergine di oliva alla zucca in agrodolce speziata con timo serpillo, rosmarino e mentuccia selvatica, ogni tipologia di conserva contiene un elemento distintivo tipico de Il Moera, l’aglio orsino.

La variante dolce della proposta agroalimentare di Francesco Fusco è rappresentata da un’extra speciale, la confettura e il nettare di albicocca, la varietà Lisandrina. L’assenza totale di additivi, addensanti e altri artifizi lascia spazio ad un conservante naturale di origine vegetale, la curcuma, che esalta il sapore deciso della frutta secca, le noci in particolare.

“Trasformiamo ciò che coltiviamo con le nostre mani” – afferma orgoglioso Francesco Fusco che continua – “Siamo gli autori e i promotori di una filiera produttiva decisamente corta”. Da qui si sviluppa anche un concetto ristorativo nuovo e lungimirante, secondo cui la degustazione di prodotti locali sapientemente lavorati diventa un vero e proprio “evento a tema”.

L’assaggio inizia nella Bottega Verde, proprio lì dove la difesa della territorialità, la conservazione della biodiversità e la diffusione del made in Italy prendono forma. Da Il Moera la tradizione dei sapori antichi, quelli sani e genuini che trattengono la pienezza del gusto e lasciano un profumo inebriante, si affida completamente alle idee innovative sviluppate nell’ambito del settore alimentare e supportate dalle moderne tecniche di trasformazione e di conservazione di materie prime di alta qualità. Il risultato è senza dubbio autoctono.

Canederli: come delle contadine si salvarono grazie al loro ingegno e all’abilità in cucina

I canederli (o knödel) sono un piatto molto conosciuto nell’Italia settentrionale. Hanno origini contadine e venivano creati utilizzando gli avanzi dei banchetti. Sfruttavano al meglio pane, latte, uova e salumi, amalgamando il tutto in palle accompagnate con brodo.

L’ origine di questo piatto è presumibilmente di età medievale, quando l’uomo cercava di sopravvivere sfruttando il più possibile quello che la terra e gli animali potevano offrire. Nei pressi di Bolzano infatti vi è il castello di Hocheppan con una cappella all’interno. Uno degli affreschi che l’abbelliscono risale al 1180 e raffigura la Vergine Maria con accanto una donna che prepara 5 canederli in un calderone. Questa è la rappresentazione più antica che abbiamo di questo piatto, ma c’è anche una leggenda che lo vede protagonista.

Leggenda dei canederli

La storia narra di un gruppo di lanzichenecchi, soldati mercenari che imperversavano intorno al XV secolo, trovò riparo dopo una battaglia nella locanda di un villaggio sudtirolese dove vivevano l’oste con sua moglie e le sue figlie. Con prepotenza il capo dei lanzichenecchi intimò il locandiere di preparare un pasto per lui e i suoi uomini o avrebbero conosciuto il freddo mortale delle loro lame. Sfortuna volle che non era rimasto molto per preparare qualcosa che soddisfacesse i mercenari e così l’uomo fu preso dal panico. La moglie e le figlie però rimasero calme e cercarono una soluzione in dispensa. Trovarono alcuni scarti delle portate che avevano servito in precedenza agli avventori e cominciarono a cucinare. Dopo un po’ tornarono dal capo dei lanzichenecchi con dei piatti pieni di canederli. I soldati si saziarono e il loro capo, soddisfatto del servizio, lasciò all’oste e alle donne una generosa ricompensa in monete affermando “Queste palle di cannone stenderebbero anche l’uomo più arrabbiato”.

Preparazione

La preparazione dei canederli è molto semplice e veloce essendo un piatto composto da ingredienti poveri ma molto saporito. Quello che serve sono: 200g di pane raffermo, 100g di speck, 50g di cipolle bianche, 200g di latte, 2 uova, 10g di burro, pepe nero, erba cipollina e prezzemolo.

Mentre si prepara il brodo di carne bisogna tagliare in pezzetti piccoli il pane, lo speck, le cipolle, l’erba cipollina e il prezzemolo. Il tutto deve essere impastato con latte, uova, burro e pepe nero creando delle palle con un diametro di circa 5 cm. Dopo di che bisogna cuocerli nel brodo di carne per 15 minuti e potrete gustare un piatto della tradizione contadina.

 Maddaloni, Caserta: Al Ritrovo degli Amici

A Maddaloni, una delle cittadine più popolose della provincia di Caserta, la Pizzeria “Al Ritrovo degli Amici” offre ai propri clienti una pizza soffice, leggera, saporita, connubio decisamente azzeccato tra un impasto lievitato naturalmente e prodotti semplici, genuini e di qualità.

Questo sodalizio a conduzione tendenzialmente familiare presenta una gustosa varietà di pizze, concepita dalla maestria del pizzaiolo di casa Michele Tramontano, una vera e propria esperienza gastronomica multi-sensoriale, pienamente godibile in gusto ed estetica.

Il locale, recentemente rinnovato, si presenta caldo ed accogliente, dall’allestimento curato e concreto, il tutto esaltato da un servizio gentile e cordiale.
L’intento è quello di presentare una proposta di stampo innovativo ma adatta a tutti, nel pieno rispetto della tradizione.

“Al Ritrovo degli Amici” può essere pertanto considerato già un punto di riferimento non solo per gli abitanti della provincia casertana, ma anche per gli oramai sempre più cultori della pizza rivisitata.

Oltre alle preparazioni classiche, Pizza Fritta, Margherita, Marinara, disponibile anche la leggendaria  “Cosacca”, concepita storicamente quale “pizza dei poveri e dei pizzaioli”, un misto tra le due preparazioni più semplici, con pomodoro e formaggio in sostituzione della mozzarella.

Numerose le proposte innovative, in chiave principalmente “gourmet”, ideali anche per i palati più esigenti, tale da essere disponibili in carta un gran numero di farciture, tra le quali è da segnalare la preparazione a base di Tonno di Cetara, Mozzarella di Bufala, Pomodorini rossi e gialli.

Menzione speciale va inoltre alle proposte “special”, comprendenti “Bon Bon” e “Rotolini” di pizza da farcire a propria scelta, oltre a sfiziosi panini.

In conclusione, buona la selezione di bevande così come quella dei dessert, tra i quali spiccano le varianti “dolci” della pizza, per un dolcissimo fine pasto, in un contesto accogliente dover poter sempre passare delle ottime serate in compagnia, grazie anche ai numerosi eventi musicali organizzati in loco.

Pizzeria “Al Ritrovo degli Amici”

Via Emanuele Campolongo, 141, 81024, Maddaloni (Caserta)

+39 333 523 23 89

Facebook: Al Ritrovo degli amici

Il ristorante ” Taverna Vesuviana“, dopo i successi conseguiti nella sede originaria di San Gennaro Vesuviano (Napoli), a partire da Gennaio 2019 accoglie i propri clienti in una location situata nel caratteristico centro storico di Nola (Napoli), cittadina in posizione strategica rispetto a tutti i capoluoghi della regione Campania, pertanto facilmente raggiungibile.

Il sodalizio guidato dallo Chef Patron Alfonso Crisci, coadiuvato da uno staff di livello composto tra gli altri dal Sous Chef Paolo Cece, dal maître Gianluigi Ercole, si presenterà al pubblico in una rinnovata veste, una struttura su due livelli, caratterizzata da una cucina a vista di circa 80 mq, oltre che da un caratteristico spazio esterno che renderà la proposta gastronomica gourmet di casa piacevolmente fruibile anche durante la stagione estiva, il tutto impreziosito da una carta dei vini di livello internazionale, curata personalmente nei minimi dettagli dalla consorte Carmela Simonetti, sommelier AIS – Associazione Italiana Sommelier.

Raggiunto telefonicamente, Alfonso Crisci ha affermato come la sua cucina sia da ritenere “ricercata, gourmet, rispettosa del territorio vesuviano, per me una vera e propria mappa, ma ovviamente aperta alle innovazioni tecniche in grado di sprigionare il massimo potenziale delle ricette classiche della tradizione”.

Un continuo e costante percorso di studio e ricerca quindi, che ha visto lo Chef Crisci a Girona, Copenaghen, Zurigo oltre che da Norbert Niederkofler, tappe che sicuramente si rifletteranno nel rinnovato itinerario gastronomico della “Taverna Vesuviana”. “Il mio punto di riferimento”, spiega Crisci è indubbiamente ” Chef Andreas Caminada, dal momento che rispecchia il mio modo di fare maniacale ma allo stesso tempo attento al rapporto umano con il proprio staff, soprattutto con i più giovani, ma anche con i clienti.

“Il mio cavallo da battaglia è da considerare sicuramente il baccalà, dal momento che ne seguiamo totalmente la preparazione tale da sceglierne poi a seconda della preparazione il punto di sale adatto”, ove tuttavia, interrogato sulla proposta dolce tiene a citare il caratteristico babà “preparato con lievito madre, servito in sala dal nostro maître con una bagna calda al rum ed ai chiodi di garofano, farcito con una crema all’azoto a -180°C”.

Apoteosi immancabile di pranzi e cene delle feste più magiche dell’anno, i dolci natalizi fanno parte di uno dei capitoli più sostanziosi del grande libro della cucina italiana. Dimenticate le calorie e prendete parte a questo tour gustoso dei dolci natalizi tipici di alcune regioni d’Italia.

L’Italia delle infinite identità culinarie, di province, di paesi e di borghi che vive nel rispetto delle tipicità locali, di ricette tramandate come fossero riti da custodire gelosamente, è soprattutto in quel periodo che-sa-di-buono, di spezie, d’arancia e cannella, quello delle feste di fine anno, che disvela la sua ricchezza in termini di dolci.

Anche se il volto dell’Italia dolciaria, per quanto riguarda il Natale, è associato a quella del lombardo panettone e del veneto pandoro, in realtà possediamo una gran varietà di dolci tipici alcuni più conosciuti, altri meno. Ognuno con la sua storia, ognuno con la sua ricetta.

Dunque, regione che vai, dolce natalizio che trovi.

Partiamo dalla patria del panetùn o panetòn ma spostiamoci da Milano. Ogni provincia lombarda ha, pensate, una ricetta tipica legata al Natale. Nel selezionare quella che avrebbe rappresentato la regione, chi scrive s’è fatta guidare da motivi (molto) soggettivi (non me ne vogliano le altre).

Campeggia tutto l’anno nella vetrina della pasticceria più famosa della città, quella di Iginio Massari, il bossolà è un dolce tipico natalizio bresciano a forma di ciambella a base di uova, burro e farina che richiede una lavorazione piuttosto lunga. I bresciani non hanno dubbi: il tempo impiegato è ripagato dal risultato. Un dolce che è quasi una nuvola.  

E dalla nuvola dell’alta Italia atterriamo direttamente su una base di morbida pasta di mandorle arricchita dal profumo di vaniglia e di cannella. Nella culla dell’italianità, i ricciarelli sono i protagonisti toscani di questo tour. Sono dolciumi a base di mandorle dolci, zucchero e albume d’uovo a cui si dà la tipica forma ovale: una sorta di morbidi biscotti simil marzapane spolverati di zucchero a velo che si accompagnano perfettamente al tipico Vin Santo.

Più tentatori di qualsiasi altro dolciume, meno conosciuti dei mastacciuoli e dei roccocò, terminano il nostro dolce tour gli struffoli campani o, meglio, napoletani. Lascito degli antenati greci, gli struffoli (dal greco strongulos) sono piccole palline di pasta fritta a base si farina, zucchero e uova legate indissolubilmente da una cascata di miele millefiori e ricoperte da multicolor confettini colorati. Non esiste casa partenopea in cui durante il periodo natalizio non si venga accolti, posizionate a ciambella o “a montagnella” su un piatto da portata, dalle tipiche “palline mielate”.

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La Pizzeria- Trattoria “Nanà” si erge dal 2008 quale caratteristico locale a conduzione familiare guidato da Silvio Zigarelli, Maestro Pizzaiolo classe ’83, erede di una robusta tradizione familiare nell’ambito della gastronomia, coadiuvato egregiamente da uno staff di ben 24 elementi.

 

 

 

Si presenta quale un’accogliente location, dedita ad una cucina tipica napoletana, declinata con prodotti tendenzialmente locali, dove oltre ai grandi classici trovano spazio una gran varietà di pizze, preparate a partire da un impasto ottenuto da un blend di farine personalizzatocon farciture improntate tendenzialmente al “gourmet“, ma comunque nel pieno rispetto della tradizione.

 

 

 

 

 

Già stimato pizzaiolo, Zigarelli recentemente è stato insignito della prestigiosa “Fascia Azzurra” dell’Ordine Internazionale dei Discepoli di Auguste Escoffier, convivio internazionale che si prefigge quale scopo “onorare la memoria del maestro della gastronomia francese“. Un 2018  particolarmente soddisfacente per il talento napoletano, ricco di piazzamenti di prestigio nelle competizioni di settore, tra i quali citare senza dubbio il secondo posto conseguito al Quarto Trofeo Pulcinella, edizione 2018, categoria Pizza Tradizionale Napoletana, così come il riconoscimento internazionale conseguito all’ International Pizza Challenge di Las Vegas, categoria Pizza Tradizionale.

 

 

 

 

Stuzzicanti gli antipasti e la proposta di friggitoria, una Pizza Margherita classica,tradizionale, ove interessante si presenta la caratteristica “chicchinese”, farcita con scarole, alici e noci; per una veloce e gustosa pausa pranzo non mancano panini lavorati in loco, accostamento di carni e contorni di tradizione, così come primi piatti improntati alla tradizione gastronomica partenopea. In conclusione, per una chiusura in bellezza, non mancano le proposte dolci di casa, dalla torta di mele al classico “tiramisù“.

 

 

 

 

Insomma proposte indubbiamente interessanti, ove tuttavia talento e rispetto della tradizione , abbinate ad un pizzico di sperimentazione, risultano essere alla base dell’offerta gastronomica.

Alla vista dei Campi Flegrei Goethe confessò: “qui si resta sbalorditi tra gli avvenimenti della Natura e della Storia”. Proprio in questo lembo di terra che si estende da Pozzuoli a Capo Miseno e si insinua tra il lago di Fusaro e il golfo di Baia, preso Bacoli, sorge il ristorante La Bifora di Michele Grande.

Il locale inizia la sua storia nel 1983 quando Amedeo Grande decise di coronare il proprio sogno e intraprendere l’attività ristorativa insieme alla moglie, dando vita, così, a una piccola realtà accogliente e conviviale. “Infatti – spiega Michele Grande figlio di Amedeo e attuale chef del ristorante – la nostra è sempre stata un’attività a conduzione familiare, io sono entrato a far parte del team all’età di 23 anni, oggi a 10 anni dalla scomparsa di mio padre, ho assunto il ruolo di chef, coadiuvato, come mio padre prima di me, sempre da mia madre”.

La cucina della Bifora, oltre a fondarsi quasi esclusivamente su prodotti del territorio e stagionali, cerca di coniugare la tradizione e innovazione, reinterpretando i classici piatti flegrei attraverso le nuove tecniche di cottura come quella a bassa temperatura o confit. 

La scelta di proporre i piatti della tradizione territoriale visti attraverso un occhio moderno non solo ha lo scopo di far divertire il cliente, ma anche di proporre i classici sapori di questa terra in modi inusuali “andando – come racconta lo chef – a dare una nuova forma ai piatti tradizionali. Una ricetta classica di questa zona è il calamaro ripieno, che abbiamo deciso di decostruire totalmente proponendolo sotto forma di una pasta che però pasta non è. Solitamente le patate costituiscono il ripieno del calamaro, in questo caso diventano la salsa di accompagnamento delle fettuccine di calamari. I calamari vengono prima cotti a bassa temperatura poi messi uno sopra l’altro per dar loro spessore affinché possano essere tagliati all’affettatrice, in modo tale da creare un prodotto uniforme e sottile che abbia la forma di una fettuccina. Un’altra tipica usanza flegrea era quella di riempire la mozzarella con la polpa di granchio in scatola. Io ho deciso di recuperare questo accostamento tra un prodotto di terra e di mare, attraverso una mille-foglie nella quale vengono sovrapposti gamberi freschi, usati al posto della polpa di granchio, e fette di mozzarella, il tutto accompagnato da una salsa di pomodoro per aggiungere un tocco di acidità”.

La bifora oscilla tra tradizione e innovazione, se in alcuni casi vengono mantenuti intatti i sapori, ma cambiano le presentazioni nel caso della coda dello stoccafisso si cerca di mantenere intatta la ricetta tradizionale. Il pesce, dopo essere stato cotto lentamente, viene servito al centro della tavola e nello stesso tegame di cottura per recuperare l’aspetto conviviale di questo piatto tipicamente servito nei pranzi domenicali di famiglia. 

Luigi Tortora, uno dei più noti cioccolatieri partenopei, rompe gli schemi con un panettone di cioccolato.

Quando l’arte della lavorazione del cioccolato incontra l’ispirazione del momento, il risultato riscuote un successo che si prolunga nel tempo. Luigi Tortora, tra i più noti maestri cioccolatieri partenopei, ha deciso di rompere gli schemi e i canoni imposti dalla tradizione gastronomica natalizia proponendo un panettone, udite udite, fatto interamente di cioccolato.

Nel suo storico laboratorio con sede a Casamarciano, un piccolo comune dell’area nolana situata in un tratto della pianura campana, il sig.r Tortora dà continuamente libero sfogo alla sua fantasia ed elabora ricette esclusivamente gluten free. Il panettone realizzato dalla cioccolateria Tortora è l’alternativa ideale al “classico lievitato con uvetta e canditi”.

L’effetto crunch è assicurato; i veri amanti del cioccolato rinunciano volentieri ad una morbida fetta di “dolce” per cedere alla tentazione di una scioglievolezza che scalda letteralmente il cuore. Per i palati più golosi il panettone Tortora è al cioccolato al latte, finissimo, con un gusto vellutato e un profumo inconfondibile; per le papille gustative particolarmente decise, invece, il panettone è al cioccolato fondente, pregiato ma di carattere. Immancabili sono ovviamente i dettagli: una generosa colatura di cioccolato bianco, una spolverata di nocciole di Giffoni I.G.P., intere e in granella, e le zeste di agrumi per un tocco di stile che fa la differenza.

Quest’anno le tavole imbandite per il pranzo di Natale o anche per il cenone dell’ultimo giorno dell’anno meritano un ospite speciale. La versione mini del panettone di cioccolato diventa un segnaposto originale, per la gioia soprattutto dei più piccoli; il formato da 500 gr è un’idea regalo speciale; mentre quello da 1 kg rappresenta il dessert controcorrente ma sempre graditissimo. Se creare in modo diverso è un’arte, innata e naturale, allora riconoscere ed apprezzare l’inedito è una dote.

Una realtà a conduzione familiare che si occupa non soltanto di sapori, ma anche di valorizzazione culturale ed eventi per il territorio, un luogo dove si punta sulla qualità e sulla soddisfazione del consumatore: questo è il Caseificio La Fattoria

La Fattoria: storia e tradizione

Dai fratelli Luciano, Cosimo e Antonio Paraggio, nasce nel 1988 il Caseificio La Fattoria, con la voglia di proseguire la tradizione familiare della produzione della mozzarella di bufala, iniziata negli anni ’30 a Battipaglia. Fu infatti Don Sabatino Sciorio, del ramo materno della famiglia, a cominciare questa lavorazione che poi nel tempo è andata sempre più a perfezionare il prodotto, rendendolo in tal modo unico nel suo genere.

La realtà piccola del territorio permette con quest’ultimo un rapporto molto radicato e la crescita e lo sviluppo in quest’area ambientale, dove la parola d’ordine diventa senza dubbio qualità. Infatti la lavorazione è di tipo semiartigianale e il caseificio può vantare la creazione e il riconoscimento di un marchio quale quello della famosissima Zizzona di Battipaglia, ovvero una mozzarella più grande, caratterizzata da una sorta di “capezzolo” sulla sua sommità.

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Gli sviluppi e le prospettive

“Ci occupiamo della vendita al dettaglio, del rifornire i canali di ristorazione e della promozione della nostra merce alle botteghe di qualità: il prodotto è esclusivo e non ci interessiamo alla realtà industriale, anche se sicuramente siamo presenti sui mercati italiani ed europei”, dice Enrico Paraggio, responsabile del marketing digitale e figlio di uno dei soci. Infatti, la vendita online ha permesso ai prodotti il raggiungimento di una sempre maggiore popolarità e di una commercializzazione di articoli propri e non solo, anche tramite fornitori esterni di prodotti di accompagnamento, come ad esempio il pomodoro.

Tra le novità promosse dal Caseificio La Fattoria, ci sono i salumi di bufalo e per quanto riguarda il futuro si punta ancora sull’arrivare al consumatore diretto, soprattutto a livello nazionale, ma anche internazionale. Ma gli sviluppi potrebbero prevedere anche un ampliamento della sede, già in via di sperimentazione la scorsa estate, con un’area food e un pub per andare incontro ancora di più al cliente e alle sue esigenze.

Non solo gusto nel caseificio La Fattoria

La realtà territoriale in cui è radicato il Caseificio La Fattoria ha sicuramente una storia da protagonista nel gusto e nel sapore, come anche negli odori e nelle forme, prima di arrivare all’incontro con i palati. Ma non è soltanto questo a rendere la famiglia Paraggio promotrice di questa zona. Anche le attività culturali, infatti, sono incentivate e valorizzate, tramite l’organizzazione di eventi e associazioni teatrali e il coinvolgimento di tutti i cittadini, a dimostrazione che il buon mangiare è sicuramente un’arte e che ogni prodotto, tramite la bontà, può veicolare anche un messaggio.

Un’ultima curiosità riguarda la leggenda della cosiddetta “mozzata di Battipaglia”, secondo cui una ninfa etrusca conservava il segreto di questo prelibato cibo degli Dei. Pare ci siano di mezzo l’amore e il vanto di un giovane che poi rivelò agli uomini il misterioso rito e che ciò abbia scatenato l’ira e una punizione da parte degli Dei stessi. Se volete saperne di più, consultate il sito Internet de La Fattoria, ma ciò che conta è che ora come allora, Battipaglia porti ancora avanti quella antica tradizione, è il caso di dirlo, divinamente!

La Pasticceria Seccia, fiore all’occhiello dei Quartieri Spagnoli e da sempre legata al tifo e all’amore per il pibe de oro, lancia nell’ultima domenica di novembre un dolce dedicato alla memoria del compianto Diego Armando Maradona: un bignè craquelin panna e caramello da condividere sui social con l’hashtag #elpibe.

Un dolce per Maradona. La notizia della scomparsa di Diego Armando Maradona ha lasciato tutti sgomenti a Napoli, seconda casa del Pibe de Oro, e le manifestazioni d’affetto che stiamo vedendo in questi giorni ne sono la prova tangibile. Se allo Stadio San Paolo, che presto cambierà nome in suo onore a quanto pare, l’abbraccio di tifosi e appassionati è stato forse il più pittoresco e degno di una rockstar, con le candele, le foto e i gadget adagiati a ridosso dei cancelli, è innegabile che ai Quartieri Spagnoli, nel cuore del centro storico di Napoli, abiti la passione più viva e sentita per il grande calciatore argentino. 

Non è un caso se la Pasticceria Seccia, già protagonista tre anni fa con la torta ufficiale delle celebrazioni per la cittadinanza onoraria conferita a Maradona, e per i 30 anni del primo scudetto del Napoli, abbia pensato a un dolce dedicato alla memoria del genio di Buenos Aires da offrire ai clienti e a chiunque sia di passaggio nei Quartieri domenica 29 novembre. Nei limiti ovviamente della zona rossa prevista per la città di Napoli dall’ordinanza ministeriale, e ovviamente nel pieno rispetto delle prescrizioni e delle normative governative nazionali e regionali anticovid per gli esercizi commerciali (solo asporto consentito e ingresso rigorosamente contingentato nel negozio di Via Concordia 66, sempre con la mascherina indossata). 

Quello che sarà dato in omaggio ai clienti è un bignè craquelin farcito con panna e caramello, sormontato da un bel 10 biancoceleste in pasta di zucchero, il numero della mano de Dios. El pibe è il nome ufficiale della mignon pensata e ideata da Casa Seccia, e realizzata dalle sapienti mani del giovane Antonio Duraccio, nonché dell’hashtag ufficiale per le condivisioni sui social nelle storie, nei post e nelle foto in cui figurerà questa golosa pasta choux ripiena. Il pasticcino è il gemello stretto di un prodotto già proposto tempo fa, in occasione della festa al San Carlo e nel foyer del teatro per Maradona cittadino onorario di Napoli: l’aperisciù, un craquelin al gusto di mojito, daiquiri e pina colada, cocktail tipicamente cubani, e dai colori della bandiera dell’isola tanto cara al campione del mondo di Messico ’86. 

Così a due passi dal mural restaurato solo pochi anni fa in via de Deo, teatro oggi di un’elaborazione laica della dolorosa perdita, domenica mattina sarà possibile ricevere una mignon dai sapori ricercati e dai colori che ormai sono Storia del Calcio a tutti gli effetti, da degustare a casa, non prima ovviamente del doveroso scatto social da condividere poi su Facebook, Twitter e Instagram tra post e stories. 

La dipartita del leggendario trascinatore del Napoli Calcio, a cui dobbiamo indubbiamente due Scudetti e una Coppa Uefa oltre a un inaspettato prestigio per la squadra partenopea tra gi anni ’80 e i primi anni ‘90, ci ha rattristato profondamente mercoledì scorso, ma una nota di dolcezza è proprio quello che ci vuole per superare questo lutto e soprattutto il difficile momento storico, sociale ed economico di questa emergenza sanitaria del covid 19.

Ufficio Stampa Renato Aiello

Gianfranco Iervolino, forgiato da un intenso e variegato percorso lavorativo di successo, che lo ha visto prima  protagonista tra Caserta ed Aversa, dopo i successi ivi conseguiti, a partire dal Febbraio 2018 accoglie i propri clienti in un locale tutto suo, ovvero  “450° Gradi – Pizza e Fritti“, sito nella vivace location di Pomigliano d’Arco.

Volto noto della tv, Iervolino è noto anche per le sue doti di chansonnier, ove parallelamente alla sua professione, si cimenta da sempre con il repertorio classico della tradizione musicale napoletana, tale da vantare apprezzate performances canore, con vari passaggi televisivi sulle reti Mediaset.

450° Gradi – Pizza e Fritti” si presenta pertanto quale un locale luminoso ed accogliente, dall’ arredamento concreto e senza fronzoli, a tema dominante bianco con caratteristici inserto in rosso.

Particolarmente curato risulta essere l’allestimento, con posate e tovagliato da vero e proprio ristorante, essendo banditi bicchieri di plastica e tovaglioli di carta. Pizzaioli a vista, viene proposto un servizio in sala cordiale, gentile e premuroso.

Il format proposto risulta essere una quello di una ristorazione di estrema qualità, che a partire da impasti caratteristicamente a lunga levitazione, altamente digeribili, concepiti a partire da un blend di farine personalizzate, accompagna i clienti di volta in volta in un percorso gastronomico fedele alla stagionalità della materia prima, pizza e fritti di alto rango, a base dei migliori prodotti disponibili sul mercato, frutto di una continua e personale ricerca.

Al di là del classico binomio “pizza-birra”, particolare attenzione risulta essere dedicata alla carta dei vini, ove inoltre sono disponibili per un dolce fine pasto vari dessert.

450° Gradi – Pizza e Fritti” si erge pertanto quale avamposto della ristorazione di qualità, un contesto  caldo e concreto, ove i clienti possono respirare davvero aria di casa, vivendo un’esperienza gastronomica di livello, potendo godere anche delle performances musicali del poliedrico professionista Iervolino.

Il Tortellino: storia, leggenda, come si prepara la sfoglia, gli ingredienti del ripieno.

I tortellini: riconoscibili dalla loro forma, il ripieno spazia dalla carne alla verdura. Come molte altre pietanze che si rispettano anche loro hanno una storia antica che possiamo ritrovare nei giorni nostri.

Il periodo in questione è quello medievale. Circa nel 1200 una giovanissima e bella Marchese giunse in una locanda chiamata Corona, a Castelfranco Emilia.  Tutti erano affascinati dalla nobile, in particolare il locandiere. Era talmente infatuato che, quando la accompagnò alla sua stanza cominciò a spiarla di nascosto. Ciò che lo attraeva tanto era il suo ombelico. Giunto giù in cucina era intenzionato a prepararle un piatto degno di lei, ma non aveva alcuna idea in mente. L’immagine dell’ombelico della marchese, però, riempiva i suoi pensieri e da lì gli venne un’idea. Prese la pasta sfoglia e replicò la forma dell’ombelico. Non sapendo però che cosa metterci la riempì di carne. In questo modo nacque il famoso tortellino.

Questa storia si ricollega anche alla dea Venere e al poema “La secchia rapita” dello scrittore Alessandro Tassoni, vissuto tra la seconda metà del 1500 e la prima metà del 1600. La storia è molto simile alla precedente con la differenza che lo scenario che vede una guerra tra Bologna e Modena. In questa versione gli dei greci sono i protagonisti del racconto e prendono parte al conflitto. Dalla parte di Bologna si schierano Apollo e Minerva, mentre Marte, Bacco e Venere si alleano con Modena. Proprio questi tre dei, durante le varie battaglie, trovano un giorno una locanda per riposare. Qui la figura della Marchese viene sostituita da quella di Venere dando così nel racconto un’origine quasi divina ai tortellini.

La preparazione dei tortellini non è difficile e richiede circa 180 minuti per essere completata. Gli ingredienti che non devono mancare sono: uova, farina 00, carne di vitello, prosciutto crudo, parmigiano reggiano DOP, lonza di maiale, mortadella di Bologna, burro, sale, pepe nero e noce moscata. Bisogna ottenere un impasto morbido e liscio mescolando la farina con le uova, facendolo poi riposare per 30 minuti. Vitello, lonza e prosciutto devono essere spezzettati e uniti in un mixer assieme al restante degli ingredienti ottenendo un composto di carne omogeneo. Dopo si prende l’impasto precedente e lo si taglia in quadretti sottili che verranno utilizzati per avvolgere le palline di carne mista. Per creare la forma del tortellino bisogna prendere il quadretto e piegarlo in modo da creare in triangolo. Piegate verso l’alto la base del triangolo, dopo appoggiate la pasta sull’indice e unite le due estremità della base attorno al dito.

 

Da Gigione” propone una cucina caratteristicamente basata su una varietà di preparazioni della carne, panini “equilibrati” composti secondo un’architettura “on top” – ovvero non semplicemente a strati ma bensì a partire direttamente dalla base di pane, a mò di vera e propria pietanza da portata, dando quindi massimo risalto alla carne ed ai vari contorni – ma anche sfiziosi antipasti, hamburger, tagliate e crudi, comprese pietanze per celiaci, serviti in diverse forme secondo la fantasia degli chef di casa, epicentro di un progetto gastronomico di successo.

 

 

Il tutto nasce dalla storica esperienza della famiglia Cariulo, custode addirittura da ben cinque generazioni dei segreti della lavorazione di carni di qualità, fieramente italiane, a filiera chiusa e controllata, con il patron Luigi detto “Gigione”, che ancora oggi si occupa dell’intero ciclo vitale dei capi di bestiame, dalla selezione fino alla macellazione, coadiuvato in questa avventura di successo dalla moglie Antonietta Cesario, sapiente custode dei tanti contorni e cibi pronti proposti.

 

 

Innovativo format familiare, “based in” Pomigliano d’Arco, ove i tre figli Gennaro, Raffaele e Alberto a partire dal 2013 ideano e portano avanti in primis la transizione di “Da Gigione” da semplice macelleria a vera e propria hamburgheria take-away (oggi sita in Via Passariello 65) dallo stile allegro e pop, all’insegna di coloratissime mucche in vetroresina a dimensione naturale, una vera e propria “Cow Parade”, per poi bissare nel 2015 con l’apertura di una seconda location, braceria funzionale, accogliente e moderna (sita in Via Roma 307).

Da Gigione” tuttavia non è sinonimo unicamente di carni, salumi e panini di qualità, selezionati in maniera maniacale sul mercato nazionale tra Presidi Slow Food, prodotti DOP ed IGP, con qualche concessione estera sui formaggi , ove particolare attenzione è data anche alla proposta “beverage” che accompagna panini e piatti del menu di Da Gigione con una carta molto ricca, ben assortita e sempre in evoluzione, il meglio del marcato nazionale ed internazionale.

In particolare ad un’amplissima carta dei vini, con oltre cinquecento etichette, con alcuni di questi vini, a rotazione, disponibili al calice grazie al sistema Enomatic – che permette di mantenere inalterate le qualità organolettiche del vino una volta aperta la bottiglia – corrisponde una vasta scelta di birre artigianali, con oltre duecento etichette sia italiane che straniere, con dieci birre alla spina che cambiano di frequente.

 

Puntando sulla genuinità e sulla qualità, “Da Gigione si erge quale un vero e proprio palcoscenico ove vanno in scene numerose variazioni gastronomiche sul tema, un incastro di profumi, sapori, arte e fantasia, frutto di un progetto imprenditoriale coraggioso e di successo.

 

Fotografo: Alberto Blasetti 

Il percorso itinerante che racconta di cinque eccelsi Panettoni Artigianali, uno per ogni provincia della Campania.

“Città che vai Panettone che trovi”, ogni regione ormai ha adottato il dolce meneghino e oltre alla tradizionale versione con canditi e uvetta, si realizzano panettoni da ricette antiche o da ispirazioni innovative, ma sovente i maestri pasticceri reinterpretano il lievitato delle feste con ingredienti appartenenti al proprio territorio, raccontandolo con tanto di profumi e tipici sapori.

Anche quest’ anno per il Natale, da Nord a Sud sulle tavole italiane non mancherà il Panettone artigianale, c’è solo da scegliere semplicemente il gusto preferito, tra le tante varianti originali ed esclusive, diverse nelle farciture, nelle glassature e nei formati.

Ogni Pasticceria oltre alla vendita al banco, assicura un impeccabile servizio di vendita on-line, grazie al mercato e-commerce oppure tramite lo shop sui propri siti, garantendo una veloce consegna in tutta Italia. Si possono ricevere comodamente a casa i migliori Panettoni del Natale 2020, realizzati da abili Maestri Pasticcieri, nei gusti più ricercati, che sicuramente renderanno speciale il periodo delle festività natalizie.

L’Arcimboldo degli Artisti del Gusto, ha realizzato “PANETTONI DELLE 5 PROVINCE” percorso itinerante che racconta di cinque eccelsi Panettoni Artigianali, uno per ogni provincia della Campania.

Le pasticcerie selezionate sono di seguito elencate per provincia e in ordine alfabetico.

Di Solofra in provincia di AVELLINO  è la pregiata Pasticceria Gran Caffè Romano, del Maestro Pasticciere Raffaele Romano che con suo fratello Gianfranco, rappresentano la terza generazione alla guida della pasticceria di famiglia.

L’arte della pasticceria classica, fatta di  ricette tramandate negli anni, si erge dalle vetrine dello storico locale, accompagnata da  dolci e torte più moderne, nuove creazioni per tecniche e audaci abbinamenti. Raffaele cura con trasporto i laboratori e Gianfranco appassionato di mixology, si dedica ai cocktail e alla caffetteria, una gestione al passo con i tempi e che guarda oltre i confini campani.

I fratelli Romano cipresentano “Pantheon”, fiore all’occhiello della Pasticceria, pluripremiato Panettone Classico che nel 2018 al concorso “Panettone Day”  si è classificato al 1° posto come Miglior Panettone Tradizionale, poi ancora nel 2019 e nel 2020 al “Miglior Panettone del Mondo” organizzato dalla FIPGC ha ottenuto l’ambita medaglia d’oro.

Testimone di una tradizione antica, il Panettone Pantheon è un manufatto artigianale di assoluta qualità, nato da una lievitazione di 36 ore con l’utilizzo del lievito madre rinfrescato ogni giorno, quindi a pasta viva, accuratamente selezionati gli ingredienti di pregio e le farine che lo rendono soffice e fragrante per un’esperienza di gusto irresistibile. www.grancafferomano.it

Di Airola in provincia di BENEVENTO è la nota “Pasticceria Princess dal 1970” del Maestro Pasticciere Nino Crispo, pluripremiato per i suoi lievitati delle feste.

Come per ogni Natale, propone un goloso ventaglio di panettoni artigianali, il risultato del perfetto connubio tra prodotti di altissima qualitàe l’amoreper il proprio lavoro.

Da cinque anni utilizza con vera maestria illievito madre, con il quale ogni giorno da vita a dolci di straordinaria bontà ed è la vera anima dei suoi panettoni.

 “Janara” è il Panettone che lo rappresenta e che riconduce ai piacevoli sapori del territorio beneventano, poiché ingrediente principale è il famoso liquore Strega il cui gusto si completa perfettamente con il sapore deciso del cioccolato fondente.

Un panettone che racconta con gusto il territorio. www.pasticceriaprincess.it

Di Carinaro in provincia di CASERTA è la rinomata “Vanily Patisserie”  del Maestro Pasticciere Luigi Conte.

Come da tradizione i suoi lievitati delle feste prevedono l’utilizzo del prezioso lievito madre e di ingredienti di altissima qualità di cui privilegia soprattutto le produzioni tipiche campane, ovvero melannurca, mandarino e albicocca del Vesuvio, vino Aglianico e Asprinio di Aversa, che risultano la vera chiave di lettura.

Tutte gustose le tipologie di panettoni realizzate dal Maestro Conte nel proprio laboratorio, ma molto originale è il “Panbusciò”, versione natalizia dell’ apprezzato “Kakkabush”, bignè ripieno presente tutto l’anno  nelle vetrine della Vanily Patisserie.

Panettone innovativo premiato nel 2019 con la  medaglia d’oro al concorso “Miglior Panettone del Mondo” organizzato dalla FIPGC.

Panbusciò rivela un cuore tutto partenopeo, la cupola guarnita di fine cioccolato bianco e mandorle, custodisce nel suo interno un Babà napoletano con tanto di bagna al rum.

I sapori tipici del lievitato del Natale e del più tipico dolce locale, si completano in un abbraccio di crema pasticcera e amarene, per il piacere del palato. www.facebook.com/vanille.patis

Di Ercolano in provincia di NAPOLI è l’apprezzata “Pasticceria Generoso” il cui pluripremiato patron Maestro Pasticciere Matteo Cutolo, decretato Campione del Mondoal World Trophy of Pastry, Ice Cream and Chocolate nel 2017, per il prossimo Natale, oltre ai vari gusti tradizionali e creativi, propone il partenopeo quanto inebriante Panettone Pisto, Mela alla Cannella e Mandorle”.

Fortemente legato al territorio, il Maestro Cutolo, ha realizzato questo lievitato artigianale che, nella delicatezza dell’impasto porta i profumi ed i sapori di un dolce che a Natale non può mancare sulle tavole dei napoletani: il “Roccocò.

Dalla continua volontà di unire la tradizione a tocchi innovativi, il Maestro Cutolo ha intrecciato abilmente i profumi ed i sapori del Pisto, tipici del dolce natalizio partenopeo, alle mandorle sgusciate e alla nota innovativa della melannurca semi aromatizzata alla cannella.

Un Panettone che a portarlo in tavola è subito Natale.  www.pasticceriageneroso.it

Di Teggiano in provincia di SALERNO è la stimata “Pasticceria D’Elia” del Maestro Domenico Manfredi, il quale per il Natale 2020 ci presenta il ”Green Planet”, premiato con la Medaglia di Bronzo al concorso “Miglior Panettone del Mondo” 2020 FIPGC, panettone ispirato al mondo verde e salutare, che la giuria tecnica ha definito tra i migliori panettoni innovativi al mondo per profumo, taglio, cottura, gusto, sofficità, alveolatura. Gli ingredienti green utilizzati sono: la Pera Lardara, la mela verde, l’Alga Spirulina, lo Yuzu semicandito, il The Verde, il Lime, Basilico e Menta, con il prezioso apporto di un burro completamente vegetale ottenuto dalla lavorazione del burro di cacao, dell’olio extravergine di oliva del Cilento e della buccia di limone. Un panettone dal gusto fresco e delicato, tutto da gustare.www.pasticceriadelia.it

Buon Panettone a tutti!

Angela Merolla

Wine-Food Communication and Images

info@angelamerolla.it

meroangela@libero.it

angelamerolla@pec.it

mobile: 320 861 9820

Sciue’: Il Panino Vesuviano”, sito in Pomigliano d’Arco, è il progetto dei fratelli Giuseppe e Marco De Luca, inspirati in questa avventura gastronomica dal padre Giuseppe De Luca, già stimato professionista, con oltre venticinque anni d’esperienza nel settore della ristorazione, ideatori inoltre di “Sciue’- Pizza In Teglia“, spin- off dedito alla pizza in teglia di tradizione romana, anch’esso situato nel centro pomiglianese.

Insignito del prestigioso premio “Best Project 2018”, indetto da Archilovers, piattaforma internazionale che premia ogni anno un progetto architettonico, si erge tra i 500 locali più belli al mondo, ove l’idea del Bilodunk Studio di Nola si è distinta quale efficace connubio di estetica, creatività e funzionalità. Si tratta di un vero e proprio “Burger Store” dove gustare panini “gourmet” a vocazione fortemente territorialeuna filosofia che mira sì ad offrire alla clientela ricette ricercate, affidandosi tuttavia ad una materia prima essenzialmente campana,Presidi Slow Food,  prodotti DOP e IGP, tra i quali sono da menzionare senza dubbio l’Antico pomodoro Napoli ed il San Marzano DOP, il Conciato Romano di Manuel Lombardi, la Cipolla di Alife di Antonietta Melillo.

Quale tipologia di vino è più adatto ad accompagnare il torrone? Ma soprattutto è un abbinamento perfetto o un connubio forzato?

Il torrone, pietanza prediletta soprattuto a Novembre e Dicembre, racchiuso in un’aurea leggendaria che va indietro nel tempo fino agli antichi romani e ai popoli del bacino del Mediterraneo. Un dolce originariamente dalla consistenza dura ma che col tempo si è lasciato ammorbidire e che, attualmente, è possibile trovare in gusti differenti: mandorle, nocciole, al cioccolato, al limone, al pistacchio.

Il torrone è un dolce che campeggia sulle tavole italiane soprattutto nel periodo natalizio: un ottimo fine pasto o un perfetto intermezzo, tra una chiacchierata e l’altra, da offrire agli ospiti. E se vi dicessimo che potete abbinare al torrone anche un buon bicchiere di vino? Certo, per alcuni potrebbe sembrare un azzardo ma, seguendo delle piccole regole, vi accorgerete che è possibile abbinare il torrone al vino per concordanza.

Torrone e vino: quale scegliere?

Se volete abbinare il vino al torrone, sappiate che vale una regola universale: i vini passiti dolci e aromatici rappresentano il connubio perfetto con il torrone. Infatti, qualsiasi vino “classico” non potrebbe reggere la carica zuccherina del torrone che, allora, necessita di un abbinamento per concordanza: cioè a “pietanza” dolce si abbina vino dolce!

Dunque, ai torroni con frutta secca, come le mandorle o le nocciole, abbina il Vinsanto: morbido e corposo con qualche nota balsamica. Ai torroni ricoperti di cioccolato potrete abbinare un vino rosso aromatizzato alla china, al rabarbaro e genziana: vini del genere sono ideali per torroni così ricchi che necessitano di un sorso corposo. Se, invece, preferite il nostro torrone aromatizzato al limoncello non sarà il caso di scegliere alcun tipo di vino, il connubio vino-limone è troppo forzato: prediligente il limoncello, dove ritroverete la concordanza gustativa non solo nella dolcezza ma anche nell’ingrediente principale utilizzato.

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La storia della Gastronomia Arfé affonda le proprie radici nel XIX secolo: una tradizione familiare che perdura da 150 anni. Dal 1870 la famiglia Arfé, Antonio e la moglie Teresina, radicata nei Quartieri Spagnoli di Napoli, si dedica alla vendita di generi di prima necessità (legumi, oli e salse), ma è agli inizi del Novecento che riesce a dare forma al loro sogno e ad aprire il punto vendita Gastronomi Arfé in Vico Tiratoio.

Gastronomia Arfé
La gastronomia Arfé ha da poco festeggiato i 150 anni di attività. Il loro successo si fonda su principi imprescindibili: la qualità e la storia dei prodotti territoriali e l’investimento sul capitale umano

Antonio e la moglie con il tempo hanno deciso di ampliare la gamma dei prodotti venduti, decidendo di specializzarsi principalmente sui prodotti di alta qualità del territorio campano: dal caciocavallo di Agerola alla mozzarella di Aversa, passando per il salame di Nola. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale Pasqualino, il figlio di Antonio, è costretto a prestare servizio militare. Quando, dopo sette anni di prigionia tedesca, Pasqualino torna a Napoli diventa parte attiva dell’azienda, tanto che dopo poco tempo Antonio e Teresa decidono di ampliare l’attività acquistando un’altra sede nel quartiere Chiaia (in via Giacomo Piscicelli). Questa seconda sede, ad oggi l’unica rimasta, viene rilevata da Pasquale e dalla moglie Rita.

“Quando mio padre è morto nel 1972 – racconta Antonio, il figlio di Pasqualino – l’azienda è stata presa in gestione da mia madre e da mia sorella Carla. Inizialmente, la mia aspirazione non era quella di fare il salumiere, ma vedendo la mia famiglia in affanno ho deciso aiutarla e di diventare parte integrante dell’organico del team. Entrato nell’azienda ho cercato di imprimere la mia impronta, attraverso uno slancio innovativo. Per questo, dopo diversi corsi di cucina, ho deciso di affiancare alle specialità alimentari anche quelle gastronomiche, proponendo così accanto ai prodotti peculiari del territorio anche piatti già pronti per l’asporto”. Quest’idea fin da subito ebbe un ampio riscontro, “inizialmente – continua Arfé – si sono interessati ai nostri prodotti aziende che rifornivano le mense delle scuole elementari. Questo successo ci ha spinto ad ampliare l’offerta, iniziando anche con piccoli servizi catering”. 

Oltre agli alimenti del territorio, la Gastronomia Arfé propone, anche, specialità gastronomiche, ovvero piatti ottenuti attraverso tecniche di cottura innovative: sottovuotobassa temperatura e confit

Queste tecniche innovative si sposano con la tradizione e con la storia: la Gastronomia Arfé non vende solo un prodotto di qualità, ma la storia del territorio circostante. È proprio per questo che i piatti che Antonio Arfé propone sono i piatti classici della tradizione campana, ma reinterpretati attraverso un tocco innovativo, come la pasta e patate nella quale il tocco di originalità consiste nell’aggiunta di una mousse di provola, al momento del servizio (nel caso di catering) o della vendita. “Però, il piatto più emblematico del nostro negozio – racconta lo chef – ritengo sia la parmigiana di melanzane, gli ingredienti e i sapori sono quelli classici, ma lavorati attraverso tecniche innovative e con l’aggiunta di tocchi personali. Questo piatto, infatti, si fonda su melanzane cotte confit, affinché conservino tutti gli elementi organolettici, un ragù napoletano, al posto della tradizionale salsa di pomodoro, al quale aggiungiamo del cioccolato fondente per eliminare l’acido del pomodoro e, infine, sostituiamo il parmigiano reggiano con il tipico caciocavallo di Agerola”.  

Il grande segreto della Gastronomia Arfé, che gli ha permesso di vivere per oltre un secolo e di riuscire a superare, anche questo particolare momento storico contrassegnato dall’emergenza coronavirus, non è solo quello di proporre prodotti territoriali di qualità e la loro storia, ma soprattutto di investire sul capitale umano. “Col passare degli anni – conclude Antonio Arfé – è diventato man mano sempre più evidente che la mente sono io, ma le persone che lavorano e collaborano con me sono il braccio, loro sono i fautori del nostro successo”

La Pizzeria ” Ciro Savarese – Anema & Pizza“, in Arzano (Napoli), è un moderno, accogliente e funzionale locale, facente parte del circuito “Associazione Verace Pizza Napoletana”, guidato da Ciro Savarese, talentuoso pizzaiolo già patron di “Ciro Savarese – Antica Pizzeria Napoletana” in Montecatini (Pistoia), presso l’omonimo Centro Commerciale Coop.

Location raffinata, il sodalizio arzanese risulta essere  caratterizzato da un allestimento estremamente curato, ove il comfort in sala è garantito inoltre dall’installazione di efficaci pannelli fonoassorbenti.

Per quanto la proposta gastronomica, in primis si ergono stuzzicanti gli antipasti, in continuo aggiornamento, frutto di una costante ricerca, così come la proposta di friggitoria classica napoletana, di produzione propria, un vero e proprio tripudio di crocchè, zeppoline, frittatine, rigorosamente declinata nell’utilizzo di una materia prima genuina e di qualità, non disdegnando tuttavia un pizzico di rivisitazione.

Le pizze,dal cornicione caratteristicamente pronunciato, risultano essere preparate secondo un format contemporaneo “gourmet”, concepite a partire da impasti a lunga maturazione frutto di un blend di farine personalizzate.  Le farciture, a partire dai grandi classici, risultano essere di matrice tendenzialmente territoriale, con una materia prima scelta, di qualità.

Iconica ed altamente rappresentativa risulta essere a tal proposito la “Quattro Formaggi Campana“, sapientemente farcita con formaggi rigorosamente campani, ottenuti da latte di mucca, bufala, pecora, capra, tra i quali spiccano senza dubbio due Presidi Slow Food, ovvero il Cacioricotta del Cilento ed il Conciato Romano, eccellenza della provincia casertana.

Non mancano inoltre vini, birre e distillati scelti, studiati per abbinamenti specifici, così come i gustosi dessert della casa, prelibati e genuini, nel solco dei must della tradizione, ovvero Caprese, Babà, Millefoglie.

Insomma un’offerta gastronomica di livello, proposte indubbiamente di qualità, ove tuttavia talento e professionalità risultano caratterizzare il sodalizio arzanese.

Keporkham: la paninoteca “fenice” che rinasce dalle ceneri di una precedente attività.

Il Covid ha lasciato ferite indelebili che hanno segnato la vita delle persone. Diverse sono state le attività che hanno dovuto chiudere a fronte dell’inesorabile marcia del virus. Ciò nonostante la vita trova sempre un modo per continuare e andare avanti, nuove idee prendono piede e nuovi percorsi vengono intrapresi. È quello che ha fatto Antonio Costagliola quando ha dovuto chiudere l’Antico Girrarrosto di Monte di Procida. Non si è lasciato scoraggiare dagli eventi e ha subito aperto un nuovo locale con cui sta affrontando la situazione: la paninoteca Keporkham.

Abbiamo deciso di aprire questa nuova attività per poter andare avanti. È più piccola di quella precedente e ci permette di muoverci meglio in questo momento difficile”, racconta Antonio Costagliola, “È nato come fastfood e stiamo sfruttando molto l’asporto e la consegna a domicilio”. L’origine del nome è qualcosa di particolare. Antonio infatti spiega che è un mix di nomi delle tre principali carni che utilizzano nei loro panini: il kebab, la Porchetta di Ariccia e l’hamburger.

Uno dei loro piatti speciali è il Panino del Momento, che cambia in base al periodo dell’anno e dura per un limitato periodo di tempo “Cerchiamo di dare sempre tanta varietà. In questo periodo consiste in fiori di zucca, hamburger di Scottona 300 g, scamorza di Agerola con insalata e pomodoro”. Il loro vero cavallo da battaglia però consiste in un panino che prende il nome dal locale: Keporkham. È un misto delle tre carni principali condite con tripla scamorza, patatine grigliate e anelli di cipolla.

Faccio questo mestiere da circa 20 anni. La passione è nata quando avevo circa 14 anni e da lì è andata crescere sempre di più. L’amore per la cucina mi ha portato a viaggiare e a lavorare in posti diversi come l’America e la Sicilia. La svolta è arrivata due anni fa quando ho intrapreso il percorso dell’Antico Girarrosto insieme ad alcuni amici. Il virus ci ha messo in difficoltà e abbiamo optato per uno spazio più piccolo e gestibile per poter continuare a lavorare”.

Anche i valori della vecchia attività sono sopravvissuti in Keporkham. Qualità, quantità e velocità sono i tre pilastri principali. Carne di prima scelta, una vasta varietà di piatti e la rapidità del servizio sono fattori essenziali con cui la paninoteca si approccia ai clienti. Il tutto cercando di proporre alle persone dei prezzi accessibili in modo che possano gustare i loro panini senza problemi. Antonio però lascia anche lo spazio alle nuove esperienze “Il desiderio di migliorarsi è sempre presente. Spesso mi piace confrontarmi con altre realtà e cercare di capire cosa posso apportare di nuovo”.

Insomma non vi resta che provare!

Questa è la storia di due cugini che circa trent’anni fa hanno dato vita ad un luogo che non è solo lavorativo, ma rappresenta la continuità familiare e la voglia di valorizzare i sapori in base al territorio di appartenenza: questa è la storia del Caseificio La Baronia.

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L’importanza del lavoro manuale nel Caseificio La Baronia

Il signor Alfonso è una persona semplice e diretta, che ama ciò che fa e che mette passione anche nel raccontarlo: si sente dalla sua voce e questo è davvero molto bello. Lui, insieme a suo cugino Luca, ha realizzato il sogno di costruire nella natura della zona collinare dell’alto Casertano, l’azienda di famiglia, grazie alla quale la trasformazione del latte è diventata di produzione propria. “Grazie anche a dei finanziamenti siamo oggi una Srl”, afferma orgoglioso.

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Eh sì, la produzione del latte di bufala che poi sotto le mani esperte di familiari e pochi altri dipendenti si trasforma in mozzarelle, caciotte e formaggi, è proprio ciò che rende ancora più caratterizzata questa lavorazione, che punta sul vero e proprio artigianato manuale.

“Soltanto per l’esportazione verso l’estero, come in Svizzera, Germania e a Parigi utilizziamo le tecniche industriali. Non ce la faremmo a gestire una produzione più grande da soli perché più che alla GDO ci dirigiamo soprattutto a singoli clienti e piccola distribuzione”.

Il rapporto con il territorio

Dalle parole del signor Cutillo, il rapporto con la natura ed il territorio circostante appaiono da subito fondamentali, sia per l’espansione della vendita dei prodotti che raggiunge la provincia e anche l’area laziale, della costa e dell’interno, sia anche per la qualità del sito.

Cosa c’è di meglio, infatti, di prodotti che godono direttamente di un vento favorevole, della mancanza di insediamenti industriali, di profumi naturali e di sali che dal terreno passano direttamente alle materie prime? Di certo la genuinità e il gusto risentono piacevolmente dei profumi e del sapore che sono donati dal contatto con questa specifica area e i clienti possono così avere la gioia di degustare qualcosa che ha a che fare con un livello di qualità notevole.

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Covid: come non fermarsi?

Di certo si intuisce la preoccupazione economica e lavorativa, per il periodo particolare che frena molte delle attività normalmente svolte al Caseificio La Baronia. Infatti la solita distribuzione ai canali di ristoranti e pizzerie, ha subito un rallentamento, come anche ne ha risentito l’esportazione. Il signor Alfonso Cutillo mi dice: “I supermercati per fortuna sono sempre aperti e nella nostra zona territoriale siamo molto conosciuti, quindi lavoriamo, ma la situazione non è sempre confortante”.

 Un velo di tristezza nella voce, ma anche tanta speranza come quella di continuare, come da 30 anni a questa parte, a svolgere un lavoro come la tradizione comanda.

Il Presidente dell’Associazione PizzaiUoli Napoletani APN, Sergio Miccù, annuncia la nuova campagna per ‘chiamare la Pizza a casa ed in ufficio’ ed aiutare le pizzerie ad affrontare la crisi

Per rispondere alla crisi determinata dalla nuova ondata di contagi da Covid, l’Associazione dei PizzaiUoli Napoletani, guidata da Sergio Miccù, lancia un appello per sostenere la categoria e il comparto.

Per reagire a questa fase difficile l’Associazione PizzaiUoli Napoletani promuove la campagna denominata “Pizza a casa, piacere a domicilio”.
“Dobbiamo tornare – spiega Miccù – a chiamare la pizza a domicilio, a casa o in ufficio, tornando alle abitudini di una volta e facendolo soprattutto a pranzo, viste le restrizioni imposte dal Governo per fronteggiare l’emergenza sanitaria.

L’asporto può rappresentare un grande volano per reagire e fronteggiare questo momento così difficile. Come Associazione PizzaiUoli Napoletani abbiamo studiato una specifica campagna di comunicazione e sensibilizzazione per sostenere gli operatori ed il comparto che da sempre sono elementi trainanti dell’economia napoletana e campana. Viste le recenti disposizioni le pizzerie restano aperte fino alle ore 18 mentre le consegne a domicilio sono sempre consentite. Per questo occorre riscoprire la vecchia abitudine di chiamare la pizza a domicilio, facendolo anche per pranzo e naturalmente per cena, sicuri che in questo modo aiuteremo il nostro settore che è strategico per il territorio.

La Pizza ha sempre dimostrato di saper affrontare e superare le crisi più gravi, sia quelle sanitarie sia socio-economiche (ad esempio: le guerre, l’epidemia di colera e di febbre spagnola). Anche stavolta ne siamo certi sarà grazie alla Pizza che potremo ripartire. Per farlo chiediamo a tutti di ordinare una Pizza a domicilio, così da sostenere concretamente il settore e le attività”. 

* Le pizzerie aderenti all’Associazione PizzaiUoli Napoletani possono segnalare il servizio a domicilio anche attraverso la pagina Facebook ufficiale “APN – Associazione PizzaiUoli Napoletani” (con il tag alla propria pagina e contatti telefonici) al seguente link: https://www.facebook.com/195538087166395/posts/3506437536076417/

Ufficio Stampa APN Pizza a casa : dott. Paolo Trapani /

BC Communication Services Srls: 347 4602392

Cosa sono le noci? Quali sono le loro proprietà e caratteristiche? In questo articolo scoprirete questo e molto di più. Continuate a leggere.

Uno dei frutti dell’autunno più apprezzati per il sapore intenso e per le proprietà benefiche che apporta all’organismo è sicuramente la noce. Le noci appartengono alla famiglia della frutta secca. Sono semi oleosi ricci di sali minerali e per questo motivo sono predilette anche da chi pratica sport.

Le noci: proprietà

Le noci sono frutti molto energetici: infatti per 100 g di prodotto forniscono all’organismo circa 600 calorie. Come tutti i semi oleosi sono ricche di acidi grassi polinsaturi e sali minerali, come zinco, calcio, potassio, rame, ferro e magnesio. Consistente, all’interno di questi piccoli doni della natura, la vitamina E e l’acido folico.

La vitamine E fa delle noci piccole perle di giovinezza che, combattendo l’azione dei radicali liberi, sono degli ottimi antiossidanti. La proprietà però sorprendente delle noci è sicuramente quella data dall’arginina, un aminoacido che le rende perfette per chi pratica sport. Secondo la teoria delle segnature di Paracelso, le noci fanno bene al cervello. Questa proprietà sarebbe sottolineata dall’aspetto del gheriglio della noce che evoca la struttura della corteccia cerebrale: questa corrispondenza definirebbe, secondo la teoria delle segnature, un legame naturale tra questi due elementi.

Curiosità

Il noce è sempre stato, nell’immaginario popolare, un albero legato alle streghe e agli spiriti maligni. Durante il Medioevo si credeva infatti che i sabba (gli incontri notturni tra le streghe e il Demonio) avvenissero proprio sotto un albero di noce, per questo motivo questa pianta è rimasta indissolubilmente legata nel tempo a scaramanzie e storie fantastiche. In molte fiabe, all’interno di noci, si celano meravigliosi tesori e un tempo, in Sicilia, si credeva che una noce in tasca preservasse da sortilegi e febbre.

Una seconda curiosità riguarda il nocino, ovvero il liquore che si ricava con le noci. Dietro questa preparazione si nascondono tradizione e folklore, ma anche un pizzico di magia. La leggenda racconta che le noci per il nocino vanno raccolte di notte ancora intrise di rugiada, durante il solstizio d’estate e più precisamente il 24 giugno, giorno di San Giovanni. Questa data era considerata un passaggio speciale della Terra che donava ai frutti proprietà esoteriche e si attendeva proprio questa notte per cogliere erbe e piante destinate a operazioni magiche.

Per una ricetta con le noci clicca qui. Se questo articolo ti è piaciuto condividilo sui tuoi social e seguici su facebook!

Situato sulla via Panoramica di Monte di Procida il ristorante Paradise offre a coloro che si avventurano lì una vista mozzafiato che punta a stupire i clienti con la bellezza delle acque campane.

Naturalmente il locale non punta tutto solo su questo ma sulla passione di Aldo Esposito, proprietario del ristorante, che spiega qual è l’ingrediente essenziale della cucina di Paradise. “La fantasia è l’elemento più importante quando cucini. È ciò che ti differenzia dagli altri e ti permette di mostrare la tua unicità. Per me cucinare non è un mestiere, è un’arte. Quando prepari un piatto devi sempre metterci l’anima, come fanno i pittori quando dipingono.“

L’estrosità è quindi qualcosa che non deve mai mancare sui fornelli, dando la possibilità di sperimentare e cimentarsi in nuove sfide. “Cerco sempre di creare cose nuove con i miei piatti. Credo in quello che faccio. La cucina è come se fosse più importante della casa. Io mi definisco un cuoco regionale. La cucina mediterranea è ciò in cui mi concentro, specialmente quella flegrea. Un piatto di questa tradizione che prepariamo al ristorante è il linguino alla flegrea. In pratica è un misto delle varie tipologie di pesci che si trovano nella zona. Per le pizze invece noi facciamo una lievitazione a 36 ore utilizzando una farina particolare di Benevento, Reginella, che si divide in due tipi: una a zero e una a doppio zero.”

La filosofia di Aldo lo ha portato a fare una scelta importante e coraggiosa: la valorizzazione degli ingredienti poveri. Per lui è facile creare un buon piatto usando elementi come potrebbero essere le aragoste. Ma la vera bravura di cuoco sta nel realizzare un piatto che sappia catturare i clienti attraverso l’utilizzo di ingredienti che non si trovano spesso nelle cucine dei grandi chef. Qui si vede l’abilità e la passione di un uomo che fa della ristorazione la sua vita tenendo anche in considerazione i clienti: “Puntiamo sulla qualità ma a poco prezzo. Vogliamo dare l’opportunità a tutti di accedere al nostro locale.”

Slow and low: queste le parole d’ordine di Emiliano De Venuti per realizzare l’America BBQ perfetto.  Emiliano De Venuti e la moglie Michela Corvino sono i fondatori dell’azienda Mr Doyle the real Smoke Barbecue, che crea un connubio tra le tecniche di cottura e affumicazione americane e i tipici sapori italiani. 

Mr Doyle the real Smoke Barbecue nasce – racconta Emiliano De Venuti – da un nostro, mio e di mia moglie, lungo viaggio in America. Proprio durante il soggiorno oltreoceano ho deciso di approfondire la mia passione per la carne e per l’affumicatura e di conoscere, apprendere e sperimentare i vari stili di smoke barbecue”.

Tornati in Italia i due coniugi hanno tentato di importare sul territorio italiano il trend dello smoke barbecue, dando vita a un piccolo pub nel quale testare le affumicature e il riscontro dei clienti. Le loro carni affumicate sono state molto apprezzate, per questo poco dopo l’apertura del pub, i due proprietari hanno comprato un food track per diffondere il loro smoke barbecue in tutta Italia, accostando, così, ad un’impronta locale, il pub, una nazionale, il food track. 

“L’ottimo successo – spiega De Venuti – ci ha portato, a discapito del pub che abbiamo chiuso, ad aprire il primo centro di affumicatura Mr Doyle. La nostra affumicatura avviene su carni di maiale e di manzo, ed esclusivamente con legna di quercia, senza usare additivi chimici o il pellet. La carne, che ci arriva già sezionata, viene rifilata e pulita dal grasso in eccesso, e dopo essere stata rubbata cioè condita (i tagli di maiale vengono cosparsi con una miscela di spezie, che vanno dalla paprica dolce al peperoncino passando per lo zucchero di canna, mentre il manzo viene condito con una miscela di sale e pepe macinato) viene affumicata e cotta. Passata questa fase la massaggiamo con della salsa barbecue per darle succulenza e dolcezza. Il vero segreto della nostra affumicazione è la lunga cottura che va dalle 6 alle 14 ore a bassa temperatura (circa 110 gradi). La carne, dopo essere stata affumicata e cotta totalmente, viene abbattuta di temperatura, in modo da eliminiare qualsiasi possibile residuo di carica batterica, poi messa sottovuoto ed etichettata. Grazie a questo processo riusciamo a proporre ai nostri acquirenti un prodotto di alta qualità, con una scadenza di 3 mesi, ma soprattutto che può essere rigenerato in pochi minuti. Oltre alla linea di vendita per l’Ho.Re.Ca (Hotel, Restaurant, Catering), le nostre carni affumicate possono essere acquistate, anche, dai privati sia online sul nostro sito che al supermercato”. 

Emiliano De Venuti e Michela Corvino hanno deciso, fin dall’inizio, di indirizzare Mr Doyle verso una linea pop, in modo tale da riferirsi a un pubblico trasversale, sia ai ragazzi che agli adulti, per questo i due proprietari hanno deciso di offrire un prodotto conosciuto e radicato nella cultura italiana, come le costolette di maiale, che, però, assumesse una nuova vita attraverso una cottura poco conosciuta, tipicamente americana. “Vogliamo dare un’impronta ben precisa al nostro brand che è italiano, ma si nutre di contaminazioni internazionali, soprattutto americane. Abbiamo deciso di mantenere un italian style, infatti, piuttosto che dare alla carne il tipico sapore agrodolce americano, giochiamo sul contrasto dolce-salato, per far si che gli italiani possano apprezzare una tecnica di cottura americana, ma sapori totalmente italiani”. 

Ruah, il sogno gastronomico proibito diventa una gustosa realtà.

Mangiare una pizza gourmet fino all’ultimo spicchio senza sentirsi in colpa, degustare consapevolmente un panino farcito o un piatto di pasta sapientemente condito, godersi un buon dessert a fine pasto con spensieratezza, non è più un’utopia.

Il sogno gastronomico proibito diventa una gustosa realtà. Gennaro Langellotti, chef patissier campano, e Rosanna Gallucci, sua complice e fedele sostenitrice, sono gli ideatori di un nuovo food&beverage concept ma anche i promotori di un menù totalmente low carb.

RUAH è il nome che il team Langellotti – Gallucci ha dato ad un locale dove “la cucina è fusion, la pizzeria è gourmet, il cocktail bar è creativo e la pasticceria è di un livello sopraffino”.

Qui la combinazione e la contaminazione sono complementari, si intrecciano perfettamente e danno vita ad un’esperienza culinaria ex novo. Al RUAH il lusso della modernità è accessibile a tutti; l’eccellenza enogastronomica è alla portata di tutti.

Non si tratta solo di utilizzare i migliori ingredienti o di mettere in pratica la propria arte con competenza e professionalità; il punto è cercare una soluzione per soddisfare le esigenze di “un altro pubblico”, avvicinandosi alla sensibilità di chi, per vezzo o per motivi di salute, non vuole rinunciare a stare e a sentirsi bene a tavola.

Da una farina esclusiva, accuratamente selezionata, nascono la pizza e il panino low carb, cioè a bassissimo contenuto di carboidrati, pensati soprattutto per chi ha sposato la causa salutista, gli sportivi ad esempio, o per chi è costretto a non osare, come i diabetici.

“La nostra offerta culinaria è decisamente salutare” – afferma Gennaro Langellotti – “I nostri piatti sono garantiti e certificati al tavolo perché producono solo benessere per il corpo”.

L’alternativa ad un gustoso secondo piatto di carne ha una nuova identità, doppia: una si chiama Robespierre, un panino gustosissimo, imbottito con una succulenta tagliata di manzo, rucola, mozzarella senza lattosio e scaglie di Grana Padano stagionato 36 mesi; l’altra, porta il nome di Manzetto, una pizza bianca con l’immancabile mozzarella senza lattosio, uno strato di cremosissimo gorgonzola su cui viene adagiata una tartare di manzo pregiatissimo e per finire un filo di olio di cocco, per non rinunciare ai grassi di qualità.

A chi pone particolare attenzione alla linea, Gennaro Langellotti propone Fit, la pizza condita alla base con mozzarella senza lattosio, fette di bresaola, ciuffetti di rucola fresca, una manciata di mandorle made in Puglia per il classico effetto crunch e, ancora una volta, l’olio di cocco aggiunto a crudo.

Gli stessi ingredienti vengono utilizzati per mantecare un fusillo fresco decisamente low carb. Per chi invece preferisce i sapori forti e intensi del mare accostati ai profumi dei frutti di stagione, la pizza Tunnarella si rivela la soluzione ideale: scarola piccantina, filetti di tonno agrumato e mozzarella senza lattosio.

La pizza e il panino low carb targati RUAH fanno parte di un menù completo a bassissimo livello di carboidrati, dove trova spazio anche un dessert sugar free preparato con cioccolato fondente al 90%, farina, albume d’uovo e dolcificante naturale.

Il segreto di una proposta culinaria così genuina e apparentemente complessa è il cuore che Gennaro Langelloti non smette mai di seguire quando si trova alle prese con i fornelli e la passione per il suo lavoro che da anni lo guida con costanza e lungimiranza; ovviamente non si può prescindere “dalla profonda conoscenza della materia”.

“Voglio che tutto sia impeccabile nel mio locale” – conclude lo chef patissier Langellotti, fiero di quel titolo, “primi nel meridione”, di cui si fregia, meritatamente.

Pistacchi, noci, mandorle, pinoli, castagne, anacardi: il mondo della frutta secca. Amati da grandi e piccini, non solo è buonissima ma fa anche bene all’organismo nelle quantità giuste! Ci sono molti motivi per cui i nutrizionisti ne consigliano il consumo: quali? Vediamoli insieme.

Quando l’autunno arriva porta con sé i colori aranciati, foglie cadute e i sapori di una stagione di mezzo che preannuncia le gelate invernali. Tra i sapori più amati dell’autunno un posto nel cuore di chi scrive ce l’ha la frutta secca: pistacchi, noci, mandorle, nocciole, castagna, anacardi. Un patrimonio che la natura ci dona senza chiedere nulla in cambio.

La frutta secca è ricchissima di nutrienti, ci sono tanti motivi per cui consumarla e oggi vogliamo svelarvene qualcuno, segnalandovi inoltre una curiosità che non tutti conoscono. Continuate a leggere.

Una concentrazione di nutrienti

Come detto, tutta la varietà di frutta secca ha una alta concentrazione di nutrienti ed è per questo motivo che dovrebbe far parte dell’alimentazione di tutti. Ma di che nutrienti parliamo? A grandi linee, la frutta secca contiene:

  • fibre con azione antiossidante
  • acidi grassi essenziali che regolano l’organismo e prevengono malattie cardiovascolari
  • proteine vegetali: per questo motivo sono amate da chi predilige una dieta vegetariana
  • vitamina E
  • potassio, magnesio, calcio, fosforo, niacina e acido folico

Frutta secca nella giusta quantità

Come per ogni cibo, non bisogna esagerare. Gli esperti dell’alimentazione, infatti, suggeriscono che la quantità giusta da assumere giornalmente è pari a 15-20 grammi da assumere come spezza fame a metà mattina, come spuntino da affiancare a un frutto fresco.

Frutta secca: quanto assumerne?

Ma qual è la quantità giusta da assumere al giorno? Gli esperti dell’alimentazione raccomandano una quantità pari a 15-20 grammi al giorno, come spuntino affiancata da un frutto fresco.

Naturalmente bisogna prestare molta attenzione alle allergie perchè la frutta secca ha un alto potere allergizzante. Dunque, è sempre importante essere sicuri di non essere allergici e in ogni caso è bene variare la tipologia per evitare di sviluppare una sensibilizzazione all’allergene specifico.

Curiosità

Se avete prestato molta attenzione nella lettura, vi sarete resi conto che non abbiamo menzionato le arachidi. A dispetto di quanto si pensi, esse non appartengono alla famiglia della dried fruit. Sono, infatti, delle leguminose e, nonostante condividano con la frutta secca la consistenza croccante, l’elevato contenuto di olio e la presenza di sostanze benefiche, sono a tutti gli effetti parenti stretti di fagioli e ceci. Chi l’avrebbe mai detto?

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Parma, Cuneo, Napoli, Salerno,Caserta: ecco le scuole di cucina dove imparare a cucinare con grandi chef e pizzaioli.

L’amore per la cucina ha spinto numerose persone a istituzionalizzare un mestiere, quello dello chef e del pizzaiolo attraverso scuole di cucina che, in Italia, sono sorte un po’ ovunque. Queste scuole non solo sono in grado di racchiudere competenze culinarie e tecniche ma forniscono ai discenti le doti imprenditoriali che consentono loro di gestire al meglio il proprio bussiness.

Scuole di cucine: Alma, la scuola di Gualtiero Marchesi

Probabilmente il più autorevole centro di formazione della cucina italiana a livello internazionale, Alma, fondata da Gualtiero Marchesi a Parma, offre corsi in ogni ambito della ristorazione, dalla cucina alla pasticceria, dal bar alla sala, passando per corsi professionalizzanti in sommelier e managment cercando di formare figure altamente qualificate.

Scienze Gastronomiche di Pollenzo

Quella di Pollenzo (Cuneo), nata e promossa nel 2004 da Slow Food con la collaborazione di Piemonte ed Emilia Romagna, è un’università non statale ma riconosciuta dallo stato italiano.

Il progetto formativo coniuga studio, pratica e viaggi didattici all’estero per fornire agli studenti una visione globale dei sistemi di produzione del cibo sia passati che presenti.

Scuole di cucina: Dolce&Salato

La Scuola Dolce&Salato nasce nel 1998 dall’intuizione e dalla passione di due esperti Chef, rispettivamente di cucina e pasticceria: Giuseppe Daddio e Aniello di Caprio. Che siate aspiranti o veterani cuochi, pizzaioli, pasticcieri, gelatai, panificatori, bartender o operatori di sala, la scuola di cucina di Caserta offre corsi professionali e amatoriali, percorsi di qualifica, master e specializzazione.

Scuole di cucina: Campus Principe di Napoli

Da meno di un anno, ad Agerola, paese montano della costiera amalfitana, in provincia di Salerno, è stato inaugurato il Campus “Principe di Napoli”, la Scuola di Alta Cucina diretta da Heinz Beck. L’offerta formativa proposta, frutto della collaborazione con l’Università Telematica Pegaso e l’Università Mercatorum, si struttura in 3 Corsi di laurea (Gastronomia, Scienze Turistiche e Scienze Economiche) corsi professionalizzanti di alta cucina e corsi amatoriali con stage finale in ristorante stellato.

Università Federico II, Scienze Gastronomiche Mediterranee

Il primo vero e proprio corso di Laurea in Scienze Gastronomiche, affiliato alla facoltà di Agraria, è stato promosso dall’università Federico II di Napoli il cui obiettivo è formare dottori in gastronomia che, partendo dall’aspetto gastronomico, possano essere anche esperti di processi produttivi, di tecnologie alimentari, di storia e cultura del cibo, di gestione di aziende nei settori della ristorazione e promozione del patrimonio enogastronomico.

AVPN (Associazione Verace Pizza Napoletana – Napoli)

Nel panorama del mondo pizza non possiamo non parlare dell’AVPN fondata a Napoli nel 1984 che ha lo scopo di promuovere e tutelare, in Italia e nel mondo, la vera pizza napoletana. Attraverso corsi in presenza e on line, l’Associazione offre vari progetti formativi tra cui corso base professionale, corsi avanzati e corsi amatoriali sviluppati in laboratori didattici ideati per far conoscere ai turisti in visita a Napoli l’arte del “pizzaiuolo” napoletano.

A pochi passi dal fiume Tevere, al culmine di via degli Stradivari, affacciato sul ponte Testaccio sorge il ristorante – pizzeria Big Mamma Pizza & Cucina. Il locale è caratterizzato da un’ampia e luminosa vetrata, che lo costeggia per tutta la sua lunghezza, e dalla proposta gastronomica fondata sul connubio tra tradizione e innovazione, proponendo piatti della tradizione italiana, soprattutto romana, affiancati da ricette nate dalla fantasia dello chef Roberto Micali. “Il nome del ristorante – racconta il proprietario Augusto Rocco – è ispirato ad un brand francese che ha conquistato Parigi mettendo l’Italia nei suoi piatti, grazie alle sue pizze e agli ingredienti tipici italiani, ma più romanticamente associo il nome del locale ai pranzi e alle cene in famiglia, dove a regnare sono la convivialità e la tradizione”. 

Il menù del Big Mamma

Cacio e pepeamatriciana e carbonara i primi tipici della tradizione romana che non possono mancare e che non lasciano mai il menu del Big Mamma, ai quali si aggiunge un’ampia proposta di secondi, principalmente di carne, tra i quali il fiore all’occhiello, nonostante si distacchi dalla tradizione, è la bistecca di tomahawk (una costata di manzo che si ricava dalla lombata a cui, però, non viene eliminata la parte di osso eccedente, assumendo quasi la forma di un’ascia, infatti il suo nome deriva dalla celeberrima scure utilizzata dagli indiani d’america). 

La nostra volontà – continua Augusto Rocco – è stata quella di creare un menu dinamico, variando i piatti di giorno in giorno affinché il cliente, specialmente quello abituale, possa trovare accanto alla proposta fissa piatti di volta in volta nuovi, con ricette che provengono non solo dalla tradizione romana come la trippa, ma anche da quella delle varie regioni italiane passando così dalla lasagna alla bolognese alla tipica ribollita toscana attraverso i pici al ragù bianco. La tradizione, però, lascia ampio margine anche all’innovazione, infatti molto spesso nel menu trovano spazio le creazioni partorite dall’estro del nostro chef che affianca alle proposte classiche, o a delle loro rivisitazioni come la cacio e pepe con i fiori di zucca, piatti nuovi come un pane ai pinoli e basilico oppure un filetto di maiale in salsa cacao e caffè con fichi caramellati”. 

La pizza al Big Mamma

Quando si parla di tradizione italiana non ci si può dimenticare della pizza, e nell’eterno confronto tra la pizza bassa romana e quella napoletana con il cornicione alto, Augusto Rocco decide di non schierarsi con nessuno dei due fronti e di indirizzarsi verso “una pizza – spiega – contemporanea, o meglio intermedia né alta né bassa, con un impasto con 48 ore di lievitazione, per il quale viene utilizzata la farina Vigevano, l’unica con germe di grano macinato a pietra. In questo caso la proposta non si distacca dalle pizze classiche che vanno dalla semplice margherita con la mozzarella di bufala alla pizza con mozzarella, salciccia e friarelli passando per a’ zozzetta, la specialità della casa, con pomodoro, mozzarella, pancetta, salame piccante e salsiccia”. 

Passione e famiglia sono parole semplici ma potenti che, se uniti, possono creare cose sempre nuove. Proprio questi concetti hanno portato i fratelli Esposito a percorrere la strada della gastronomia dando vita al ristorante Casa Sarchiapone e al pub Vico Sarchiapone a Giugliano in Campania.

Proprio uno dei due fratelli, Antonio Esposito, parla di com’è cominciata la loro avventura: “Mio fratello e nostro padre sono sempre stati appassionati di cucina e hanno trasferito questo sentimento anche in me. Il nome stesso del ristorante è stato scelto da quest’ultimo pensando a una figura leggendaria che ha vari significati. Ci siamo basati su una poesia scritta da Totò chiamata Sarchiapone e Ludovico”.

Il ristorante Casa Sarchiapone nasce nel 2011 e tra i due locali è quello che rispecchia di più il concetto di tradizione. Si presenta come un luogo accogliente, familiare che ha il compito di far sentire il cliente in un ambiente casalingo. Il tutto diviso in due parti: una esterna, circondata dal verde, e una interna, che presenta un ambiente sobrio e luminoso.

I piatti della tradizione campana regnano indiscussi. Tra questi abbiamo la classica tagliata napoletana, spaghettone alla Nerano con pinoli e gamberi rossi, salsiccia di maiale con provola, fatta con crema di piselli e pancetta croccante, spaghetti di Castellammare con vongole veraci e molto altro. Naturalmente il menù cambia in base alle quattro stagioni, rendendolo più dinamico. Il tutto condito da materie prime di qualità.

Se la filosofia che i fratelli Esposito seguono in cucina si incentra molto sul rappresentare e valorizzare la tradizione campana si sente anche il bisogno di strizzare un po’ l’occhio alla modernità. Questa è la base del loro secondo locale, Vico Sarchiapone, dove la cultura campana abbraccia la cultura giovanile dello street food regalando ai clienti le pizze della tradizione in un ambiente più contemporaneo.

“Il progetto di Vico Sarchiapone nasce nel 2016” racconta Antonio Esposito “L’idea era quella di attirare i giovani proponendo non solo panini e birra ma anche le pizze tradizionali campane. Per queste utilizziamo una biga fatta in casa da noi, cuocendole poi in forno a legna”. Il menù, a differenza di quello del ristorante, cambia due volte l’anno. Il locale si presenta in maniera diversa dal ristorante, dando così un ambiente di ritrovo per tutti quei clienti che adorano un ambiente moderno senza rinunciare alla cultura gastronomica campana.

Vuje ve ‘avita fa capace, ‘ncopp ‘munno nun ce sta n’ ata cos ca è chiu bella do’ magnà“. 

A mettere le cose in chiaro, a Napoli, la voce del grandissimo Mario Merola, solo uno tra i tanti artisti promotori della cucina tradizionale partenopea, quella saporita di nonna che “mammà” ha ereditato.  

Quella che, a tutti i costi, non dobbiamo perdere ma bensì difendere e custodire gelosamente, come se fosse il segreto più antico del mondo, come se sentissimo il dovere di trasmetterla alle nuove generazioni nella speranza che nonne, mamme e nipoti del futuro possano continuare a condividere e offrire le nostre prelibatezze al resto del mondo che si troverà a passare per di qua. Ad ogni briciola di mondo che deciderà di bearsi, anche per un solo giorno, di Napoli e delle sue meraviglie.  

Inutile quindi cercare di resistere alle tentazioni: se sei un turista, un impiegato o un napoletano in giro per il centro storico sarà la pausa pranzo il momento esatto in cui tradirai il tuo nutrizionista.  Napoli in un giorno: come fare a destreggiarsi tra le innumerevoli bontà della cucina partenopea?

E allora “nun ce pensà, come diciamo da queste parti, “fatte ‘na pizza“. 

Nonostante ci sia sempre il napoletano di turno a dirti “io mangerei la pizza anche nel latte a colazione” (e c’ è chi lo fa), non è il massimo iniziare la giornata con pizza e caffè, molto meglio una dolce e fragrante sfogliatella!  

Mentre per il caffè la scelta è abbastanza semplice (la pregiata miscela ‘Passalacqua‘ dei bar targati ‘Mexico‘ o quella offerta dagli storici ‘Caffè del Professore‘ e ‘Gambrinus‘ mettono d’accordo più o meno tutti), quella in merito alla sfogliatella diventa ben più impegnativa. 

Il dolce più famoso della pasticceria campana (nelle varianti “frolla” se preparata con pasta frolla e la più croccante “riccia“, preparata con pasta sfoglia) infatti, è magnificamente realizzato da diversi interpreti storici come i fratelli ‘Attanasio‘ (unica sede in Vico Ferrovia 1/2/3/4, 80142, Napoli), i discendenti di ‘Pintauro‘ che portano avanti con orgoglio la ricetta di Pasquale nella nota pasticceria in Via Toledo (civico 275) che si dividono la scena con la famosissima ‘Sfogliatella di Mary‘ del piccolo ed affollatissimo laboratorio al civico 66.  

Che tu l’abbia presa al volo in uscita dalla stazione, lungo una delle vie dello shopping napoletano o di fronte al mare e al Vesuvio nei pressi di Mergellina, di sicuro l’hai gustata passeggiando.  

Si potrebbe quindi definire la sfogliatella una vera e propria “colazione take away” perché è ben aldilà del prototipo di dolce al cucchiaio o da impiattamento. La sfogliatella si mangia con le mani e se non ti sporchi di zucchero a velo vuol dire che la tua razionalità ha prevalso sulla passione.  

Ma non preoccuparti, una seconda chance per concedersi alla seduzione gastronomica napoletana ti verrà offerta dopo qualche ora, alle 13 circa per essere precisi.  

Ma intanto, se sei rimasto sul lungomare e l’orologio segna le 12, non puoi rinunciare all’aperitivo napoletano per eccellenza: piattino di “o’per e o’muss”, tarallonzogna e pepe” e birra gelata. A prescindere dalla stagione: tanto il sole non manca mai. Goditi la vista sul Vesuvio ma conservati lo stomaco, da un momento all’ altro sarà già ora di pranzo, e lì si che c’è veramente l’imbarazzo della scelta.  

Spazio, quindi, alla fantasia, al desiderio ed affidati al tuo olfatto. 

Stavolta però dedica più tempo al pasto, goditelo e se qualcuno ti dirà “assiettete e mangia” non disdegnare. 

Che sia Ragù, Pasta e Patate, Spaghetti con le vongole, Genovese, Parmigiana di melanzane, Salsicce e Friarielli, Cuoppo di fritto misto e/o di mare, Zuppa Forte, Baccalà, Polpette e Braciole, le cucine pronte a servirti come un re sono tante e allora non ti resta che scegliere. 

Posti in cui goduria e folklore si incontrano, le trattorie sono un must dell’offerta enogastronomica campana.  

Se da via Toledo ti sposti in uno dei quartieri popolari più belli e famosi di Napoli, i Quartieri Spagnoli sarai travolto dalla simpatia e dal calore dello staff della storica trattoria “Da Nennella” (patria della pasta e patate con la provola). Prezzi accessibili a tutti, porzioni e risate abbondanti la rendono luogo di gradimento per chiunque. Stessa storia per le trattorie “Da Vittorio”, “Elvira” e tutte le altre cucine popolari sparse tra il centro storico e la collina del Vomero.  

Dopo un ottimo primo però, si sa, resta sempre un po’di spazio per il dolce: il babà è un evergreen, ma il ‘Fiocco di neve‘ della pasticceria ‘Poppella‘ (con la sede storica in Via Arena della Sanità 29) rappresenta un’alternativa più moderna.  

NAPOLI IN UN GIORNO
Credits: Piccolericette.net

In clima estivo, però, si può optare decisamente per il gelato! Altro prodotto che a Napoli si trova facilmente e di qualità eccellente: ‘Mennella’Soave‘ e ‘Casa Infante‘ sono i più noti. 

Pensi che il meglio sia arrivato? Allora ti sbagli! O semplicemente hai dimenticato la protagonista indiscussa della storia di una città e del suo popolo intero: che sia gourmet, tradizionale, alta, a ruota di carretto o fritta la scelta è una sola e si chiama pizza! 

Poche indicazioni in merito, a Napoli è veramente difficile trovare una cattiva pizza. Meglio scegliere in base alla zona in cui ti trovi. 

Ovviamente, se sei nei pressi della stazione centrale, il primo nome che viene in mente è ‘Da Michele, il tempio della pizza tradizionale napoletana, quella enorme che sborda dal piatto e presentata nelle uniche versioni margherita e marinara. 

Al centro storico è la zona di ‘Via Tribunali’ il cuore fumante! Una strada che profuma intensamente di pomodoro e basilico. Potremmo definirla l’equatore partenopeo.  

Sorbillo’, ‘Di Matteo’, ‘Vesi’ e ‘I Decumani’ sono alcuni nomi storici consigliati.  

Come storiche e gustose sono le pizze di ‘Gorizia’, ‘La Notizia’, ‘Acunzo’ e ‘La Caraffa’: tutte in zona Vomero.  

 
Sarebbe sicuramente possibile continuare ad elencare specialità e cucine imperdibili quando si parla di Napoli. È un posto in cui il cibo è cultura, passione e storia. È un luogo che vive nei pentoloni consumati delle signore di ogni quartiere.  

Le signore napoletane sono le vere custodi della tradizione e del sapere gastronomico; maghe bizzarre e vivaci che donano anima alle loro pentole, padelle e quindi alle pietanze stesse.  

Credits: Shutterstock

Cibo è senso di appartenenza; perciò non vi meravigliate se un napoletano, prima di qualunque altra cosa, vi chiederà: “hai mangiato?” 

Che Trebisacce sia una città dalla gloriosa tradizione marinara e peschereccia lo si comprende appena ci si arriva, meglio se giungendo dalla piana di Sibari, scendendo dalla superstrada Jonica e costeggiando l’antico bastione issato nel XVI secolo a difesa delle incursioni saracene, ed i “Giardini” o “Vigne”, centotredici ettari dove tra aprile e maggio matura il “biondo tardivo”, una particolarissima varietà di arance coltivata solo su un piccolo altopiano sospeso tra il massiccio del Pollino ed il blu del mar Jonio.

Trebisacce, i giardini dove matura il biondo tardivo
Il Pontile di Trebisacce con la statua di San Francesco di Paola

Giunti in città, infatti, ai piedi del borgo marinaro spicca la caratteristica sagoma del Pontile di inizio secolo, e più volte rimaneggiato, in prossimità del quale fino a non molti anni fa si svolgeva il tradizionale mercato del pescato locale, che proveniva in gran parte – come accade ancora oggi – dal pescosissimo Banco di Amendolara, a dodici miglia marine dalla costa, sospeso tra ricostruzioni storiche e racconti leggendari, che lo vorrebbero esser stato l’antica Isola di Ogigia di omerica memoria. Del promontorio a largo di Amendolara non è rimasta alcuna traccia, così come dello storico mercato: del pescato locale però si approvvigionano ancora alcuni sapienti ristoratori locali che hanno scelto di valorizzarlo conferendogli un tono spiccatamente gourmet, ma senza stravolgimenti e fronzoli eccessivi, lasciando esprimere al meglio una materia prima di assoluta eccellenza.

La Rotonda

La Rotonda, Gli interni.

Come nel caso della “Rotonda”, un indirizzo ormai consolidato della cittadina jonica (nato sulla struttura fronte mare del “Sasso Saraceno”, una sorta di locale notturno ante litteram attivo negli anni ’50) ma che da qualche anno ha trovato nuova linfa vitale grazie all’iniziativa dei giovanissimi fratelli Giuseppe e Giandomenico Russo, che lo gestiscono con la grande passione e la determinazione tipiche di chi vuol portare un valore aggiunto alla zona, in un’ottica innovativa e di rottura, ma senza stravolgere la tradizione culinaria locale.

Lo chef Loris Aloia, coadiuvato da Francesco Mutto, vero motore di una cucina suddivisa in tante linee corrispondenti alle portate – cosa già di per sè abbastanza rara al Sud e ancor più in zona – conferisce grande attenzione a eccellenze come le aragoste della Secca, pescate da due famiglie di storici operatori del settore e mostrate scenograficamente dalla direttrice di sala Carmela Petta, a vista, nel banco del pescato.

Altro protagonista del menù della casa di Trebisacce è indubbiamente anche il tonno rosso, e non solo nelle tartàre che insieme al cruditè in generale rappresentano una punta di diamante del locale, ma anche in versioni sfiziose ed estrose al tempo stesso: scottato in salsa zabaione alle ciliegie e cipolla caramellata, oppure in crosta di pane, con gazpacho di peperoni e gelato all’olio evo.

Le aragoste della secca di Amendolara

Prima di un buon secondo sempre a base di materia prima a km 0, in questa lunga e incerta fase di transizione da un’estate che non ne sa ancora di mollare del tutto la presa, almeno in terra bruzia, ad un autunno che incalza, suona bene l’abbinamento dei porcini silani con le vongole che accompagnano i “panciotti” ripieni di una ricotta che si fonde con equilibrio e discrezione ai sapori del mare, al pari della burrata pugliese nello “scrigno” al nero di seppia. Non mancano poi classiche portate di mare, come gli spaghetti a vongole, anch’esse dalla buona riuscita.

I vini

Non solo aragoste ma anche i crostacei in generale rivestono un ruolo di primo piano, tanto da aver ispirato al patron Giuseppe Russo l’idea di selezionarli in un’apposita carta che possa valorizzarli adeguatamente, proprio come avviene con i vini.

Tanti i bianchi locali e non solo in carta, a cominciare dal Cirò della cantina Ippolito al Grisara della cantina Ceraudo, la prima biologica in terra calabrese, senza dimenticare una buona selezione di rossi e di “bollicine”, dalla Franciacorta ai grandi champagne francesi.

Anche in questo caso la gestione familiare è garanzia di successo: se da un lato è Giuseppe, tra l’altro appassionato di enologia e benemerito della scuola europea di sommelier, a selezionare le etichette, a renderle “mediaticamente” appetibili è il fratello Giandomenico, che cura le relazioni con la clientela del locale e la sua immagine social: sorprendentemente sono tanti i giovanissimi che lo affollano. Piacevole chiusura con i dessert di Sal De Riso, perla davvero rara a sud della Campania.

Per altre buone storie clicca qui.

Progetto C.Ali.Ce, dal mare alla colatura: il ciclo sostenibile delle Alici di Cetara

Le alici di Cetara, la loro tracciabilità, le diverse tipologie di pesca e la Colatura sono al centro del progetto C.Ali.Ce, acronimo di Colatura di Alici di Cetara (approvato dalla Regione Campania nell’ambito della misura 1.26 “innovazione” del Po Feamp 2014/2020).
Un percorso che vede coinvolti la cooperativa Pescatori Cala Bianca, il Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno.
Responsabile Scientifico, il professore Vincenzo Peretti della Federico II che spiega: “Il tema delle attività produttive compatibili con la salvaguardia delle risorse ambientali è di grande rilevanza nel dibattito scientifico, nella programmazione delle strategie di sviluppo e nella prassi operativa. Le fasce costiere richiedono una specifica attenzione per l’estrema vulnerabilità, per coesistenza di habitat diversi e per la densità degli usi antropici. Il progetto C.Ali.Ce nasce con lo scopo di adottare le iniziative giuste che mirano allo sviluppo di una pesca sostenibile per le alici e la loro successiva trasformazione in Colatura di Alici di Cetara che alla fine del 2021 vedrà in commercio i primi prodotti Dop”.

C.Ali.Ce. si propone con l’obiettivo di caratterizzazione fenotipica e valutazione delle alici fresche, di monitorare le diverse tipologie di pesca, di esaminare tutte le fasi del processo produttivo, delle qualità organolettiche e gustative del prodotto e di realizzare specifiche indagini igienico-sanitarie. Grande attenzione verrà dedicata al problema della sovra-pesca che non colpisce soltanto le specie di maggiore interesse commerciale, ma anche tutte quelle che vengono catturate accidentalmente da attrezzi di pesca poco selettivi che non risparmiano gli individui di specie commerciali sotto la taglia minima di conservazione (che non hanno ancora avuto tempo di riprodursi). Questa percentuale “scartata” può arrivare oltre il 50% della cattura.
“Nel progetto -interviene Roberto Della Monica, Sindaco di Cetara che ha messo a disposizione degli Enti di ricerca i locali del Punto Sbarco- sono stati coinvolti tre armatori della nostra città che utilizzano differenti tipologie di reti da circuizione per la pesca delle alici: cianciolo, tonnara e volante. Nei prossimi anni puntare su come valorizzare adeguatamente il prodotto della pesca locale diventerà fondamentale anche per la sopravvivenza dei nostri pescatori”.

La tecnica a cianciolo o lampara, racchiude in sé l’essenza della pesca tradizionale, risultando tutt’oggi molto affascinante e suggestiva. Si tratta di un’attività di pesca selettiva che si svolge in orario notturno e che si basa sull’attrazione in superficie dei banchi di pesce tramite la luce; questa viene prodotta da una lampada installata a poppa di alcune imbarcazioni ausiliarie, calate sulla zona di pesca da parte del natante principale. L’azione vera e propria di cattura viene condotta da parte del natante principale, generalmente di dimensioni medio-grandi, che cala una rete effettuando una manovra atta a circuire il banco di pesce attirato in superficie dalle luci.

Una volta pescate, le alici arrivate al porto di Cetara, saranno esaminate direttamente presso il punto sbarco; mentre tulle le analisi previste nel progetto, sia sulle alici che sulla successiva colatura, saranno eseguite presso i laboratori del Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali della Federico II e l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno.
“Un progetto osservato con grande attenzione dai produttori della Colatura di Alici di Cetara -spiega il presidente dell’Associazione che ha curato tutto l’iter per l’ottenimento della Dop, Lucia Di Mauro- in quanto l’intero ciclo dalla pesca alla lavorazione della materia prima, si conclude proprio con la maturazione e l’affinamento per ottenere il prezioso liquido ambrato”

Per informazioni: Roberto Esse

Le Piccole Dolomiti e la Stonehenge della lucania, tra volo dell’angelo e peperoni cruschi

di Giuseppe Marro

E’ proprio vero ciò che mi disse trent’anni fa un vecchio lucano, quando vide le foto di uno dei miei viaggi in Anatolia: “Cosa andate a fare in giro per il mondo, qui abbiamo tutto!”. La saggezza dell’allora medico condotto di Brienza  – paese che diede i natali a due grandi e controversi personaggi, Mario Pagano e Domenico Pellegrini Giampietro (quest’ultimo immortalato in un verso dei Canti Pisani di Ezra Pound) – aveva visto giusto e, parafrasandolo, mi chiedo se non sia giunto il momento di concentrare al Sud, nella Magna Grecia culla della civiltà occidentale, le incursioni di viaggiatori e di cercatori di verità – per citare Gurdjieff – che aborrono la forma mentis bovina del turista schiavo dell’apparire e dell’esotico ad ogni costo.

Paesaggi arcaici almeno pari a quelli della Cappadocia e dell’Arizona, foreste di querce e di faggi tra le più estese d’Europa, piccoli borghi abbarbicati intorno a castelli normanni e svevi che nulla hanno di meno rispetto a quelli toscani (se non la ricchezza materiale), siti archeologici che partono dalla civiltà megalitica per giungere a quella greco-romana, testimonianze artistiche dai bizantini fino agli epigoni  locali della scuola napoletana del Seicento e del Settecento, un settore oleario  vitivinicolo e caseario che produce eccellenze assolute, una cucina genuina e gustosa talvolta interpretata secondo il gusto moderno più raffinato: tutto ciò rende la Lucania un microcosmo unico nella sua avvolgente completezza da costa a costa.

Il Parco naturale delle Piccole Dolomiti della Lucania , una trentina di chilometri a sud di Potenza, è dominato da massicci pinnacoli rocciosi a strapiombo su di una natura lussureggiante e boschi di giganteschi cerri colonnati alti fino a trenta metri. Castelmezzano è inserito nell’elenco dei borghi più belli d’Italia, un vero presepe su pianta normanna a più di mille metri d’altitudine, con una miriade di B&b, agriturismo ed un confortevole albergo  – La Locanda di Castromediano – il cui punto di forza è il ristorante Al Becco della Civetta, da un  decennio segnalato dalla Guida Michelin grazie alla maestria della chef Maria Antonietta Santoro.

La cucina regionale fedelmente interpretata, una accurata selezione delle materie prime e una presentazione moderna dei piatti rendono piacevolissima la sosta in questo elegante ma non pretenzioso ristorante.  In due serate – accompagnati dall’equilibrato Aglianico del Vulture Terre di Orazio 2017, della Cantina di Venosa –   provati i peperoni cruschi (chi non li conosce ha perso un’esperienza sensoriale indimenticabile …) ripassati nell’ottimo olio locale,  tagliere di salumi e formaggi locali, zuppa di fave con cicoria, strascinati mantecati nel caciocavallo con pomodori mollica di pane fritto e spolverata di peperoni cruschi, pasta di casa con ragù di pezzente (una succulenta salsiccia  fatta con le parti povere del maiale), ricotta di podolica avvolta in zucchine marinate con fiori di zucca in pastella, agnello alle erbe aromatiche, dolci buoni anche se non entusiasmanti come il resto.  Prezzo tra i 60 e i 70 euro in due.

Tra Castelmezzano e Pietrapertosa e ritorno,  da non perdere l’esperienza – unica in Italia –  del Volo dell’angelo: imbracati pancia in giù a cavi d’acciaio posti a oltre mille metri su burroni e cime montane, la sensazione è quella del volo dei rapaci (falchi, nibbi reali e gheppi) che popolano le vette lucane. Anche Pietrapertosa, un  paesino aggrappato a cuspidi rocciose che vanta chiese quattrocentesche con affreschi del Seicento, rientra nell’elenco dei borghi più belli d’Italia. Un naturale fortilizio che fu rifugio dei patrioti (definiti briganti, ma si sa che la storia la scrivono i vincitori…) Neapolitani capeggiati dal leggendario Carmine Crocco, durante la sanguinosa insurrezione popolare post unitaria che coinvolse tutto il Sud Italia.

Tappa culinaria a La Casa di Caccia, una locanda immersa nei boschi che serve un antipasto che da solo vale la sosta: intorno ad una terrina con zuppa dei rari e saporitissimi ceci lucani, un uovo di gallina ruspante fritto con salsiccia pezzente e generosamente spolverato di tartufo nero estivo locale, assaggio di parmigiana, salamino dolce e piccante, soppressata, capocollo, ricotta e caciocavallo di podolica; dopo l’eccellente pasta di casa ci siamo arresi alla sazietà. Con un onesto vino della casa, acqua e amaro un conto ancor più onesto di 41 euro in due.

A pochi chilometri un altro sito da non perdere, che – se opportunamente valorizzato –  potrebbe diventare un  attrattore irresistibile per i milioni di appassionati di cultura megalitica e di riti pagani sopravvissuti alle distruzioni o alle sovrapposizioni cristiane.

Si tratta della cosiddetta Stonehenge della Lucania , l’antica città fortificata di Croccia Cognato sorta intorno ad una acropoli megalitica immensa posta sulla cima del monte Croccia (1149 metri). Gli allineamenti delle immense rocce sono posti, forse naturalmente, sull’asse est ovest a segnare con precisione i solstizi e gli equinozi. Nel vicino borgo di Accettura – ma anche in molti altri centri della zona – a maggio si svolge un complesso rito pagano che celebra l’innesto tra un enorme faggio e un agrifoglio, simboleggianti l’unione arcaica e perenne del principio virile e di quello femminile, del cielo e della terra.  

Poco al di fuori dall’area del parco delle Dolomiti della Lucania merita una visita l’antica città arabo-normanna di Tricarico, con il suggestivo rione della Rabatana caratterizzato da una miriade di vicoli ciechi nei quali – dopo il 1860 – pochi soldati borbonici, col supporto della popolazione locale, trassero in trappola gli occupanti piemontesi.

Sarebbero troppi i punti di interesse storico e culturale che rendono imprescindibile questa sosta, mi limito a citarne un paio: il rinascimentale Palazzo Ducale, che ospita la fondamentale mostra permanente sulle testimonianze archeologiche del medio Basento, tra Tirreno e Ionio, e il Castello con la torre normanna, che fu teatro di un cruento episodio che vide protagonisti i conti dell’allora re di Napoli Ladislao da Durazzo, una figura gigantesca e misconosciuta della nostra storia che vide infrangersi il suo sogno di unificare l’Italia con quattro secoli e mezzo d’anticipo e su ben altre basi.

Il castello ospita, tra l’altro, una mostra fotografica di Cartier Bresson sul suo viaggio al Sud del 1952, straordinario documento sulle radici etnoculturali di una civiltà contadina purtroppo scomparsa. Tricarico in Lucania , patria del poeta e sindacalista dei contadini Rocco Scotellaro, è una tappa obbligata  per i cultori della buona tavola: nella zona si allevano agnelli e capretti tra i migliori e si coltivano eccellenze.

E’ d’obbligo una sosta sia alla macelleria di piazza Garibaldi per acquistare, a prezzi irrisori, tra i migliori salamini e capicolli del globo che all’azienda agricola di Tiberio Tassinari, che coltiva uno zafferano purissimo in stimmi (18 euro al grammo in confezioni sterili da un quarto di grammo, ognuna delle quali regala profumi e sapori rari ad almeno otto porzioni di risotto).

Emozionante il gioco di luci, suoni e narrazione della Città dell’Utopia che rievoca la storia di Campomaggiore Vecchio, borgo rurale abbandonato per una frana nel 1885 e sorto nel 1741 su progetto dell’architetto Giovanni Patturelli (allievo di Vanvitelli), teatro di un esperimento sociale analogo a quello coevo della seta di San Leucio, a Caserta.

Da segnalare la rievocazione dell’epopea del brigantaggio (anti francese, nel 1799, e antipiemontese, dopo il 1860), quest’anno “causa pandemia” non messa in scena e che normalmente si tiene presso il parco boschivo della Grancìa a Brindisi di Montagna, un paesino che vanta un importante castello normanno la cui torre ospitava il laboratorio di un gesuita e alchimista del Settecento.  (1-continua)

Le aziende italiane come “fabbriche di salute”: Armando de Nigris parla di Salute e Sicurezza a Cibus Forum

Si è concluso “Cibus Forum – Food&Beverage e Covid: dalla transizione alla trasformazione”, momento di riflessione e ripartenza dopo il lockdown imposto per forza di cose anche alle manifestazioni fieristiche.

Ai saluti di benvenuto della prima giornata sono intervenuti Gian Domenico Auricchio, Presidente Fiere di Parma, Federico Pizzarotti, Sindaco di Parma e Stefano Bonaccini, Governatore Regione Emilia-Romagna.

Luigi di Maio, Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione, ha affrontato il tema della ripartenza, ponendo l’accento sulle iniziative poste a tutela dell’export della filiera agroalimentare italiana.

Nel corso della II sessione della prima giornata “Alimentazione Post Covid-19: Salute e Sicurezza” ha portato il suo contributo Armando de Nigris, presidente del Gruppo De Nigris 1889, leader nella produzione ed export di aceti e condimenti.

Laureato in Medicina e Chirurgia pressol’Università di Napoli, Armando de Nigris ha affrontato il tema della pandemia da un punto di vista prettamente medico. Se un tempo il virus era inteso come una punizione divina e gli antidoti erano legati alla religiosità dell’evento, l’uomo 2.0 ha un approccio di tipo “informatico”, linguaggio ormai planetario.

“Abbiamo accolto questa pandemia con lo stesso sconforto di quando, aprendo il pc lo troviamo hackerato. Diamo la colpa ad un virus informatico e andiamo alla spasmodica ricerca dell’Antivirus. Pochi minuti di ansia per poi tirare un respiro di sollievo appena ci accorgiamo che tutto ha funzionato. Allo stesso modo invochiamo il vaccino a braccia spalancate, così come ricerchiamo affannosamente l’Antivirus”.

La pandemia, sostiene, per quanto possa essere grave resta comunque un fenomeno naturale, come tale va affrontata da “medici” e non da “informatici”; l’uomo e il virus sono due entità che vivono in simbiosi. I virus hanno interesse a mantenere vivo il loro ospite e quindi lo scopo ultimo non può essere la distruzione dell’uomo. È l’approccio degli scienziati che sostengono come questa non sia una guerra contro un nemico invisibile, ma una battaglia contro un nemico con cui bisognerà convivere.

È sempre più chiara l’esistenza di una relazione tra alimentazione e salute, così come le evidenze scientifiche che sottolineano che la prima difesa da malattie e patologie passa inevitabilmente attraverso ciò che mangiamo.

La salute pubblica passa dalla sicurezza alimentare: non bisogna dimenticare che le prime difese sono quelle immunitarie e che, ogni individuo sano o in età da contagio, deve averle sempre pronte. Tutto ciò non può che essere legato alla nostra alimentazione. Assistiamo alla caccia al disinfettante dimenticando che i nostri cibi e la nostra alimentazione restano i presidi cardine. Dunque, cibi sani provenienti dalla nostra agricoltura e possibilmente tracciati da filiere controllate”.

Come Advisor dell’European Commission for Environment, Pubblic Health and Food Safety, Armando de Nigris ha sostenuto in questi mesi come “Mangia sano, Mangia italiano” possa essere la formula giusta per assurgere a due funzioni: da un lato per aiutare a combattere il virus, dall’altro per creare opportunità di crescita per il Paese attraverso l’industria alimentare italiana.

Nei prossimi anni la ricerca di qualità e il consumo di prodotti sani sembra destinato a crescere: mangiare italiano non deve essere più per le aziende solo un claims commerciale o di marketing.

Dopo l’isolamento per la diffusione del Covid-19 imposta per decreto, resta da imporci un corretto stile alimentare per non farci trovare impreparati e quindi vulnerabili: le nostre difese immunitarie possono aiutarci a combattere in salute il virus.

Ciò deve spingere il Paese a pianificare forti investimenti a lungo termine con una precisa strategia, ovvero che le aziende del nostro comparto possono e devono puntare ad essere “fabbriche di salute” in grado di trasformare questa disastrosa economia in un’opportunità. L’Italia e le nostre aziende possono giocarsi per davvero la leadership europea in questo senso e direzione”.

Ufficio stampa Giusj Vanessa Vaia

La Costiera Amalfitana sta dando davvero un grande esempio: sicurezza, bellezza, gestione familiare delle strutture, qualità nei servizi, amore. I turisti ci sono ed arrivano da quasi tutta Europa e non solo.

Gli eventi non mancano, sempre in piena sicurezza: mascherine e sanificazione. Alla vigilia dell’apertura, in Costiera tutti gli operatori sono stati sottoposti a tampone. Sulle spiagge e negli ambienti chiusi sanificazione costante.

Gambardella: “Dalla pezzogna che si pesca dinanzi Positano ai Gamberetti di Nassa. Luoghi dal fascino unico amati anche dai grandi del cinema, della tv, del giornalismo”.

“Kennedy, Regan, Burton, Taylor ed ancora Totò. Da Armandino è venuta Enrica Bonaccordi – ha affermato Armandino Gambardella storico ristoratore della Costiera – ed abbiamo avuto tanti personaggi della tv, del giornalismo e del Cinema internazionale, qualche settimana fa Roberto Bolle. Da me si mangia la pezzogna paesana che si pesca dinanzi Positano, il Gambero di Nassa ma anche i tubetti con il totano. Noi non abbiamo cambiato nulla, cuciniamo come cucina la moglie del pescatore. L’Estate in Costiera sta andando bene e c’è un detto: l’italiano si fa secco ma non muore. L’Italia sarà forte, più di prima”.

 “Da Armandino” è nel cuore di una delle più belle baie dell’intera Costiera Amalfitana: Marina di Praia a Praiano. Mobilità sostenibile e sicurezza, ma anche monumenti e sentieri, mare, baie, grotte. Il tutto tutelato dal passaggio generazionale. Il modello Costiera c’è! Il turista straniero anche. Tradizione è viva da queste parti.

“Ci abbiamo creduto in questa riapertura – ha dichiarato Fabio Gambardella – e sta andando benissimo. Sono convinto che riusciremo a portare a termine bene la stagione e che faremo un ottimo 2021”.  In Costiera c’è la gestione familiare che garantisce serenità e sicurezza. Un passaggio generazionale in grado di coccolare il turista. In questi luoghi si sta davvero bene!

Per interviste:

Giuseppe Ragosta – addetto stampa del Distretto Turistico della Costiera Amalfitana – Tel 392 5967459.

Argomento principale, motivo di litigio, dubbio amletico.. “Dove ceniamo stasera?” è uno di quei messaggi che intasa le chat di gruppo su Whatsapp dal venerdì alla domenica.

Sarà che a Napoli ci insegnano a vedere il pasto come un momento di condivisione e riunione; ogni scusa è buona per incontrarsi e parlare del più e del meno con le persone a cui teniamo. Allora ok, andiamo a cena: ma cosa mangiamo nella “Napoli by night“? E dove?

Le alternative sono veramente numerose e per tutti i gusti! Innanzitutto provate a dividere le vostre preferenze in macrocategorie. Sicuramente dopo un po’ otterrete le fazioni “Pizza”, “Panino”, “Sushi”, “Carne”. Se siete curiosi e aperti a tutto (ma soprattutto delle buone forchette) sarà facile giungere ad un compromesso ed eccovi dunque alla scelta del locale.

Napoli by night

Per gli ultimi romantici, quelli fedeli alla pizza per intenderci, c’è l’imbarazzo della scelta: siamo a Napoli e sarebbe assurdo il contrario. Tradizionale o gourmet, la pizza è la scelta che più spesso riesce a far felici tutti ed oltre ai nomi più noti (‘Da Michele’, ‘Sorbillo’, ‘Starita’, ‘Di Matteo’, ‘Gorizia’) ci sono tanti maestri pizzaioli che hanno scritto il proprio nome nella “Hall of Fame” della categoria. Alcuni esempi sono ’50 Kalò’, ‘La Notizia’, ‘Acunzo’, ‘Gaetano Genovesi’, ‘Spicchi d’Autore’, ‘Vesi’, ’10 Diego Vitagliano’, ‘Carmnella’, ‘Regina Margherita’, ‘Vincenzo Capuano’. Per il ripieno fritto da non perdere ‘Isabella De Cham’, ‘La Masardona’, ‘La figlia del presidente’, ‘De Figliole’ e ‘Zia Esterina Sorbillo’.

Non molto diverso il discorso per gli appassionati del panino, una scelta che è ormai un “must” tra le offerte enogastronomiche di qualsiasi posto e Napoli, chiaramente, non si fa trovare impreparata. Hamburger succulenti, salsicce a punta di coltello, pollo fritto, burger vegetali e salse gustose regnano all’interno dei soffici “Bun” che sono sempre più spesso realizzati con innovativi impasti home-made. Potrete gustarne di diversi, dai più sofisticati a quelli di dimensioni importanti: quindi non appesantitevi a pranzo o durante l’aperitivo! Innovative le proposte di Egidio Cerrone (aka ‘Puokemed’) nel suo ‘Puok Burger Store’, ormai un vero e proprio santuario del panino a Napoli che ottiene da sempre i consensi di tutti, e di Mario Tortora con la sua ‘Paninomacelleria’. Entrambi sono take-away. Se invece volete gustare il vostro panino stando più comodi in un locale, magari sorseggiando una buona birra artigianale, allora scegliete i gustosi panini di ‘12 Morsi’, ‘Bun House’, ‘L’Oca Nera’, ‘Penny Black’ e ‘Herr Daniel’. Qualità in cucina e cura delle location.

Per chi invece volesse rinunciare ai carboidrati ma non al gusto, le opzioni non mancano. Partendo dalle numerose offerte delle bracerie (o per meglio dire “Steak House”) fino ad arrivare a quella più fresca ed orientale dei sushi e noodles Bar. I templi della carne sono locali dallo stile variabile, talvolta rustico talvolta ricercato e moderno. L’elemento comune tuttavia è uno solo: la griglia rovente, cuore di qualsiasi braceria che si rispetti.  Anche in questo caso si distinguono alcuni nomi eccellenti come ‘Braceria Pastore’, ‘Agribraceria Fattoria Carpineto’, ‘Griglieria Zio Jack’, ‘Meatin’ e ‘Cantina La Barbera’. Per chi preferisce la cucina asiatica allora spazio a nigiri, sashimi, uramaki, ramen, bao e chi più ne ha più ne metta. Da provare ’Osushi’, ‘Omu’, ‘Hachi’, ‘Iki’, ‘Otoro’ per il sushi;  ‘Ramen Shifu’ e ‘Staj Noodle Bar’ per il ramen e i soffici bao.

Napoli by night

Queste sono solo alcune tra le alternative migliori che potrete trovare nella “Napoli by night” se decideste di andare a cena fuori, ma sono tutte da provare e quindi siate curiosi e buon appetito!

Umberto Esposito

Pastificio Graziano srl supporter di Cibus Forum, la più grande manifestazione Food and Beverage all’indomani del lockdown. Due giorni di esposizioni e dibattiti incentrati sui nuovi scenari dell’industria agroalimentare per delineare una valida strategia di marketing in tempo di emergenza sanitaria.

A cominciare dall’impegno per la tutela del Made in Italy nel mondo come ha sottolineato l’amministratore delegato del Pastificio irpino, Alfonso D’Urso. “Cibus Forum ci permette di riprendere il percorso di promozione interrotto a causa dell’emergenza sanitaria.

Nonostante i consumi nel nostro comparto non hanno risentito la crisi economica, Pastificio Graziano crede fortemente nell’importanza delle relazioni umane. A causa del Covid sono mancate le principali iniziative fieristiche occasione di dibattito e di confronto, utili per essere sempre al passo con le ultime tendenze di mercato e spesso anticipandole come nel caso delle trafile al platino e all’argento che noi stessi abbiamo brevettato. Cibus non è una semplice fiera ma il trait d’union tra professionisti della Gdo, istituzioni, buyers e giornalisti. Di certo, d’ora in avanti sarà fondamentale un’ efficace comunicazione e l’impegno di tutte le parti in causa”. 

Secondo l’A.d. di Pastificio Graziano la situazione che stiamo vivendo a livello globale ci fornisce un’ulteriore occasione per riflettere su quanto sia fondamentale creare sinergie nell’interesse della tutela del Made in Italy troppo spesso vittima dell’Italian Sounding. Un problema che l’imprenditore solofrano ha ribadito anche al Ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio, ospite allo stand della sua azienda.

 “L’agroalimentare italiano sta vivendo stagioni di crescita importanti sui mercati esteri. Risultati significativi che tuttavia non devono farci allentare la presa sull’obiettivo – ha detto D’Urso – Servono campagne mirate per salvare la reputazione dei prodotti enogastronomici, difendere il territorio, l’economia e far conoscere una filiera che è la più grande ricchezza del Paese. Mi riferisco ad esempio all’Italian Sounding in cui cade ingannevolmente il consumatore di fronte a prodotti che crede siano autentici italiani, quando in realtà di italiano hanno poco, o nulla. Noi siamo produttori di pasta 100% italiana, certificata e garantita dai laboratori di Chimica e Biologia dell’Università di Salerno, ma subiamo la concorrenza sleale di aziende che acquistano materie prime di provenienza estera a un costo inferiore e che poi lavorano in Italia, o di aziende italiane rilevate da aziende straniere che sfruttano il brand legato ad esse per promuovere maggiormente le vendite. Si tratta di un falso Made in Italy un rischio che compromette la reputazione del comparto. Per questo ben vengano le fiere come Cibus che ci consentono di entrare in relazione diretta con i buyers internazionali e far testare la qualità del prodotto”.

Una riflessione che ha trovato riscontro nel Ministro Di Maio, il quale ha assicurato all’imprenditore che sosterrà con convinzione gli eventi fieristici, fondamentale veicolo verso il mercato internazionale e strumento strategico di promozione del Made in Italy. Ma il plauso di Alfonso D’urso è andato anche al sindaco di Parma, una città che deve essere d’esempio all’Irpinia e alla Campania per la cooperazione che è riuscita a creare tra pubblico e privato. 

“Parma ha dimostrato che il cibo non è solo un prodotto commerciale, ma è il simbolo di una comunità, il risultato di un processo identitario che esprime la creatività tipica del Made in Italy. La collaborazione tra Istituzioni pubbliche, imprese del settore alimentare e ristoratori le ha permesso di essere riconosciuta come la prima Città Creativa Unesco della Gastronomia. Una strategia importante da prendere d’esempio per lo sviluppo economico e turistico dell’Irpinia e per permettere a noi tutti, insieme, di guardare con fiducia al futuro”. 

COCOMERO O ANGURIA: IL MITICO FRUTTO DELL’ESTATE

Dissetante, diuretico, dolce, da mangiarlo a morsi, fresco, in compagnia con la famiglia o gli amici, il cocomero è il frutto simbolo dell’estate, delle vacanze, delle giornate a mare, rilassanti e riposanti, adatto a contrastare la stanchezza e la caluria estiva di questi giorni. Cocomero ( in Italia meridionale) o anguria ( in Italia settentrionale) della famiglia delle Curbitacee (come il melone, il cetriolo) deriva dal termine latino “Cucumis citrullis” o dal greco angurion ( cetriolo).

Storia e curiosità

Proveniente dall’ Africa tropicale, è molto consumato nelle aree del Mediterraneo. Nell’ antichità era usato come alimento e medicinale. Esso veniva deposto nelle tombe dei faraoni come mezzo di sostentamento per la vita nell’ aldilà: una sorte di elisir di lunga vita. La mitica gelatina d’anguria piacque molto alla regina Maria Carolina, moglie di Ferdinando I di Borbone, che assaggiandola esclamò: “superb, superb”, tanto da volerne ancora.

Tradizione

In Irpinia, e precisamente ad Altavilla Irpinia, ogni anno si rivive la tradizione del “palio dell’anguria” in onore di Costanza d’ Altavilla. Un tuffo nella storia dai connotati medievali. Si narra che Costanza e il suo seguito, in viaggio per Milano, fossero costretti a far sosta nel paese di Alta Cuda (odierna Altavilla) per un danno ad alcune carrozze. Il popolo si animò alla notizia dell’erede al trono e gli abitanti fecero a gara per portare alla regina Costanza ogni sorta di dono, la quale in segno di gratitudine istituì il palio, che avrebbe premiato una di quelle persone dimostratesi così cordiali

cocomero
Cocomero (o anguria)

Valori nutrizionali

Noi nutrizionisti lo consigliamo a tutti, in primis a bambini, adulti, sportivi soprattutto, in quanto evita i crampi muscolari. Contiene soprattutto acqua ( 90%), zuccheri ( 5%), vitamine, betacarotene, sali minerali (potassio, magnesio), il licopene nella polpa rossa. E’ a basso contenuto calorico ( 100g/16 cal) . In secondo luogo, depura l’organismo reintegrando le perdite di sudore con vitamine e sali minerali, combatte il calo di energia e la ritenzione idrica. L’ ideale è mangiarlo come spuntino o merenda o un paio d’ore dopo il pranzo.

In ogni caso, si sconsiglia di mangiarlo a fine pasto perché il suo alto contenuto idrico diluirebbe eccessivamente i succhi gastrici e renderebbe laboriosa la digestione. Terza cosa, ma molto importante, attenzione ai semi: masticarli potrebbe provocare fastidiosi dolori intestinali. In conclusione, può essere gustata anche come granita, gelato o succo. Inoltre contiene anche la citrullina, un amminoacido non essenziale dalle proprietà antiossidanti e vasodilatatorie nella parte bianca che viene scartata.

Succo di anguria: idratante, dissetante, ipocalorica e facile da preparare

Ingredienti:

cocomero 500 g

2 limoni

Foglioline di menta naturale

Ghiaccio

Attrezzi

Mixer o frullatori

Procedimento

Dopo aver eliminato la buccia, tagliare a pezzi l’ anguria fresca eliminando i semi. Frullarla fino a ottenere una parte di polpa . Unire il succo di un limone e mescolarlo. Versare nei bicchieri con abbondante ghiaccio. Aggiungere uno spicchio di limone e foglioline di menta per decorare. Berlo fresco al momento.

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Raffaele Medaglia chef-pizzaiolo lascia Santiago del Cile dove aveva fondato la catena di ristoranti-pizzeria “Brunapoli” e ritorna a Sant’Antimo, nella sua terra d’origine, aprendo un locale a suo nome.

Affacciato sulla frequentatissima Via Appia “Raffaele Medaglia pizzeria-ristorante-braceria”, è caratterizzato da una prima sala  divisa a metà, con un salto temporale tra la Napoli di ieri, con il richiamo ai palazzi d’epoca e ai napoletani chiamati “mangiafoglia” nel ‘700  e la Napoli di oggi, con i colori accesi dell’azzurro del mare, del giallo che ricorda il grano, ma anche il San Gennaro “facciagialla”, il grigio antracite del piperno, la pietra lavica con la quale sono stati realizzati la maggior parte dei palazzi, insomma la Napoli del popolo diventata nell’800 “mangiamaccheroni”.

Fulcro dell’area moderna è il forno per le pizze, raffigurante un Vesuvio rosso di fuoco e di lava realizzato in esclusiva per il figlio, ritornato dopo tanti anni di esperienze all’estero, dalla famiglia Medaglia ,titolare dell’omonima ditta costruttrice di forni esportati in tutto il mondo.

La seconda sala è invece caratterizzata da uno stile più elegante e raffinato, con una predominanza del colore bianco, ideale per eventi e feste private.

Il menù studiato da Raffaele Medaglia

La cucina è incentrata su un menù, sia di terra che di mare, ricercato ed elegante, ma al tempo stesso innovativo, frutto delle sue lunghe esperienze all’estero, in particolare a Dubai e in Cile, accompagnati da un’attenta selezione di vini.

Grande attenzione per le materie prime utilizzate, di altissima qualità, impiegate in maniera originale al fine di realizzare piatti unici nel loro genere, pur restando saldamente ancorati alle ricette della tradizione.

Al centro della sala l’acquario dove i cliente posso scegliere i mitili, ma anche aragoste, astici blu e King crabs. Una menzione speciale per l’angolo braceria in cui troneggia una brace a vista e una vetrina a temperatura ed umidità controllata dove i tagli di carne pregiati frollano anche fino a 60 giorni.

La pizza

Ma Raffaele Medaglia è anche un valente pizzaiolo, è lui infatti che prepara l’impasto, un diretto con maturazione 24 ore ed un’idratazione al 70% utilizzando un blend di farine di cui custodisce gelosamente la formula.

Per la farcitura, si affida alla stagionalità, alla territorialità ma anche alla capacità di attingere dalla cucina ed allora ecco la pizza con le zucchine alla scapece o con la tartare di tonno.

Raffaele Medaglia Ristorante Pizzeria Braceria

s.s. Appia km 18.900, 80029 Sant’Antimo (Na)

Tel. 081 350 4860

Il richiamo del mare e della buona tavola: scoprite alcuni dei luoghi italiani dove mangiare accompagnati dal suono della risacca e con i piedi nell’acqua.

Immaginate il mare, l’odore della salsedine, il vento tra i capelli che rende salata la pelle. Calici di vino baciati al tramonto sul tirreno, la sabbia tra i piedi e il rumore dei ciottoli che si rivoltano nelle onde. E poi immaginate il cibo delle tradizioni gastronomiche d’Italia.

Glamour ed eleganti, ecco cinque ristoranti che offrono esperienze sensoriali e che rispecchiano il bello e il buono di una Italia che si mostra al mondo ancora troppo timidamente. Dove è possibile mangiare con i piedi nell’acqua.

La Conca – (Campania)

A Meta di Sorrento, una striscia di terra evidentemente baciata da Dio dove tutto è particolare e inebriante, si trova il ristorante La Conca immediatamente dopo la spiaggia. Una cucina di mare preparata secondo le teorie morderne gastronomiche che non sono altro che rinnovo della più classica cucina mediterranea.

Umberto a Mare (Campania)

Uno dei dieci ristoranti con vista più belli d’Italia, Umberto a mare è caratterizzato da uno splendido dehors sul mare con soli 10 tavoli e da due sale a picco sul mare. La cucina viaggia in funzione del pescato del giorno, una cucina “d’ispirazione tradizionale”: un condensato di ricordi personali, istintiva, emozionale.

Nikki Beach Versilia (Toscana)

Da St Tropez a Saint Barth, il Nikki beach fa parte di una catena di ricchi resort sul mare. Qui, a tavola solo specialità locali sotto il cielo toscano con una vista spettacolare sul “profondo blu”. Imperdibile lo Spaghettone Morelli e per gli amanti di sushi un’ampia selezione. Cantina strepitosa.

Eco del Mare (Liguria)

Amato da Indro Montanelli, tanto da scrivere <<con la speranza di poter fare un giorno, qui all’ Eco del mare, il bagnino, prenoto il posto>>. È un luogo magico, la cena a lume di candela: spaghetti allo scoglio, insalata di polpo, alici fritte. L’eco del mare in sottofondo, di fronte al mare, in riva al mare.

Clandestino (Marche)

Di proprietà della stella Michelin Moreno Cedroni, il Clandestino è un susci bar all’italiana, come del resto è scritto. Sorge nella baia di Portonovo, a picco sul mare Adriatico che alterna i toni del turchese al blu una palafitta all’interno che porta i colori del cielo e del mare.

Esistono luoghi in Italia dalla straordinaria bellezza dove è possibile assecondare la voglia di iodio e salsedine tutto il giorno, dove è possibile ascoltare la voce del mare sorseggiando un Chianti, dove addirittura è possibile mangiare con i piedi nell’acqua. Sul bagnasciuga, di fronte alla potenza suggestiva del mare.

Martedì 30 giugno alle ore 20.00 si è tenuta la presentazione agli operatori dell’informazione del ristorante Bianco specialità baccalà pesce e… in Via Circumvallazione Esterna n°5, Arzano (NA).


La cena è stata presentata dal giornalista enogastronomico Renato Rocco direttore de La Buona Tavola Magazine, ed è stata curata dallo chef Alfonso De Filippo, che per l’occasione ha proposto alcuni dei piatti presenti nel menù del suo ristorante.
Alfonso De Filippo, giovane e talentuoso chef resident di “Ristorante Bianco, specialità baccalà, pesce e…”, è l’erede della famiglia De Filippo, baccalajuoli dal 1971.

Lo chef Alfonso De Filippo


“Tutti i nostri piatti mirano a valorizzare un prodotto, il baccalà, che fino a qualche decennio fa era considerato un piatto povero” ci spiega Alfonso De Filippo, soprannominato “De Filippo Baccalacciuolo”. Piatti della cucina tradizionale napoletana rivisitati in maniera “chic”, come si può notare dalle foto che seguono.

La cena è iniziata con un antipasto misto composto da: polpetta di baccalà, rocher di baccalà e pizza fritta “Sanità”: un incontro tra cucina classica e moderna.

Antipasto con pizza fritta, polpetta e rocher di baccalà con zeppoline


Non solo baccalà ma anche specialità di pesce: infatti come primi, gli ospiti hanno potuto provare la Genovese di baccalà e un risotto al nero di seppia e gamberi di Mazara.

Genovese di Baccalà
Risotto al nero di seppia e gamberi di Mazara


Stesso discorso per i secondi piatti: la prima portata, “Il Salutista”, è il piatto ideale per chi desidera mangiare con leggerezza senza rinunciare al gusto. Come seconda portata di pesce, lo chef ha pensato ad una millefoglie di orata.

“Il salutista”
Millefoglie di orata


Per concludere in dolcezza ma sempre in tema, De Filippo ha stupito i presenti con la millefoglie scomposta di baccalà, un dolce di primo impatto azzardato ma che infine rivela un sapore piacevole e delicato.

Millefoglie di baccalà

Infine è intervenuto il Presidente dell’Accademia Partenopea del Baccalà Toti Lange per insignire lo chef De Filippo con un riconoscimento da parte dell’Accademia stessa.

Lo chef Alfonso De Filippo col papà Nino e Toti Lange

L’evento è stato curato dall’agenzia di comunicazione e marketing La Buona Tavola Magazine.

Il Mokamisù: il classico tiramisù servito in una moka

l pasticciere Vincenzo Ferrieri: “Mi piace pensare che questo dolce possa rappresentare la ripresa del nostro Paese”

Il Tiramisù è una delle ricette più conosciute e antiche della cucina italiana, ed è apprezzato in tutto il mondo. E’ anche uno dei dolci più versatili, in quanto la sua ricetta – estremamente semplice – oggi vanta decine di varianti (alla frutta, al pistacchio, agli amaretti, etc.). Nella versione classica è composto da strati di biscotti friabili inzuppati nel caffè e farciti con una crema a base di mascarpone.

Le origini


Le origini del tiramisù sono incerte e sono almeno tre regioni a contendersele: Piemonte, Friuli Venezia Giulia e Veneto. Il nome “tiramisù” sembra risalire, invece, alla nomea che gli veniva conferita dai cortigiani della Serenissima a Venezia, i quali erano convinti che questo dolce avesse dei poteri afrodisiaci tanto da gustarlo ad ogni appuntamento galante.
Questo dolce a Napoli ha attecchito particolarmente bene, forse perchè il caffè – ovvero l’ingrediente principale del tiramisù – è un’icona nel capoluogo partenopeo.

Vincenzo Ferrieri crea il Mokamisù

Il tiramisù, fatto secondo la ricetta classica, servito all’interno di una moka, la caffettiera più amata dagli italiani e il “must have” di tutte le case napoletane. “Questa volta ho voluto conferire un tocco di napoletanità a un dolce le cui origini non ci appartengono, ma che piace tanto ai napoletani – afferma Vincenzo Ferrieri -. 

Non ho manipolato la ricetta, piuttosto il modo di presentare il tiramisù, che viene servito in una moka che chi lo mangia può tranquillamente portare a casa“. “Mi piace pensare che questo dolce, già dal nome rincuorante, presentato in questo modo possa rappresentare la ripresa del nostro Paese – continua il pasticciere -. La moka è il primo oggetto che utilizziamo al mattino per fare quel caffè che  ci dà la giusta carica di energia per affrontare la giornata“.


Il Mokamisù è il dolce di punta della nuova pasticceria che Vincenzo Ferrieri ha aperto in piazza Dante. All’interno del Complesso di San Domenico Soriano, nei locali che hanno ospitato per un po’ di tempo l’ex anagrafe del Comune di Napoli. “Ci auguriamo di dimenticare presto questi mesi – afferma il pasticciere – mettendoci tutto il nostro impegno per tornare presto alla nuova normalità… Noi in primis: purtroppo mio padre Salvatore è stato affetto da Covid, dedico a lui e a tutti coloro che sono guariti quest’apertura. Un nuovo inizio è possibile!“.        

Ufficio stampa: Maria Consiglia Izzo

Era il 1943 quando la porta d’ingresso di Mimì alla Ferrovia aprì i battenti portando nel cuore un grande sogno: essere la “casa” dei napoletani, con le sue tradizioni, i suoi riti a tavola, la sua accoglienza e sacrale ospitalità.
Da circa 80 anni i suoi piatti restano fedeli alla tradizione delle nostre terre e dei nostri mari, consapevoli, infatti, che solo con radici ben salde si può viaggiare nello spazio infinito del gusto.
Ogni preparazione è riempita dei sogni di tre generazioni, quelli della famiglia Giugliano,ed esprimono il passato ed il futuro insieme, incarnando i sapori di qualità e genuinità della buona tavola.

Da oggi una speciale novità in casa Mimì prende il largo.
Dalla stazione del gusto parte il treno dei sapori per giungere in mare aperto!
Con il nuovo servizio Delivery&Take-Away “Mimì Loves Boat – La Tradizione in mare aperto” finalmente sarà possibile gustare i sapori della gastronomia partenopea di Mimì alla ferrovia direttamente sulla propria imbarcazione.


Come fare? Niente di più semplice! Basterà prenotare chiamando il numero 081 5538525 oppure tramite Whatsapp al numero 379 1964996 e Tre Special box giungeranno presso l’attracco indicato insieme ad una raffinata selezione di bollicine e di vini bianchi e rossi.
Vento d’estate, Vocca salata, Sasà fai tu. Tre menu con proposte fresche e pratiche da gustare direttamente su ogni tipo di imbarcazione. Che sia un gozzo od uno yacht, una barca a vela o una a remi, il buon gusto della tradizione gastronomica partenopea non “va in vacanza”, ma parte con voi!

Resta sempre aggiornato sui menu proposti e le specialità del giorno.
Seguici sui canali social Facebook e Instagram oppure segui il sito web www.mimiallaferrovia.it

Molti di noi sono abituati a mangiare il baccalà soprattutto nelle feste natalizie, come vuole la tradizione, ma perché non gustarlo in qualsiasi stagione? L’estate è arrivata e con essa la voglia di piatti freschi, ma ugualmente gustosi. Perché non deliziarci di questa gustosa pietanza anche quando il sole caldo domina la nostra tavola? Magari in versione pizza fritta per stupire i commensali che portiamo a cena fuori? Insomma, se amiamo così tanto il suo sapore perché rinunciare al baccalà in estate? Da altro canto fa anche bene alla nostra salute, perché fonte di proteine ma anche di fosforo, lisina, Omega-3, Omega-6, Omega-9 e vitamina A, ma è povero di grassi. Perfetto per chi desidera mantenere uno stile di vita sano e un’alimentazione genuina. Per chi desidera provare squisiti piatti a base di baccalà, non esiste nulla di meglio a Napoli che il “Ristorante Bianco, specialità baccalà, pesce e…” (Circumvallazione esterna, 5- Napoli (Rotonda di Arzano) Il gusto veste bianco, recita il claim del locale. Il bianco, i toni dell’azzurro e del blu e tutte le sfumature del mare, caratterizzano lo stile del ristorante. Un luogo rilassante, sofisticato e ben curato, caratterizzato da un’ampia sala interna con TV, acquario e bar, e un ampio spazio interno dove oltre ai tavoli per cenare ci sono comodi divani per intrattenersi a bere e chiacchiere con gli amici dopo cena.

Ristorante Bianco

Il resident chef Alfonso De Filippo, con grande maestria e immensa passione, delizia i clienti con squisiti piatti a base di baccalà che sono una gioia per gli occhi e per il palato. Belli da vedere (e fotografare) e buoni da mangiare. Scopriamo insieme i 5 piatti consigliati dallo chef Alfonso per gustarvi il baccalà in estate. Il primo piatto consigliato è una nuova entry in menù ed è la pizza fritta “Forcella” con scarole, capperi di Pantelleria, olive nere, provola e baccalà.

Un trionfo per le papille gustative. Si tratta di una delle 3 pizze fritte create da chef Alfonso e dedicate ai quartieri popolari di Napoli. Le altre due sono la pizza fritta “Quartieri Spagnoli” con provola, baccalà e friarielli e quella “Sanità” con baccalà e segreto dello chef (non ve lo sveliamo dovete provarla!). Il secondo piatto consigliato è linguine con peperoncini verdi, pomodorini e baccalà, un piatto fresco e decisamente gustoso.

Ristorante Bianco

Il terzo piatto che vi invitiamo a provare sono i tagliolini di pasta fresca con limone, menta, baccalà e provolone del Monaco. Il sapore del formaggio si sposa benissimo con quello del baccalà con tocco di menta e limone.

Ristorante Bianco

Come secondo piatto, se non volete ordinare una bella bistecca di tonno (sì perché il Ristorante Bianco prepara anche ottimi piatti a base di pesce non solo esclusivamente baccalà), vi consigliamo “il bianco veste rosa”: mozzarella di bufala con salmone e baccalà. Un piatto molto scenografico e instagrammabile, oltre che delizioso e sofisticato.

Ristorante Bianco

E per finire non possiamo che parlare del celebre “croccante di baccalà”, baccalà con panatura panko avvolto nel bacon croccante.

Ristorante Bianco

Non vi resta che deliziarvi da “Ristorante Bianco, specialità baccalà, pesce e…”. Sul sito www.ristorantebianco.it potete consultare i menù completo.  

Fontana Pietro,nonostante le avversità,ha aperto un locale tre giorni prima della chiusura dovuta alla pandemia,ha saputo rialzarsi e con tenacia farsi conoscere prima con il delivery,poi anche con l’asporto e oggi con il servizio in sala.


Ieri il locale,peraltro molto bello,era pieno. Dal 27 aprile ad oggi è già scattato il passaparola la più potente ed irrefrenabile delle azioni di marketing virali che ci possano essere.
Ma d’altronde perché non sarebbe dovuto accadere:quattro forni,uno per la pizza tradizionale,uno per la pizza in pala,un senza glutine ed un forno convenzionale.

Praticamente metà del locale è dedicato alla cucina,alla sala degli impasti con annessa cella di lievitazione e dai forni. Altri avrebbero avuto paura di sacrificare tanti posti a sedere.Invece Pietro Fontana aveva un progetto, un’idea vincente. Far viaggiare il cliente sugli alti e bassi delle differenti cotture,delle diverse consistenze di temperature,delle varie possibilità di ottenere maglie glutiniche.

Il menù di Pietro Fontana

Ma anche farlo viaggiare tra i diversi sapori,con i prodotti del nostro territorio ed in particolare quello vesuviano,ma anche pescando nel nostro Paese più a nord con una selezione di crudi e di cotti spettacolari.Ma anche con contaminazioni orientaleggianti con il pesce crudo ed il caviale.
Degustazione di pizza in pala,pizza nel padellino,pizza in tre consistenze(vapore,fritta e al forno),pizza tradizionale.

Eccezionali anche i fritti ,con le frittatine una spanna superlative. Tiramisù della casa buono.
Servizio rapido con qualche piccola sbavatura nel versare la birra senza farla ossigenare oppure nel mancato cambio di un piatto.
Piccole sbavature per un personale giovane che si trova ad affrontare una sala piena a meno di un mese dall’apertura. Ma sarebbe stata la perfezione ,il 10 in pagella.
Il mondo Enogastronomico cambia troppo velocemente,nonostante la battuta d’arresto dovuta al Covid 19,se ti trovi un pizzaiolo,con esperienze pregresse in provincia di Napoli e Caserta,che apre il suo primo locale ed in un mese già concorre all’Empireo dei Top50,degli Spicchi,dei Cappelli e così via. Tenetevi forte,la giostra gira e rischia di buttare giù chi pensa di stare e rimanerci a vita lassù.

La cucina pop e quella gourmet si uniscono ed esplodono in un tripudio di sensi al Ristorante “Un pizzico di” a Pozzuoli grazie allo chef Costantino Colonna.

Il locale puteolano affacciato al monumento iconico della cittadina flegrea, il Tempio di Serapide, grazie alla conduzione dello chef Costantino, puteolano di origini e colonna portante dell’APCI l’Associazione Professionale Cuochi Italiani, riapre dopo la chiusura dovuta alla pandemia proponendo un menù tutto incentrato su due materie prime: il pesce, e qui era scontato vista la presenza a pochi metri di uno dei mercato ittico più importanti del Sud, ed il baccalà ,il pesce per lo più utilizzato nelle aree interne del nostro paese. E perciò le proposte sono tutte giocate sulla doppia scelta dal classico spaghetto con le vongole alla genovese di baccalà, il fritto di paranza e il baccalà in cassuola e così via.

Ma la proposta più accattivante è rappresentata dal grande antipasto dal costo assolutamente irrisorio di soli 15 euro grazie al quale lo chef propone:

  • Polpo scottato al rosmarino con vellutata di ceci,
  • Soufflé di patate è baccalà con vellutata di pomodori
  • Gamberi rossi mandorlato con miele di castagno è salsa tartara
  • Polpo con verdure croccanti con citronette al basilico
  • Medaglione di tonno ai semi di sesamo servito con cipolla caramellata

Non poteva mancare il dolce! E qui il locale puteolano si affida alle creazioni monoporzione del maestro pasticciere Marco Gigante, titolare della “Dolce Arte” di Via Campana a Quarto.

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Renato Rocco

A Napoli tornano i sapori stellati del ristorante il Comandante


Diretto dallo Chef Salvatore Bianco, al 10° piano del ROMEO hotelil Comandante rispetta tutti i protocolli anti-Covid. I clienti che desiderano ammirare la splendida vista e gustare la cucina stellata dello Chef Bianco sono sottoposti all’ingresso non solo alla misurazione della temperatura, ma anche ad un test anti-Coronavirus – immediato, non invasivo e  totalmente gratuito.

Una volta accertata la negatività, i clienti possono immergersi in un’oasi di relax e godere della tranquillità sapendo che tutte le persone lì presenti, così come lo staff, sono state sottoposte allo stesso trattamento, per cui negative al test.

Tre nuovi menù al Comandante


E per una cena veramente mindfulness, lo Chef ha pensato di stupire gli ospiti con 3 nuovi Menu Degustazione. Tre menù da 3, 6 e 8 portate realizzati a mano libera, sull’ispirazione del momento.

Il Comandate offre anche la cantina più vasta e selezionata della città e il Sommelier, uno dei più giovani di Napoli, potrà suggerire la scelta migliore tra oltre 1000 etichette.

Per le romantiche serate estive, inoltre, il Comandante è anche Sotto leStelle, con tavoli da due persone in terrazzarigorosamente vista Vesuvio!

Non resta che affidarsi all’arte dello Chef Salvatore Bianco e del Sommelier Mario Vitiello, per lasciarsi trasportare dai sapori. Inebriarsi da vini ricercati e dal profumo del mare.

Gli ospiti potranno utilizzare anche il safe-kit contenente guanti, mascherina e gel igienizzante, per gli spostamenti in hotel; mentre le sanificazioni sono continue ed effettuate secondo le indicazioni con prodotti a norma e nel rispetto delle linee guida OMS.

Le autovetture lasciate in custodia sono sanificate, durante la cena, mentre il presidio sanitario dell’albergo è a disposizione di tutti coloro che ne avranno bisogno in qualsiasi momento, per rendere la propria permanenza il più spensierata possibile.

Ufficio Stampa: CV Studio

Fuori piove, è vero. Non importa, per viaggiare insieme a me alla scoperta dei piatti delle nostre regioni serve solo la mente. Chiudete gli occhi, vi porto in Sicilia. La cucina siciliana fa parte di una cultura gastronomica regionale complessa e articolata, che mostra tracce e contributi di tutte le culture che si sono stabilite in Sicilia negli ultimi due millenni. Dalle abitudini alimentari della Magna Grecia alle prelibatezze dei “Monsù” delle grandi cucine nobiliari, passando dai dolci d’età araba-normanna e dalle frattaglie alla maniera ebraica: tutto contribuisce a rendere varia la cucina siciliana.

Come piatto per descrivere questa meravigliosa isola ho scelto il baccalà con le pere, un trionfo di sapori. Si tratta di una ricetta con vari ingredienti molto semplici. Buono e nutriente, il baccalà con le pere è un secondo piatto così ricco da considerarsi un piatto unico a tutti gli effetti.

INGREDIENTI baccalà con le pere

  • 1kg di baccalà già ammollato in tranci
  • 800g di pere mature ma sode
  • 700g di patate
  • 100g di olive verdi denocciolate
  • 50grammi di capperi
  • 50g di pinoli
  • 50g di uvette
  • 250g di polpa di pomodoro
  • 2 cucchiai di prezzemolo tritato
  • peperoncino fresco
  • olio extravergine di oliva
  • sale
  • pepe

PROCEDIMENTO

Immergere il baccalà in una casseruola colma d’acqua fredda, porre sul fuoco a fiamma moderata e, quando il liquido comincia bollire, coprire il recipiente e continuare la cottura con l’acqua che sobbolle per 10 minuti, a fiamma bassa. Ritirare e sgocciolare il pesce. In una casseruola raccogliere le pere sbucciate e tagliate a tocchetti, le patate pelate e tagliate a fette, le olive a rondelle, i capperi, le uvette bagnate e strizzate, i pinoli, un cucchiaio di prezzemolo, un pezzetto di peperoncino, la polpa di pomodoro, quattro-cinque cucchiai d’olio. Porre tutto sul fuoco, portare a bollore e cuocere per 10 minuti. Aggiungere il baccalà e fare sobbollire per circa 20 minuti. Ritirare, regolare di sale e pepe. Impiattare, spolverizzandolo con il restante prezzemolo tritato e servire subito.

Il baccalà con le pere è un secondo piatto di pesce molto gustoso. Una pietanza importante in cui l’equilibrio tra il dolce di pere e uvette e la sapidità del resto è ben bilanciato.
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A Casoria, in provincia di Napoli, c’è una pizzeria, la pizzeria Zombino , la cui storia è iniziata quindici anni fa, ma il suo proprietario, fin dall’età di 9 anni, ha respirato l’antica arte della pizza, iniziando il suo percorso come “ragazzo di bottega” in una storica pizzeria nel cuore di Napoli.

Salvatore De Angelis oggi ha una sua attività, Pizzeria Zombino , che nel tempo ha raggiunto livelli alti di qualità, riuscendo ad affermarsi sul territorio. La pizzeria nasce dalla passione per la pizza e dietro la scelta del nome c’è una storia singolare. «Il nome della pizzeria deriva, in realtà, da un soprannome. Quando ero piccolo, mio zio era chiamato “Zombi” per via della sua carnagione chiara che metteva in risalto le occhiaie scure. Io ero conosciuto come il nipote di “Zombi” e poco alla volta venni identificato, per la tenera età, come “ Zombino ”, soprannome che mi porto ancora oggi e che ho scelto per identificare la mia attività».

Reagire alla crisi

Il mondo della ristorazione sta vivendo un periodo di grande incertezza, causato dall’emergenza sanitaria che ha letteralmente bloccato il paese. La Pizzeria Zombino , come ha detto Salvatore De Angelis, non ha fatto eccezione.

«Prima del Coronavirus gli affari andavano molto bene, poi l’emergenza sanitaria ha fermato ogni cosa e le nostre attività hanno subito le maggiori conseguenze. Questa riapertura parziale, che prevede la consegna a domicilio, ci fa respirare e riprendere il contatto con il cliente, ma di certo non nelle stesse modalità di un tempo».

Il delivery ha dato alle pizzerie e ai ristoranti una boccata di ossigeno, ma di certo non si può parlare di vera ripresa. La Pizzeria Zombino, come tante, sta reagendo al momento e Salvatore De Angelis è cautamente ottimista: «Il mio locale prevede, nella normalità, circa 180 posti a sedere e le nuove direttive per l’apertura al cliente non ci colgono impreparati. Abbiamo, per fortuna, una metratura che ci consente di applicare la normativa nella sua interezza, seppur dimezzando i coperti. Quello che ci preoccupa è piuttosto la clientela, che non sappiamo bene come potrebbe reagire e se ci darà fiducia. La paura è ancora tanta, ma noi stiamo lavorando proprio perché il cliente possa, venendo da noi, trovare un luogo sicuro e che restituisca un momento di normalità».

Il menù della pizzeria Zombino

Con il delivery la Pizzeria Zombino ha ripreso parzialmente la sua attività, ma è stato necessario adattare il menù a questo nuovo modo di fruire la pizza. «Il menù della pizzeria Zombino è in linea con la tradizione napoletana, ma prevede anche una serie di pizze che amo definire “speciali”. Tra queste c’è la pizza Bronte, realizzata con il vero pistacchio di Bronte. Queste pizze, come la “fritturina Zombino” sono state eliminate dal menù d’asporto. Questo perché le caratteristiche proprie di questi piatti prevedono il passaggio diretto dal forno al piatto. Il trasporto nel cartone, seppur scegliendo quello ideale per alimenti, ne altera le peculiarità. Non volendo scontentare il cliente, si è scelto quindi di fornire un prodotto che sia quello giusto per il servizio a domicilio».

Salvatore De Angelis, come tutti, auspica una ripresa rapida e completa delle attività. Il suo pensiero corre anche al personale impiegato nel suo locale. Sperando di riaverli tutti presto alle sue dipendenze, per riformare al completo la grande famiglia della Pizzeria Zombino.

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In questo periodo di quarantena, ognuno di noi ha scoperto il pizzaiolo che è in se. Tante le ricette che ci hanno permesso di divertirci e metterci alla prova con i nostri forni ma tanta è stata anche l’attesa per la riapertura delle pizzerie con la loro delivery!

Bene quindi, adesso le alternative sono due: perchè se da un lato c’è chi si è appassionato e continua a mettere le mani in pasta, dall’altro c’è chi non ne poteva più ed è tornato a mettere le mani solo sul proprio telefono per chiamare la pizzeria del cuore. Ma se vi dicessi che c’è un’altra alternativa? Per qualcuno probabilmente potrebbe risultare una via di mezzo, sta di fatto che parlando con Antonio Esposito (pizzaiolo e proprietario della pizzeria “Il Marchese” a San Giorgio a Cremano) ho scoperto la sua pizza rigenerata ! Argomento che, nonostante non fosse troppo comune quando si parla di pizza, mi ha colpito positivamente.

Cos’è la pizza rigenerata?

Tengo a dire che, ancor prima della pizza rigenerata , è stato proprio Antonio ad avermi impressionato positivamente grazie alla sua voglia di fare unita ad una creatività contagiosa. Gli ho chiesto come, insieme al suo staff, stesse vivendo questo particolare periodo e non è stato difficile capire che la loro voglia di riaprire andava ben oltre il fattore economico; era una questione di nostalgia vera e propria. Antonio infatti mi spiega di non aver mai puntato troppo sul delivery e di averne una concezione tutta sua.

Da “Il Marchese” le consegne sono previste, si, ma solo per la clientela della zona circostante (testimone la scelta di non adoperare scooter o auto, le consegne si fanno a piedi!) ed il motivo è estremamente chiaro quando Antonio mi dice “una pizza che arriva a casa tua dopo 20 minuti, la mangi con piacere?”. Come dargli torto; la pizza che arriva a casa in ritardo è un prodotto spesso gommoso, tiepido e poco godibile.

Quindi, se so bene di abitare lontano dalla mia pizzeria preferita, perchè non pensare ad un valido compromesso?

Un prodotto comodo e gustoso

Un prodotto comodo ma gustoso come quello appena sfornato magari: ecco che la pizza rigenerata casca a pennello. Nel caso di Antonio l’idea nasce da un’esigenza personale perchè il pizzaiolo, che lavora a San Giorgio a Cremano, abita ben lontano da li. “Non mi era possibile portare una pizza decente a mia moglie al riento a casa” dice, sottolineando il fatto che la buonissima pizza realizzata nel suo forno a legna, una volta riscaldata a casa, non rendeva. Problema comune per qualsiasi pizza, di qualsiasi pizzeria.

Ma se non è possibile restituire dignità ad una pizza normale che arriva a tavola dopo 20 minuti.. il discorso cambia con la pizza rigenerata. “Basta usare per bene il proprio forno domestico e condirla secondo il proprio gusto”, conferma Antonio. Il disco di impasto in questo caso  viene cotto (condito con pomodoro, olio e basilico) nel forno a legna della pizzeria per essere poi abbattuto, surgelato e consegnato in sacchetti per alimenti chiusi ermeticamente ed etichettati con la data di produzione.

Il trasporto è eseguito nelle stesse modalità del normale delivery, in borse termiche adatte alla preservazione della catena del freddo. Sistema studiato molto bene che punta però a migliorarsi ancora; a breve infatti verrà adoperato il sottovuoto, ulteriore garanzia nella conservazione di aromi e proprietà organolettiche del prodotto surgelato.

I vantaggi

Ho pensato allora ai vantaggi che potesse avere una pizza da rigenerare a casa, insieme ad Antonio ho ragionato da cliente ed è stato facile trarre alcune conclusioni. E’ possibile ordinarla senza alcuna fretta o ansia riguardo ai tempi di consegna ad esempio; posso richiederla anche il giorno prima a patto che io la consumi nell’arco delle 24 ore (o al massimo la congeli subito per poi prepararla nei giorni successivi) all’orario che preferisco, assemblandola come preferisco. Nessun amante dell’ananas si sentirà giudicato! Scelgo quando mangiarla, scelgo come condirla e quindi scelgo anche il prezzo finale.                                 

Altro vantaggio è l’igiene del prodotto, garantita dal secondo passaggio ad alte temperature nel forno di casa. In merito a questo è bene dire che per la preparazione a casa non c’è niente da temere.. è estremamente semplice. Basta condire ed infornare per circa 4 minuti ad una temperatura di 200° con modalità Grill e se ci fossero altri dubbi, Antonio ti manda anche il tutorial. E conferma i feedback positivi, la pizza rigenerata si sta facendo spazio tra le preferenze dei clienti della pizzeria di San Giorgio a Cremano. Inoltre i benefici arrivano anche per il locale stesso: come si fa ad accontentare tutti coloro che richiedono la pizza alle 20:30?

È difficilissimo e questa alternativa migliora la gestione degli ordini.  

La pizza rigenerata e lo spreco

Non è tutto però, perchè un’altra interessantissima chiave di lettura che mi ha fornito Antonio è quella che ci consente di catalogare la pizza rigenerata tra gli alimenti che contrastano lo spreco alimentare. Una comune pizza surgelata industriale, oltre ad essere non sempre salutare è anche già assemblata e quindi “poco personalizzabile”; difficile pensare di metterci su le ultime fette di un buon salame o prosciutto rimaste in frigo. Immaginate quindi di poter trovare questo prodotto, al pari delle “imitazioni”, nei banchi frigo dei supermercati di tutto il mondo; una visione che potrebbe sembrare utopistica ma che mostra un’immagine fastastica agli occhi di Antonio, ai miei e non solo probabilmente.  Quell’immagine è Napoli in uno spicchio, da portare sulle tavole di Tokyo, Nuova Delhi e Buenos Aires quando e come vuoi.

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Quando si visita la città eterna, sono principalmente tre i piatti che più vi verranno proposti nelle trattorie romane: carbonara, amatriciana e cacio e pepe. Altro piatto molto gettonato è la gricia, una pseudo carbonara senza uova, altrettanto buona e saporitissima. Ma perché aspettare di fare una gita fuori porta, se possiamo realizzare questo piatto a casa nostra?

Preparare questo piatto è davvero semplicissimo, non solo per i procedimenti (pochi e rapidi) ma anche per l’esigua quantità di ingredienti necessari! Ma non dilunghiamoci oltre, passiamo subito alle cose serie! Vi. lasciamo di seguito la lista degli ingredienti e il procedimento; accendiamo i fornelli!

INGREDIENTI per 4 persone (tempo di preparazione: 20 minuti ca.)

  • 400g spaghetti
  • 200g pecorino romano
  • pepe nero in grani pestato (2 cucchiai)
  • sale q.b.
cacio e pepe di Fiaschetteria Pistoia
Cacio e pepe di Fiaschetteria Pistoia (foto di @mslindsays)

CACIO E PEPE: ECCO IL PROCEDIMENTO

Per preparare una cacio e pepe come Dio comanda dovrete partire dal pepe, che deve essere rigorosamente in grani. Raccogliete i grani di pepe in un mortaio e pestateli con il pestello con energia e con un movimento rotatorio più che verticale. Il pepe sarà pronto quando sarà ridotto in una polvere grezza. Trasferite il pepe pestato in una padella molto ampia che successivamente dovrà contenere anche tutta la pasta per terminare la cottura. Accendete il fuoco e lasciate tostare il pepe.

Nel frattempo portate ad ebollizione una pentola d’acqua, aggiungete del sale grosso; quando l’acqua sarà pronta immergiamo gli spaghetti. Dopo un paio di minuti di cottura della pasta, quando nell’acqua inizierà ad affiorare la schiumetta bianca che altro non è che l’amido, trasferite un paio di mestoli d’acqua bollente della pentola nella padella con il pepe e lasciate che il pepe si sciolga leggermente.

Ora è il momento del pecorino ( noi abbiamo usato il pecorino bagnolese acquistato su Terra di Sapori): riunite il pecorino in una ciotola di vetro e aggiungete poca acqua per volta fino a che non otteniate una sorta di pasta consistente. Noi abbiamo usato pecorino romano al 100%, chi non amasse il sapore troppo forte del pecorino potrà smezzarlo con il parmigiano grattugiato (anche se si travisa un po’ il senso e le origini della cacio e pepe). L’importante è che il parmigiano sia anch’esso abbastanza stagionato poiché se troppo fresco, tenderà a filare e impastarsi nel momento in cui andrete ad unire la pasta per mantecare il piatto. A due minuti prima del termine della cottura, scolate gli spaghetti e trasferiteli nella padella con il pepe; concludete la cottura degli spaghetti aggiungendo, se necessario, un altro mestolo di acqua di cottura per amalgamare meglio il piatto.

A cottura al dente degli spaghetti, spostate la padella dal fuoco e lasciate intiepidire giusto qualche istante. Quindi aggiungete il composto di pecorino e fate mantecare saltando gli spaghetti e smuovendoli velocemente. Vedrete che quasi subito si formerà una bella cremina, che avvolgerà i vostri spaghetti in modo omogeneo.

A questo punto non vi resta che servire la cacio e pepe nei piatti, ancora ben calda e cremosa nonché bella carica di pepe.

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Per altre ricette, visita la sezione “La Buona Ricetta” !

Ersilia Cacace

La tipica colazione italiana odora di caffè e ha il sapore del cornetto. C’è chi lo preferisce al cioccolato, chi alla crema e chi è amante della marmellata di stagione. Quale che sia il gusto che preferite sono pronta a scommettere che almeno una volta siete andati al bar, avete ordinato e, ahimè, vi hanno risposto che  proprio quello che cercavate era già finito! Ho indovinato? Lo so, capita a tutti. Fortunatamente la soluzione è semplice: basta farli in casa ! La preparazione non è delle più veloci (bisogna contare almeno quattro ore da quando si inizia a lavorare a quando potremo sfornare il nostro dolcetto preferito) ma, soprattutto in questo periodo, vale la pena sporcarsi le mani e mantenersi attivi cimentandosi in questa nuova, gustosissima, sfida!

Quando la vostra casa si riempirà dello stesso odore della vostra pasticceria preferita mi ringrazierete..

Ingredienti:

 

Per l’Impasto:

  • 300 gr. di farina manitoba
  • 250 gr. farina 00
  • 200 ml acqua
  • 120 ml di latte
  • 100 gr. di zucchero
  • 40 gr. burro
  • 1 tuorlo
  • 10 gr di lievito di birra fresco (o 3 gr. di lievito di birra secco)

Per la sfogliatura:

  • 200 gr. burro

Per spennellare:

–       50 ml. di latte

–       1 tuorlo

Per guarnire:

–       Zucchero a velo q.b. per spennellare:

Procedimento:

Per il lievitino:

Come prima cosa mescolate in una ciotola la farina e la farina manitoba. Dal totale delle farine mettete da parte 150 gr. di prodotto. Sciogliete in acqua leggermente tiepida il lievito di birra fresco (se utilizzate quello secco riattivatelo con un cicchiaio di acqua tiepida e un pizzico di zucchero) e poi aggiungete questo “composto” ai 150 gr. di farina messi da parte. Impastate fino ad ottenere un impasto morbido e un po’ appiccicoso e lasciate lievitare il tutto per un ora circa.

Per l’impasto:

Prendete il panetto lievitato, mettetelo nell’impastatrice e unite il tuorlo.  Fatelo assorbire dall’impasto e unite i 40 grammi di burro e lo zucchero impastando per 5 minuti.  Unite la restante farina e il latte a poco a poco fino a che otterrete un impasto liscio, omogeneo e filamentoso: ci vorranno circa 10 minuti. Coprite e lasciate lievitare per due ore fino a che sarà raddoppiato di volume.

La sfogliatura:

Quando l’impasto sarà lievitato sgonfiatelo leggermente con le mani e create un rettangolo su un piano da lavoro infarinato. Prendete il burro per la sfogliatura dal frigo e mettetelo tra due fogli di carta da forno. Stendete il burro con il mattarello in modo da renderlo sottile. Poi stendete il burro sul rettangolo di impasto lasciando liberi i bordi. A questo punto prendete il bordo basso della sfoglia e portatelo al centro. Fate lo stesso procedimento portando la parte alta della sfoglia al centro. Chiudete l’impasto imburrato con pellicola trasparente e fate riposare il frigo per 30 minuti circa.

Trascorso questo tempo riprendete l’impasto imburrato e stendetelo nuovamente con il mattarello tra due fogli di carta forno. Piegate nuovamente il bordo basso della sfoglia al centro e lo stesso con il bordo alto come avete fatto prima, avvolgete in pellicola trasparente e rimettetelo in frigo per 15 minuti.

Ripetete nuovamente questo procedimento per la terza volta.

I cornetti:

Dopo aver atteso altri 15 minuti di riposo in frigo riprendete l’impasto, stendetelo con il mattarello e con un coltello e create tanti triangoli. Praticate un taglio sul lato corto del triangolo, vi aiuterà a fare i cornetti sfogliati di forma perfetta. Arrotolate i cornetti sfogliati, metteteli su un tegame con carta forno e fateli lievitare per due ore circa. Trascorso il tempo di lievitazione spennellateli con latte e un tuorlo sbattuti.

Cottura:

Cuocete i cornetti sfogliati in forno preriscaldato statico a 170 gradi per venti minuti circa fino: alla fine dovranno essere gonfi e dorati.

Sfornate i cornetti, fateli raffreddare e cospargeteli di zucchero a velo.

A questo punto sono pronti per essere farciti con marmellata, nutella o anche crema pasticcera. Invece di usare lo zucchero a velo potete spennellarli di albume e cospargerli di zucchero semolato prima di infornarli.

Un consiglio da amica? I vostri cornetti possono essere congelati sia crudi che cotti, pronti da infornare per la prossima colazione!

La crepe alla crema di nocciole è uno dei dolcetti più amati sia dai grandi che dai più piccini. Le sere d’estate, soprattutto, sono caratterizzate tra chi consuma il classico cornetto di notte e chi opta invece per una crêpe ripiena di una dolce e calda crema alle nocciole.

Ma come si preparano? Noi vi lasciamo la ricetta, voi mettetela in pratica e fateci sapere se vi hanno soddisfatto! Gli ingredienti che vi lasciamo qui di seguito sono per circa 6 crepe; ovviamente sta a voi raddoppiare o dimezzare le dosi, a seconda della quantità di crepe che volete preparare! Inoltre, per chi non preferisse la crema alle nocciole, si può optare per una qualsiasi crema o marmellata a vostro piacere!

INGREDIENTI x 6 persone

– 100 gr di farina

– 250 ml di latte

– 1 uovo ntero

– 1 tuorlo

– 20 gr di burro

PER FARCIRE

– crema spalmabile alle nocciole q.b. (suggeriamo la crema alle nocciole Noccioro o la linea Creams Selection di Sodano, due eccellenze campane)

PER CONDIRE

– zucchero a velo q.b.

crepe alla crema di nocciole di @vale_incucina
crepe alla crema di nocciole di @vale_incucina

Crepe alla crema di nocciole: procedimento

In una terrina mettete l’uovo intero e il tuorlo, lavorateli con la frusta, unitevi poco a poco la farina setacciata diluendola con il latte. Lavorate il tutto fino a ottenere una pastella completamente liscia e omogenea. Lasciate riposare per circa un’ora in frigorifero.

Scaldate una padella antiaderente, ungetela con il burro fuso, versate un mestolo di composto roteando la padella in modo che la pastella si distribuisca uniformemente formando un sottile velo.

Fate asciugare le crepe a fuoco moderato, rigiratele con una spatola e fatele asciugare anche dall’altra parte. Procedete fino a esaurimento della pastella. 

Spalmate le crepe con con la crema alle nocciole, poi potete richiuderle come meglio preferite! Alcui preferiscono arrotolarle, altri invece optano per la classica forma a portafoglio, piegandole in due o quattro parti, spolverizzatele di zucchero a velo e servitele ben calde.

Se la ricetta vi è piaciuta, lasciateci un commento! Tutte le altre ricette sono consultabili nella nostra rubrica La Buona Ricetta!

La cheesecake alle fragole senza cottura è un dolce fresco e delizioso, realizzato con una base di biscotti e una crema di formaggio, zucchero, panna e una copertura di fragole fresche. Una ricetta semplice ma vincente, ideale anche come torta per un’occasione speciale: per la farcitura noi abbiamo preparato una delicata gelèe, ma potete guarnirla anche semplicemente con delle fragole fresche. Ecco come realizzare, in pochi e semplici passaggi, questa deliziosa e spumosa cheesecake di fragole fredda.

DOSE PER UNO STAMPO A CERNIERA DI 24 CM DI DIAMETRO

  • BISCOTTI SECCHI (TIPO DIGESTIVE) 250 gr
  • BURRO FUSO 130 gr
  • FORMAGGIO CREMOSO (TIPO PHILADELPHIA) 500 gr • 750 kcal
  • PANNA DA MONTARE 200 ml • 335 kcal
  • ZUCCHERO A VELO VANIGLIATO 120 gr • 79 kcal
  • COLLA DI PESCE 10 gr

PER LA GUARNIZIONE

  • FRAGOLE 250 gr • 79 kcal
  • ZUCCHERO 60 gr • 600 kcal
  • COLLA DI PESCE 6 gr
  • SUCCO DI LIMONE 2-3 cucchiai • 29 kcal
cheesecake alle fragole
Cheesecake alle fragole di Ersilia Cacace

CHEESECAKE ALLE FRAGOLE: PROCEDIMENTO

Cominciate con la preparazione della base: passate i biscotti nel mixer fino a ridurli in polvere. Unite il burro fuso e mescolate bene. Schiacciate bene il composto sul fondo di una tortiera a cerniera, aiutandovi col il dorso di un cucchiaio, e mettete in frigo per almeno mezz’ora.

Passate ora alla realizzazione della crema: ammorbidite il formaggio cremoso con le fruste elettriche, e lavorate con zucchero a velo vanigliato, setacciato con un colino, fino ad ottenere un composto liscio. Sistemate la colla di pesce in una ciotola con acqua fredda per una decina di minuti, fino ad ammorbidirla. In un pentolino scaldate 3 cucchiai di panna, aggiungete la colla di pesce ben strizzata e mescolate per pochi secondi, finchè non sarà completamente sciolta. Una volta intiepidito, aggiungete il tutto alla crema di formaggio e mescolate con le fruste. Infine unite a mano la panna montata, incorporandola con una spatola e con movimenti dal basso verso l’alto.

Tirate fuori dal frigo la base e versateci sopra la crema, livellatela bene e fate riposare in frigo per almeno 5-6 ore. 

Per il gelèe alle fragole mettete in ammollo la colla di pesce in acqua fredda. Sistemate le fragole tagliate in un pentolino con zucchero e succo di limone; lasciar cuocere a fuoco lento per 5 minuti. Frullate il composto nel mixer così da realizzare una purea. Rimettete il composto sul fuoco e aggiungete la colla di pesce strizzata, mescolando il tutto per bene. Lasciate intiepidire e versatela sulla torta fino a coprire tutta la superficie: conservate in frigo per almeno 4 ore.

La vostra cheesecake alle fragole è pronta per essere gustata!

Potete trovare tutte le altre ricette qui

In primavera, ma in particolare modo anche a Pasqua, la pizza rustica napoletana fa parte dell’abbondante menu delle festività.

La pizza rustica viene preparata con una pasta a base di farina lievito e acqua, che dovrà lievitare a lungo prima di poter essere stesa sulla spianatoia. Successivamente viene divisa in 2 dischi, dei quali uno andrà sul fondo di una tortiera per essere ricoperto da una farcitura a base di formaggio, uova, scamorze affettate e salsiccia sbriciolata, e l’altro ricoprirà il tutto.

La pizza rustica richiede un tempo di preparazione davvero molto breve ed è davvero molto semplice da preparare! La ricetta che di seguito vi lasciamo è ideale per 6 persone.

INGREDIENTI PER LA PIZZA RUSTICA

500 gr di farina 00

30 gr di lievito di birra

2 cucchiai di olio extravergine di oliva

1 uovo

20 gr di strutto

1/2 tazza di latte

PER FARCIRE

300 gr di mozzarella

150 gr di pecorino

50 gr di prosciutto crudo

50 gr di capicollo

2 salsicce

2 uova

sale q.b.

Pizza rustica napoletana – Foto Instagram: @nosharazzi
Pizza rustica napoletana – Foto Instagram: @nosharazzi

PIZZA RUSTICA: PROCEDIMENTO

Preparare la pasta: versare la farina sulla spianatoia, fare la fontana e sbriciolare al centro il lievito. Impastare unendo il latte tiepido, salare e aggiungere l’olio per ottenere un impasto morbido. Dopo aver ben lavorato la pasta, fame una palla e lasciarla riposare un paio d’ore avvolta in un telo.

Preparare il ripieno: Sbattere le uova e mescolarvi il pecorino grattugiato; affettare le scamorze e sbriciolare le salsicce privandole della pelle (per questo ripieno abbiamo utilizzato i salumi Ciarcia acquistati sul sito www.terradisapori.it). Riprendere la pasta, lavorarla ancora per qualche istante e poi stenderne con il matterello due terzi circa in forma di sfoglia sottile. Ungere una tortiera con lo strutto, foderarla con il disco di sfoglia in modo da coprire perfettamente il fondo e i bordi.

Distribuire sul fondo della tortiera, foderata con la pasta, la miscela di uova e pecorino grattugiato, quindi alternare le fettine di scamorza, le salsicce sbriciolate, le fette di prosciutto e dì lonza fino a riempire per due te&rz i abbondanti la tortiera.

Ricavare dalla rimanente pasta un disco dello stesso diametro della tortiera, appoggiarlo sul ripieno e ripiegare le sfoglie verso l’interno. Unire insieme le due sfoglie (quella sotto e quella sopra) pizzicandole intorno ai bordi. Pennellare la superficie con il tuorlo d’uovo sbattuto, quindi mettete a cuocere la pizza in forno a 180° C per 40 minuti circa.

Per ridurre i tempi di preparazione potete anche preparare la pasta un giorno prima dell’uso e conservarla in frigorifero avvolta in pellicola trasparente.

Scopri tutte le altre ricette presenti sul nostro blog labuonatavola.org !

Ersilia Cacace

Da sempre gli gnocchi alla sorrentina rappresentano la cucina italiana in tutto il mondo. Infatti è davvero difficile nono trovarli in un qualsiasi menù di un qualunque ristorante in ogni angolo del mondo. Il loro successo deriva sicuramente dalla semplicità del piatto abbinato a sapori mediterranei che ben rappresentano la nostra terra. Al primo assaggio, chiunque può catapultarsi improvvisamente, almeno con la fantasia, nella nostra bella Italia e sognare, un giorno, di venire a mangiarli qui, accomodandosi ad uno dei nostri ristoranti.

Preparare gli gnocchi alla sorrentina in casa è davvero molto semplice, tant’è vero che si sono sviluppati addirittura dei modi di dire legati a questo piatto. Basti pensare alla famosissima frase con cui abbiamo intitolato l’articolo, “giovedì gnocchi!”, oppure alla frase proverbiale “ridi, ridi, che mamma ha fatto gli gnocchi!”. Ebbene, stupiamo noi le nostre mamme, oppure approfittiamone per condividere del tempo assieme ai fornelli, dilettandoci a preparare gli gnocchi alla sorrentina insieme!

INGREDIENTI PER GLI GNOCCHI

  • 1 kg patate rosse
  • 1 uovo
  • 300 gr di farina
  • semola q.b.
  • sale fino q.b.

INGREDIENTI PER IL SUGO

  • 600 gr di passata di pomodoro
  • 1 spicchio d’aglio
  • foglie di basilico
  • sale q.b.
  • olio extravergine d’oliva q.b.

PER CONDIRE

  • 250 gr di mozzarella o fior di latte
  • 100 gr di parmigiano grattugiato
gnoocchi alla sorrentina

PROCEDIMENTO

Iniziamo dalle patate: dopo averle ben lavate per eliminare terriccio residuo, le mettiamo a scaldare in una pentola con acqua per circa 30 minuti. Per controllare se siano scaldate, proviamo ad infilare una forchetta in una patata e vedremo se è morbida e quindi cotta. Intanto prepariamo il sugo: in una pentola versiamo un filo d’olio, lo spicchio d’aglio, la passata di pomodoro e un pizzico di sale. Aggiungiamo le foglie di basilico e copriamo, lasciando cuocere per circa 30 minuti.

Prendiamo le patate scolate e pelate, disponiamo la farina a fontana su una spianatoia e schiacciamo le patate al centro, ancora calde. Versiamo l’uovo e il sale sulle patate e impastiamo il tutto velocemente. Una volta ottenuto un impasto omogeneo e compatto, copriamo con un canovaccio asciutto e pulito. Mettiamo a bollire in un tegame capiente l’acqua per cuocere gli gnocchi e saliamo quando bolle; intanto preleviamo man a mano una porzione di impasto e la lavoriamo, realizzando delle striscette di impasto dalle quali tagliare gli gnocchi, avendo cura si spolverizzare un po’ di semola sulle strisce per evitare che appiccichino. Se preferite, potete rigare gli gnocchi con i rebbi della forchetta o con un rigagnocchi.

FASE FINALE: GNOCCHI ALLA SORRENTINA IN FORNO!

Una volta saliti a galla, scolate gli gnocchi (piccolo suggerimento: aggiungiamo un filo d’olio all’interno dell’acqua di cottura, in modo tale da evitare che gli gnocchi si attacchino durante la cottura!) e adagiamo un primo strato in un tegame, dove avremo messo precedentemente un po’ di sugo.

Distribuiamo la mozzarella a cubetti e una spolverata di parmigiano, dunque proseguiamo con un altro strato di gnocchi. Una volta terminato questo procedimento, inforniamo il tegame in forno statico a 250 gradi in modalità grill per 5 minuti.

I vostri gnocchi alla sorrentina sono pronti! Lasciateci un commento per farci sapere se vi sono piaciuti!

Ersilia Cacace

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Il Danubio rustico, per chi non l’avesse mai mangiato, è una torta di pasta brioche fatta di tante brioscine attaccate fra loro. Qualcuno la chiama anche “brioche di pizzico” perché appunto ci si serve “pizzicando” una brioscina. Può essere servito sia come di accompagnamento a un aperitivo (leggi anche il nostro articolo sull’Aperitivo fai da te), come secondo piatto o come piatto unico a cena. Il tempo di preparazione non è particolarmente lungo: impiegherete circa due ore più il tempo di lievitazione. Ma passiamo subito alla ricetta!

Danubio rustico con semi di papavero
Danubio rustico con semi di papavero

INGREDIENTI

  • 500 gr di farina
  • 4 uova
  • 1 cubetto di lievito di birra
  • 1/2 bicchiere di latte
  • 100 gr di burro
  • 1 cucchiaio e mezzo di zucchero
  • 1 cucchiaino di sale
  • 200 gr di prosciutto cotto a cubetti (o salame)
  • 200 gr di formaggio a dadini tipo emmenthal, fontina o altro a seconda del gusto

PREPARAZIONE DEL DANUBIO RUSTICO

Sbriciolate in una ciotola il lievito con mezzo cucchiaio di zucchero, poi con 1/2 bicchiere di latte tiepido amalgamate il lievito con un po’ di farina, quanto basta per ottenere una pallina. Lasciate lievitare per circa 30 minuti.

Intanto in una ciotola mettete il burro fuso freddo, 3 uova, il cucchiaio di zucchero, il sale e mescolate con la pallina che avete fatto lievitare. Trasferite l’impasto sulla spianatoia e con il resto della farina impastate molto bene il tutto, sbattendo la pasta e lavorando con forza per circa 10-15 minuti, formate una palla e fatela lievitare coperta per circa 2 ore.

Riprendete la pasta, lavoratela un po’ e poi formate circa 20 palline, spianatele con le dita ottenendo dei dischetti, farcite ogni dischetto con un po’ di prosciutto e un po’ di formaggio a dadini. Chiudete ogni dischetto e date ad ognuno una forma sferica. Imburrate e infarinate una teglia di 30-32 cm, mettete le palline con la chiusura sotto ad una distanza di circa 1 cm l’una dall’altra perché cuocendo si attaccheranno. Dopodiché fate lievitare ancora per circa un’ora. Sbattete l’uovo rimasto con un cucchiaio di latte e un pizzico di sale e spennellate la superficie. Cuocete in forno preriscaldato a 180°-200° per circa 30 minuti.

Il vostro Danubio rustico è pronto! Potete fare diverse varianti con i salumi e i formaggi che preferite; inoltre, per chi preferisce una variante più semplice e veloce, si più evitare di fare le singole palline ed optare per un grande rustico a sfoglia unica!

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Photo credit: www.fidelityhouse.eu

La voglia di un bell’aperitivo ti tormenta e senti la nostalgia di quelle sere spensierate passate in compagnia degli amici nel bar super cool in centro? Non disperare: la tua casa diventa la location perfetta per l’aperitivo fai da te. Dimentica quei cocktail preparati male e quelle patatine insipide e gli stuzzichini avanzati. Dal dolce al salato, passando per i cocktail esiste una sola parola d’ordine: creatività.  

aperitivo fai da te

Muffin di pizza 

La pizza ci piace in tutti i modi, dalla ricetta più semplice a quella più provocatoria. Perché allora non cimentarsi nel realizzare muffin di pizza? La pasta che racchiude pomodoro e mozzarella non è l’impasto base della pizza, ma una pasta leggera e senza lievitazione. Per 6 muffin ti occorrono: 250 gr di farina 00, 130 gr di acqua, 30 gr di olio extravergine d’oliva, 15 gr di lievito istantaneo per torte salate, 1 cucchiaio di sale e un pizzico di zucchero. Pronti in 20 minuti. 

Bocconcini di salmone e bacon 

Questo fingerfood dimostra come spesso l’abbinamento carne pesce risulta vincente. Taglia il salmone a cubetti di circa 2 cm di lato, aggiungi sale e pepe e avvolgili in una fettina di bacon ciascuno, con mezza foglia di salvia. Disponili su una teglia da forno leggermente imburrata. Cuocili in forno preriscaldato per 15 minuti. Da servire caldi. 

Spritz 

Il cocktail da aperitivo più amato dagli italiani è pronto in soli 5 minuti. Basta avere il bicchiere giusto e gli ingredienti giusti (1/3 di prosecco, 1/3 di Campari o Aperol, 1 /3 di soda e 1 fetta di arancia). Il nostro consiglio è di versare subito 6 cubetti di ghiaccio nel bicchiere così il prosecco conserverà la sua parte frizzante.  

Bocconcini di scamorza fritti con pesto di pomodori secchi 

Una ricetta sfiziosa pronta in 40minuti. I bocconcini di scamorza vanno impanati nell’uovo e nel pangrattato e poi fritti. Per preparare il pesto di pomodori secchi che funge da accompagnamento ai nostri bocconcini, bisogna prima tostare le mandorle per qualche minuto in una padella antiaderente. Una volta dorate, farle raffreddare e tenere da parte. Raccogliere in un mixer e poi frullare fino ad ottenere un composto omogeno i seguenti ingredienti: pomodori secchi ben sgocciolati dall’olio, qualche foglia di basilico, aglio pelato, capperi, mandorle tostate e parmigiano. Servire i bocconcini caldi pronti per essere inzuppati nel pesto homemade.  

Mela annurca spalmata 

Una mela al giorno toglie il medico di torno. Cosa c’è di meglio della marmellata di mela annurca spalmata sulle fette biscottate? Semplice, gustosa e salutare. La acquisti comodamente online sul sito “Terra di Sapori” e puoi anche usarla per colazione.  

aperitivo fai da te

Avreste mai pensato di preparare la pizza napoletana a casa vostra?

Durante questi ultimi giorni ci troviamo di fronte ad uno stop forzato, che ci permette di trascorrere più tempo in casa con i nostri cari. Ci sembra un’ottima idea quella di approfittarne per metterci ai fornelli e trascorrere con golosità questi momenti! Uno dei piatti ai quali noi italiani non sappiamo rinunciare è la pizza: un must have del weekend, che per alcuni rappresenta il pasto ideale anche a colazione! Ebbene, è arrivato il momento di sperimentare: vi lasciamo qui di seguito una ricetta molto semplice e veloce per preparare la pizza napoletana direttamente a casa vostra.

INGREDIENTI per 4 persone (circa 2 teglie)

  • 500 gr di farina di grano tenero tipo 00
  • 300 ml di acqua
  • 20 gr di lievito
  • 15 gr di sale
  • 4 cucchiai di olio evo
mani di un bambino che impastano la pizza

PROCEDIMENTO

Prendete una scodella abbastanza profonda, versate la farina, sbriciolate il lievito e aggiungete l’acqua un po’ per volta. Dopo una prima impastata, di almeno 10 minuti, aggiungete il sale e l’olio, e continuate energicamente per altri 15 minuti. Il risultato dovrà essere una pasta liscia e compatta.

Dividete il composto in 2 panetti e riponeteli in 2 scodelle, entrambe ben sigillate da pellicola trasparente (o coperte da un panno umido); riponete in un luogo asciutto e possibilmente tiepido (ad esempio all’interno del forno leggermente riscaldato) e lasciate riposare per almeno 3 ore.

Estraete i panetti dalle ciotole e lavorateli uno alla volta. Potete decidere di stenderli o su un piano infarinato o direttamente nella teglia precedentemente oleata. Una volta steso l’impasto, potete procedere alla farcitura che desiderate, ad esempio una Margherita. In questo caso vi serviranno: pomodoro, mozzarella, sale, olio e basilico. La mozzarella potrete tagliarla a cubetti qualche ora prima di condire la pizza, e riporla in frigo in un colino. Questo vi permetterà di eliminare i residui liquidi in eccesso. Il pomodoro invece andrà leggermente salato prima di stenderlo sull’impasto. Vi consigliamo una passata o, ancor meglio, un pomodoro pelato, ad esempio il San Marzano, ideale per la pizza napoletana. Aggiungete qualche fogliolina di basilico e fate un piccolo giro d’olio prima di infornare.

Infornate la pizza in forno preriscaldato a 250° per circa 15 minuti. Se avete optato per una margherita, vi sveliamo un altro piccolo trucco: aggiungete la mozzarella a metà cottura per preservarne la consistenza! All’uscita, aggiungete le foglie di basilico rimaste e un filo d’olio a crudo, che esalta i sapori.

La vostra pizza napoletana è pronta! Fateci sapere se la ricetta vi è piaciuta! Potrete taggarci nei vostri post o nelle vostre stories Instagram e Facebook utilizzando il tag @la.buona.tavola e l’hashtag #labuonatavola

www.labuonatavola.org

Ersilia Cacace

Un modo inedito, alternativo e sostenibile di ripensare la nostra tavola.

Dopo circa due lustri da quanto è entrato nel nostro dizionario, il termine “sostenibile” reclama ora un’attenzione tutta sua. A detta dei media, sostenibilità è la parola del futuro in svariati settori: nel turismo, nell’arte, nella moda e (ovviamente) in cucina. Ma cosa vuol dire “cucinare in modo sostenibile” e, soprattutto, “chi è l’interprete di questa sempre più trendy novità”?

Scelte consapevoli, responsabili, tracciate e misurate per non sprecare cibo nella filiera della ristorazione sono le ricette della “new sustainable art of cooking”, la gastronomia sostenibile.Sostenibile è chi comprende le conseguenze che possono derivare dalle scelte compiute, come queste si interfacciano con la sfera economica, come impattano sulla sfera ambientale e quali sono le condizioni sociali dei soggetti coinvolti nella filiera.

Così lo chef diventa “sostenibile” e si fa portavoce del verbo “green”. Lo chef sostenibile cucina in modo innovativo coniugando scoperte scientifiche, minore consumo di risorse naturali e maggiori benefici per salute, ambiente e portafoglio. Lo chef è responsabile verso il territorio e predilige prodotti che rientrano nel raggio d’azione del chilometro zero o, meglio del “metro zero” (quelli seminati, coltivati e raccolti nel suo orto). Lo chef sostenibile può essere “green”, ossia attento all’ambiente nell’emissione di CO2 e nell’uso dell’acqua.

È inevitabile, usare il fuoco o un’altra fonte di calore in cucina provoca emissioni di CO2 nell’atmosfera. C’è una tecnica per far sì che l’impronta di carbonio sull’ambiente sia più leggera: utilizzare una particolare pentola, il wok. La forma a tronco di cono favorisce la diffusione uniforme del calore, una idea furba ed intelligente che ottimizza i tempi di cottura.

Mutuato dalla cucina cinese, il wok è utilizzato anche in altre culture gastronomiche, ad esempio quella giapponese. Una cucina che non conosce confini e che combina perfettamente ingredienti italiani e tecnica giapponese precisa ed affilata come la lama di un samurai. Ecco il mantra di Wicky Priyan, chef classe 1977, che nel suo ristorante Wicky’s Wicuisine nella bella Milano seduce il palato dei suoi clienti con piatti di grande maestria, esteticamente entusiasmanti e ad impatto zero.

“Non sento una precisa appartenenza, sono figlio del mondo”, confida lo chef nato in Sri Lanka, ma cresciuto in Giappone ed approdato in Italia 26 anni fa con un sogno: aprire a Milano il miglior ristorante d’Europa. La sua era una sfida ardita: da non giapponese fare la miglior cucina giapponese e il miglior sushi in circolazione. “Durante i miei 30 anni in Giappone, molti dei quali dal maestro Kan, ho appreso la cultura giapponese fondata sul rispetto, la disciplina, l’onestà e la cura dei dettagli” confida lo chef. Nel suo locale milanese incontra persone provenienti da ogni parte del globo. “Molti miei clienti sono giapponesi e mi dicono di sentire Kyoto nella mia cucina”. E non hanno tutti i torti, la fonte d’ispirazione di Wicky Priyan è la kaiseki, una cucina molto spirituale, concepita come un tempio, un viaggio di degustazione personale.  

Recentemente, il noto chef del Sol Levante è approdato in Campania, precisamente ad Avellino ospite di Giuseppe Maglione, pizzachef e pionere della  “nouvelle vague” dell’arte della pizza Gourmet. Due stili inconfondibili accomunati da sensibilità, curiosità di esplorare zone e sapori nuovi, sempre alla ricerca di armonia, spettacolarità, gusto.

“Cucinare sostenibile è una filosofia di vita”, secondo Wicky Priyan, “avere consapevolezza dello spreco, utilizzare ciò che viene scartato di un prodotto, che è ancora buono, in un altro piatto”. Dello stesso parere Giuseppe Maglione, “cucinare green per me significa narrare un concetto: la miglior scelta dal punto di vista ambientale risulta essere anche salutare, appetibile e conveniente”.

E allora il futuro sembra essere “davvero green” grazie a chef e pizza chef che offrono un modo inedito e alternativo di ripensare le nostre tavole.

Marika Manna

 Capita di svegliarsi la mattina e avere un’irrefrenabile voglia di un determinato piatto. In questo caso anziché andare nel solito locale, meglio optare per ristoranti monotematici. 

Al mondo ci sono molti locali che hanno fatto di un solo prodotto il loro successo. Servono un solo tipo di piatto, oppure una specialità in tante declinazioni o compongono menù incentrati su un solo ingrediente. Questo tipo di locali stanno sbucando un po’ ovunque e coprono un’ampia gamma di tipologie, dallo streetfood alla prelibatezza gourmet. 

Il monopiatto è un’operazione commerciale più che gastronomica poiché si presta a una comunicazione immediata, diretta e d’impulso. Tutti i giorni siamo bombardati di proposte. Spesso la troppa scelta stanca e troppe opzioni mettono in difficoltà il consumatore, quindi la tendenza è di puntare su un prodotto originale focalizzando il target. 

Scopriamo insieme i ristoranti monotematici più originali di Napoli. Pronti per il tour? 

Mortadella 

Un ingrediente povero, ma estremamente versatile. “I love murtadell” a Napoli è il primo takeaway di mortadella. Non solo panini, ma anche esperienze gourmet. Un take away che parte da un ingrediente semplice, ma ricco e gustoso per abbinarlo a ingredienti insoliti (peperoni, melanzane, friarielli, zucchine). 

Tarallo

Non un “tarallificio”, ma una taralleria. Nel cuore di Spaccanapoli trovate il labshop dedicato ai taralli. Si chiama Taralleria Napoletana e propone taralli di innumerevoli gusti e abbinamenti golosi e sperimentali. Dal classico con sugna, pepe e mandorle, fino alle varianti come per esempio il tarallo al pomodoro o quello ai friarielli. Da Leopoldo Infante è possibile gustare taralli per ogni tipo di palato fino ai taralli integrali e addirittura vegani.

Pasta 

Giri di Pasta a Napoli in zona Decumani è specializzato in frittate di pasta- mentre O’ Macarò è il primo fastfood italiano di pasta (scegli il sugo tra rossi e bianchi e lo combini con la pasta che preferisci). In Via Mezzocannone, invece, c’è “120 grammi Napoli” dove consolarsi tra amatriciana, carbonara, pesto, Nerano e pasta a volontà. 

Baccalà 

La Baccalaria a Napoli è il regno di sua maestà il baccalà. Anche dal “Ristorante Bianco specialità baccalà pesce e” il baccalà è il principe indiscusso e viene celebrato in ogni sua veste. Da piatti classici (genovese di baccalà o ragù di baccalà) a riproposizioni di ricette dal mondo (il croccante di baccalà con bacon e panatura panko), la scelta è vasta.

ristoranti monotematici

Pizza fritta 

Definita l’oro di Napoli, e celebrata cinematograficamente nella famosa pellicola di De Sica dove una prorompente Sophia Loren vestiva i panni di pizzaiola e vendeva a credito pizze fritte a credito, oggi la pizza fritta è uno degli streetfood più amati e consumati dai napoletani e dai turisti e numerose sono le pizzerie dedicate esclusivamente alla vendita di questo prodotto (da Zia Esterina Sorbillo alla Masardona, passando per Isabella De Cham

Alla versione originale con ricotta, ciccioli di maiale e pepe, nel corso del tempo e in concomitanza con l’esplosione della “street food fever”, si sono aggiunte altre squisite e insolite varianti. 

Dalla pizza fritta con pesto a quello con soffritto, da quella ripiena di salsiccia e friarielli a quella di scarole, da quelle “dolci” farcite con Nutella alla pizza fritta con gelato (occorre dire, per rasserenare gli scettici, che la pallina di gelato non si scioglie a contatto con l’impasto della pizza fritta bollente). Insomma, è il caso di dirlo: ce n’è davvero per tutti i gusti. 

Ragù 

Per gli amanti del Ragù, Tandem è la mecca sacra. Piatti sani, genuini e saporiti che conquistano al primo assaggio e soddisfano il palato. La semplicità delle cose belle e della cucina di casa. 

Cuzzetiello 

O’Cuzzetiello napoletano è un caposaldo della cucina verace napoletana. Come ben sa ogni napoletano doc, si gusta rigorosamente intriso nel ragù ed è immancabile sulle tavole partenopee specialmente la domenica a pranzo. Che domenica sarebbe senza un buon ragù e un classico Cuzzetiello di pane cafone da tuffarci dentro? 

Scritto cuzzetiello, ma pronunciato cuztiello, questo nome evoca immediatamente ricordi d’infanzia, casa di nonna, litigate con cugini e fratelli, giochi al sole in cortile. O’ Cuzzetiello è la parte più sfiziosa del pane cafone, l’estremità dalla consistenza croccante e dalla forma tondeggiante farcito secondo tradizione secolare con sugo di ragù e polpette. 

Col passare del tempo sono nate numerose le varianti realizzate con gli ingredienti più disparati: zucchine, peperoni, melanzane, funghi, friarielli, patate al forno… trasformando o’Cuzzetiello in un nuovo scoppiettante amatissimo prodotto dello streetfood napoletano e non. 

ristoranti monotematici

Nato da un’idea di Dario Troise, O’Cuzzetiello Panineria TakeAway è un locale napoletano collocato nei pressi di Piazza Nazionale dedicato alla tradizione napoletana delle “marenne”. 

La marenna non è una merenda, né un semplice panino, ma è un cult preparato delle mamme napoletane: un vero e proprio pasto completo concentrato in un cuzzetiello di pane cafone. 

La pizza nasce da ingredienti semplici e da una scuola antica che nel tempo, solo dalle nostre parti, ha saputo divenire scuola, e tramandarsi di generazione in generazione. Ad esempio Antonio e Sebastiano Salvo rappresentano la quarta generazione di una attività di pizzaioli in espansione: «Iniziando a lavorare giovanissimi con nostro padre Giuseppe, abbiamo respirato il valore dei sacrifici fatti solo per passione. Nel 1998 abbiamo aperto al corso San Giovanni a Teduccio, scommettendo su una piazza all’epoca al di fuori del circuito gastronomico tradizionale e meno nota al pubblico. Da allora ci vengono a far visita in tantissimi, non solo da Napoli, ma anche da tutta la Campania. Siamo orgogliosi di avere riscoperto per primi questa zona anche se antecedentemente a noi, c’era nostro nonno Antonio a “Croce del Lagno”, esattamente nel 1975, vicinissima alla Marina che porta al lungomare partenopeo, che pullula di pizzerie di tradizione». Di recente i due fratelli hanno così aperto, con la collaborazione di Giuseppe Salvo, una nuova pizzeria a Portici, in piazza San Ciro, “Da Tonino Salvo”, nelle prossimità di uno dei quartieri storici più amati della città e a due passi dalla fantastica cornice del lungomare del Granatello. I fratelli Antonio e Sebastiano, dopo diversi anni di successi con la loro pizzeria di San Giovanni a Teduccio e la nuova apertura a Portici, con la collaborazione del cugino Giuseppe, nel 2020 sono arrivati a San Giorgio a Cremano, in quello che fu in piazza Vittorio Emanuele. Quindi imboccando una strada che premia un progetto ambizioso come il loro, ovvero il porre al centro di tutto la pizza, hanno avuto un riscontro positivo e crescente, diventando di conseguenza una proposta degna anche di un percorso di degustazione, e basandolo su una forte innovazione, che non disdegna il rispetto del passato come nell’uso dell’autentico “fucone” per friggere le pizze fritte, davanti a tutta la clientela, corroborando la fame e facendo venire l’acqualina in bocca come si suol dire. Per molti tale è l’immagine autentica del tempo andato: «E ciò veniva fatto proprio dalla nostra bisnonna Anna Grasso con il fatidico metodo della “pizza d’otto a oggi”, ovvero consumare una bella pizza calda all’istante ed avere la comodità di pagarla dopo 8 giorni». Il loro intento resta quindi quello di rispettare profondamente la tradizione e la semplicità dell’autentica pizza napoletana: «Selezioniamo una per tutte le materie prime, che usiamo per comporre un menù di qualità senza prodotti industriali, comprando ogni singolo prodotto dall’artigiano che lo prepara con sacrificio e duro lavoro quotidiano». Ed ecco che la pizzeria “Da Tonino Salvo” rappresenta un concentrato di tradizione e innovazione, capace di rielaborare in chiave contemporanea il concetto della pizza senza tralasciare l’impronta di italianità che questa porta con sé da quasi un secolo.

Diego Paura

In terra romana c’è un pizzaiolo barbuto che sforna la miglior pizza della capitale. Impasto soffice e leggero, cornicione fortemente alveolato, sapori e prodotti tipicamente campani. Lui è Marco Quintili, il profeta della pizza contemporanea e il tempio in cui officiare il rito del sacro cornicione ad alta alveolatura è la sua Pizzeria I Quinitili di Tor Bella Monaca.  

Il popoloso quartiere periferico romano ha ben accolto il pizzaiolo casertano e la sua pizza “leggera come piuma”, che si presenta come il perfetto connubio tra tradizione e innovazione. 240 grammi di panetto, disco sottile ma ben cotto, cornicione pronunciato, accostamenti semplici ma allo stesso arditi. Tutti i prodotti utilizzati sono campani, come il pomodoro de “La Torrente” e i latticini dell’azienda casearia “Mozzarè”, ad eccezione della farina del Molino Magri, azienda mantovana di cui Marco è testimonial. “Il segreto è la qualità eccelsa delle materie prime, la passione e il talento da soli non bastano”, rivela Marco.  

MARCO QUINTILI

In carta, oltre alle pizze tradizionali, troviamo proposte davvero interessanti. Uno degli esempi meglio riusciti delle pizze speciali di Marco Quintili è la sua famosa “Carbonara: uovo disidratato per 72 ore e poi grattato sulla pizza a mo’ di tartufo, crema di pecorino, guanciale croccante e bufala affumicata. Cosa chiedere di più dalla vita?  

Un punto forte del menù è la straordinaria varietà di antipasti che richiamano i piatti tipici romani, come la frittatina all’amatriciana o quella cacio e pepe, o la crocchetta “Gricia”. 

La location è caratterizzata da un arredo dallo stile minimalista che la conferisce un tocco di classe. Il servizio è efficiente, nonostante la pizzeria sia sempre piena ogni giorno della settimana. “Ho investito molto sulla comunicazione ed ho un forte seguito sui social”, riferisce Marco. “La gioia più grande è vedere persone che vengono da tutta Roma solo per apprezzare la tua pizza”. 

Non a caso la Pizzeria I Quintili è stata premiata come la miglior pizzeria emergente della regione Lazio 2019.  

MARCO QUINTILI

Lo straordinario successo di Marco è confermato anche dall’apertura nei prossimi mesi di un secondo locale in zona Furio Camillo a Roma, dedicato alla sua amata pizza contemporanea. 

Marco Quintili è la testimonianza perfetta di come amore, passione e dedizione premiano sempre.  

I panni spàsi, i panarielli, i balconi delle vecchie case, i suoni popolari, le urla di un fruttivendolo, il via vai di gente, i turisti (le file interminabili di turisi), i vicoli di Forcella. Questa è la cornice dove sorge la più famosa pizzeria di Napoli, universalmente nota come il Tempio della Pizza, ovvero l’Antica Pizzeria Da Michele. Una famiglia, una storia, una tradizione (centenaria of course). L’ambiente spartano, il grande forno che ti accoglie all’ingresso, i tavoli di marmo dove condividere pizze con sconosciuti per smaltire le lunghe file d’attesa all’esterno, le pareti piastrellate verde/bianco, un menu con solo 2 pizze disponibili –Marinara e Margherita (anche doppia) tutto questo ha contribuito a creare il mito di Michele a Forcella. 

Prima ancora dell’avvento di Julia Roberts e della sua storia d’amore con la pizza di Michele, prima dell’era dei foodblogger armati di cellulare, prima delle recensioni di TripAdvisor, prima dei blog di settore e delle voci autorevoli del mondo food, “Michele a Forcella” era già un pezzo da 90 e il suo nome era sulla bocca di tutti. La pizza sfornata da oltre cent’anni è sempre la stessa: enorme e bellissima. L’impatto visivo è scioccante (nel senso buono del termine). Pizza taglia extralarge per intenderci. Un disco sottile di 40 centimetri che sborda considerevolmente dal piatto e dal cornicione pressoché assente. Pomodoro, fiordilatte (sì perché la vera pizza è fatta col fiordilatte), olio di semi (non olio EVO come la concorrenza). I gesti sono antichi così come i sapori. Fare la fila per una pizza di Michele è un po’ un’esperienza mistica, “è come aspettare il miracolo di San Gennaro” (Tommaso Esposito, cit.) 

Michele in the world

Ma è possibile trovare una pizza del genere fuori dal quartiere natale di Forcella? La risposta è sì, e non parliamo di una “ruota di carretto” qualsiasi, ma proprio della “rot e carrett” di Michele che da Napoli ha raggiunto il punto più lontano del globo, il Giappone. Non solo l’Estremo Oriente (3 sedi – Tokyo/ Fukuoka/Yokohama), ma anche l’America con Los Angeles-Hollywood e l’Europa con Barcellona, Londra (2 sedi Baker Street e Soho) e il Medio Oriente con Dubai. E in Italia? Dalla città protagonista della Dolce Vita- la Roma capitale- alla chic Milano- la capitale della moda, dalla città di Lorenzo il Magnifico- l’artistica Firenze- alla città di Romeo e Giulietta- la romantica Verona, per finire alla città di Lucio Dalla- Bologna. Pensate sia finita qui l’espansione di “MITW” ovvero “Michele in the World”? Come ricorda il vulcanico Alessandro Condurro (AD) “entro marzo 2020 si raggiungerà quota 16 sedi di MITW”: lo scopo è quello di portare la tradizione napoletana o meglio il prodotto che più rappresenta la napoletanità verace ed autentica- la pizza- in ogni angolo del globo”.  

Nulla esprime meglio l’essenza della MITW di un passaggio del libro “La pizza è pizza– Quattro chiacchiere con Alessandro Condurro”: alla faccia delle Pizze gourmet, delle pizze industriali, dei mille gusti, delle pizze costose. La pizza è pizza ed è margherita e marinara.  

Ma qual è il segreto della pizza più famosa del mondo? Nessun segreto. Il purismo, la semplicità e la volontà di non cambiare mai nonostante tendenze, mode e decenni che scorrono inesorabili ma non scalfiscono il mantra di Michele.  

Ai dieci comandamenti biblici, MITW ne propone tre di comandamenti

  • Servire solo margherita e marinara “a ruota di carro”; 
  • Conservare un prezzo popolare (la pizza deve essere come la “livella” di Totò ed essere accessibile al ricco gentiluomo e al povero lazzarone); 
  • Mantenere lo stile spartano, verace e conviviale dell’ambiente, riproporlo anche all’estero (tavolate in lastre di marmo e sedie di legno): brand image 

Non ci resta che seguire MITW nel suo Grand Tour globale.  

Michele in the world

Dai vicoli di Napoli al mondo intero: la pizza di Michele in the World vola sempre più in alto. 

Marianna Somma 

Napoli è la capitale dell’enogastronomia e mangiar bene è uno dei comandamenti di ogni napoletano.

Per chi cerca un locale dove gustare ottime carni pregiate e sorseggiare cocktail senza tempo, Dambo Beef & Grill è la scelta giusta.

Pur essendo situato nel cuore della city napoletana, ovvero Piazza Municipio civico 2, questo locale ha un sapore e una filosofia americana. Il nome del brand si ispira a uno dei più noti quartieri di Brooklyn “Dumbo”, punto di ritrovo di business man e giovani creativi alla ricerca di buon cibo declinato in un’atmosfera chic ed elegante.

Anche il design della braceria ricorda molto da vicino quello dei locali newyorkesi così come la proposta cocktail, altro punto forte del brand. Il cocktail bar propone dai classici drink ai più innovativi cocktail di ultima tendenza oltreoceano.

Dambo Beef & Grill

Ma il vero cavallo di battaglia di Dambo Beef & Grill sono le carni: non carni qualsiasi, bensì le buonissime carni di Cillo. Succulenti e gustose, sane e genuine: qualità e veracità da assaporare sino all’ultimo morso.

Da qualsiasi prospettiva la si guardi, la carne di questo locale è sempre un quadro d’autore che emoziona al primo assaggio e conquista al primo sguardo. Impossibili da descrivere, bisogna solo provarle certe emozioni culinarie.

Ma non di solo carne vive l’uomo. Dambo Beef & Grill propone anche antipasti d’eccezione, primi, formaggi, salumi, insalate, focaccelle che non vi faranno rimpiangere le pizze tradizionali ed ogni sorta di bontà.

Ogni scelta nel menu, ogni abbinamento è studiato e fortemente voluto. Tutto curato nei minimi dettagli per far vivere una vera e propria esperienza sensoriale tra gusto e benessere, tra design e musica, tra cocktail e food.

In una zona altamente turistica di Napoli abbiamo pensato a una proposta gastronomica internazionale che potesse essere invitante e coinvolgente, ma al tempo stesso adatta ad tipo di target, dal giovane napoletano che cerca l’apericena chic al turista che desidera addentare un super panino American style ma con carne italiana di qualità”, confida Amedeo Quagliata, titolare del locale.

Dambo Beef & Grill

A chi si sente patriottico, ma anche cosmopolita, a chi si sente un po’ napoletano, un po’ newyorkese, consigliamo di andare a provare Dambo Beef & Grill: non se ne pentirà.

L’origine napoletana della pizza fritta è indiscussa.

Nel regno della pizza, questa può assumere forme, sapori e dimensioni diverse, ma sempre gustosissimi.

Nel secondo dopoguerra a Napoli la pizza tonda era diventata un lusso. La miseria dilagava e quasi tutti i forni a legna della città erano stati distrutti dai bombardamenti. Visto l’elevato costo dei condimenti, si decise di utilizzare il medesimo impasto della pizza da forno, ma di friggerlo nell’olio bollente ed imbottirlo di ingredienti poveri: ricotta, ciccioli di maiale e pepe. Fu così che dall’ingegno del popolo napoletano nacque la pizza fritta.

A prepararla erano le donne, le mogli dei pizzaioli, che la vendevano fuori i loro bassi (caratteristici monolocali con soffitto basso e affaccio diretto sulla strada) e in tal modo contribuivano ad arrotondare l’economia familiare.

Definita l’oro di Napoli, è stata celebrata cinematograficamente nella famosa pellicola di De Sica dove una prorompente Sophia Loren vestiva i panni di pizzaiola e vendeva pizze fritte a credito gridando “mangia ora e paghi fra otto giorni”. Proprio nell’impasto di una delle pizze fritte, dirà al marito, le è caduto l’anello di fidanzamento, che in realtà ha dimenticato dal giovane amante.

Oggi la pizza fritta, insieme alla pizza a portafoglio, è uno degli streetfood più amati e consumati dai napoletani e dai turisti. Numerose sono le pizzerie dedicate esclusivamente alla vendita di questo prodotto.

Alla versione originale con ricotta, ciccioli di maiale e pepe, nel corso del tempo e in concomitanza con l’esplosione della “street food fever”, si sono aggiunte altre squisite e insolite varianti.

pizza fritta

Dalla pizza fritta con pesto a quello con soffritto, da quella ripiena di salsiccia e friarielli a quella di scarole, da quelle “dolci” farcite con Nutella o con crema di pistacchio, alla pizza fritta con gelato (occorre dire, per rasserenare gli scettici, che la pallina di gelato non si scioglie a contatto con l’impasto della pizza fritta bollente), dalla pizza fritta con gateau di patate e prosciutto cotto a quella con polpettine di vitello o con limone e rucola…

Insomma, è il caso di dirlo: ce n’è davvero per tutti i gusti.

Per chi volesse gustare una squisita pizza fritta tradizionale consigliamo la Pizzeria Nanà e la Pizzeria Capri Blu di Torre Annunziata o Castellamare di Stabia dove invece c’è la possibilità di scegliere tre differenti ripieni (salame, ciccioli, scarole).

Marianna Somma

A tavola guardandosi negli occhi, possibilmente senza smartphone e illuminati dal sole che tramonta sul mare. Sullo sfondo un panorama mozzafiato con le isole di Ischia, Capri e Procida in copertina. Atmosfera intima ed elegante, otto tavoli accuratamente distanziati, piatti di mare di grande creatività.

Non siamo in un sogno, ma al ristorante gourmet Caracol di Bacoli. Qui in un angolo di paradiso sospeso tra terra e mare anche un semplice pasto come una cena si rivela un’esperienza indimenticabile che regala l’indiscusso piacere di un lusso senza tempo e una sensazione di intensa e profonda felicità.

Non è un caso se il Caracol è stato scelto dagli utenti di Tripadvisor come il ristorante più romantico d’Italia.

È la location perfetta per una proposta di matrimonio al tramonto, per un incontro galante o più semplicemente per chi desidera godere del bello e buono dei Campi Flegrei.

Il ristorante offre un menù a base di pesce che tiene conto della stagionalità dei prodotti e delle eccellenze gastronomiche del territorio flegreo rivisitate in chiave gourmet. Ogni piatto è una creazione unica, un’opera culinaria che soddisfa vista, gusto e olfatto.

A timone del Caracol dal 2016 troviamo lo chef Angelo Carannante, giovane e talentuoso artista che serve il mare à la carte in ogni sua cottura e declinazione con gusto, leggerezza e sobrio tenore creativo.

Cucina mediterranea, modernità, qualità delle materie prime e tanta tecnica. Queste sono le parole chiave per descrivere il lavoro di chef Angelo e della sua brigata.

Lo spaghetto iodato è senza dubbio il piatto che più mi rappresenta“, confessa chef Angelo, “anche se è la candela alla genovese, con crudo di tonno, cipolla, cacao e limone, il più amato dai clienti, un piatto che non è però più presente à la carte“.

“La sensazione è quella di trovarsi sulla prua di una nave con davanti il mare, Ischia, Procida e Capri. Piccola bomboniera moderna dove nel dehors si “respira” tutta l’anima del sud. Cucina di stampo moderno con piatti di tradizione regionale.” Con questa motivazione la Guida Michelin ha assegnato 1 stella Michelin al Caracol.

Al ristorante Caracol l’espressione mangiare sul mare significa allontanarsi dalla frenesia cittadina e godere fino in fondo del connubio perfetto tra panorama e cucina, quasi con pigrizia, proprio come quando si ascolta il rumore del mare attraverso una conchiglia. Non a caso Caracol significa proprio conchiglia.

Dal Caracol porterete via non solo il ricordo di un panorama mozzafiato e sapori di cibi indimenticabili assaporati con il sottofondo delle onde del mare, ma l’incanto di un momento che rappresenta appieno il piacere di vivere.

Marianna Somma

A Napoli la voglia di pizza può manifestarsi in diversi modi, anche sotto forma di leggero languorino.

Nella strada verso casa e con il pranzo che ci aspetta, non riusciamo a resistere alla voglia di pizza, di quell’impasto morbido, quel profumo irresistibile e quel gusto irripetibile di pomodoro e fiordilatte. Ecco perché è stata inventata la pizza a portafoglio, per soddisfare queste voglie improvvise senza riempire lo stomaco che attende altre epiche battaglie.  

Se la pizza è il pasto popolare per eccellenza, la pizza a portafoglio è l’icona dello streetfood partenopeo. Non solo soddisfa un capriccio del momento, ma è in grado di farlo a solo un euro (fino ad un massimo di 2,50 euro per le farcite). Un prezzo decisamente basso se paragonato a quello di un hamburger di fastfood (e sicuramente è un pasto più salutare).

pizza a portafoglio

Come la sorella maggiore, la “pizza a libretto” è amata da vecchi e giovani, adulti e bambini, studenti e lavoratori, o meglio persone di ogni classe e ceto sociale. Per dirla alla Totò, la pizza a portafoglio è una vera e propria livella perché mette d’accordo tutti, il ricco gentiluomo e il povero che attende la buona sorte.

A Napoli viene venduta in ogni angolo della città su strada da pizzerie, rosticcerie, bar e persino pasticcerie. Viene servita calda e fumante avvolta in un foglio di carta (come quello usato per avvolgere il pane) e piegata a quattro a mo’ di portafoglio.

I gusti più diffusi sono ovviamente la margherita e la marinara, ma è possibile trovare altre varianti come salsiccia e friarielli, “mimosa”, melanzane a funghetto o panzarotti e prosciutto cotto.

La pizza a portafoglio è onnipresente a Napoli (un tempo era patrimonio del centro storico, oggi si trova ovunque), ma è possibile trovarla anche all’estero a prezzi maggiorati. Nella capitale inglese ad esempio viene venduta in food-truck, ma è molto più simile a una vera e propria pizza: presenta il cornicione gonfio e l’abbondanza di ingredienti rendono difficile piegarla a quattro ed obbligano quasi a mangiarla al piatto.

Ma tornando in terra partenopea, dove è possibile mangiare la migliore pizza a portafoglio di Napoli?

pizza a portafoglio

Senza dubbio nel locale che si vanta di averla inventata: l’Antica Pizzeria a Port’Alba. Impasto leggero, varietà di scelta, prezzo imbattibile. Amato da studenti e turisti, questo locale storico si trova nel cuore pulsante di Napoli, tra Piazza Dante e Piazza Bellini, e risale addirittura al 1738. Come dice Gennaro Luciano, proprietario della pizzeria, “nel corso dei secoli la pizza a libretto non ha mai perso la sua forza attrattiva e la qualità degli ingredienti utilizzati, ecco perché oggi è l’icona incontrastata dello streetfood napoletano”.

Marianna Somma

L’aperitivo delle feste è con il “ PanArchico “

il panettone salato di Guido Sparaco che racchiude il sapore

e il sapere di Castel Morrone

Guido Sparaco

L’aperitivo durante le feste natalizie è diventato un rito e visto che alcuni ristoranti sono troppo costosi e i bar troppo affollati, perché non scegliere di scambiarsi gli auguri a casa con gli amici organizzando aperitivi all’insegna dell’intimità e del relax con un prodotto del territorio? A questo, da alcuni anni, ci ha pensato il pasticciere che valorizza i prodotti del territorio nel laboratorio di famiglia, Guido Sparaco (Pasticceria Sparaco unica sede Castel Morrone), con il suo “il PanArchico ”, un panettone salato artigianale nella forma identico alla versione dolce dove, al posto di canditi e uvetta, troviamo il famoso caciocavallo “Gerarchico” del giovane casaro Angelo Santabarbara, un formaggio che dà il nome al panettone affinato in ambiente anaerobico adagiato su paglia e ricoperto da muffe nobili dal sapore intenso, ma equilibrato, tendente ai sentori erbacei, la pancetta Nostrana di maiale bianco locale prodotta dal bravo Marco Bernardo realizzata con metodo tradizionale ed aromatizzata con spezie naturali e olio extravergine di oliva per ammorbidire ottenuto da olive coltivate in terra morronese.

Un salato, la versione contemporanea del vecchio panettone gastronomico, al tatto soffice e al palato e al naso profumato e molto gustoso pensato per bandire le nostre tavole natalizie da essere servito come aperitivo o antipasto accanto alla classica insalata russa, al salmone affumicato, le immancabili tartine ed i moderni finger, il tutto accompagnato da bollicine. E perché no, un panettone che può iniziare il pranzo e celebrare le feste di ogni periodo dell’anno.

Un prodotto molto apprezzato e dal costo modesto nato nel 2017 che si può trovare solo alla pasticceria Sparaco di Castel Morrone, diventato ancor più prezioso con la veste dipinta dall’artista Giovanni Tariello. 

Il Capodanno è alle porte e quindi che PanArchico sia con fiumi di bollicine e tanta allegria.

La pasticceria Sparaco è a Castel Morrone (CE) in via Taverna n. 1.

Ufficio Stampa Antonella D’Avanzo

Non solo pizza e ragù napoletano, la città partenopea è famosa anche per un altro piatto: la genovese. Da non confondere con il pesto alla genovese che è tutta un’altra storia.
Il nome non deve trarre in inganno: non si tratta di una perla della cucina ligure, ma di un piatto napoletano doc.
La classica genovese è basata su un ragù bianco di carne, cipolle e pochissimi altri ingredienti che viene stufato per ben 6/8 ore fino a diventare una crema densa e profumatissima che si serve sulla pasta con una buona spolverata di formaggio grattugiato. Ciò che distingue questo piatto dal ragù napoletano è l’assenza di pomodoro.
Si tratta di una ricetta molto antica che si presta a diverse interpretazioni, sia per la varietà di cipolle utilizzate (dorata/ramata, tra le più celebri la Dorata Parmense, la Dorata di Voghera e la Ramata di Montoro), sia per il tipo di pasta: la tradizione pretende gli ziti spezzati, ma c’è anche chi usa le penne o le sigarette lisce.
A questo punto vi starete chiedendo: “Perché mai un piatto napoletano porta il nome di genovese”?
Libri, trattati, leggende popolari: dopo secoli ancora si discute sui natali di questo piatto. La versione più accreditata vuole che la ricetta originaria sia sbarcata al porto di Napoli insieme ai marinai della “Superba” nel XVIII, nave genovese ovviamente! C’è poi il noto nobile napoletano appassionato di cucina- Ippolito Cavalcanti- che nel suo trattato “Cucina teorico pratica” parlava di un sugo molto simile alla genovese, ma non per la pasta.
Passiamo al colore. Sapevate che è il colore ciò chee contraddistingue un’ottima genovese? Secondo gli esperti, la tonalità perfetta è “manto di monaco” ed è questo il metro cromatico di cottura.
A Napoli non c’è trattoria che si rispetti che non proponga in menù questo piatto. E anche se, come dicono i napoletani, “la migliore trattoria è casa propria”, ecco una selezione delle migliori genovesi della città, per tutti i gusti e per tutte le tasche.

genovese

credits: Tripparia

Osteria della Mattonella

In quel limbo di terra tra la “Napoli bene” e il quartiere popolare del Pallonetto, c’è un’osteria il cui nome rimanda alle mattonelle in stile vietrese del 1700 che ornano le pareti. La cucina è quella tipica napoletana, genuina, verace, gustosa. Le ricette sono quelle di una volta, eseguite allo stesso modo. Anche la genovese non è da meno. Cottura lenta, profumo intenso. Unica pecca è il formato della pasta: le penne.
Via Nicotera 13

Locanda del Cerriglio

Nel vicolo più stretto di Napoli c’è la trattoria più famosa della città. Ai tavoli di questa locanda si sono seduti personaggi di spicco come Giovan Battista Della Porta, Benedetto Croce e persino Michelangelo Merisi. A proposito di quest’ultimo, la leggenda narra che nel 1609, nei pressi della taverna, il Caravaggio fu aggredito e sfregiato al viso da quattro sicari.
La genovese qui è fatta con cipolle ramate di Montoro e carne di manzo di prima scelta, cottura lenta, dalle sei alle otto ore, il tutto servito con candele spezzate che fanno risaltare maggiormente il sapore.
Via del Cerriglio 3

Leon d’oro

Nel cuore di Piazza Dante c’è una trattoria semplice, ma gustosa. Tavoli e sedie di legno, pavimento stile anni’50, cucina come quella delle nostre nonne. Anche qui si può gustare una squisita genovese.
Piazza Dante 48

Pizzeria Trattoria Nanà

Qualità. accoglienza e selezione delle materie prime sono le parole d’ordine di questa pizzeria-trattoria inaugurata nel non lontano 2008 da Silvio Zigarelli. Oltre ad un’ottima pizza, qui potete gustare una straordinaria genovese che non vi farà rimpiangere quella delle vostre nonne.

Via Serafino Biscardi 7/9/11

Ristorante Le Due Palme

Da oltre 50 anni  questo locale, ubicato nel cuore dei Campi Flegrei a due passi dalle terme romane, serve una genovese divina fatta con carne di bufalo e di maialino nero e cipolla ramata. Lo chef propone altri piatti d’eccezione come scampi avvolti in lardo di colonnata con aceto balsamico e rigatoni con funghi porcini e gamberi.

Via Agnano Astroni 30

genovese

Genovese, Ristorante Le Due Palme

Se invece andate di fretta, ma non volete rinunciare al sapore della genovese, vi consigliamo un bel cuzzetiello alla genovese da Dario Troise presso O’ Cuzzetiello Paninoteca Takeaway in Via Rimini 51. Goduria assicurata.

Marianna Somma

  Il Cellaio di Don Gennaro: luogo dell’anima

 

Il Cellaio di Don Gennaro sorge in località San Vito, territorio appartenente all’ amena cittadina di Vico Equense (Napoli), splendida località della Penisola Sorrentina peculiarmente situata tra il Golfo di Napoli, i Monti Lattari ed il Golfo di Salerno.

 

Si configura quale un caratteristico ristorantino, eredità di una tradizione familiare iniziata agli inizi del ‘900 con Don Gennaro Toscano, emigrato in America, poi rientrato in terra natia per dedicarsi alla terra ed alla ristorazione nel Cellaio, una vera e propria cantina scavata nella roccia.

 

 

 

 

L’interno si presenta intimo, raccolto ma decisamente accogliente, fine ed elegante, ben arredato e con una mise en place raffinata, ove è inoltre possibile godere, di una sistemazione fresca e decisamente gradevole nell’annesso giardino, una vera e propria oasi di pace, ideale per trascorrere piacevoli momenti nelle stagioni più calde.

 

 

 

 

 

 

Il sodalizio vicano, aderente all’ Alleanza dei Cuochi e dei Presidi Slow Food, propone piatti tradizionali della tradizione gastronomica campana, una cucina sincera, genuina ma comunque raffinata, un susseguirsi di preparazioni ed abbinamenti frutto di una radicata tradizione familiare e locale, attenti e rispettosi del territorio ma soprattutto della stagionalità della materia prima, accuratamente scelta e di altissima qualità.

 

A partire dal classico “Antipasto del Cellaio”, all’interno del menù trovano pertanto spazio primi piatti principalmente di mare, comprese paste fresche sapientemente fatte a mano.

 

 

 

Vengono inoltre accuratamente valorizzati ortaggi e verdure locali, vari Presidi Slow Food, senza dimenticare il pescato di alta qualità della zona, il tutto esaltato da un’ accurata carta dei vini, sapientemente predisposta da Franca Di Mauro, Sommelier e Donna del Vino.

 

 

Senza dubbio una cucina territoriale del Cuore, curata e di grande qualità, specchio di un’antica maestria, in luogo dell’Anima esaltato da un servizio attento e garbato.

 

 

Ristorante “Il Cellaio di Don Gennaro”

Via Raffaele Bosco 92, 80069, Vico Equense – Località San Vito (NA)

+39 081 879 87 13

Web: www.ilcellaiodidongennaro.it

Facebook: Il Cellaio Di Don Gennaro

Si chiama “ inDISPENSAbile ” è la nuova linea di conserve di Eccellenze Nolane

Si parte il 7 novembre con la valorizzazione di Torzella e Broccolo dell’Olio

indispensabile

Parte con la valorizzazione della Torzella e del Broccolo dell’Olio, ” inDISPENSAbile “, la nuova linea di conserve di Eccellenze Nolane, la cooperativa agricola presieduta da Giovanni Trinchese che si dedica alle coltivazione di ortaggi e verdure derivanti da semi antichi autoctoni del territorio senza l’uso di diserbanti né additivi chimici, tutelando le api e la biodiversità, rispettando l’ambiente.

Una mission che ora approda anche al settore delle conserve artigianali: a Nola, in via Mario De Sena 230 , tutti i giorni arriva il raccolto dei campi eubiotici di Cimitile e Camposano e, a mano, si lavano, si tagliano e si invasettano i prodotti della terra. “Ciò consente – spiega Trinchese – di realizzare conserve con prodotti freschissimi, appena tagliati e a chilometro zero e di mantenerne intatti sapore e proprietà nutritive tutto l’anno. Stagionalità significa consumare prodotti colti in quel periodo o conservati con le giuste procedure e idonei standard qualitativi nel periodo di riferimento, ossia secondo natura. Il laboratorio abbina tecniche artigianali, sapori antichi e ricette tradizionali alla sicurezza alimentare”.

A tenere a battesimo “inDISPENSAbile” sarà un convegno aperto dal padrone di casa, il presidente della cooperativa Eccellenze Nolane Giovanni Trinchese, al quale parteciperanno, tra gli altri, il Direttore generale dell’Istituto zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno, Antonio Limone, il professor Ettore Varricchio, docente di Qualità e Tecniche di Produzioni Alimentari, del Dipartimento di Scienze e Tecnologie di Unisannio, i sindaci di Nola e di Camposano, Gaetano Minieri e Francesco Barbato, il vicesindaco della Città Metropolitana Francesco Iovino. All’incontro, introdotto e moderato dalla giornalista Brunella Cimadomo, sarà presente inoltre, il pizzaiolo più bravo del mondo secondo Gambero Rosso, Ciro Iovine di Song e Napule che è giunto da New York già oggi per raccogliere personalmente e seguire il processo di conservazione della torzella. Il suo intento è quella di portare in America gli autentici sapori di Napoli, come già sta facendo da tempo con gli Antichi Pomodori di Napoli. Il progetto di comunicazione è seguito da Bc Communication: “siamo partiti – spiegano i responsabili – dal concetto mettere in Dispensa, proprio come si faceva una volta. La dispensa era proprio il mobile o l’ambiente in cui si conservavano le provviste ma è anche il luogo destinato alla vendita, come in questo caso, di prodotti alimentari”.

Faranno parte della nuova linea “inDISPENSAbile”,  tutte le cultivar derivanti da semi antichi autoctoni come la zucca lunga di Napoli, la papaccella, le melanzane (Cima di Viola, Tonda di Scafati e a Grappolo), la portulaca e tantissimi altri ortaggi e verdure coltivati senza l’uso di additivi chimici o sostanze dannose,.

Le stesse conserve così come i prodotti freschi potranno essere acquistati direttamente nello store di via Mario De Sena, 230 o degustati nel vicino Agriturismo di Città.

 

UFFICIO STAMPA

BC COMMUNICATION

 Palapizza: il palazzo della pizza

PalaPizza – Il Palazzo della Pizza nasce nel 2009 a Frattamaggiore (Napoli), grazie alla volontà ed alla passione di Enrico Di Pietro, titolare e Maestro Pizzaiolo, tra i protagonisti del record della pizza più lunga del mondo, erede di una radicata tradizione familiare nel campo della ristorazione d’eccellenza.

 

 

Situato in uno stiloso palazzo antico, una location unica nel suo genere, il PalaPizza si presenta quale un locale ampio, accogliente, caratterizzato da un arredamento elegante, essenziale, dotato anche di un gradevole dehors, tale da essere adatto ad eventi e cerimonie.

 

Il sodalizio frattese si erge pertanto fedele alla tradizione culinaria partenopea, senza disdegnare un tocco di originalità ed innovazione, tale da presentare in carta una gran varietà di impasti e di farciture, con una particolare attenzione rivolta ad esigenze alimentari particolari.

 

 

 

Per quanto riguarda gli antipasti, oltre al classico tagliere tutto da gustare ricco dii eccellenti salumi e formaggi, svetta senza dubbio la proposta di friggitoria, rigorosamente artigianale, declinata nell’utilizzo di una materia prima genuina e di qualità.

 

 

Tra arancini e crocchè, questi ultimi preparati anche nell’interessante variante alla patata viola, si arriva alle frittatine, il vanto del PalaPizza, disponibili in versione classica  a base di carne tritata, provola e piselli, così come in elaborazioni a base di melanzane, peperoni, salsiccia e “friarielli”.

 

Per quanto riguarda invece le pizze, la Margherita, simbolo dell’arte del pizzaiolo napoletano, risulta essere declinata nell’utilizzo di prodotti esclusivamente d’eccellenza, ovvero Pomodoro San Marzano DOP, Fior di Latte di Agerola, basilico ed olio EVO.

 

 

Indubbiamente rappresentativa la Montegrappa, il personale omaggio di Enrico Di Pietro alla cittadina di Frattamaggiore, sapientemente farcita con vellutata di zucca, Provola di Agerola, schiacciata di patate, pancetta croccante, basilico ed olio EVO.

 

 

In conclusione, non mancano gradevoli dessert, per un dolce fine pasto.

Insomma una proposta gastronomica concreta, basata su lavoro ed innovazione, esaltata da un servizio cordiale, puntuale, preciso.

 

 

 

PalaPizza – Il Palazzo della Pizza

Via Vittoria, 36, 80027, Frattamaggiore (Napoli)

+ 39 081 832 20 40

Facebook: PalaPizza – Il Palazzo della Pizza

 

 

 Cieddì: ristorante tra mare e Vesuvio

Cieddì, ristorante tra il mare ed il Vesuvio, sorge a Portici (Napoli) presso l’esclusiva dependance di Villa Pagliano, antico edificio borbonico dotato di uno storico giardino- agrumeto, all’interno del quale si erge il Vesuvi’Orto, orto biologico caratteristicamente realizzato in loco, fonte di squisite verdure ed erbe aromatiche utilizzate poi in cucina.

L’interno si presenta fine, accogliente, elegante, ma allo stesso tempo informale, ben arredato e con una mise en place estremamente curata.

 

 

Decisamente suggestivi sia la cantina, ben fornita ed opportunamente attrezzata per la degustazione in loco, così come l’annesso wine bar, indirizzato ad una proposta più informale, da accompagnare magari con un ottimo vino o con una birra artigianale.

 

Inoltre è possibile fruire di una sistemazione fresca ed amena nello spazioso giardino, ideale per trascorrere piacevoli serate primaverili ed estive.

Il sodalizio porticese, aderente all’ Alleanza dei Cuochi e dei Presidi Slow Food, propone una cucina semplice, genuina ma estremamente raffinata, realizzata con materie prime del territorio Vesuviano.

 

La proposta gastronomica dello chef Nunzio Spagnuolo, allievo del compianto Maestro Gualtiero Marchesi, risulta essere di alta qualità per tecnica e materia prima impiegata , legata sì alla tradizione vesuviana ma tendente all’innovazione senza incorrere in contaminazioni eccessive.

 

 

 

A partire da gradevoli antipasti, da accompagnare magari con pani e grissini autoprodotti, non mancano ovviamente i primi piatti, tra i quali spiccano stuzzicanti “Spaghettoni con calamari e peperoni“.

 

 

Nel pieno rispetto della stagionalità della materia prima, puntando decisamente su genuinità e qualità, il menù propone inoltre numerose  variazioni, sia di carne che di pesce, quest’ultimo disponibile in tutta una serie di varianti, compresi squisiti crudi.

 

 

Non mancano ovviamente i dessert comprendenti proposte classiche della tradizione napoletana, tra i quali si erge tuttavia una special edition, un omaggio a Gualtiero Marchesi, ovvero un “Lingotto di cioccolato gianduia 24 carati“.

 

 

Un contesto insomma caldo ed elegante, ove il cliente, coccolato da un servizio galante, cortese e professionale, può sentirsi davvero a casa propria, vivendo un’esperienza gastronomica memorabile, potendo godere anche di interessanti momenti musicali ivi organizzati.

 

 

Ristorante Cieddì

Via Salvatore Pagliano 5, 80055, Portici (Napoli)

+39 081 775 25 02

Web: www.ristorantecieddi.it

Facebook: Cieddì Ristorante

Aperto dal  Lunedì al Sabato sia a pranzo che a cena.
Domenica solo a pranzo.

Bistrot del Mare-San Pietro: sapori a picco sul mare

Il Ristorante – “Bistrot del Mare – San Pietro” dei fratelli Mariano ed Antonio Panariello sorge presso San Pietro a Calastro, uno dei più suggestivi scorci della città vesuviana, nelle vicinanze della zona portuale, direttamente sull’arenile.

Si configura come un bistrot informale, ove sperimentare una cucina di pesce estremamente versatile, valorizzata da una materia prima sempre fresca e di altissima qualità. Numerosi commensali ne hanno già potuto saggiare l’offerta culinaria, facilitati anche dai numerosi eventi culturali ospitati, tutti volti alla valorizzazione e promozione dei prodotti locali.

L’intero locale risulta contraddistinto da un panorama incantevole, con grandi vetrate che permettono l’accesso ad una caratteristica terrazza panoramica, il tutto completato da un allestimento, curato nei minimi dettagli, ispirato interamente al contesto marino.

Il “Bistrot del Mare – San Pietro” presenta, inoltre, un lungo corridoio d’ingresso allestito a mò di cantina. L’obiettivo del sodalizio corallino risulta essere pertanto una continua ricerca delle migliori materie prime così come dei migliori abbinamenti, finalizzata alla creazione di piatti gustosi, mai banali.

Indubbiamente rappresentativa, protagonista della proposta corallina, risulta essere la “frittura di pesce con l’antica ricetta dei Pescatori Torresi”; stuzzicanti i crudi così come la sempre in auge grigliata di mare.

Tra i primi piatti, interessante la rivisitazione dell’amatriciana a base di gamberi, così come la “Pasta alla Nerano”, un classico della cucina campana, a base di zucchine.

Presente la pizza secondo tradizione, con qualche variante legata al concept marinaro del locale. Iconico il baccalà, servito appena scottato con Pomodorino Giallo del Vesuvio su un crumble di basilico e limone.

In conclusione, ottima la selezione di birre artigianali così ampia si presenta la carta di vini nazionali ed internazionali.

Dunque uno spazio giovane, versatile, informale, ove sperimentare una cucina basata sull’evoluzione delle ricette classiche, esaltata anche a livello visivo da impiattamenti di livello, il tutto da gustare da una terrazza sul mare mozzafiato.