Ad Agnano, nei pressi dell’Ippodromo, è nata da pochi mesi Casa Pangia, la “pizzeria con cucina” di Paolo Pangia. Dopo una lunga gavetta, iniziata da giovanissimo, nelle pizzerie del napoletano, Paolo Pangia per vent’anni ha lavorato accanto a Franco Manna a Milano per Rosso Pomodoro.

In questo lungo percorso, costellato di grandi soddisfazioni, Paolo Pangia si specializza nelle varie tipologie di impasto, portando per primo, nel capoluogo lombardo, la pizza senza glutine. Ad un certo punto, Paolo Pangia ha sentito l’esigenza di ritornare alle origini, ai luoghi in cui è nato e cresciuto, per riportare a casa la sua arte.

Così è nato il progetto “Casa Pangia”, un locale in cui il cliente non deve sentirsi un estraneo o un avventore casuale, ma uno di famiglia. Alla base di questo progetto, infatti, c’è la volontà di proporre al cliente un locale che ricordi un ambiente di casa, sia per l’atmosfera che per i sapori.

Quella che una volta era la “sala da pranzo” presente nelle nostre case, oggi è possibile ritrovarla da Casa Pangia. Un ambiente tradizionale, accogliente e caloroso in cui riscoprire i veri sapori della cucina partenopea, ma con quel tocco di originalità che solo Paolo Pangia sa dare. Chi si reca a Casa Pangia può scegliere di assaporare la famigerata pizza di Paolo Pangia, una pizza contemporanea, di alta digeribilità che, però, coniuga le nuove tecniche con i sapori della tradizione.

Tra le pizze più richieste c’è la Masseria Cardone, composta da crema di noci, provola, capocollo, scaglie di grana e mozzarella, che rievoca i luoghi da cui il suo creatore proviene, un vero omaggio alle sue origini.

Paolo Pangia ci propone anche la San Gennaro con i pomodorini gialli, mozzarella di bufala e scaglie di grana. Oppure la Onore, una focaccia farcita con mortadella, burrata e scaglie di limone. Paolo Pangia è molto legato al territorio e per questo motivo molte delle sue pizze portano i nomi di località della zona ben note, facendosi portavoce del bello e del buono di Napoli.

Tra queste c’è la Rione Sanità con il vero ragù napoletano, la provola, la ricotta e le polpettine fritte. Con il ragù napoletano e la genovese Paolo Pangia propone anche le sue famose Montanare, che riempiono il ricco tagliere e i fritti misti. Casa Pangia è anche cucina, grazie anche alla collaborazione di Carmen Ionita, chef e compagna di vita di Paolo Pangia. Imperdibili sono il suo Ragù napoletano e la Torta Casa Pangia, un dolce al cioccolato, di cui è impossibile descrivere la piacevolezza, ma che è necessario assaggiare.

Casa Pangia è nato da qualche mese, pochi giorni prima del lockdown, in un periodo di grande difficoltà per il nostro paese, ma queste difficoltà non impediranno a Paolo Pangia di realizzare il suo sogno di ritornare a Milano, la sua seconda città, e portare la sua “sala da pranzo” anche lì. Intanto, è possibile andare a trovarlo ad Agnano, godere di un’ottima cucina e di un ambiente accogliente e se non siete ancora convinti, orgogliosamente il patron di Casa Pangia vi invita ad andare perché “finalmente Paolo Pangia è tornato a casa!”.

Fuoro 51, dove la tradizione incontra l’innovazione

L’estate in Campania profuma di limoni sorrentini, ha il sapore della pasta alla nerano, i colori delle maioliche di Positano.
Muoversi verso la costiera in alta stagione vuol dire rischiare di rimanere imbottigliati nel traffico ma è un rischio che vale decisamente la pena correre, non solo per il mare cristallino e il panorama mozzafiato.

Nel centro storico di Sorrento, in via Fuoro 51, c’è una tappa quasi obbligata per chiunque abbia un palato fino o un cuore che batte davanti ad un decanter: il Fuoro 51 prende il nome dalla via che lo ospita ed è un punto di riferimento per sorrentini e turisti.

Luigi Stinga, il proprietario, ha aperto il wine bar nel 2016: “Prima di aprire il locale mi occupavo d’altro” – racconta – “per cui inaugurare il Fuoro 51 insieme al mio ex socio è stata, per me, una bella sfida”.

Una sfida quasi vinta in partenza, direi: già allora infatti l’enoteca vantava un discreto numero di etichette tra locali, nazionali e internazionali; calici e bottiglie erano accompagnati da taglieri di salumi e formaggi, locali o provenienti dalla nostra meravigliosa penisola.

Oggi la cantina conta oltre 2300 etichette: ogni desiderio è un ordine. Chiedete e vi sarà dato: dalla bottiglia meno pregiata ( alla portata di tutte le tasche e di tutti i gusti ) alla più raffinata bottiglia di champagne!

La cucina del Fuoro 51

Dicono che l’appetito vien mangiando ma vi assicuro che anche bevendo, alla lunga, lo stomaco inizia a brontolare. Ecco perchè, nel 2018, il locale è stato ampliato ed è stata aggiunta la cucina che, da quest’inverno, è il regno dello chef Michele Mazzola.

Omaggiato col titolo di “Top italian chef” nel 2016, Michele Mazzola è sorrentino d’origine e, diventando chef, ha realizzato un sogno: un sogno nato proprio nella terra dove il profumo del mare incontra l’aroma della natura.

Lo chef sorrentino Michele Mazzola

Le richieste della clientela del Fuoro si sposano in un perfetto matrimonio d’amore col modo di lavorare del nuovo chef: “L’obiettivo è differenziare” – ci racconta il diretto interessato – “lo scopo è non proporre il solito menù, i soliti piatti: cerchiamo di portare a tavola qualcosa di originale, di più ricercato”.

“Il menù cambia spesso, almeno una volta al mese” – aggiunge – “E’ un menù stagionale che, tra l’altro, è possibile consultare comodamente da casa scaricando l’applicazione del Fuoro 51 o navigando in rete sul sito del ristorante”.

I piatti di successo del Fuoro 51

I piatti che riscuotono più successo in alta stagione sono: il classico spaghetto alla nerano, lo spaghettone quadrato al sugo di cozze tritate con estrazione di gamberi e crostacei, la tartare di tonno con yogurt e lampone o, per gli amanti della cucina fusion, il brodo dashi servito con baccalà e fagiolini che, oltre a racchiudere tradizione e innovazione nello stesso piatto, è una vera delizia per il palato e per l’occhio.

Spaghettone al sugo di cozze con estrazione di gamberi e crostacei

A proposito dell’occhio – che vuole sempre la sua parte – anche il Fuoro 51 ha dovuto chiudere durante il lockdown per poi riaprire in primavera in linea con le direttive regionali: la ripartenza ha portato con sé l’introduzione di un nuovo servizio: il delivery! “E’ un servizio che funziona, la clientela ha risposto bene e c’è richiesta ma è inevitabile che, consegnati a domicilio, i piatti perdano un po’ della loro bellezza!” ci confessa lo chef.

I suoi piatti infatti oltre ad essere buoni sono anche belli e, chiaramente, impiattare avendo a disposizione un piatto o una vaschetta per il delivery fa una bella differenza.

A proposito di norme di sicurezza, sono anni che il Fuoro 51 ha abbandonato il menù cartaceo a favore dei tablet, più igienici perché più facili da disinfettare, e soprattutto più funzionali perché si adeguano con facilità ai cambiamenti del menù e permettono di mostrare le foto reali di ciò che verrà servito a tavola: una garanzia!

Un menù per tutti i gusti

Il vasto menù è in grado di accontentare anche vegetariani, vegani e celiaci: per chi ha bisogno di piatti gluten free è  infatti possibile ordinare pasta senza glutine o anche una frittura di pesce con impanatura a base di farina di riso e frittura in olio di girasole..

Se siete già in marcia verso Sorrento sappiate che il Fuoro 51 è aperto dal lunedì alla domenica dalle ore 18 (per l’aperitivo e per la cena) mentre nel weekend vi aspetta anche a pranzo! Cin Cin!

La storia di Francesco Scarano e Raffaele Mancino a piccoli morsi

La storia di Francesco Scarano e di Tarumbò è la storia di una scommessa che, dopo quindici anni di gestione, si riconferma vincente. Francesco ha iniziato la sua avventura ad occhi chiusi, spinto dalla voglia di fare e da quel pizzico di incoscienza che solo la gioventù conosce. ‘Ho iniziato come cassiere, ma ho finito per essere un vero e proprio tuttofare: mi occupavo della spesa, degli ordini, delle forniture, insomma un po’ di tutto’, un anno dopo ‘avevo tra le mani la gestione del locale’. A soli ventitré anni, Francesco Scarano ha così deciso di giocare una partita mai giocata prima, ben ‘consapevole che se avessi sbagliato il goal, la sconfitta non mi avrebbe fermato’ . Il pallone però, contro tutte le aspettative, sembra aver centrato in pieno la porta. 

Francesco Scarano punta sulla semplicità, con un’offerta radicata nella tradizione. Ingredienti semplici che, ancora oggi, nonostante la gavetta sia ormai lontana, sceglie personalmente ogni mattina: ‘Per me è importante garantire ai nostri clienti un prodotto che sia di qualità, per cui ogni mattina faccio la spesa personalmente ’. La cura per il cliente è così garantita dall’impegno costante che Francesco Scarano e il pizzaiolo Raffaele Mancino mettono nell’offerta di un prodotto che sia familiare e di qualità. 

Quando la pizza diventa questione di ‘alchimia’

La pizza di  Raffaele Mancino racconta un passato fatto di impegno e sacrifici. A soli quattordici anni inizia una carriera fatta di gavetta e tanto studio. A diciannove anni, Raffaele conosce Francesco, con cui inaugura un vero e proprio sodalizio. Fiducia reciproca e ‘un’alchimia naturale’, così Francesco ricorda l’incontro con Raffaele Mancino: ‘Avevo conservato il numero di Raffaele, consegnatomi personalmente da suo padre. Qualche tempo dopo mi ricordai di lui e decisi di andare a provare la sua pizza. Da quel momento non abbiamo mai smesso di credere nel progetto che portiamo avanti con estrema passione’. 

La pizza proposta da Raffaele Mancino sembra riportare alla mente il passato che lo ha formato, fatta di semplicità, tradizione e sapori semplici. L’impasto ad alta idratazione è, infatti, uno degli impasti più cari alla tradizione partenopea ed è proprio quello scelto dal pizzaiolo di Tarumbò. Dalla classica Margherita alla tradizionale Marinara con pomodoro, origano, aglio, basilico e olio evo. Da Tarumbò, la tradizione non passa mai di moda, anzi sembra brillare di luce nuova, grazie all’impegno e alla passione di uno staff che, oltre al pizzaiolo Raffaele Mancino, si compone di giovani ragazzi desiderosi di mettersi in gioco. Alla tradizione si affianca la delicatezza di gusti nuovi e interessanti, con l’offerta di un menù di pizze speciali, come la Pistacchia e la Montagnola.

Tarumbò come casa

Situato all’interno del Cinema-Teatro Lendi, il richiamo alla tradizione teatrale e cinematografica partenopea risuona tra i tavoli di Tarumbò, diventando un vero e proprio punto di ritrovo. Alla passione per il cibo e il teatro si aggiunge la fede calcistica e la convivialità che lo sport porta con sé. La pizza Tricolore nasce, infatti, nel 2007, in occasione dei mondiali: scaglie di parmigiano, pomodorini e rucola diventano così simbolo di vittoria, oltre che di bontà. Quella di Tarumbò è una pizza capace di unire in semplicità: ‘Dal 2007 in poi, quando il napoli è rinato e ha riunito i tifosi, abbiamo ideato delle pizze per l’occasione. La pizza Hamsik, ad esempio, è un vero e proprio ricordo passionale e personale, per un personaggio che è rimasto simbolo di un’intera città’.

La passione che salva

In quindici anni, Tarumbò ha affrontato molte difficoltà, a cui si aggiunge l’ultima, non per importanza, della ripresa post-Covid. ‘Nonostante la chiusura del cinema e del teatro Lendi e nonostante le difficoltà, la pizzeria non si è mai fermata’. A guidarli nel buio, la passione che li ha ‘accompagnati durante tutto il percorso’ permettendogli ‘di affrontare l’inesperienza e gli ostacoli’. 

Tarumbò è un posto che sa di casa, dai volti e dai sapori familiari, in cui il cliente si affida senza nessuna remora alle cure di Francesco Scarano, Raffaele Mancino e allo staff impegnato in un servizio attento ai dettagli e alla semplicità del buon cibo

Da Musto’s la pizza a metà strada tra tradizione innovazione

In questi giorni di ripartenza dopo il blocco causato dall’emergenza sanitaria, è necessario riprendere le energie e regalarci qualche momento di relax e, allora, perché non scegliere i borghi più caratteristici della nostra regione, culla di arte, cultura e forti tradizioni enogastronomiche? Oggi vi suggeriamo di recarvi a Sant’Antonio Abate, un meraviglioso comune in provincia di Napoli, scenario di numerosi set cinematografici, dove da tre anni si sta affermando la pizzeria Musto’s di Pietro Musto.

Il prodotto che Pietro Musto propone alla sua clientela è in linea con la tradizione pizzaiola napoletana, ma ad essa si aggiunge quella creatività tipica dei napoletani che da pochi semplici ingredienti sanno tirar fuori delle vere e proprie eccellenze.

La pizza che il patron di Musto’s propone è una via di mezzo tra la classica napoletana e la pizza detta a “canotto”, ovvero con il cornicione molto pronunciato. Questa scelta nasce dall’esperienza che negli anni Pietro Musto ha acquisito e che lo ha visto giovanissimo iniziare il suo percorso nel mondo della pizza. «Avevo circa quattordici anni quando ho iniziato a lavorare nel mondo della ristorazione, seguendo mio padre che lavorava in un importante locale napoletano. Allora, alternavo il lavoro con lo studio, ero iscritto all’Istituto alberghiero, e quando mi sono diplomato ho scelto di percorrere una strada tutta mia».

Pietro Musto sceglie di rompere il cordone ombelicale con la famiglia e per qualche anno si dedica al settore dolciario, per poi ritornare alla sua prima passione, ovvero la pizza. Così circa quattordici anni fa nasce il primo locale al Centro Direzionale di Napoli e da tre anni Musto’s apre a Sant’Antonio Abate.

In questa nuova avventura, una presenza importante è rappresentata dalla moglie Carmen D’Antuono, che lo sostiene e lo aiuta a ideare sempre nuovi menù. «Cambiamo il menù tre, quattro volte l’anno. Questo perché è necessario seguire la stagionalità dei prodotti e offrire ai clienti sempre nuovi abbinamenti.

Non mancano le pizze classiche per chi è affezionato alla tradizione, ma puntiamo molto su nuovi abbinamenti di gusto, per chi vuole lasciarsi stupire e osare anche a tavola». Tra le pizze che rappresentano di più il suo locale, c’è sicuramente la Musto’s, composta con datterino giallo, fior di latte di Agerola, pancetta giovane, pecorino, zest di limone, basilico, olio extravergine del Cilento, una pizza che ha presentato qualche anno fa ad un Campionato a Las Vegas.

Ma Pietro Musto è orgoglioso di due pizze in particolare. La prima è dedicata a sua figlia, ed è appunto la Sofia, con cornicione di crema di gorgonzola, melanzane a funghetto, salame piccante, mozzarella e in uscita basilico e pomodorino secco.

La seconda è la Kikketta, una pizza dolce con la quale ha vinto il VI Campionato Nazionale Pizza DOC a Nocera Inferiore nella categoria Pizza Dessert. «La Kikketta porta lo zampino anche di mia moglie. È una pizza fritta e poi ripassata al forno e farcita come un dolce. Essa rispecchia perfettamente le nostre due anime di pasticciere e pizzaiolo. In essa si coniugano la delicatezza della crema e la freschezza del limone, il profumo della menta, l’acidità e la passionalità dei frutti di bosco, infine un po’ di zucchero a velo, dolce e delicato».

Il periodo di lockdown ha fermato le attività di tutti i ristoratori, ma Pietro Musto non se ne è stato con le mani in mano e ha ripensato il suo locale, al quale sta apportando delle modifiche, come la cancellazione dal menù di alcuni formati di pizza come il ½ metro e il Panuozzo, per dare maggiore spazio alla pizza al piatto che gli sta dando grandi soddisfazioni e alle fritture di grande formato come il Crocchettone, il Timballo di Pasta e patate, il Supplì siciliano, le Montanarine e gli Straccetti di pizza conditi con i pomodorini.

Chi va da Musto’s trova un’atmosfera di grande familiarità: «Io amo molto dialogare con i miei clienti, girare tra i tavoli e raccogliere i loro pareri e, perché no, anche i loro suggerimenti. Ho sempre immaginato il mio locale come un luogo famigliare, in cui il cliente si sente a casa o tra amici».

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A Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, nel 2016 è nata la Pizzeria ’94 di Francesco Gambardella. Da allora la pizzeria ne ha fatta di strada, è cresciuta e con lei anche il giovanissimo proprietario che, nonostante l’età anagrafica, ha alle spalle un importante background costruito proprio nel mondo della pizza.

Il suo percorso inizia molto presto: «Ho iniziato a sporcarmi le mani all’età di quattordici anni e vederle bianche di farina e appiccicose mi ha fatto capire che quella era la mia vocazione lavorativa. Da allora è iniziato questo lungo e faticoso percorso, che mi ha portato oggi ad avere un locale tutto mio e che mi rappresenta pienamente».

La gavetta di Francesco Gambardella si è basata esclusivamente sull’apprendimento dei segreti della pizza, segreti che gli sono stati svelati, man mano, dai suoi maestri. «La prima pizzeria nella quale ho lavorato era qui, a Nocera Inferiore, ma poi mi sono spostato anche in altre città, come Cava de’ Tirreni, Sarno, Nocera Superiore e Salerno. Grazie agli insegnamenti dei maestri pizzaioli ho carpito i segreti della vera pizza napoletana, imparando a miscelare gli ingredienti nel modo corretto al fine di realizzare un prodotto che risultasse di gradimento per il cliente più esigente».

La pizza della pizzeria ’94

La pizza che Francesco Gambardella ci propone è a lunga lievitazione e si presenta con un cornicione “medio”, ma la caratteristica principale è l’alta digeribilità. Il menù delle pizze varia da quelle classiche alle specialità. In particolare, ogni mese nel menù c’è una variazione con la proposta di nove nuove pizze.

Questo mese, da Pizzeria ’94 non perdete le Burratina, una pizza bianca con mozzarella, crema di noci artigianale, bresaola e in uscita noci, burratina pugliese dop 150 g, basilico e olio evo. L’ultima pizza del mese è la Pugliese, che prevede fiordilatte, fonduta di pecorino romano dop e in uscita prosciutto crudo San Daniele 24 mesi, melanzane arrostite e burrata di 150 g.

Un’altra specialità di Pizzeria ’94 è il Tronchetto amalfitano, il quale si presenta nella forma di una baguette farcita in entrata con fiordilatte e all’uscita con prosciutto crudo San Daniele 24 mesi, rucola, pomodori conditi, Parmigiano Reggiano 36 mesi e ciliegina di bufala.

La creatività di Francesco Gambardella sembra inarrestabile e quando gli chiediamo di inventare al momento una pizza, non ha esitazione e ci propone una pizza bianca con pomodorino datterino giallo, carciofi pugliesi, capocollo di Martina Franca, pecorino con buccia nera e olio evo. Imperdibile è anche il Fritto di Pizzeria ’94, che con i crocché, le frittatine e pizze fritte, tutte interamente di produzione propria, rappresenta in pieno la tradizione della cucina napoletana.

Francesco Gambardella sceglie con molta cura prodotto per prodotto, dal prosciutto crudo San Daniele 24 mesi, rigorosamente con l’osso e che si fa arrivare direttamente da Udine, al capocollo di Marina Franca, che è un presidio slow food, ai prodotti di stagione esclusivamente campani e del suo territorio.

Non mancano nel suo curriculum la partecipazione a importanti manifestazioni come il Campionato Pizza doc di Nocera, il Pizza Village, numerose gare in Calabria, come l’ultimo Campionato Nazionale Pizza ai Sapori di Calabria promossa dall’International Pizza Academy nel quale ha conquistato il secondo posto nella categoria “Pizza napoletana”.

Da Pizzeria ’94 il cliente si sente a casa, trova un locale accogliente e sicuro, personale attento e preparato, ma soprattutto vedrà in ogni piatto l’amore e la passione che Francesco Gambardella mette nel suo lavoro.

Iasa fra le big della Campania: l’azienda salernitana premiata dal trimestrale Industria Felix Magazine

L’azienda di trasformazione ittica salernitana Iasa premiata fra le eccellenze della regione Campania. La società che fa capo ai fratelli Di Mauro è fra quelle che hanno avuto i migliori incrementi del fatturato nel periodo pre Covid-19. La nota di merito emerge dall’inchiesta realizzata dal trimestrale di economia e finanza Industria Felix Magazine in collaborazione con Cerved. I dati e i premi arrivano direttamente dal direttore di IFM Michele Montemurro e dal chief commercial officer di Cerved Roberto Mancini.

L’azienda Iasa nasce 51 anni fa a due passi da Salerno e soprattutto dalla città di  Cetara alla quale ha legato il nome per importanti iniziative non solo commerciali.
Gli obiettivi ed i must aziendali non sono mai cambiati: “Qualità tradizione e territorio sono sempre al primo posto” – spiegano i fratelli Lucia, Salvatore e Vincenzo Di Mauro alla notizia del riconoscimento.
“Iasa è un’azienda dinamica,  che proprio grazie alla sua anima artigiana è in grado di evolvere rapidamente e seguire gli andamenti e le richieste del mercato. Nostro è stato nei primi anni ’80 il primo filetto di tonno in vetro al mondo. Un’idea che oggi è diventato un ricordo di nostro padre”.

Una visione al passo con i tempi: “Oggi -sottolineano- vantiamo  un’artigianalità fatta di donne, e pochi uomini. Senza dubbio è la dinamicità che ci ha consentito la crescita ininterrotta per più di dieci anni consecutivi. Possiamo crescere ulteriormente se le istituzioni riescono ad avere il nostro passo, velocizzando la burocrazia. Un’idea rischia di diventare vecchia in attesa di un’autorizzazione. Perché quando questo funziona è efficace: noi ci avvaliamo di fondi europei ed il supporto degli uffici regionali è stato fondamentale in questi anni. Abbiamo dimostrato di poter andare oltre anche, quando finisce fra le ruote qualche bastone di troppo”.

La premiazione è avvenuta all’Auditorium della Regione Campania a Napoli, alla presenza del Governatore Vincenzo De Luca, dell’assessore alle Attività produttive e alla Ricerca scientifica Antonio Marchiello, del presidente e vicepresidente di Confindustria Campania Vito Grassi e Filippo Liverini.

Roberto Esse

Imprenditrici in rosso: Giannina Manfellotto, Marianna D’Auria, Maria D’Amico,  Diana Attianese

Fino agli anni ’60 la questione della relazione tra donne e uomini nei luoghi di lavoro era una non-issue. Era del tutto normale accettare acriticamente la cultura organizzativa maschile come norma, così radicata da non sentire il bisogno di tematizzarla. Rispetto a tale norma, le donne rappresentano l’eccezione. Da un po’ di tempo fortunatamente, grazie anche a una personale accettazione di sé, molte donne hanno costruito intorno alla loro passione la loro impresa. Queste di seguito sono le storie di quattro donne che attraverso le loro imprese raccontano loro stesse e che si può essere donna e professionista in un modo inedito.

Abbiamo chiesto alle protagoniste di raccontarci quanto sia difficile essere una donna imprenditrice, quanto delle loro aziende sia merito del loro sesto senso, cosa pensano dei lavori “gender oriented” e cosa significa essere una mamma in carriera. Questo è quello che ci hanno detto le imprenditrici in rosso.

Giannina Manfellotto alle pendici del Vesuvio ha dato vita insieme ai suoi fratelli a una piccola realtà “Terra Viva” che trasforma i frutti dei terreni di famiglia in conserve di altissima qualità. “Essere donna in un mondo imprenditoriale governato da uomini è molto difficile. C’è sempre una rivalità di genere per cui noi donne dobbiamo sgomitare, lottare, affannarci per raggiungere degli obiettivi concreti. Eppure, le imprese guidate da donne sanno avere successo e costruire valore economico e sociale al pari degli imprenditori uomini“.

Marianna D’Auria è la fondatrice di DAMA: un’azienda situata nella reggia di Quisisana dove si coltiva con cura lo stesso pomodorino che coltivavano i suoi antenati alla corte del Re Ferdinando di Borbone. “Sono determinata e testarda, ho le idee molto chiare. Il mio sesto femminile mi ha guidato verso la strada della rivalsa e mi ha portato davanti a importanti chef e imprenditori del food a cui ho donato i miei pomodori perché li testassero. Mi affido totalmente al mio senso nelle scelte lavorative“.

Maria D’Amico è la marketing manager della storica azienda italiana che dal 1968 opera nel settore food con rispetto della qualità e della tradizione. “Riguardo ai lavori gender oriented penso che queste distinzioni esistevano in passato. Non credo ci siano lavori adatti a uomini o a donne: ciò che conta sono i risultati. Ognuno dovrebbe poter svolgere l’attività lavorativa che preferisce e per la quale ha attitudini e passioni“.  

Infine, ma non per importanza,  Diana Attianese. Diana è una bambina nata in un campo di pomodoro San Marzano. Col tempo, riscopre un mondo desideroso di mangiare italiano e mette su una realtà tutta al femminile: ITALIANA VERA.Io sono una donna giovane, imprenditrice diventata mamma quando la mia azienda era all’inizio. Da quando sono diventata mamma ho dovuto imparare a dividere i miei impegni in un giusto equilibrio. Penso che chi crede che le cose non possano coesistere non ha una motivazione importante!

Passione, amore e rispetto per la propria terra, conoscenza e studio. Sono questi i segreti della grande leadership che queste donne hanno creato, cavalcando con intelligenza e intuito femminile la cresta dell’onda in un settore, quello agroalimentare, in cui il più delle volte è la presenza maschile a dettare le regole. Ma, con le donne in rosso, questo è tutto da vedere.

Conosciamo Pasquale detto Lino Barretta, patron del “Lino” a Casoria.

Anche voi quest’inverno vi siete riscaldati davanti al forno di casa? C’eravate anche voi in fila al supermercato per comprare quel panetto di lievito assolutamente necessario per l’impasto della pizza? Chi nega, mente! Ormai però trafficare ai fornelli è fuori moda: dopo tanto tempo “chiusi dentro” abbiamo tutti voglia di uscire e andare finalmente a pranzo o a cena fuori con amici e parenti.

Se vi trovate nei pressi di Casoria il ristorante pizzeria “Lino” di Pasquale Barretta fa al caso vostro.

Il locale si trova in via Guglielmo Marconi 77 ed ha inaugurato lo scorso luglio. Il proprietario, “Pasquale, per gli amici Lino”, lavora da tempo nel mondo della ristorazione e ci ha raccontato di essersi imbattuto, lo scorso anno, in un locale che gli ha rubato il cuore.

L’impasto di Lino Barretta

Da questo colpo di fulmine è nato un ristorante pizzeria a conduzione familiare ( insieme a Pasquale ci lavorano anche la moglie e i figli ) che ha un interno ed un esterno e che è quindi adatto anche ad eventi e feste private (oltre ad essere il luogo ideale in cui cenare in queste calde serate estive).

Le pizze sono fatte con un impasto diretto a 30 ore di lievitazione, nato dalla miscela di farina di tipo 0 e farina di tipo 1. L’impasto base è ricco di glutine ma c’è anche la possibilità di pizza gluten-free per chi dovesse averne bisogno. Anche vegetariani e vegani non rischiano di rimanere digiuni data la varietà d’offerta del menù.

Non senza una punta d’orgoglio nella voce Pasquale ci informa del fatto che da lui è possibile anche mangiare la pizza proteica: “All’impasto viene aggiunto il 25% di proteine naturali” – racconta – “una scelta perfetta per chi desidera mangiare sano”. Le sue pizze non mancano di omaggiare la materia prima della tradizione campana, come per esempio la provola d’Agerola, protagonista della pizza Nerano, rivisitazione golosa del famoso primo piatto.

Le pizze del menù

Pasquale ci racconta: “Una delle pizze che va per la maggiore, quella per cui i clienti vengono apposta a mangiare da me, è la pizza Nerano. E’ composta da crema di zucchine fatta rigorosamente in casa, provola d’Agerola, pancetta  (che dopo la passata in forno diventa piacevolmente croccante) e zucchine fritte (che aggiungono la nota di croccantezza finale in un matrimonio d’amore col bacon)”.

Dulcis in fundo (è proprio il caso di dirlo) per i più golosi c’è un’ottima proposta di dolci artigianali. Vi consiglio di provare il “krachè”, un dolce di origini polacche a base di biscotti, caramello e panna.

Le diposizioni in merito al nuovo coronavirus hanno obbligato anche questo ristorante pizzeria ad un stop forzato al termine del quale, “da Lino”, si sono organizzati per ripartire con il delivery. Da qualche tempo hanno finalmente riaperto e ricominciato a lavorare a pieno ritmo: la distanza tra i tavoli permette di cenare in tranquillità e sicurezza. L’accesso è libero ma se desiderate andare lì a cena nel weekend vi consiglio di prenotare un tavolo altrimenti il rischio è di non trovare posto!

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Che Gusto, il locale che coniuga tradizione e innovazione

A Casalnuovo di Napoli, da poco più di un anno, è nato un ristorante-pizzeria frutto dell’intraprendenza e della passione per la cucina di una giovane coppia, Pasquale Brillante e Consiglia Corcione. Stiamo parlando di Che Gusto, il locale che coniuga la tradizione culinaria campana reinventandola o rinnovandola continuamente. Pasquale e Consiglia, infatti, hanno in mente un progetto ben preciso, che è quello di garantire ai loro clienti di ritrovare nei loro piatti i gusti tipici della cucina tradizionale, a cui però hanno deciso di dare un tocco sempre nuovo ed originane.

La cucina di Che Gusto

Lo chef è proprio Pasquale, che dopo una lunga gavetta maturata nelle cucine europee e di diverse regioni italiane, ha scelto, insieme a Consiglia di ritornare a casa per intraprendere un percorso tutto nuovo.

In ogni suo piatto Pasquale Brillante non può prescindere dalla tradizione, ma ad essi aggiunge nuovi aromi e odori, frutto delle culture con le quali è entrato in contatto, ma nulla riesce a scardinare le sue radici.

Per questo, chi va nel suo ristorante potrà degustare un’ottima Genovese, che realizza con le migliori cipolle italiane, mixando le diverse varietà che sceglie accuratamente. Imperdibile per chi va da Che Gusto è sicuramente la Frittura Che Gusto, composta da gamberi, calamari e la cosiddetta “paranza”, che varia a seconda del pescato di giornata, il tutto servito su una focaccia tagliata a stella e adagiata su un caratteristico tagliere di legno.

Per concludere non può mancare la strepitosa Cheesecake ai frutti di bosco. Che Gusto non ha un menu fisso di dolci, certo non mancano la classica Panna cotta o il tiramisù, ma a Che Gusto piace sorprendere i suoi clienti ogni giorno con nuove sorprendenti golosità.

La pizzeria

Immancabile è la pizza del pizzaiolo Luca Polverino, che realizza un prodotto ad alta idratazione e lunga lievitazione, elementi che rendono la pizza leggera e facilmente digeribile.

Tra il menù di pizze non si può non assaggiare la Pizza Che Gusto, composta dalla famosa focaccia tagliata a stella e guarnita con Mozzarella di Bufala, Prosciutto crudo di Parma, rucola e pomodorini, il tutto servito su un tagliere di legno.

Per chi desidera cambiare sempre sapori, può approfittare della Pizza del mese, ovvero una pizza che varia che risponde ai prodotti di stagione. Per il mese di giugno Che Gusto propone una distesa di bontà con ricotta, provola, olive nere, granella di pistacchio e fior di zucca. In questo periodo di ripresa post Covid Pasquale e Consiglia non si sono fatti trovare impreparati. Nonostante puntassero più al servizio al tavolo, hanno saputo organizzare al meglio sia l’asporto che il delivery. Ora sono prontissimi ad accogliere i loro clienti, avendo messo in atto tutte le norme di sicurezza per garantire la salvaguardia sia della clientela che del personale.

Non ci resta che andare da Pasquale e Consiglia perché da Che Gusto ce n’è veramente di tutti i gusti!

Colatura di Alici di Cetara comincia il conto alla rovescia: a ottobre verrà presentato al Mipaaf il piano di controllo per l’approvazione della Dop

Cetara comincia il conto alla rovescia in attesa della Dop per la Colatura di Alici. Il giorno dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Europea della richiesta per ottenere l’ambita certificazione, si guarda già al futuro, alle mosse da compiere dopo la fatidica data del 22 settembre 2020.

“Da ieri (22 giugno 2020) siamo sulla GUCE (Official Journal of the European Union – C 208/10). Sono cominciati i fatidici tre mesi istituzionali nel corso dei quali ci può essere una richiesta di approfondimento da parte di soggetti imprenditoriali europei” spiega la presidente dell’Associazione per la valorizzazione della Colatura di Alici di Cetara Lucia Di Mauro. Una pubblicazione che di fatto mette la parola fine al percorso italiano e lascia aperti eventuali chiarimenti solo a imprese con sede fuori Italia fino alla fatidica data di fine settembre allorché calerà definitivamente il sipario sulla burocrazia e si potrà cominciare la fase più interessante: quella della produzione. Nove mesi minimo di maturazione delle alici nei terzigni e botti di legno, che significa l’arrivo sugli scaffali della Colatura di Alici di Cetara Dop nel 2021.

“Da ottobre –spiega il professore Vincenzo Peretti– si parte con la realizzazione del piano di controllo redatto dall’Ente di Certificazione indicato dall’Associazione per la valorizzazione della Colatura di Alici di Cetara che nel caso specifico è l’Agroqualità, a cui farà seguito l’approvazione ministeriale. Finita questa fase le aziende del territorio salernitano, che ne faranno richiesta, si iscriveranno al sistema di certificazione e potranno finalmente partire, seguendo severamente le indicazioni contenute nel disciplinare di produzione, con la produzione delle prime confezioni Dop”.
Un lavoro di squadra che ha saputo nel corso di questi anni lavorare con passione ed armonia. “Quando si passa ai ringraziamenti -conclude Lucia Di Mauro- si rischia sempre di dimenticare qualcuno, questa volta è il caso di partire dai pescatori, importante categoria per l’approvvigionamento delle alici pescate esclusivamente nel mare antistante la provincia di Salerno, alle quattro aziende produttrici Iasa, Nettuno, Delfino e Armatore che avranno l’onore di produrre le prime confezioni Dop per finire ai ristoratori di Cetara: Al Convento, La Cianciola e San Pietro”.
Non di poca importanza ma è bene sottolineare che la Campania sarà la prima Regione in Italia, a potersi fregiare di una Dop prodotto trasformato di mare, per la Colatura di Alici di Cetara è una soddisfazione in più.

Roberto Esse

GPN- Gruppo La Piccola Napoli nasce come gruppo Facebook nell’Agosto 2016 su idea di Paco Linus con l’intento di riunire tanti colleghi pizzaioli, nel giro di un paio di anni diventa Associazione con un suo statuto e conta ad oggi oltre 300 associati e 50.000 iscritti al Gruppo Facebook. Associati e membri del gruppo sono innanzitutto pizzaioli, ma anche panificatori, ristoratori, chef, pasticcieri e tutti coloro che fanno parte del mondo dell’arte bianca.

Il Gruppo promuove eventi, corsi di formazione, ha partecipato a Guinness World Record e si è sempre attivato anche a difesa delle categorie: basti pensare che, durante il periodo di quarantena causa Covid-19, il fondatore Paco Linus e diversi membri del gruppo si sono battuti per affrontare le problematiche economiche causate dalla chiusura forzata delle attività commerciali, al fine di ottenere la riapertura delle loro pizzerie e dei sussidi per affrontare tale ripresa.

Ma non solo: il Gruppo si è spesso attivato anche per scopi benefici, come è avvenuto ad esempio nel 2018, durante il Campionato Pizza DOC a Nocera Inferiore (SA), dove fu allestita un’area dedicata alla raccolta fondi per la ricerca sulla fibrosi cistica.

Per ultimo (ma sicuramente non ultimo) episodio, in cui l’Associazione ha dimostrato di poter fare tanto non solo a scopo professionale, ma anche a scopo umanitario, è quello del piccolo Domenico Sasso, figlio del collega pizzaiolo Ciro Sasso.

Domenico, un vivace bambino come tanti altri, colpito improvvisamente da una malattia totalmente sconosciuta ai genitori: la corsa in ospedale, prima a Nola e poi all’ospedale pediatrico Santobono di Napoli, dove gli viene diagnosticata la Sindrome SEU (emolitico – uretica), una malattia rara che colpisce soprattutto i più piccoli.

Da qui l’Associazione si è subito mobilitata per avviare una raccolta fondi in totale autonomia per far sì che il piccolo Domenico potesse avere tutte le cure necessarie per affrontare questa improvvisa difficoltà di salute. Fortunatamente Domenico oggi sta meglio ed è potuto rientrare a casa, pur dovendo continuare le terapie. Fondamentali sono state le attente cure ricevute al Santobono, ragion per cui i soldi raccolti dall’Associazione sono stati spontaneamente donati da Ciro Sasso, tramite la Fondazione Santobono Pausilipon Onlus, al reparto di Nefrologia e Dialisi, dove è stato accolto il piccolo Domenico al suo arrivo in ospedale.

La Fondazione Santobono Pausilipon Onlus dell’ospedale pediatrico Santobono resta sempre disponibile ed aperta a qualsiasi tipo di donazione a favore dei più piccoli ricoverati presso la loro struttura, al fine di ricevere le migliori cure così come è capitato a Domenico.

BONIFICO BANCARIO intestato:
Fondazione santobono pausillipon Onlus
IBAN: IT75P0514203419CC1181075123 –
Banca di credito popolare-ag. 19

A Napoli, e precisamente a via San Giacomo dei Capri, c’è Don Geppino, il ristorante di Armando Cammarota. Armando è un giovane intraprendente, che dopo una lunga gavetta ha deciso di mettersi in proprio, rilevando l’attività circa nove mesi fa.

«Ho iniziato a lavorare come cuoco più di quindici anni fa sulle navi. successivamente mi sono trasferito a Bergamo, dove ho lavorato con Trattoria Caprese per tre anni. Con questa catena di locali ho avuto la possibilità di girare in diverse città italiane. Sono stato a Varese, Monza, Milano, Brescia. Questa gavetta ha permesso che imparassi a cucinare i piatti tipici del nord Italia e soprattutto la cottura di alcune carni come il brasato. Dopo questa parentesi al nord, sono rientrato a Napoli e per una decina di anni ho lavorato nella Trattoria Vanvitelli. Adesso, da circa nove mesi, è partita una nuova avventura con questo locale tutto mio».

L’esperienza è maestra di vita

Armando Cammarota non ha fatto studi particolari, è stata l’esperienza la sua vera maestra di vita. Lavorando direttamente sul campo ha avuto la possibilità di carpire il segreto dei piatti più rappresentativi non solo della tradizione napoletana, ma dell’Italia intera.

Cammarota, però, non si è fermato alla sola esperienza. Col tempo ha approfondito alcuni aspetti del suo lavoro, formandosi come educatore alimentare, qualifica che gli permette di ideare menù feet idonei alle esigenze alimentari di ogni tipo di cliente, che da Don Geppino troverà un locale accogliente e un’atmosfera familiare.

«Il locale è rimasto, su per giù, lo stesso della gestione precedente. Ho fatto solo delle modifiche per rendere alcune zone più confortevoli. Ho aggiunto delle sedute sia all’interno che all’esterno, per renderlo più gradevole ai clienti e ho aggiunto dei disegni per offrire ambienti adatti ai più piccoli».

Il menù rivoluzionato da Armando Cammarota

Il menù, invece, è cambiato radicalmente e porta la firma del suo chef: «ho completamente rivoluzionato – dice Cammarota – il menù. Partendo dalla nostra cucina partenopea e italiana, da quelle che sono le basi della cucina, ho aggiunto piatti gourmet e piatti feet. Ma, sicuramente il mio cavallo di battaglia è il “casereccio”. Pasta e patate, Pasta e fagioli, a cui si affiancano, ad esempio, le Fettuccine al nero di seppia con baccalà e pomodorini gialli, oppure Piselli e vongole. Il menù ha dei piatti fissi, ma in sostanza varia a seconda del prodotto di stagione e di giornata, anche se il prezzo è sempre contenuto».

Il menù dello chef Cammarota è veramente ricco di piatti, che attraversano tutta Italia da nord a sud, dalla montagna al mare, accontentando gusti e richieste di ogni tipo: «I piatti più richiesti del mio menù sono la Carbonara rigorosamente senza panna oppure la nostra Genovese che è forse tra i preferiti della clientela. Dei piatti di mare, molto richieste sono le Fettuccine con gamberi al lime e pepe rosa, e tra le carni, sicuramente l’irlandese da 300 grammi, che si presenta in tavola come una bella Tagliata con rucola e scaglie di Parmigiano e i vari contorni a scelta. Tra i secondi di mare molto richiesta è una Tagliata di calamari freschi con le noci e il Trancio di salmone o il Tonno con pepe rosa e nocciole».

I panini

Da Don Geppino anche la clientela giovanile trova “pane per i suoi denti”, grazie al ricchissimo menù dei Panini e tra i tanti Armando Cammarota ce ne consiglia due in particolare: «il primo è il Don Geppino farcito con un hamburger di Scottona, parmigiana di melanzane e fonduta. Il secondo è il Panino Armando, farcito con un hamburger di Black Angus, Provolone del monaco, salsa parmigiana e delle zucchine fritte».

Il locale è a gestione familiare e questo, forse, ha aiutato Armando in questo periodo difficile di chiusura dovuta all’emergenza da Coronavirus. La ripartenza non è stata facile, ma il patron di Don Geppino è fiducioso: «Il blocco causato dall’emergenza Covid-19 ha fermato l’attività proprio mentre era in crescita. Questo di sicuro non ci ha fatto bene. Essendo l’attività nata da pochissimo, nel 2020, non ho avuto la possibilità di usufruire delle agevolazioni economiche sia regionali che nazionali. Il periodo, nonostante la riapertura, resta difficile. All’inizio facevamo il 20% dell’incasso, ora siamo al 40-50% rispetto agli incassi precedenti. Nonostante ciò, mi reputo fortunato, ma spero che le cose possano migliorare presto».

Armando Cammarota ci mette l’anima e il cuore nel suo lavoro. È convinto che cucinare sia prima di tutto un atto d’amore e per questo motivo in ogni piatto impiega la massima cura, affinché il cliente si senta coccolato e amato.

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Fontana Pietro,nonostante le avversità,ha aperto un locale tre giorni prima della chiusura dovuta alla pandemia,ha saputo rialzarsi e con tenacia farsi conoscere prima con il delivery,poi anche con l’asporto e oggi con il servizio in sala.


Ieri il locale,peraltro molto bello,era pieno. Dal 27 aprile ad oggi è già scattato il passaparola la più potente ed irrefrenabile delle azioni di marketing virali che ci possano essere.
Ma d’altronde perché non sarebbe dovuto accadere:quattro forni,uno per la pizza tradizionale,uno per la pizza in pala,un senza glutine ed un forno convenzionale.

Praticamente metà del locale è dedicato alla cucina,alla sala degli impasti con annessa cella di lievitazione e dai forni. Altri avrebbero avuto paura di sacrificare tanti posti a sedere.Invece Pietro Fontana aveva un progetto, un’idea vincente. Far viaggiare il cliente sugli alti e bassi delle differenti cotture,delle diverse consistenze di temperature,delle varie possibilità di ottenere maglie glutiniche.

Il menù di Pietro Fontana

Ma anche farlo viaggiare tra i diversi sapori,con i prodotti del nostro territorio ed in particolare quello vesuviano,ma anche pescando nel nostro Paese più a nord con una selezione di crudi e di cotti spettacolari.Ma anche con contaminazioni orientaleggianti con il pesce crudo ed il caviale.
Degustazione di pizza in pala,pizza nel padellino,pizza in tre consistenze(vapore,fritta e al forno),pizza tradizionale.

Eccezionali anche i fritti ,con le frittatine una spanna superlative. Tiramisù della casa buono.
Servizio rapido con qualche piccola sbavatura nel versare la birra senza farla ossigenare oppure nel mancato cambio di un piatto.
Piccole sbavature per un personale giovane che si trova ad affrontare una sala piena a meno di un mese dall’apertura. Ma sarebbe stata la perfezione ,il 10 in pagella.
Il mondo Enogastronomico cambia troppo velocemente,nonostante la battuta d’arresto dovuta al Covid 19,se ti trovi un pizzaiolo,con esperienze pregresse in provincia di Napoli e Caserta,che apre il suo primo locale ed in un mese già concorre all’Empireo dei Top50,degli Spicchi,dei Cappelli e così via. Tenetevi forte,la giostra gira e rischia di buttare giù chi pensa di stare e rimanerci a vita lassù.

Quando si parla di alta cucina in Italia, siamo soliti pensare immediatamente a volti di sesso maschile. Nulla di più sbagliato: la donna, l’angelo del focolare, la regina della casa si è trasformata già da tempo in una stella sfavillante. Sono sempre più numerose infatti le donne chef stellate. Il gentil sesso si sta imponendo sempre più in una delle professioni considerate più competitive, ma anche più maschiliste in assoluto: l’alta ristorazione. Potremmo vederla come una favola moderna in cui le protagoniste sono giovani principesse dotate di talento ai fornelli e magia nelle mani, ma anche tante idee che frullano nella testa, e che diventano chef stellate e imprenditrici del mondo food, meravigliosamente padrone del loro destino. Donne che ribaltano stereotipi, che hanno grinta da vendere, che sono un vulcano di idee e creatività. Donne che grazie alla loro instancabile energia riescono a passare dall’anonimato alla vetrina, dalle retrovie alle prime pagine dei giornali. Nel perimetro della cucina è come essere andate sulla Luna, considerando i risultati raggiunti. Prestigio, riconoscimento, fama, creatività e talento si mescolano in un perfetto mix nei tre volti femminili protagonisti della nostra storia: Rosanna Marziale, Nadia Santini e Cristina Bowerman. Tre donne, tre strade diverse, ma che arrivano tutte alla stessa meta: la stella Michelin. Se vi state chiedendo se c’è femminilità nei loro piatti, la risposta è lapidaria: “non esiste una cucina femminile, ci sono uomini chef che preparano i loro piatti con molta più grazia e delicatezza di noi chef donne. La differenza non è dovuta al genere sessuale, ma alla personalità, alle esperienze e alla formazione”, come spiega la Bowerman. Certo conciliare lavoro a ritmi duri e vita privata è molto più difficile per una donna che per un uomo, ma queste donne dimostrano di essere padrone del loro destino e del loro tempo. Abili in cucina così come con le parole, per queste donne chef stellate non importa che tu sia maschio o femmina, ma conta solo la tua bravura ai fornelli e la soddisfazione del cliente. Esiste un tocco femminile nella loro arte culinaria? Come spiega la chef Rosanna Marziale, “non esiste un tocco femminile in cucina, ma solo una diversa sensibilità a prescindere dal sesso. Ciò che realmente contano solo l’esperienza nel settore, la passione che hai per questo lavoro e la creatività che metti nei tuoi piatti”. La sua passione per la cucina e la sua disarmante semplicità in divisa bianca coi capelli raccolti hanno persino ispirato la Mattel che ha realizzato una Barbie in suo onore. La fonte d’ispirazione per Rosanna è l’identità del suo territorio e i prodotti della sua amata terra, primo su tutti la mozzarella di bufala DOP di cui è anche ambasciatrice nel mondo e che è la protagonista di molti suoi piatti (come il celebre uovo mozzo). “Le donne sono sempre state in cucina, del resto i più grandi chef uomini hanno imparato in primis dalle loro mamme e nonne. Prima però erano figure quasi “invisibili” nell’alta ristorazione, non erano valorizzate come dovevano, mentre oggi la situazione è notevolmente cambiata”, come sottolinea la Bowerman. Per queste cuoche stellate la cucina è “un innamoramento che non finisce mai”. Meglio di qualsiasi favola d’amore non trovate?  

alta ristorazione italiana
Credits: Culinaria 2016

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Il Paese riparte, seppur con qualche limitazione. E con esso ripartono chef, pizzaioli, bartender, pasticcieri che fino a qualche settimana fa vivevano nell’incertezza del futuro. La situazione di impasse che i ristoratori hanno vissuto sembra lasciare ora il posto a speranze di ripresa.

Per questo lo chef Costantino Colonna, socio dell’Associazione Professionale Cuochi Italiani, ha voluto augurare attraverso un post facebook una felice ripartenza a tutti i colleghi, sia a quanti hanno realtà solide in procinto di ripartire sia alle tante realtà di catering che si riattiveranno nel corso di questi mesi.

Lo chef Costantino Colonna, con alle spalle una felice carriera (è stato, infatti, chef al “Pescato e mangiato” e del “Rugantino” di Pozzuoli), aprirà il 1° giugno “Un pizzico di…” con vista sul tempio di Serapide. La sua cucina marinara – specialità baccalà – e la pizzeria sono pronte per rispondere con passione e amore alle trasformazioni richieste.

A nome di tutti i cuochi APCI, lo chef Costantino Colonna invia virtualmente i suoi migliori auguri per una ripartenza che sia prosperosa, con la speranza di una totale ripresa del settore.

Cos’è l’APCI?

APCI è un’ Associazione di categoria che nasce in un’ottica di aggregazione e servizio, per costituire il valore aggiunto per il professionista della cucina italiana che voglia trovare un ambiente in cui riconoscersi, emergere, condividere la propria esperienza e trovare nuovi spunti di crescita e confronto. È  l’opportunità di accrescere la propria visibilità e quella del proprio luogo di lavoro, di ottenere una valida certificazione della propria professionalità, di usufruire di una selezione delle migliori offerte di lavoro, di collaborare quali testimonial dell’Associazione in Italia e nel mondo, di rappresentare le più grandi aziende con cui l’Associazione collabora ogni giorno.

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In un periodo molto delicato come quello che stiamo vivendo i gesti di solidarietà risultano ancora più importanti. Gli italiani tutti stanno facendo uno sforzo immane per fronteggiare l’emergenza e gettare le basi per un nuovo inizio.

In questi mesi non sono mancate iniziative di solidarietà finalizzate a sostenere i soggetti meno fortunati. A tal proposito si stanno mobilitando personaggi famosi, imprenditori e chef stellati. A Napoli l’associazione “Tra Cielo e Mare”, presieduta da Alfonsina Longobardi, ha coinvolto tre chef stellati, due dinamici personaggi molto popolari e importanti imprenditori nel campo del food in un tour. Un tour che li porterà a cucinare nelle mense animate da anni da realtà parrocchiali che si impegnano a dar da mangiare a persone meno abbienti.


Gli chef Crescenzo Scotti, Domenico Iavarone e Michele De Leo cucineranno per persone in difficoltà

Cosi gli chef Crescenzo ScottiDomenico Iavarone e Michele De Leo cucineranno un menù stellato a sei mani, utilizzando prodotti del territorio forniti dalle aziende partner dell’iniziativa. Il menù sarà servito nei giorni 21, 25 e 28 maggio nelle mense sociali di Torre del Greco, Napoli e Pompei. 
Francesco Albanese – attore e regista,– e Ciro Torlo – modello e attore, ex Mister Italia – interverranno in tali occasioni per salutare i presenti.

Alfonsina Longobardi ha deciso così di convogliare gli sforzi che l’associazione avrebbe dovuto profondere per l’organizzazione di “Cenando sotto un cielo diverso”. Un evento di beneficenza che si sarebbe dovuto tenere nel mese di giugno, per aiutare persone che versano in condizioni precarie.

Dotati di mascherina, guanti e con ogni precauzione sanitaria dettata dall’emergenza per il Covid-19, gli chef prepareranno i pasti per coloro che si siederanno ai tavoli della mensa della parrocchia di S. Antonio di Padova (Torre del Greco), del centro polifunzionale “Binario della Solidarietà” di Napoli e della mensa della “Casa del Pellegrino” di Pompei.

Continua inoltre la collaborazione dell’associazione “Tra Cielo e Mare” con il dott.  Ciro Langella, ricercatore  nel campo della Nutraceutica – ossia del food quale principale arma di prevenzione – responsabile della divisione scientifica di “Eye for Innovation”, impegnata nel  rendere funzionali una vasta gamma di prodotti alimentari che risultano in grado di apportare benefici ai consumatori. Alcuni di questi alimenti funzionali saranno serviti assieme ai piatti cucinati dagli chef stellati.

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Ufficio Stampa Maria Consiglia Izzo

Perrella, società di distribuzione di prodotti Food e Beverage di qualità è da sempre impegnata a sostenere gli operatori della ristorazione in Campania e Molise. In questo periodo di emergenza legato al Covid-19 l’azienda ha sviluppato una serie di iniziative per sostenere le attività del settore.

Per venire incontro alle esigenze di ristoranti, pizzerie e pub, maggiormente colpiti dalla chiusura, Perrella ha deciso di mettere in campo delle misure di supporto immediato.
Come? attivando una politica di sconti, che dureranno fino a fine anno, per aiutare concretamente i clienti in questo momento di emergenza. E potenziando la logistica con attività strutturate in modo efficace per ottimizzare i tempi e velocizzare le consegne.

Le iniziative di sostegno della Perrella distribuzione a favore degli operatori della ristorazione.


“In questo momento difficile sia sanitario che economico occorre che tutti si impegnino in uno sforzo comune per superare la crisi” ha dichiarato Giuseppe Perrella, direttore commerciale della Perrella.

“Per rimettere in piedi l’intero settore occorre avere fiducia non solo in questo momento di crisi ma soprattutto nel lungo periodo. E capire cosa serve veramente al settore per reagire e vincere la sfida che sta vivendo. Per questa ragione abbiamo deciso di coinvolgere direttamente i nostri fornitori e clienti partner perché i benefici offerti dalle nostre misure si trasformino in opportunità reali per i clienti finali”.

A queste misure di supporto seguiranno altre iniziative promosse dall’azienda Perrella a sostegno della ristorazione come campagne di informazione e attività di formazione e supporto operativo. Attraverso le quali l’azienda si augura di aiutare tutti i clienti a ripartire subito senza dover attendere il termine dell’emergenza.

Sul sito internet www.perrellasrl.it e sulle pagine Facebook e Instagram dell’azienda sarà possibile rimanere informati su tutte le iniziative Re-Start.

Ufficio Stampa

Domenico Catapano
Perrella Distribuzione
Via Curti, 12 – San Valentino Torio (SA)
Telefono: 0815186619

A Casoria, in provincia di Napoli, c’è una pizzeria, la pizzeria Zombino , la cui storia è iniziata quindici anni fa, ma il suo proprietario, fin dall’età di 9 anni, ha respirato l’antica arte della pizza, iniziando il suo percorso come “ragazzo di bottega” in una storica pizzeria nel cuore di Napoli.

Salvatore De Angelis oggi ha una sua attività, Pizzeria Zombino , che nel tempo ha raggiunto livelli alti di qualità, riuscendo ad affermarsi sul territorio. La pizzeria nasce dalla passione per la pizza e dietro la scelta del nome c’è una storia singolare. «Il nome della pizzeria deriva, in realtà, da un soprannome. Quando ero piccolo, mio zio era chiamato “Zombi” per via della sua carnagione chiara che metteva in risalto le occhiaie scure. Io ero conosciuto come il nipote di “Zombi” e poco alla volta venni identificato, per la tenera età, come “ Zombino ”, soprannome che mi porto ancora oggi e che ho scelto per identificare la mia attività».

Reagire alla crisi

Il mondo della ristorazione sta vivendo un periodo di grande incertezza, causato dall’emergenza sanitaria che ha letteralmente bloccato il paese. La Pizzeria Zombino , come ha detto Salvatore De Angelis, non ha fatto eccezione.

«Prima del Coronavirus gli affari andavano molto bene, poi l’emergenza sanitaria ha fermato ogni cosa e le nostre attività hanno subito le maggiori conseguenze. Questa riapertura parziale, che prevede la consegna a domicilio, ci fa respirare e riprendere il contatto con il cliente, ma di certo non nelle stesse modalità di un tempo».

Il delivery ha dato alle pizzerie e ai ristoranti una boccata di ossigeno, ma di certo non si può parlare di vera ripresa. La Pizzeria Zombino, come tante, sta reagendo al momento e Salvatore De Angelis è cautamente ottimista: «Il mio locale prevede, nella normalità, circa 180 posti a sedere e le nuove direttive per l’apertura al cliente non ci colgono impreparati. Abbiamo, per fortuna, una metratura che ci consente di applicare la normativa nella sua interezza, seppur dimezzando i coperti. Quello che ci preoccupa è piuttosto la clientela, che non sappiamo bene come potrebbe reagire e se ci darà fiducia. La paura è ancora tanta, ma noi stiamo lavorando proprio perché il cliente possa, venendo da noi, trovare un luogo sicuro e che restituisca un momento di normalità».

Il menù della pizzeria Zombino

Con il delivery la Pizzeria Zombino ha ripreso parzialmente la sua attività, ma è stato necessario adattare il menù a questo nuovo modo di fruire la pizza. «Il menù della pizzeria Zombino è in linea con la tradizione napoletana, ma prevede anche una serie di pizze che amo definire “speciali”. Tra queste c’è la pizza Bronte, realizzata con il vero pistacchio di Bronte. Queste pizze, come la “fritturina Zombino” sono state eliminate dal menù d’asporto. Questo perché le caratteristiche proprie di questi piatti prevedono il passaggio diretto dal forno al piatto. Il trasporto nel cartone, seppur scegliendo quello ideale per alimenti, ne altera le peculiarità. Non volendo scontentare il cliente, si è scelto quindi di fornire un prodotto che sia quello giusto per il servizio a domicilio».

Salvatore De Angelis, come tutti, auspica una ripresa rapida e completa delle attività. Il suo pensiero corre anche al personale impiegato nel suo locale. Sperando di riaverli tutti presto alle sue dipendenze, per riformare al completo la grande famiglia della Pizzeria Zombino.

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In questo periodo di quarantena, ognuno di noi ha scoperto il pizzaiolo che è in se. Tante le ricette che ci hanno permesso di divertirci e metterci alla prova con i nostri forni ma tanta è stata anche l’attesa per la riapertura delle pizzerie con la loro delivery!

Bene quindi, adesso le alternative sono due: perchè se da un lato c’è chi si è appassionato e continua a mettere le mani in pasta, dall’altro c’è chi non ne poteva più ed è tornato a mettere le mani solo sul proprio telefono per chiamare la pizzeria del cuore. Ma se vi dicessi che c’è un’altra alternativa? Per qualcuno probabilmente potrebbe risultare una via di mezzo, sta di fatto che parlando con Antonio Esposito (pizzaiolo e proprietario della pizzeria “Il Marchese” a San Giorgio a Cremano) ho scoperto la sua pizza rigenerata ! Argomento che, nonostante non fosse troppo comune quando si parla di pizza, mi ha colpito positivamente.

Cos’è la pizza rigenerata?

Tengo a dire che, ancor prima della pizza rigenerata , è stato proprio Antonio ad avermi impressionato positivamente grazie alla sua voglia di fare unita ad una creatività contagiosa. Gli ho chiesto come, insieme al suo staff, stesse vivendo questo particolare periodo e non è stato difficile capire che la loro voglia di riaprire andava ben oltre il fattore economico; era una questione di nostalgia vera e propria. Antonio infatti mi spiega di non aver mai puntato troppo sul delivery e di averne una concezione tutta sua.

Da “Il Marchese” le consegne sono previste, si, ma solo per la clientela della zona circostante (testimone la scelta di non adoperare scooter o auto, le consegne si fanno a piedi!) ed il motivo è estremamente chiaro quando Antonio mi dice “una pizza che arriva a casa tua dopo 20 minuti, la mangi con piacere?”. Come dargli torto; la pizza che arriva a casa in ritardo è un prodotto spesso gommoso, tiepido e poco godibile.

Quindi, se so bene di abitare lontano dalla mia pizzeria preferita, perchè non pensare ad un valido compromesso?

Un prodotto comodo e gustoso

Un prodotto comodo ma gustoso come quello appena sfornato magari: ecco che la pizza rigenerata casca a pennello. Nel caso di Antonio l’idea nasce da un’esigenza personale perchè il pizzaiolo, che lavora a San Giorgio a Cremano, abita ben lontano da li. “Non mi era possibile portare una pizza decente a mia moglie al riento a casa” dice, sottolineando il fatto che la buonissima pizza realizzata nel suo forno a legna, una volta riscaldata a casa, non rendeva. Problema comune per qualsiasi pizza, di qualsiasi pizzeria.

Ma se non è possibile restituire dignità ad una pizza normale che arriva a tavola dopo 20 minuti.. il discorso cambia con la pizza rigenerata. “Basta usare per bene il proprio forno domestico e condirla secondo il proprio gusto”, conferma Antonio. Il disco di impasto in questo caso  viene cotto (condito con pomodoro, olio e basilico) nel forno a legna della pizzeria per essere poi abbattuto, surgelato e consegnato in sacchetti per alimenti chiusi ermeticamente ed etichettati con la data di produzione.

Il trasporto è eseguito nelle stesse modalità del normale delivery, in borse termiche adatte alla preservazione della catena del freddo. Sistema studiato molto bene che punta però a migliorarsi ancora; a breve infatti verrà adoperato il sottovuoto, ulteriore garanzia nella conservazione di aromi e proprietà organolettiche del prodotto surgelato.

I vantaggi

Ho pensato allora ai vantaggi che potesse avere una pizza da rigenerare a casa, insieme ad Antonio ho ragionato da cliente ed è stato facile trarre alcune conclusioni. E’ possibile ordinarla senza alcuna fretta o ansia riguardo ai tempi di consegna ad esempio; posso richiederla anche il giorno prima a patto che io la consumi nell’arco delle 24 ore (o al massimo la congeli subito per poi prepararla nei giorni successivi) all’orario che preferisco, assemblandola come preferisco. Nessun amante dell’ananas si sentirà giudicato! Scelgo quando mangiarla, scelgo come condirla e quindi scelgo anche il prezzo finale.                                 

Altro vantaggio è l’igiene del prodotto, garantita dal secondo passaggio ad alte temperature nel forno di casa. In merito a questo è bene dire che per la preparazione a casa non c’è niente da temere.. è estremamente semplice. Basta condire ed infornare per circa 4 minuti ad una temperatura di 200° con modalità Grill e se ci fossero altri dubbi, Antonio ti manda anche il tutorial. E conferma i feedback positivi, la pizza rigenerata si sta facendo spazio tra le preferenze dei clienti della pizzeria di San Giorgio a Cremano. Inoltre i benefici arrivano anche per il locale stesso: come si fa ad accontentare tutti coloro che richiedono la pizza alle 20:30?

È difficilissimo e questa alternativa migliora la gestione degli ordini.  

La pizza rigenerata e lo spreco

Non è tutto però, perchè un’altra interessantissima chiave di lettura che mi ha fornito Antonio è quella che ci consente di catalogare la pizza rigenerata tra gli alimenti che contrastano lo spreco alimentare. Una comune pizza surgelata industriale, oltre ad essere non sempre salutare è anche già assemblata e quindi “poco personalizzabile”; difficile pensare di metterci su le ultime fette di un buon salame o prosciutto rimaste in frigo. Immaginate quindi di poter trovare questo prodotto, al pari delle “imitazioni”, nei banchi frigo dei supermercati di tutto il mondo; una visione che potrebbe sembrare utopistica ma che mostra un’immagine fastastica agli occhi di Antonio, ai miei e non solo probabilmente.  Quell’immagine è Napoli in uno spicchio, da portare sulle tavole di Tokyo, Nuova Delhi e Buenos Aires quando e come vuoi.

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In piena emergenza Covid19, il mondo della ristorazione ha dovuto – e dovrà – affrontare serie difficoltà per rimanere a galla. Oggi diamo voce a un settore molto vicino, quello dell’industria dolciaria che serve pizzerie, ristoranti e bar. Oggi diamo voce a Salvatore Annunziata, patron di “ Annunziata Gran Dessert ” che ci racconta la storia della sua azienda.

«Il settore ovviamente è in ginocchio a causa di chiusure e restrizioni. Anche con l’apertura alla delivery e all’asporto non è cambiato molto: i dolci si consumano al tavolo, nessuno ordina un dolce a domicilio dal momento che può tranquillamente prepararlo in casa. Se non ci sarà apertura immediata del settore food – ma quella totale –  il futuro sarà tutt’altro che roseo.»

Per non lasciarci prendere dalla tristezza durante la nostra chiacchierata (rigorosamente telefonica) chiedo a Salvatore la storia della sua azienda. La sua voce si schiarisce e lo immagino sorridere.

Annunziata Gran Dessert : la storia aziendale

«La Annunziata Gran Dessert nasce nel 2011 come realtà artigianale per prodotti di alta qualità con una distribuzione dolciaria circoscritta localmente nel vesuviano. Il grande passo che poi di fatto è stata la causa della crescita aziendale è la partecipazione a varie edizioni del SIGEP di Rimini che ci ha consacrato ad azienda distributrice in Italia e all’estero».

Ho fatto un giro sui suoi social e i suoi dolci parlano, ve l’assicuro.

Il giovane imprenditore precisa che è Francesco, suo fratello, il “pasticciere d’azienda”. Ricette segretissime, ma le materie prime sono un vanto: Presidi Slow Food e IGP. Dalla nocciola di Giffoni IGP all’albicocca pellecchiella del Vesusio (presidio Slow Food), dai limoni IGP di Sorrento al cioccolato Calbot e Icam: tutto ma proprio tutto parla italiano (e campano) nella dolce azienda di Ottaviano.

«I nostri dessert sono particolari sia dal punto di vista della presentazione che dal punto di vista del gusto. Il sapore dolce, fresco e delicato e allo stesso tempo irresistibile, grazie alla sapiente mistura di ingredienti genuini, ne fanno dei dolci di suprema delizia che lascia tutti soddisfatti.» Ma si sa anche l’occhio vuole la sua parte e «le accurate forme e le rifiniture artistiche, di suprema maestria partenopea, li rendono unici».

Tre cioccolati e Sole di Sorrento

Non lascio andare Salvatore prima di avergli chiesto due delle sue torte preferite e più vendute. In realtà, gli bastano pochi secondi per rispondere «La tre cioccolati e la Sole di Sorrento». «La prima» ci spiega  «costituisce circa il 20% del fatturato aziendale: una torta composta di biscuit al cioccolato, mousse al cioccolato fondente, mousse al cioccolato bianco e mousse al cioccolato al latte». Un tripudio di cioccolato per gli appassionati. «La Sole di Sorrento si compone invece di pan di spagna bagnato con sciroppo di limoni di Sorrento, leggera bavarese al limone con inserimento di cioccolato bianco». Una torta che racchiude perfettamente la bellezza di Sorrento, una dedica al sole, al mare, al calore sorrentino. Papille gustative in festa.

Immagino l’azienda di Salvatore un piccolo mondo: chi inventa, chi crea, chi supervisiona. Un mondo che, ora più che mai, ha bisogno di rialzarsi e donare a tutti la dolcezza nel senso letterale del termine. È vero l’effetto home-made ha conquistato tutti, ma può competere con una fetta di tre cioccolati o, meglio per i miei gusti, di una Sole di Sorrento? Forza, su. Quando ordinate d’asporto, ricordate che c’è sempre spazio per il dolce.

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Mozzarè Casearia per il sociale

Gli imprenditori campani si dimostrano sempre più solidali in un periodo d’emergenza economica come quello che la Campania e l’Italia tutta sta affrontando.

Parte oggi infatti, fino a sabato 11 Aprile, l’iniziativa benefica “Mozzarè Casearia per il sociale” ideata da Giovanni Palmentieri e Gianluca Loreto, proprietari di Mozzarè Casearia. Questa si inserisce nella più ampia rete di iniziative di beneficenza promosse da “Uniti per la Campania”. Il giovane imprenditore campano, grazie alle collaborazioni di esponenti di altre aziende del settore agroalimentare, la Caritas, la Protezione Civile e l’Associazione “Colora il Corona”, distribuirà nella provincia di Napoli 300 pacchi di “spesa solidale” ad altrettante famiglie che hanno risentito maggiormente della crisi e che vedranno arrivare sulle proprie tavole generi alimentari d’ogni tipo.

<<Una comunità è tale se in un momento difficile come quello che stiamo affrontando sa dimostrarsi coesa e capace di porgere una mano laddove ce n’è bisogno. Grazie alle tante aziende amiche che mi hanno sostenuto, il progetto ha preso forma in pochissimo tempo perché, si sa, solo uniti si va più lontano>> ha  dichiarato Giovanni Palmentieri.

Sono tanti e importanti i gesti di solidarietà arrivati dal mondo enogastronomico ed agroalimentare. In queste settimane, abbiamo infatti assistito a una vera e propria “corsa alla beneficenza”. A colpire sono i gesti di chi, come quello di Giovanni Palmentieri, fa il possibile per aiutare, donando ciò che produce. Sono iniziative come queste che fanno bene al cuore e fanno ben sperare a una ripresa migliore, non solo economica, ma umana.

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Cieddì è un ristorante immerso nel verde nato nel 2010 nella spettacolare cornice di Villa Pagliano a Portici. A parlarcene è Pietro D’Orsi, che racconta come tutto sia nato quasi per gioco: «all’inizio volevo solo fare la ristrutturazione della proprietà, poi è iniziata a nascere l’idea di creare qualcosa di diverso. Così è nato Cieddì , il ristorante che da qualche anno è gestito da mio figlio Carmine».

La posizione tra il Granatello e il Vesuvio garantisce ai clienti di godere di un affascinante itinerario enogastronomico, basato sulle migliori eccellenze del territorio e di totale relax, grazie alla natura che lo circonda.

«Il ristorante sorge nella corte di un’antica villa vesuviana, Villa Pagliano del conte Pagliano, e ha annesso un ampio giardino, un agrumeto e un parcheggio che consente ai clienti di raggiungere il ristorante con la massima comodità».

Da Cieddì c’è anche la coltivazione di prodotti a Km 0: «una zona del giardino è stata riconvertita in orto, in cui vengono coltivati prodotti in parte dimenticati. Grazie, infatti, ad un progetto dell’Istituto Agrario di Portici, che ha condotto uno studio accurato sul terreno, è stato coltivato e recuperato il Broccolo di San Pasquale».

L’orto di Cieddì è anche impegno sociale, infatti nella coltivazione è impegnata anche una cooperativa sociale:« si occupano dell’orto anche i ragazzi della Cooperativa Litografi Vesuviani, perché la cura dei nostri prodotti è anche impegno sociale».

Oltre a godere di uno scenario naturale, i clienti di Cieddì potranno degustare i migliori piatti della cucina partenopea, ma con un occhio attento all’innovazione:« il menù di Cieddì ha subito una vera e propria ristrutturazione. È stato aggiunto un banco dei crudi locali, dove quotidianamente viene proposto il miglior pescato del giorno, che viene sfilettato e abbattuto accuratamente ma, oltre ai crudi, il cliente può scegliere da un ampio menù.»

« Non si può non assaggiare il Tris di antipasti sia di mare che di terra, che lo chef, Michele Sammarco, cambia periodicamente in base al prodotto che offre il periodo e il mercato. Tra i primi piatti consiglio i Paccheri con pescatrice e pomodorino giallo del Vesuvio o i Fagottini ripieni di baccalà in un guazzetto di frutti di mare. Ovviamente la scelta è varia anche sui piatti a base di carne».

cieddi

Il legame con il territorio passa anche attraverso l’attenzione al vino, un altro grande prodotto delle terre vesuviane. «Al di sotto del piano seminterrato c’è una cantina di tufo, che raccoglie più di settecento etichette di vini, al fine di garantire la più ampia scelta ai nostri clienti, ma l’attenzione al vino passa anche attraverso un corso di avvicinamento allo stesso, che abbiamo attivato in collaborazione con l’AIS dei comuni vesuviani».

In primavera e in estate, inoltre, da Cieddì è possibile godere maggiormente della natura che lo circonda, grazie ad un gazebo esterno e ad un forno elettrico di supporto: «Cieddì è stato tra i primi ristornati ad acquistare un forno elettrico, il cosiddetto “scugnizzo napoletano” e si è rivelata una scelta vantaggiosa sia in termini di resa del prodotto che di emissioni di fumi. Una scelta green di cui siamo fieri».

Da Cieddì natura, buona cucina, insieme alla cordialità del personale, vi garantiranno piacevoli ore di relax, lontani dal caos della città e dalla routine quotidiana.

Amalia Vingione

A Portici è nato da pochissimi mesi Namare , l’anello mancante tra la tradizione napoletana e il ristorante giapponese. A raccontarci la storia di Namare e le sue caratteristiche è il proprietario Angelo Arrichiello.
«Namare è nato a dicembre scorso e il suo nome è un duplice gioco di parole. “Namare” è un omaggio a Napoli, infatti il prefisso “Na” la ricorda e il suffisso “Mare” ovviamente è riferito alla sua risorsa più importante. Ma c’è un altro significato. Infatti, “Nama” in giapponese significa crudo e “Re” sta per Restaurant. Il mio Namare propone, dunque, un crudo alla maniera napoletana. Nella nostra cultura abbiamo sempre mangiato pesce crudo, poi i giapponesi ci hanno fatto vedere un modo nuovo di mangiarlo, ma di tradizione siamo un popolo che mangia da sempre il pesce crudo. Quello che propongo io è un crudo alla maniera napoletana».

Angelo Arrichiello non si è improvvisato ristoratore, ha frequentato una scuola alberghiera e ha viaggiato e lavorato in tante città italiane e d’oltreoceano: «Sono stato in Sudamerica e in Giappone e in questi luoghi ho conosciuto nuove spezie e il loro uso in cucina. Queste influenze sono entrate nel mio modo di cucinare e rendono il menù di Namare diverso dagli altri. La tradizione napoletana del pesce crudo è comunque sempre alla base, ma è anche il punto di partenza, perché sono convinto che la tradizione può essere migliorata». Namare è un locale ampio, moderno e accogliente e la clientela potrà godere di una atmosfera rilassante e gradevole. «Il cliente che viene da noi non troverà un locale rumoroso, ma un’atmosfera priva di quella confusione o del chiacchiericcio che possono disturbarne la permanenza. Il locale è moderno, ha circa 40 posti a sedere, e un dehor esterno che sfrutteremo d’estate, grazie anche ad un allestimento pensato su misura».

Il locale, oltre ad essere ristorante, è anche un American Bar, in cui Andrea Arrichiello abbina ai crudi vini, cocktail, gin e alcolici dalle etichette pregiate. «Il bar è pensato in una maniera del tutto nuova, una formula che in Italia ancora non è molto diffusa. Non serviamo i soliti stuzzichini, ma una selezionata scelta di crudi a cui il cliente, grazie anche ai consigli di una Bar Lady, abbinerà il giusto drink».

Chi decide di andare da Namare potrà dunque degustare i sapori autentici del pesce del Mediterraneo. Arrichiello, infatti, usa per il suo menù solo il pesce del Mediterraneo e del Golfo di Napoli, con un occhio attento alle tipicità regionali, come gli ottimi gamberi di Mazara, ma anche il meno conosciuto, ma non meno gustoso baccalà di Somma Vesuviana. «Man mano che Namare proseguirà il suo percorso, facendosi strada nella ristorazione, vorrei far apprendere al cliente le caratteristiche e l’alta qualità dei prodotti locali e nazionali. Infatti, per me, tradizione è anche italianità, seguendo il motto: “Territorio, amore e cucina”».

Chi va da Namare può scegliere tra le numerose proposte in menù, tra le tante Andrea Arrichiello ci suggerisce un Bucatino con soffritto di mare, una variante del classico soffritto contadino. «Il nostro bucatino è ovviamente realizzato con i pezzetti di pesce, tra cui ventresca di tonno, baccalà, calamaro, polipo, ecc. Il cliente può optare anche per uno Spaghetto alla chitarra con colatura di alici di Cetara o per lo Zito alla genovese con tartare di tonno cotto in una maniera tale che il cliente pensa stia mangiando della carne». Namare, spiega sempre Arrichiello, ha un’altra caratteristica, ovvero quella di prendere il crudo e metterlo sul cotto, «questo perché i grassi del pesce, con il calore della pasta, si rilasciano dando un sapore differente alle cose».

E se tutto questo non vi ha convinti, potrete scegliere i Ravioli di gamberi e burrata, ovvero gamberi di Mazara e burrata di Bufala, tutto condito con un olio aromatizzato al limone, o il Tonno scottato con melassa di fichi del Cilento e mandorle. Anche i dolci sono prodotti direttamente da Namare, come il Cannolo al pistacchio di Bronte e ricotta di Bufala o il Budino al cioccolato fondente al 75% e Grand Marnier e arancia.

Quella di Namare è una nuova idea di ristorazione che incontra il gusto di chi non vuole lasciare la tradizione napoletana, ma che ama conoscere e scoprire nuovi orizzonti gustativi.

Amalia Vingione

Cosa spinge un ragazzo a spostarsi dalla sua terra, Napoli, alla vicina provincia di Salerno? L’amore? Forse o, almeno, nella maggior parte dei casi è così. A spingere Angelo Pierno è stata sì una femmina ma dai toni più caldi, più tonda e decisamente più saporita: la pizza. Ebbene sì, Angelo Pierno è il pizzaiolo e il patron di O’Napulitan che nel 2018 da Napoli arriva a Nocera Inferiore per dare forma al suo sogno. Durante una chiacchierata mi ha raccontato un po’ di sé e della sua passione per l’arte bianca.

Quando gli ho chiesto perché avesse scelto questo nome per la sua pizzeria mi ha detto “vengo da Napoli e per la famiglia della mia fidanzata, specialmente per suo padre Marcello, sono sempre stato “’o napulitan”. Mi piaceva perché rendeva onore alle mie radici ed era molto identitario: perciò l’ho scelto. Perché sono io”.

<<L’esperienza che mi ha segnato professionalmente è di sicuro l’expo 2015 di Milano insieme a RossoPomodoro che mi ha dato la possibilità di stare a contatto con i grandi professionisti del settore. E ringrazio infinitamente Ciro Lentino, maestro pizzaiolo, che mi ha seguito condividendo la stessa passione dopo quest’esperienza>>. Traspare molta emozione dalle sue parole custodi di un ricordo speciale che gli ha permesso di esprimere sé stesso attraverso quello che sa fare. A confermare “fai il lavoro che ti piace e non lavorerai mai un giorno della tua vita”.

Ma il napoletano ci tiene a sottolineare i suoi influssi “professionali”:  <<Io, da grande, volevo fare il pizzaiolo e Mimmo Comune, pizzaiolo anche lui, che lavorava nel ristorante-pizzeria di Gianluca Papa, a cui devo tanto, mi ha iniziato a questo lavoro fornendomi le conoscenze utili >>. Segno di grande gratitudine verso i suoi maestri.

<<Sono sempre stata affascinato dalla maestria degli altri pizzaioli, fin da piccolo quando insieme ai miei genitori mangiavo la pizza a Napoli>>. La dedizione e la passione con cui le mani si mischiano all’impasto, l’amore con cui è trattato ogni ingrediente, come un pittore dipinge la sua tela, Angelo Pierno decora le sue pizze con estro e cura. Il suo impasto, tradizionale e digeribile al 100%, è frutto di una lunga lievitazione  temperatura ambiente e di una maturazione ad ambiente controllato. Il risultato è una pizza idratata, leggera, cotta a 400°/450° per massimo 90 secondi, come tradizione vuole con ingredienti <<tutti campani>>.

Tra le pizze più amate va annoverata la “Nocina” con crema di noci, provola di Agerola, funghi porcini, salsiccia e granella di noci. Ma anche la “Paradiso”, per gli amanti del cornicione ripieno, con porcini, fior di latte di Agerola, salsiccia e cornicione ripieno di purè. Ma da buon napoletano, Angelo ha inserito nel menù la vera pizza fritta, quella napoletana, con cicoli e ricotta . Rivoluzionaria ed esclusiva.

E se è vero che dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, lo è anche per Angelo che ha accanto Cornelia Pennino, fidanzata e maga dei fritti che ogni giorno delizia i palati più esigenti con le sue varianti di frittatine: da quella napoletana con piselli, prosciutto cotto, besciamella e mozzarella, alla più particolare mortadella e pistacchio, passando per quella con pasta e patate, provola e pancetta. Fritti a regola d’arte per chi non si accontenta della pizza e vuole iniziare con un classico.

La nostra chiacchierata è finita con una semplice domanda: Angelo, qual è il tuo motto? E lui, dopo una simpatica risata, fiero e orgoglioso mi ha risposto: <<Se non è napoletana che pizza è?>>. Non possiamo che dargli ragione.

Per chi vuole un’esperienza di gusto “napoletana” in provincia di Salerno la tappa (principalmente d’asporto ma con dei posti a sedere grazie a una struttura riscaldata) è Via Giovanni Falcone 79, Nocera Inferiore. Per chi invece vuole stare comodamente a casa e abita in zona, ma anche nei paesi limitrofi di Nocera, il numero da contattare è 3382647329.

Marika Manna

A pochi passi dal centro di Napoli e dalle sue bellezze storico-artistiche si trova Nanà , pizzeria e trattoria di Silvio Zigarelli. Posizione strategica e vincente, vista l’immediata vicinanza al Tribunale e al Centro Direzionale di Napoli, nonché a due passi dalla stazione centrale.Un locale ampio, luminoso, accogliente, che ti invade di mille profumi ancor prima di varcare l’ingresso. Un lungo banco pizza e una cucina a vista colpiscono immediatamente l’occhio di chi entra per la prima volta da Nanà , provocando un piacevole impatto visivo che già stimola l’appetito. L’atmosfera accogliente unita alla squisita cortesia dello staff rendono la sosta da Nanà piacevole oltre che gustosa; il personale saprà consigliarvi e guidarvi durante la vostra permanenza in sala, soddisfando sempre le vostre esigenze.

L’offerta del menù è varia ed accattivante: dagli antipasti agli sfizi, dai primi ai secondi (sia di terra che di mare), dalle pizze classiche alle gourmet, arrivando ai dolci, avrete solo l’imbarazzo della scelta, oltre che la necessità di ritornare a provare le varie leccornie proposte.

Gli antipasti e i fritti sono stati recentemente arricchiti da Silvio, introducendo una varietà di golosi “padellini” da gustare in attesa della pizza. Polpettine di manzo fritte con cheddar, con fonduta di cacio e pepe, al ragù, ma non solo; fritto misto, crocchè farciti e frittatine di pasta sia classiche che ricoperte da fonduta di cacio e pepe.

Le pizze rappresentano un vero e proprio connubio tra tradizione e innovazione: alla classica proposta fedele alle pizze evergreen, come ad esempio la margherita, la marinara e capricciosa, troverete in menù una proposta “gourmet”, con topping più elaborati ma sempre attenti alla stagionalità delle materie prime. Inoltre ogni mese potrete gustare una fuori menù, secondo fantasia del pizzaiolo: questo mese, ad esempio, è stata protagonista “A pizza e’ mammà”, con crema di friarielli e polpette al ragù.

La cucina, verace e tradizionale, è curata e supervisionata con grande maestria dalla madre di Silvio, ed è per questo che è possibile gustare piatti dai sapori autentici come quelli homemade. Dalle classiche minestre alla napoletana, come  pasta e patate, alle proposte più ricercate come i piatti a base di pesce, Nanà soddisfa qualsiasi palato; non a caso il locale ben si presta favorevolmente anche per feste ed eventi privati, proprio grazie alla variegata proposta gastronomica.

Che sia un pranzo di lavoro o una cena di piacere, Nanà si rivela essere la tappa ideale ed irrinunciabile per gli amanti della cucina verace tipica napoletana.

Ersilia Cacace

Si respira aria di novità a Villaricca! Infatti, è da pochi mesi che ha aperto una nuova pizzeria, o meglio un’officina della pizza. Stiamo parlando di 380° Officine della pizza, la pizzeria che vi offre qualcosa in più. La prima cosa che ci ha incuriosito è stato proprio il nome del locale, che è stato ideato dal suo proprietario, Adriano Cascella, che ci ha raccontato come è nato il suo progetto. «Il locale è nato nel mese di ottobre del 2019, ma il progetto risale a diverso tempo prima. Già da un anno e mezzo avevo in mente di dar vita a questo locale, che con il passare dei mesi, un po’ alla volta, si è concretizzato».

Adriano Cascella è un giovane creativo, che proviene dal mondo dell’arredamento e l’esperienza maturata in questo settore gli ha permesso di mettere insieme diversi aspetti, al fine di realizzare un locale dal design moderno e accogliente. Adriano Cascella non si è fermato solo a questo, ma ha pensato veramente a tutto, nel tentativo di offrire al cliente un’esperienza che lo potesse soddisfare a 360°, anzi è meglio dire a 380°. «Seguendo una passione personale per il mondo della ristorazione e della pizza, ho pensato di ideare un locale che desse al cliente un qualcosa in più ed è così che è nato il nome “ 380° ”. Con quei venti gradi in più intendo offrire una esperienza completa con dei valori aggiunti: prodotti di qualità, un servizio professionale, una pizza dalle caratteristiche uniche, di alta digeribilità, birre mesciate in un determinato modo, al fine di offrire al cliente il meglio sotto tutti i punti di vista. Il nome, infine, fa riferimento anche ai gradi associabili alla temperatura del forno in cui sono cotte le pizze. Di conseguenza ho disegnato e realizzato il logo e tutto il resto è venuto da sé».

In questa avventura, Adriano Cascella non è solo, con lui ci sono il suo socio Salvatore Di Stasio e il giovane pizzaiolo Simone De Gregorio. «Quando ho dovuto pensare al pizzaiolo, ho scelto subito Simone, un ragazzo di cui ho profonda stima sia dal punto di vista personale che professionale».

Ed è proprio Simone che ci racconta il menù e le pizze che più di tutte ama realizzare, frutto di un percorso di studio attento e impegnativo: «Le pizze che trovate sul nostro menù soddisfano anche il cliente più esigente. I sapori sono equilibrati, con un topping per tutti i gusti. Il prodotto punta ovviamente all’alta digeribilità». Simone De Gregorio ha fatto la gavetta, partendo da lavapiatti lui ha raggiunto il grado di pizzaiolo e la sua pizza il giusto equilibrio tra tradizione e innovazione. «Avendo frequentato sia la vecchia che la nuova scuola della pizza, sono riuscito a realizzare un prodotto tutto mio, frutto di studio e di molti giorni passati ad impastare».

Tra le pizze che ci ha descritto c’è la Zafferano, ovvero una selezione di zafferano gold, salame tipo Napoli, Provolone del monaco Consorzio Dop, provola e basilico. Poi ci sono le pizze ideate con Adriano Cascella, tra queste la Sunday, realizzata con ragù napoletano cotto per otto ore, stracciata di bufala aversana, pesto di basilico, che dà alla pizza un sapore importante, provola e Parmigiano trenta mesi. Fra pochi giorni sarà presentata una nuova pizza in onore della classica Margherita, ma l’innovazione è l’elemento più importante. Adriano Cascella ci ha svelato alcuni degli ingredienti, ovvero pomodoro San Marzano giallo, provola di Agerola, pesto di basilico artigianale, scaglie di Parmigiano trenta mesi. E se non volete la pizza, potete sempre optare per un ricco tagliere di affettati e formaggi o per la friggitoria con i classici prodotti della tradizione ma rivisitati in chiave moderna, esaltando così il gusto di arancini, crocché e frittatine. A 380° Officine della pizza ce n’è veramente per tutti i gusti!

Amalia Vingione

In Via Partenope, una delle più calpestate strade della città di Napoli, nell’antico quartiere San Ferdinando, di fronte l’imponente Castel dell’Ovo che sovrasta con riconosciuta solennità il panorama marino e sotto lo sguardo placido della vivace isola di Capri, la tradizione della “buona cucina partenopea” si amalgama, e non senza una grande maestria, con una tradizione di famiglia di tutto rispetto.

Nel 1995, dalla sapiente fusione di due storiche esperienze culinarie che hanno segnato, e continuano a farlo tutt’oggi, la storia del patrimonio gastronomico italiano, “Zi Teresa” e “Giuseppone a Mare”, nasce uno dei più noti marchi della ristorazione campana, Antonio&Antonio. “Questo lavoro bisogna sentirlo e amarlo più di ogni altra cosa” – dice con istintiva fierezza Antonio Della Notte, uno dei due componenti della “coppia omonima” che anima il lungomare napoletano. L’amore incondizionato e la dedizione assoluta per il proprio mestiere giustificano una soddisfacente riconoscibilità coltivata nel tempo, e mai abbandonata.

“Trasformiamo con semplicità i nostri prodotti d’eccezione, soprattutto quelli che provengono dalla Campania e dai buoni mari italiani”- continua Antonio Della Notte. Il pomodoro, quello del Piennolo del Vesuvio, dolce e con un retrogusto acidulo al punto giusto, è il leitmotiv culinario presente in tutti i piatti della cucina di Antonio&Antonio, perché considerato la nota indispensabile “che esalta tutti gli altri sapori”. Non a caso, l’oro rosso della civiltà mediterranea rappresenta il prodotto tipico dell’agricoltura campana, ma anche il re del classico e intramontabile “spaghetto alle vongole, rigorosamente locali, quelle di alta qualità”, utilizzate sia nella versione bianca sia in quella rosè, il primo piatto di mare di eccellenza della tradizione partenopea che viene condito con un buon olio extra vergine di oliva e una spolverata di prezzemolo fresco.

Non meno richiesta dagli ospiti di Antonio&Antonio è la zuppa a base di pesce fresco e frutti di mare, un piatto unico e ovviamente semplice ma ricco di sapore. “Serviamo ad ogni persona non meno di 2 kg delle migliori prelibatezze dei nostri mari” – ribadisce con un pizzico di orgoglio Antonio Della Notte, che aggiunge – “La nostra zuppa di pesce è speciale perché la prepariamo proprio come si faceva una volta, ed è soprattutto completa perché utilizziamo tutti gli ingredienti che servono dal calamaro, il polipetto verace, le mazzancolle, il coccio, la lucerna, il grongo e l’anguilla, alle cozze, le vongole nostrane, i taratufi”.

Per la gioia dei più golosi e in alternativa a quella salata di mare, Antonio&Antonio propone la zuppa inglese alla napoletana, un dolce al cucchiaio, delicato ma molto gustoso, a base di “Pan di Spagna bagnato, crema gialla, l’amarena di qualità e uno strato di meringa che viene spalmata sulla superficie di questa delizia prima di essere infornata; il risultato è un dessert dal cuore morbido ma croccante all’esterno”.

“La Marinara, è la pizza che più mi rappresenta, perché è  anche quella che amo più mangiare” – continua Antonio – “Le farine, quelle utilizzate da sempre, il pomodoro San Marzano passato, l’olio extra vergine di oliva che non deve mai mancare, l’origano selvatico e l’aglio sono senza ombra di dubbio la testimonianza della semplicità, quella dei sapori più genuini, quella che ci contraddistingue da sempre”.

“L’ingrediente speciale della nostra cucina è sicuramente la brezza marina che con il suo profumo inconfondibile da’ più gusto ai nostri piatti, quelli che serviamo sempre con professionalità, un’altra delle nostre importanti caratteristiche” – ribadisce Antonio Della Notte, che sottolinea con naturale consapevolezza – “Da noi, ogni commensale si sente a proprio agio perché trova la familiarità e il calore umano della propria casa e la semplicità della propria cucina; quella stessa semplicità che oggi ci ha permesso di raggiungere dei buoni risultati, di cui tra l’altro siamo molto fieri e per i quali dobbiamo ringraziare i nostri padri che ci hanno tramandato la loro arte, proprio quella che oggi stiamo trasmettendo ai nostri figli”.

Felicia Mercogliano

Sold out per l’evento “Amici ed artisti” tenutosi al ristorante “L’Amo” di Caserta. Il claim del locale è chiaro: raccontare storie di mare e marinai. E la storia raccontata ieri sera è stata quella dello chef spagnolo Miguel Gonzalez Quintela e della sua cucina galiziana che in questa occasione ha presentato il suo personalissimo stile e la storia gastronomica della sua terra, la Galizia, terra dalla grande varietà di piatti tradizionali, dove la vicinanza con l’oceano e di conseguenza la copiosità dei prodotti ittici sono fattori fondamentali della cucina tradizionale.

A un anno dalla sua presenza nello stesso locale, lo chef spagnolo è tornato al comando della cucina dell’Amo con una sera di pura cucina galiziana deliziando gli ospiti con piatti tipici della sua terra d’origine ben accostati al vini della famiglia Mustilli, viticoltori dagli inizi del ‘900. Miguel Gonzalez Quintela, oggi alla guida del suo progetto, il “Rustico”, una casa rurale che si trova in un piccolo villaggio poco distante dalla città di Ourense, è tra gli chef più importanti di questa provincia con un lungo e brillante curriculum costruito nelle migliori cucine della penisola iberica.

Nelle parole del Gonzalez, l’intento della serata è stato affiancare le due cucine, italiana e galena, nell’atmosfera confortevole dell’Amo che ricrea gli scenari della costiera amalfitana. Infatti, i prodotti galiziani con cui  ha realizzato piatti d’ispirazione, di modernità, alimentati da un’energica devozione alla tradizione hanno permesso di far sognare la sua terra.

La serata è stato il punto finale di un progetto molto interessante: infatti, si è inserita nella master class di due giorni “ La Cucina Gallega tra tecnica e nuove ispirazioni” promosso dalla scuola Dolce&Salato, durante la quale lo chef spagnolo in veste di docente ha fatto della sua cucina un vero e proprio focus di discussione, evidenziando tecniche tradizionali ma anche in che modo favorire l’innovazione traendo ispirazione dalla una filosofia culinaria più moderna.

Una serata, quindi, ricca di spunti di riflessione e di buon cibo che fa ben sperare in un appuntamento fisso che si rinnova come evento dell’anno in quel di Caserta.

Marika Manna

Fisico scultoreo e sguardo magnetico alla Johnny Deep, look da hipster e tra le mani un affilatissimo coltello. Milioni di follower su Instagram lo consacrano a icona del web, nuovo volto della cucina mondiale è Salt Bae , al secolo Nusret Gökçe, lo chef turco che sta letteralmente spopolando sui social grazie al suo particolarissimo modo di massaggiare, accarezzare e tagliare scenograficamente bistecche e costate finendo con l’immancabile gesto plastico della salatura con cui fa cadere il sale dall’alto facendolo rimbalzare sull’avambraccio. 

Da semplice garzone di macelleria, Salt Bae detiene ora un impero, la catena Nusr-Et, che a detta dei media vale ora milioni di dollari, complici i suoi cliccatissimi video. Infatti, Dubai, Instanbul, Doha, New York sono solo alcune delle città glamour in cui l’abile chef ha aperto le sue steakhouse che collezionano ogni giorno attori, vip e personaggi dello showbiz internazionale.  

Credits nusret.com

E se vi dicessimo che il sexy fenomeno del web starebbe per aprire un ristorante nel capoluogo meneghino? Recentemente infatti sono apparsi sui social ondate di selfie che lo fotografano in quel di Milano. Avvistato a più riprese in città, in particolare tra la zona di Porta Nuova, modernissima e già ospitante di famosi ristoranti, e corso Vittorio Emanuele. Sembra chiaro: Salt Bae si muove verso il quartiere extra-lusso noto come il “quadrilatero della moda”, circoscritto dalle quattro prestigiose vie, Monte Napoleone, Manzoni, Della Spiga e Corso Venezia. 

La già cospicua catena Nusr-Et si appresta, quindi, ad accogliere Milano tra le sue big city sedi di esclusività, alta moda e buon cibo. Il primo Nusr-Et ha aperto i battenti nel 2010 a Instanbul e rapidamente è diventato leader del settore grazie a bistecche di qualità, a un servizio eccellente e al concept rivoluzionario di puntare l’attenzione su un personaggio che molto presto è diventato beniamino dell’immaginario collettivo. Espandendosi ed offrendo opzioni uniche ai meatlovers, la Nusr-Et punta tutto su ricche offerte di cibo, atmosfera calda e comfort ma soprattutto sull’intrattenimento.  

Credits nusret.com

Cosa dovremmo quindi aspettarci dal nuovo ristorante nella fascinosa Milano? Qui, il sexy macellaio raccoglierà i frutti delle sue imprese social, aumentando fan e follower che, con molta probabilità, al primo indizio della presenza di Salt Bae in città (l’imprenditore, si sa, deve destreggiarsi tra più sedi), si precipiteranno per ammirarlo, incuriositi, massaggiare costate e filetti salandoli con annesso coreografico gesto. Aspettiamo, quindi, l’apertura che, per ora, è top secret.  

Marika Manna

Sei tavoli e trenta posti, per trenta amici. Un luogo dove poter vivere la domenica anche di martedì o giovedì e non per forza a base di Ragù ma semplicemente affidandoti all’estro di Antonio: un padrone di casa premuroso. È questa la prima impressione che si percepisce all’ingresso del ristorantino dello chef ‘Antonio Serra’. 

Siamo all’ ‘Hostaria degli Artisti’ situati, appunto, a Piazza degli Artisti (più precisamente in via Tino di Camaino 5, punto di congiunzione tra Piazza Medaglie d’Oro e Via Luca Giordano) al Vomero, una location che in quanto  a glamour è seconda solo a Chiaia (ma il richiamo al fashion è palese e lo si nota ovunque, dagli oggetti d’arredamento in sala fino all’eleganza degli outfit di Mariarosaria Liberti ed Ugo di Paolo che vi accolgono). 

In una zona da sempre abituata a ricevere una grande mole di clienti affamati, sembra quasi strano trovare un posto così intimo e riservato: un’oasi nel bel mezzo del viavai vomerese. Lontana dal prototipo di locale tutto musica alta e luci basse, l’Hostaria è dunque un soggiorno che va condiviso, si, ma con pochi intimi e senza dover alzare la voce per chiacchierare con il commensale.  È proprio questo uno dei messaggi che si percepiscono dall’atteggiamento della proprietà: godersi un momento conviviale lasciando lo stress fuori dalla porta. Concedere al pasto l’importanza che merita, finalmente. 

Interni Hosteria

Guardandoci intorno possiamo subito apprezzare alcune scelte stilistiche come quella di lasciare le credenze in sala con tanto di bottiglie esposte, senza dover necessariamente buttarsi alla ricerca di un arredamento dal desing innovativo e all’ultimo grido.  Altrettanto belli i tavoli in legno (poco lavorato, con tanto di numero inciso) non ornati da tovaglie in modo da far arrivare, in maniera ancor più diretta, i piatti di Antonio agli occhi dell’ospite ancor prima che al palato.  Tutto adeguato ed essenziale. 

Il menù? Lo troviamo esposto al di fuori del locale, in Vetrina ed in bella mostra, un’anteprima di ciò che andremo a gustare di li a breve.  Antonio, Mariarosaria ed Ugo sono l’espressione di una collaborazione perfettamente bilanciata. Il primo è un professionista assoluto ai fornelli; in sala invece, Mariarosaria ed Ugo sono allegri e solari, accolgono e rendono estremamente partecipe l’ospite durante l’esperienza Hostaria. Lo chef però, con mia sorpresa, non nasce in cucina. Proviene infatti da una famiglia di imprenditori e inizia giovanissimo la sua gavetta nelle aziende del gruppo Serra. Dal magazzino fino alla grande distribuzione. 

Antonio ha sempre posseduto, però, la sua personale idea di ristorazione con un unico chiodo fisso in mente: il cibo di qualità. Ecco quindi l’ atteso ingresso in cucina (rivolta al pubblico) nel 2004 e, pian piano, la realizzazione del progetto Hostaria degli Artisti. “Un concept che avevo sempre immaginato così, già 20 anni fa” ci dice Antonio e continua “pochi coperti da servire con estrema attenzione, una materia prima di altissima qualità che esprima al massimo il mio concetto attraverso piatti concreti pur conservando la tradizione nel rispetto delle nostre origini”. 

Spago 17 dell’ Hostaria

Detto, fatto. Prima di continuare il nostro discorso infatti, Antonio si reca ai fornelli e poco dopo ci serve alcune specialità: verdure di stagione esaltate dalla sola aggiunta di un ottimo olio evo, l’equilibratissimo ‘Spago 17′ (vermicello di Gragnano, pomodorino vesuviano, olio aromatizzato all’Aglio rosso di Sulmona, Lime, Pepe verde in grani, granella di mandorle e nocciole) e, soprattutto, un prelibato filetto di Baccalà Portoghese cotto su di una lastra di sale grosso senza ulteriori aggiunte. In purezza, il modo migliore per onorare questo straordinario prodotto che è entrato a far parte della tradizione partenopea. Altri piatti, protagonisti del menù, ci vengono raccontati dallo chef e risultano essere una chiara espressione del suo processo creativo: l’ ‘Amatriciana di mare’ nasce dall’incontro tra le calamarelle ed il profumato guanciale di razza Mangalica; il mare che sposa la terra. I ‘Cavoli nostri’ (ancora il vermicello che stavolta lega cavolo crudo, pecorino e vongole in soutè) sono un’idea concepita da un fornitore di frutta e verdura, elaborata in tangenziale, realizzata in Hostaria. 

Filetto di Baccalà

L’onestà che contraddistingue Antonio ed il suo Team è rispecchiata dal loro menù (che rinnovano ogni 3 mesi), essenziale e diretto.. senza artifizi e nel pieno rispetto della stagionalità. Una promessa che viene mantenuta senza preamboli.  Impossibile non menzionare, a questo punto, i fornitori di cui lo chef parla con orgoglio proprio perchè selezionati con cura maniacale. Ecco dunque figurare nomi importanti come l’Olio ‘Adoro’ e ‘Agridé’ (partners integranti del concept Hostaria degli Artisti), carni selezione ‘Ardolino’ e ‘de Colò’, i dolci di ‘Otranto’. Ma l’attenzione va posta anche sull’importante carta dei vini, con numerose etichette prestigiose (circa 50) che presentano struttura e contenuto ad un giusto compromesso economico. Tra queste si annoverano ‘Umani Ronchi’, ‘Hofstatter’, ‘Lis Neris’,’Cantina Benito Ferrara’ (Greco di Tufo DOCG Vigna Cicogna, su tutti). Per le bollicine prevale la qualità tutta italiana delle riserve di ‘Ferrari’ (Lunelli e Giulio Ferrari). 

Greco di Tufo

Tornando al concept dell’ Hostaria, bisogna comunicarne un altro aspetto fondamentale: il beneficio nutrizionale tratto da ogni pietanza. Un obiettivo di Antonio è infatti quello di coccolare i suoi clienti con cibi gustosi ma soprattutto nutrienti! Ecco motivata la scelta di affiancare al progetto una figura come quella della dottoressa ‘Sabrina Chimenz’, biologa nutrizionista, che conferisce sicuramente un valore aggiunto alla proposta dell’Hostaria in termini di bilanciamento dei principali macro e micronutrienti necessari per una corretta alimentazione.  

Mangiare bene per vivere bene e in Hostaria è possibile farlo senza rinunciare al godimento, perchè: “Il cliente, valicando la porta del ristorante, mi sta dando fiducia e io quella fiducia voglio ripagarla con la mia moneta: il buon cibo. Se il cliente vuole spendere mille lire, devo fargliele godere tutte”, parola di Antonio Serra. 

Umberto Esposito

A Portici, precisamente in via del corso Garibaldi 225, si trova il ‘ Green Hop ’, il ‘luppolo verde’. No, a quest’indirizzo non c’è una coltivazione di luppolo ma il pub nato dal sogno condiviso di Luigi Veca e Luca Sabatelli, 33 e 32 anni: i due hanno dato questo nome al locale per richiamare l’assonanza tra l’inglese “green hop” ( luppolo verde ) e “green hope” ( verde speranza ).   

Luca e Luigi collaborano da molto: tempo fa, infatti, lavoravano nel locale del quale sono oggi proprietari e titolari, nel ruolo di dipendenti: Luigi era responsabile di sala e Luca si spostava dalla sala al banco, tra compiti e mansioni di vario tipo; quando il loro ormai ex datore di lavoro ha deciso di mettere in vendita l’attività i due, rilevandola, hanno coronato il loro sogno. Il locale è un Irish pub curato nei minimi dettagli: nel rispetto della tradizione irlandese è tutto in legno, il bancone, le panche, perfino al parquet che ha sostituito la pavimentazione precedente.  La passione con la quale il locale è portato avanti si riflette nel menù: i panini portano il nome dei due soci o di amici e parenti: una vera e propria dichiarazione d’amore. Così dalla cucina escono, ad esempio, il Luigi XVI, il Luca VIII,  o anche il Claudio XIII di Bisanzio, il preferito dei clienti: un panino con hamburger di scottona, melanzane alla brace, provola, bacon e pomodori secchi. La scelta sul menù è varia: ad antipasti e stuzzichini di vario tipo ci sono diverse proposte di carne al piatto. Se il desiderio è quello di assaggiare qualcosa di diverso dal solito è possibile sbizzarrirsi ordinando la mussaka greca, la parmigiana bianca con mortadella e crema di pistacchio o anche il tortino di millefoglie con pancetta e provolone del monaco: insomma, ce n’è per tutti i gusti!  

Se oltre ad avere fame avvertite anche una certa sete sappiate che in menù ci sono diversi tipi di birre, di importazione prevalentemente belga, molte artigianali: al “Green hop” è possibile bere otto tipi diversi di birre alla spina oppure si può scegliere tra una ventina di bottiglie diverse. La birra più richiesta è la Carlo V, una rossa belga alla spina da 8 grandi e mezzo, dolciastra con un retrogusto leggermente fruttato. Il venerdì  è la serata giusta per fare un salto al locale e festeggiare l’arrivo del weekend: grazie alla ‘serata varietà’ il divertimento è assicurato. I più competitivi, appassionati delle sfide,  potranno partecipare al quiz a premi condotto da un presentatore:  attenti, la velocità nel rispondere alle domande è essenziale per vincere! Per i fan di x-factor, che sognano il palcoscenico ma che non sono riusciti a sfondare nel mondo della musica, c’è il karaoke..chissà che non si scoprano nuovi talenti! Anche se cercate un tipo di divertimento più rilassato, tranquilli, il Green hop è il posto giusto anche per voi: il pub è infatti frequentato proprio da tutti: “tra i clienti abituali ci sono diverse famiglie e addirittura una coppia sulla settantina” racconta Luca, non senza che la sua voce lasci trapelare l’affetto che prova per i frequentatori assidui del suo locale: “la nostra idee era proprio quella di aprire un locale dove, per il cliente, l’ambiente risultasse familiare: un posto dove si abbia voglia di tornare non solo spesso ma anche volentieri!”.  

Se vi siete già messi in auto per andare a Portici aspettate a mettere in modo,c’è un’ultima cosa da sapere: il Green Hop ha un parcheggio convenzionato gratuito che vi risparmierà lo stress del dover cercare posto per ore! 

Siete già partiti? Perfetto, ci vediamo lì! 

Livia Giordano  

A Napoli, in una delle strade principali, quella intitolata al primo re d’Italia, Corso Vittorio Emanuele, la cui progettazione ha rappresentato una tappa importante nella storia topografica della “Napoli nobilissima”, lungo lo splendido tratto panoramico che lambisce la collina del Vomero,  l’Antica Forneria Molettieri da circa sessant’anni inebria il popolo napoletano con il profumo del suo pane appena sfornato, quello tanto amato, che sa di buono e di antiche tradizioni.

“ Molettieri, il più bravo dei panettieri” – inizia così la storia di Rodolfo, artigiano del pane, semplicemente con una rima composta tra i banchi di scuola, quando da piccolo scoprì che “dopo Carosello, andavano tutti a dormire tranne suo padre perché, invece, si recava nel panificio di famiglia dove faceva il pane per tutta la notte”.

“Faccio il pane con le mani” – dice Rodolfo Molettieri – “Lo preparo ogni giorno con un lievito madre antichissimo, che ha più di cento anni, e uso tecniche ereditate da mio padre, che è stato il mio grande maestro”.“Le sensazioni che mi regala il mio lavoro non sono sempre le stesse. Questo mestiere mi ha letteralmente formato, sia come panettiere che come uomo. Oggi posso dire di essere diventato uno degli ingredienti di ciò che preparo” – da queste parole si evince tutta la passione ma soprattutto l’emozione che Rodolfo prova ogni volta che prepara il “suo” pane.

Nella Forneria Molettieri si utilizzano solo grani antichi, quelli coltivati dai contadini “virtuosi” che assecondano il ciclo biologico del grano stesso rispettando il naturale processo di produzione della terra. Il prodotto “appena sfornato” sarà non solo più leggero e digeribile ma, inevitabilmente, più sano e genuino perché ricco delle principali proprietà nutrizionali che rimangono inalterate durante la lavorazione e perché caratterizzato da un più equilibrato rapporto tra presenza di amido e di glutine che ne garantisce la qualità sopraffina e una pregiatezza assoluta.

“Il pane ha un importante valore sociale proprio perché riveste un ruolo fondamentale nella formazione del genere umano ed è ormai diventato parte integrante della vita di ognuno di noi” – afferma con orgoglio Rodolfo Molettieri che riconosce e sottolinea “il peso” storico e culturale di un bene da tutelare, per non dimenticare le proprie origini e quelle di ciò che mangiamo.

Non a caso sono stati scelti due nomi fortemente simbolici,  tratti dalla mitologia, per identificare due diverse tipologie di pane, particolarissime, ognuna caratterizzata da profumi e sapori inconfondibili. Da una parte, la greca Demetra, così è stato denominato il pane preparato con lievito naturale al mosto d’uva che Rodolfo Molettieri impasta con farina integrale grossa macinata a pietra, un vino Aglianico dal gusto complesso ma elegante, le pregiate noci di Sorrento, la varietà  più diffusa in Campania e più apprezzata in Italia per il suo aroma intenso e assai gradevole, i semi di lino e di girasole, i cosiddetti “semi della salute”, che conferiscono una consistenza piacevole a questo pane che ha “una voluminosità sufficiente e una crosta poco friabile”. Dall’altra, la romana Cerere, questo è il nome dato al pane realizzato con lievito naturale alle prugne provenienti da Paestum e impastato dalle mani esperte di Rodolfo con farina di quattro varietà di grani antichi, autoctoni della Sicilia, e birra fermentata che garantisce, insieme alla pruina presente nelle prugne, un pane “abbastanza voluminoso con una crosta particolarmente accentuata”.

La bontà del pane di casa Molettieri deriva anche dall’utilizzo di un ingrediente speciale, non convenzionale e per questo originalissimo: l’acqua di mare. Il pane così prodotto non è solo “buonissimo perché diversamente sapido” ma favorisce anche un’artigianalità “sostenibile” che utilizza “una grande risorsa, un bene gratuito, a disposizione di tutti”.

Non solo pane, nella Forneria Molettieri ma anche “omaggi”, come le Valentine, una novità “bella e buona” che Rodolfo ha ideato pensando a sua figlia di nome Valentina. Biscotti di pasta frolla ripieni di golosa crema gianduia, un “piccolo boccone” friabile ma dal cuore morbido realizzati con un “burro vegano” che Rodolfo Molettieri prepara personalmente con acqua di mare, un mix di oli vegetali, quello di oliva e di riso, e il classico burro di cacao puro.

A proposito di golosità, tradizione e condivisione è doveroso citare il pane ai frutti mediterranei ribattezzato “pane della felicità” che viene realizzato con farina di grano arso, particolarmente rustica, i deliziosi datteri di Gerico, i fichi moscioni del Cilento, dal sapore semplice, dolce, antico, il noto cioccolato di Modica IGP e la migliore mandorla della Sicilia, quella di Avola. Il risultato è un percorso plurisensoriale senza pari, tra l’utilizzo di prodotti tipici e l’accostamento di sapori autentici.

“Il mio pane, prima di diventare tale, è figlio di un pensiero. La professione che esercito è paragonabile all’amore che si prova per una donna, quella che ti lascia inevitabilmente delle sensazioni, dei colori e dei profumi” – queste sono le parole di un uomo autentico che crede fortemente nei veri valori della vita e che ogni giorno prepara pillole di poesia culinaria con l’obiettivo di condividere un’emozione sana e di qualità.

Felicia Mercogliano

Granammare : la pizza contemporanea di Alfonso Saviello e Tommaso Lastra

Nasce a Salerno ed esporta la “salernitanità”. Dall’Europa occidentale al Medio Oriente passando per la grande mela, ‘Alfonso Saviello’ diffonde le sue idee e le impasta sul magnifico lungomare di Salerno: da ” Granammare “.  La cornice, figlia del disegno dell’architetto ‘Michele Citro’, è splendida: si compone di tre sale in stile contemporaneo con arredamenti freschi e colorati. Ma la vera identità di questo locale si può cogliere, anche dal punto di vista stilistico, dinanzi ai forni la cui forma è quella dei silos che contengono il grano prima della lavorazione. L’emblema di essenzialità e autenticità… di tutto ciò che serve.  

Forni a forma di silos

Conosciamo quindi Alfonso ed il suo collega Tommaso Lastra; i pizzaioli, protagonisti da Granammare , persone umili e competenti pronti a condividere con i giovani apprendisti l’arte della pizza e i suoi segreti. Due ragazzi desiderosi ed orgogliosi più che mai di portare la loro arte e le tradizioni alle quali sono legati al di fuori dei confini della nostra penisola… senza mai dimenticare le loro radici: Salerno, il mare, il grano. 

Alfonso Saviello e Tommaso Lastra

Non è difficile percepire la voglia di fare che hanno Alfonso e Tommaso, supportati dalla fiducia dell’imprenditore Nicola Cardillo e del general manager Paolo Nobille che hanno creduto fin da subitoo in loro e nel progetto Granammare , condividendone le ambizioni. I due pizzaioli sono chiari e diretti con un obiettivo preciso: “vogliamo portare in alto il nome di Salerno con una pizza contemporanea“. È proprio questa la sfida e la sintesi del concept Granammare: inorgoglire Salerno con qualcosa che non c’era, essere unici. Qui si assapora una pizza che risulta infatti più alta, più studiata (che va, appunto, a confarsi con il concetto più giovane ed innovativo di pizza) ma soprattutto digeribile grazie ad un ottimo impasto con farine di tipo 0 (80%) e tipo 1 (20%) che conserva un po’ di crusca e quindi fibre. Buoni anche i feedback sul gluten free. 

Gli ingredienti che contraddistinguono le pizze del menù sono notevoli e, in molti casi, rigorosamente salernitani: ceci di Cicerale (presidio Slow Food) e salsiccia cilentana, infatti, sono tra le delizie che possiamo trovare sulla “Cicerale”, il più classico pomodoro San Marzano a decorare le tradizionali come la Margherita.  La “Principessa Costanza” ci porta invece a fare un viaggio nei ricordi di Alfonso. Dritti al tavolo di casa ci sembra infatti di assaporare la pasta e piselli della nonna (con tanto di scorza di parmigiano).   L’interessante ricerca degli ingredienti però non si ferma a Salerno ma va oltre quando parliamo di finger lime o bottarga, da gustare sulla “Mediterraneo” e sulla “Alfonso Gatto”.   

Ma la pizza che più descrive l’estro, la creatività e la generosità dei due pizzaioli è la “#pizzaiolodentro”, un frutto del rapporto fraterno tra Alfonso e Tommaso. “#pizzaiolodentro” va oltre il cibo, è la loro identità fuori dalle porte del Granammare. Qualcosa che, iniziato quasi per gioco, sta diventando una bella realtà con l’idea di un brand tutto loro.  Alfonso ce ne parla emozionato, trasmettendo tutta la sua fede in un progetto che stanno esportando in tutto il mondo: “Non puntiamo al lucro, la nostra idea è quella di dare un’identità familiare a quello che facciamo“. 

Parole sante rispetto a quelle di chi, oggi e troppo spesso, fa della pizza e del cibo in generale un business amorfo e senz’anima.  

Altro focus point del Granammare è quello della Cocktaileria, di cui abbiamo chiacchierato con Biagio, responsabile di sala. Non solo abbinamenti di ottimi vini e birre alle pizze ma anche drink complessi, freschi e gustosi in linea con la tendenza europea del “food pairing” (ovvero l’associazione di due o più alimenti a seconda del loro carattere aromatico) che possiamo apprezzare proprio qui, sul bellissimo lungomare di Salerno.  La selezione di birre è tutta made in Italy: Birrificio Angelo Poretti (4,5 e 6 luppoli) e prodotti artigianali in bottiglia come la “Mì” una birra veneta non filtrata. 

Dulcis in fundo, una gradevole e golosa alternativa al dolce: il cocktail “Tiramisù” vi stupirà. C’è da sottolineare, infine ed ancora una volta, l’atmosfera che si respira al Granammare… positività e passione ti circondano, il ricco menù è degno di nota e merita di essere provato! Potete farlo anche voi, tutti i giorni dalle 19:30 alle 24:00. 

Indirizzo: Via Lungomare Clemente Tafuri, 11, Salerno  

Umberto Esposito

Ad Atripalda, nel cuore dell’Irpinia occidentale, percorrendo via Contrada san Lorenzo, ci si imbatte nel ristorante, pizzeria e burgheria ‘ I Matti ’. Il locale è lì da tempo ma da qualche mese odora di nuovo, oltre che di buono: Giovanna Cucciniello, 31 anni, attuale proprietaria e titolare, ha rilevato il ristorante che la vecchia gestione aveva deciso di chiudere, trascinando con sé in quest’avventura il compagno Antonio Romano. “Il mio locale è una scommessa con me stessa, con un compagno di viaggio come Marco ho deciso di mettermi in gioco” – racconta Giovanna – “I miei genitori lavorano nel campo della ristorazione da più di trent’anni ma io non pensavo di intraprendere la stessa strada, eppure nella vita non si può mai sapere e io a trent’anni mi sono trovata ad affrontare questo cambiamento: non si è mai troppo vecchi per imparare qualcosa di nuovo”. Se il ristorante è nato dunque dal desiderio di mettersi in gioco di Giovanna, funziona grazie alla collaborazione tra lei e il suo compagno, Antonio: i due infatti si occupano insieme della spesa che c’è da fare quotidianamente e della scelta degli ingredienti che verranno poi serviti a tavola: l’amore che c’è tra loro si riflette così nel locale che conducono insieme.
Il locale è spazioso, adatto ad ospitare un gran numero di commensali, e dispone anche di uno spazio esterno dove, nelle giornate di sole, è possibile consumare un buon pasto all’aria aperta: “L’obiettivo è soddisfare il cliente, farlo sentire a proprio agio, come a casa propria, offrendogli prodotti di qualità” afferma Giovanna, orgogliosa: il suo ristorante ad ora di pranzo si trasforma in trattoria, offrendo un menù fisso (di 10 euro) con la possibilità di scegliere tra due diversi primi, due diversi secondi, contorno, acqua o vino e coperto incluso.
La sera lavora come ristorante, pizzeria e burgheria: “Oggi spesso si esce la sera con il desiderio di mangiare fuori, però bisogna anche mangiare bene, altrimenti che senso ha?” chiede la proprietaria, sorridendo; e infatti il suo locale, a ora di cena, è pronto a soddisfare qualunque tipo di esigenza di gusto: si fanno panini, secondi di carne accompagnati da verdure, pizze di ogni tipo. La carne, a detta dei clienti, è il piatto forte del locale, grazie all’utilizzo di materie prime di ottima qualità la tagliata è la regina del menù. 

Anche le pizze non deludono, anzi, c’è chi si ferma ai ‘Matti’ solo per poter mangiare la pizza di Marco Tango, il pizzaiolo: Marco ha 39 anni ma lavora con le mani in pasta da quando ne aveva 14: “La pizza che viene ordinata più spesso” – racconta– “è la marinara sbagliata: San Marzano di Oppisolania, datterino giallo di carbone, datterino rosso, stracciata pugliese, origano, basilico, olio ravece e alici”. Con orgoglio poi ci informa del fatto che le sue pizze sono fatte con impasti fermentati, biga o polish. Sei nuove pizze gourmet saranno presto aggiunte al menù e inoltre saranno le protagoniste d’eccezione di un programma televisivo nel quale lo stesso Marco è stato invitato a presentarle.
Oltre a destreggiarsi egregiamente tra cucina, forno e piastra, a ‘I Matti’ si lavora per intrattenere il cliente e fare in modo che non si annoi mai: si organizzano infatti esibizioni dal vivo, serate karaoke e cene solidali: se Giovanna afferma di aver chiamato il suo locale ‘I matti’ per la pazza scommessa che si è trovata a fare con se stessa e con la vita, sembra che ‘matto’ sia invece chi passa per Atripalda senza fare tappa qui: buon cibo, buon vino, tanto calore e divertimento..cosa si può volere di più?

Livia Giordano

A Casamarciano, uno degli antichi casali della città di Nola, nella zona collinare situata a nord-est del Vesuvio, in un accogliente quartiere residenziale del comune napoletano, al civico 19 di Via della Libertà, si trova la storica azienda produttrice di raffinatissimo cioccolato e confetti dalla lavorazione ricercata che la famiglia Tortora promuove con orgoglio sul territorio nazionale ed estero da ben tre generazioni.  

“Nel 1950, mio nonno Celestino, noto mastro confettiere del territorio campano, non solo fondò la confetteria Tortora che oggi gestisco con mio padre Luigi” – dice Simona Tortora, l’ultima erede dell’azienda dolciaria – “ma sperimentò per primo in Italia, la finissima tecnica dell’argentatura del confetto”. “La colorazione del confetto avviene rigorosamente con argento naturale, lavorato secondo una formula speciale che mio nonno, all’epoca, ha tramandato a mio padre e che io, oggi, custodisco con cura” – afferma Simona. 

All’inizio degli anni ’80, la confetteria Tortora ha introdotto anche la preziosa tecnica della doratura del confetto, che Luigi propone con orgoglio ai suoi affezionati clienti, i quali ogni giorno scelgono una qualità e una raffinatezza invidiabile in tutto il mondo; mentre Simona, spinta da una grande passione e con tanta creatività, si dedica alla produzione e alla lavorazione del cioccolato, mettendo in pratica, con estrema diligenza e accurata professionalità, le tecniche che il padre le ha insegnato negli anni. Non è un caso che l’azienda Tortora si sia egregiamente distinta nel proprio settore di competenza ricevendo, a tal proposito,  dalla città metropolitana di Napoli, un importante riconoscimento quale eccellenza partenopea nell’ambito della produzione dolciaria artigianale.  

“Mia figlia Simona ed io” – sottolinea Luigi Tortora – “portiamo avanti la tradizione della confetteria e della cioccolateria artigianale seguendo un’antica ricetta di famiglia; selezioniamo solo materie prime di indiscussa qualità per offrire un prodotto finito di nicchia”. 

I confetti vengono realizzati rigorosamente con la mandorla di Avola, la migliore della Sicilia, quella “eletta” dalla confetteria di eccellenza che produce il confetto “classico” Made in Italy; dolce, delicata e dal sapore inconfondibile, viene ricoperta da uno strato sottilissimo di zucchero che, aderendo perfettamente alla sua forma “larga” e “schiacciata”, ne esalta le note aromatiche morbide e rotonde. Inoltre, per tutte le occasioni speciali, l’azienda Tortora offre ai suoi clienti una vasta gamma di confetti “imbottiti” che ogni giorno conquistano i palati più golosi grazie ad un ripieno che mette inevitabilmente tutti d’accordo: da quello profumatissimo della tradizionale pastiera napoletana, al classico gusto ricotta e pera, cremosissimo, o anche quello babà e panna per i buongustai doc fino alle varianti fruttate, dal sapore più leggero ma comunque caratteristico. 

“La storia della cioccolateria Tortora inizia con la produzione del pralinato e, in particolare, dei noti brutti ma buoni nati per un errore commesso da mio fratello Celestino nel dosaggio degli ingredienti” – racconta la giovane imprenditrice campana, che continua – “Si tratta tra l’altro del prodotto più richiesto, quello che abbiamo proposto per primo e per cui ci siamo affermati anche nella lavorazione del cioccolato”. Dunque, non solo le classiche mandorle ma anche le nocciole di Giffoni I.G.P., i chicchi di caffè tostato, le scorzette di arancia candite, l’amarena e i cereali interamente ricoperti con finissimo cioccolato al latte, l’aromatico fondente o il dolcissimo bianco, prima di essere decorati con uno strato di  granella di alta qualità,  farina di cocco ricca e dal profumo intenso o con una spolverata di pregiatissimo  cacao. Ovviamente non poteva mancare la “specialità”: il maxi gianduiotto di oltre 1 kg che riscuote sempre più successo, e non solo tra i clienti più affezionati, e l’immancabile cioccolatino “ripieno”, il prelibato nudo artigianale, al latte con crema bianca e amarena, per un pubblico tradizionalista; fondente al basilico, al vino, al tabacco o con grani di cacao, per i più curiosi che osano scoprire le nuove frontiere del gusto; bianco con crema al limone o al pistacchio, per i più romantici e per gli amanti dei sapori del territorio. Ai veri cultori del cioccolato, invece, l’azienda Tortora offre un prodotto composto al 99% da massa di cacao puro, con un sapore piacevolmente intenso e davvero molto apprezzato, soprattutto perché realizzato esclusivamente nella variante gluten free che interessa l’intera produzione di cioccolato proposto in diversi formati e relative  personalizzazioni. 

“Il dettaglio e la perfezione sono, allo stesso modo, fondamentali nel mio lavoro”- aggiunge Simona Tortora – “Realizzo personalmente ogni singolo cioccolatino e  curo il confezionamento finale in modo originale e volutamente alternativo rispetto a quello classico. Proponiamo ai nostri clienti un cioccolato di design e sempre di più al passo con i trend del momento, alla moda;  è così  che evidenziamo la riconoscibilità del nostro prodotto anche dal punto di vista estetico oltre che sensoriale: linee nuove, forme geometriche, più strutturate e giochi di colori dal particolare impatto artistico incontrano diversi aromi e sapori autentici garantendo un’esperienza degustativa senza eguali”. 

La famiglia Tortora ha trasformato l’arte della cioccolateria e della confetteria artigianale in un mestiere tanto originale quanto innovativo grazie alla forte passione per il proprio lavoro che da tre generazioni nutre e coltiva con impegno ammirevole.  “Produrre confetti e lavorare il cioccolato è una cosa nostra” – afferma Simona Tortora. “Il nostro è un lavoro di fantasia e ogni giorno ci dà la possibilità di realizzare prodotti sempre diversi”.  “Insomma” – conclude Luigi Tortora  con un pizzico di sana ironia – “A casa Tortora non ci si annoia proprio mai”.  

Felicia Mercogliano

Promotrice accanita dell’antichissima arte bianca made in Naples, erede di due generazioni di pizzaioli doc, vincitrice del titolo di campionessa mondiale di pizza fritta, Carmela Iorio porta avanti con immenso orgoglio una lunga tradizione di famiglia.  

Oggi, Carmela gestisce, nella città di Melito, la pizzeria che un tempo apparteneva al suo amato padre, quella dove ha ricevuto tutti gli insegnamenti che le hanno permesso di aggiudicarsi, inaspettatamente, un premio tanto ambito. “Quando mi sono resa conto di aver vinto, il cuore mi è saltato in gola e il mio primo pensiero è andato a mio padre” – afferma emozionatissima e con estrema umiltà la campionessa mondiale di pizza fritta, che aggiunge – “Sono nata tra le pizze, ogni giorno le preparo sempre alla stessa maniera con tanta passione e dedizione”. 

Carmela Iorio

“La mia pizza fritta è innanzitutto saporita, dorata al punto giusto e, diversamente dalle altre, si presenta asciutta”- così Carmela Iorio definisce la sua famosa mezzaluna. L’impasto è ovviamente quello tradizionale, che suo padre, e ancora prima suo nonno, preparava per i suoi clienti affezionati: semplicemente farina tipo 00, acqua, lievito, sale; una tecnica di lavorazione diretta con una lievitazione lunga 8-10 ore e una idratazione al 65%. Il ripieno, autentico e genuino, fa sicuramente la differenza: la ricotta fresca rigorosamente di bufala, la provola di Agerola, i cosiddetti “ciccioli”, la vera particolarità della pizza fritta, il noto pomodoro San Marzano Dop e l’insostituibile tocco finale del pepe nero macinato. La cottura, l’ultima fase della preparazione della pizza fritta, avviene esclusivamente nella classica “tiella” e solo con olio di semi di girasole e di mais. Il risultato è una mezzaluna fritta, gonfia e dorata, da gustare con soddisfazione ad ogni morso perché ricca di un ripieno “completo” di sapori tradizionali e di profumi appetibili, ma soprattutto verace.  

Carmela Iorio prepara le sue pizze con prodotti di alta qualità, preferendo quelli tipicamente locali “di cui conosce già il sapore” e che trova solo nelle botteghe di fiducia. “Prima di proporre una nuova pizza ai mie clienti, la assaggio personalmente” – dice Carmela, che aggiunge – “Mi innamoro dei sapori e poi delizio, con le mie sperimentazioni casalinghe, anche i miei commensali”.  

Pizza Fritta

La pizzeria Iorio oltre alla sua specialità, la pizza fritta con il ripieno classico, sempre apprezzatissimo, propone anche la variante rustica preparata con provola di Agerola e scarole insaporite con capperi, olive e acciughe; non manca la versione decisamente succulenta condita con il “soffritto di maiale tagliato a coltello” e cotto alla napoletana; e per chi ama gli accostamenti culinari  più stravaganti ma altrettanto originali, c’è la fritta fantasy con pomodorini rossi, provola, ciccioli e rucola, dal sapore fresco e indubbiamente creativo. 

Nella pizzeria di Carmela la tradizione di famiglia incontra sicuramente l’innovazione per soddisfare anche i palati più esigenti, ma una cosa è certa niente viene lasciato al caso. “Il dettaglio conta fin troppo per me”- afferma la pizzaiola napoletana, e continua – “Sono una perfezionista, conto ogni singolo cicciolo perché il ripieno della mia pizza fritta deve essere proporzionato all’impasto, il pepe distribuito equamente, il cornicione chiuso bene e la cottura finale deve essere sempre perfetta”. 

“Sin da piccola amavo mangiare la pizza e, allo stesso tempo, guardare mio padre mentre la preparava” – dice  Carmela Iorio, che proprio a suo padre, il suo maestro, ha voluto dedicare una delle sue pizze speciali, non a caso ribattezzata con il suo nome “Carmine”.  

“La pizza del cuore” di Carmela Iorio viene cotta nel forno a legna e preparata con provola di Agerola, guanciale di maiale dal sapore consistente particolarmente caratteristico e, all’uscita, fette di caciotta brigante dal gusto intenso e deciso.  

“La pizza Carmine, parla di mio padre, lo rappresenta, perché la condisco con i prodotti che piacevano a lui ed è saporita, proprio come era mio padre” – aggiunge la famosa pizzaiola che con la sua arte “bianca” ha testimoniato e testimonia al mondo intero la napoletanità di qualità, quella del buon cibo, degli antichi mestieri della tradizione e dei sentimenti veri.  

Felicia Mercogliano

In un mondo “dolce” dove a regnare sono gli uomini (Massari, Giorilli, Morandin, i campani Sal de Riso, ed Alfonso Pepe), si distingue una donna, maestra pasticciera di Battipaglia, Helga Liberto, che dopo anni di studio e tante prove scende anche lei in campo per candidarsi a Regina dei Panettoni. 

Sapore unico, odore inebriante, aspetto favoloso. Qual è il segreto dei suoi lievitati? “L’eccellenza delle materie prime”, risponde Helga, “albicocche pellecchielle e fico bianco di Prignano Cilentano a Presidio Slow Food, burro rigorosamente italiano, uova biologiche territoriali provenienti da galline nutrite esclusivamente con semi di lino che conferiscono al prodotto un apporto di Omega 3 superiore alla media”. 

È il dolce tipico di Natale, ma pochi conoscono la vera storia del Panettone”, prosegue Helga. Ha catturato la nostra curiosità. Affascinati, le chiediamo di saperne di più. 

Si narra che il Panettone sia nato alla corte di Ludovico il Moro, nella Milano del XV secolo. Era la Vigilia di Natale quando il cuoco ufficiale della famiglia Sforza bruciò inavvertitamente il dolce da servire al banchetto ducale. Per rimediare al peggio, Toni, lo sguattero che lavorava nelle cucine di corte, decise di utilizzare un panetto di lievito che aveva tenuto da parte per Natale. Lo lavorò aggiungendo farina, uova, uvetta, canditi e zucchero, ottenendo un impasto particolarmente soffice e lievitato. Il dolce fu così apprezzato dagli Sforza che decisero di chiamarlo “pan di Toni”. Fu così che nacque il Panettone”. 

Ma cosa rende speciali i panettoni di Helga Liberto? I nomi sono evocativi e deliziosi. L’impasto è soffice come nuvola ed umido al punto giusto, alveolato e leggero. La pellecchiella del Vesuvio candita a mano fa del panettone Nuvola del Vesuvio un’autentica leccornia. La variante Terra degli Alburni ha all’interno marrone di Serino IGP, rum e cioccolato a latte Domori, mentre la Carezza del Cilento ha come punta di diamante il fico bianco monnato di Prignano, Presidio Slow Food. “Il fico viene coltivato e preparato dalla famiglia di mio marito e mi ritengo fortunata ad avere una suocera che mi rifornisce di tali delizie”, confessa Helga. Profumo di bosco, invece, è un panettone artigianale con mirtilli, more, e fragoline a canditura morbida e glassatura di cioccolato Ruby. Basta un morso per sognare ad occhi aperti magiche distese fatate. 

Non ci resta che augurarvi buon Natale e buon Panettone a tutti. 

Marianna Somma

C’era una volta la pizza a ruota di carro, poi al bancone si sono avvicinate mani giovani e i cornicioni si sono alzati. A volte moltissimo. È nata così la pizza canotto, la tonda che si sviluppa più in altezza che in diametro e dal cornicione molto pronunciato. Una pizza contemporanea per sapore e immagine. Tanti la amano, molti la criticano, i giovani adorano mangiarla e fotografarla.
Da un estremo all’altro della provincia di Napoli tanti sono tanti gli esempi di questa nuova tipologia di pizza tutta da gustare.
Pompei non è solo terra di mito e di storia, ma è anche meta di intense esperienze culinarie. È proprio qui che a due passi dagli scavi e dal celebre Santuario, che sorge la Pizzeria La Cosacca in via Lepanto 271/273.
La pizza è leggera: la sensazione è quasi quella di mangiare una nuvola impalpabile. L’impasto è altamente digeribile (l’idratazione è pari al 70%) e la consistenza friabile e fragrante. La farina è un blend di tipo 0 al 90% e tipo 1 al 10%.
Le mani del pizzaiolo più che ammaccare il panetto, lo accarezzano. Il risultato è un cornicione ben alveolato, cavernoso ma leggero, a contorno di una pizza semplicemente deliziosa.
Ci troviamo dinanzi a una tipica pizza canotto, quel canotto divenuto simbolo di una nuova generazione di pizzaioli pronti a mettere in discussione la tradizione napoletana per veleggiare verso i lidi di una pizza contemporanea che rispetta il passato ma ha lo sguardo rivolto al futuro.
Al banco della Pizzeria La Cosacca troviamo Stefano De Martino, giovane ma già esperto pizzaiolo dotato di grande talento e creatività. “Ho perfezionato l’impasto nel tempo, con prove e riprove”, ci racconta Stefano. “L’impasto attuale è una biga solida al 90% e un poolish al 10%”, prosegue, “la vera particolarità sta nel non utilizzo di farine separate, ma di un blend di 0 e 1 già nei prefermenti.”. Il risultato? Una farina non raffinata e una pizza altamente digeribile.
Pizzeria La Cosacca

In occasione della presentazione alla stampa del rinnovato menù, Stefano ha proposto quattro new entry “pizzose che hanno conquistato gli occhi e il palato dei presenti.
Da un’emozionante pizza con crema di friarielli, fior di latte di Agerola, Lardo di maialino nero, tarallo sbriciolato e fili di peperoncino ad una splendida vellutata di cipolle ramate di Montoro sfumate con grappa barricata, fior di latte di Agerola, pancetta croccante di maialino nero e fonduta di formaggi stagionati.
Segue poi un’eccellente pizza cosacca rivisitata, da lui battezzata Cosacca 2.0., perfettamente equilibrata, caratterizzata da un sapore verace ma al contempo delicato: un prodotto moderno realizzato con tecnica sopraffina che omaggia brillantemente la tradizione partenopea e il nome del locale.
Senza dubbio la pizza che ha lasciato di stucco è stata quella dedicata al magazine La Buona Tavola e al suo direttore Renato Rocco. Una pizza con crema di papaccelle, fior di latte di Agerola, tuorlo d’uovo fritto e scaglie di Cacioricotta cilentana.
Prima di consumare con voracità la pizza, giusto il tempo di tempestare di foto e video quest’opera d’arte contemporanea degna di entrare nell’olimpo social del pornfood napoletano.
Pizzeria La Cosacca

Per quanto riguarda il locale, le sale sono semplici ma accoglienti e risultano dominate dai caldi toni del dorato.

Pasquale Garofalo, patron della Pizzeria, ci ha confessato il sogno di espandere il brand “La Cosacca”. “Da circa cinque mesi ho intrapreso quest’avventura imprenditoriale nel campo del food e dell’enogastronomia. Il progetto è quello di espandere il format da Pompei ad altre piazze campane”. 

Non ci resta che augurare in bocca al lupo a Pasquale e di consigliarvi, se siete alla ricerca di un’ottima pizza a Pompei,  la Pizzeria La Cosacca in Via Lepanto 271/273.

Marianna Somma

 

Cosa accomuna una pizzeria di una cittadina nel salernitano all’ospedale dello stesso paese? Apparentemente nulla, se non fosse per una straordinaria iniziativa che li vede entrambi protagonisti. Quale?

Una pizza per un sorriso: è questa la filosofia che ha ispirato l’iniziativa di beneficenza di Michele e Christian Nasti, titolari della pizzeria “Nastieat” di Nocera Inferiore (SA). Una raccolta fondi volontaria ispirata dal grande senso di appartenenza alla propria comunità, un modo per poter fare la differenza anche con poco. Destinatario di quest’opera di gran cuore è il reparto neonatale dell’Ospedale Umberto I di Nocera Inferiore.

E come regalare un sorriso se non attraverso la regina delle tavole napoletane, la pizza?!

Dal 1° dicembre al 6 gennaio, infatti, i due titolari, supportati dall’intero staff “Nastieat”, propongono un nuovo impasto, composto da farina di tipo 1 (semi-integrale) che sarà la base delle pizze “benefiche” al cui prezzo verrà aggiunto €1,00. L’intera somma ricavata verrà interamente devoluta al reparto sanitario che, com’è facilmente intuibile, necessita di elevate risorse, attrezzature all’avanguardia, tecnologie avanzate e tanta, ma proprio tanta, professionalità e coraggio.

Ancora una volta, la generosità viene “dal basso”. Da giovani imprenditori dell’arte bianca che, attraverso il loro lavoro, fanno semplicemente del bene. E, sulla scia di altre iniziative alla pari, la pizza si dimostra essere l’alleata perfetta per donare non solo sorrisi, ma speranza. Sono le iniziative valorose e trasparenti come questa che fanno ben sperare in una catarsi del genere umano. A Natale allora un caffè in meno e una pizza “Nasteat” in più!

Marika Manna

Dall’Italia all’Asia e ritorno. Lo chef Vincenzo Guarino e la sua cucina creativa mediterranea.

Campano di nascita, globe trotter per scelta. A brillare tra le stelle del firmamento gastronomico mondiale c’è Vincenzo Guarino, chef che vanta la formazione di Gualtiero Marchesi e che da Vico Equense (NA), passando per Capri e per la Toscana, approda a Como. Qui, in uno scenario naturale decisamente suggestivo, affacciato direttamente sul Lago di Como si erge il “Mandarian Oriental” della catena Mandarian Oriental Hotel Group che possiede una serie di hotel 5 stelle di gran lusso sparsi per tutto il mondo. A un luxury place, come quello che è il Mandarian, doveva necessariamente corrispondere una cucina che eguagliasse gli alti standard. Ed è per questo che Vincenzo Guarino, una delle figure più interessanti che il panorama della gastronomia italiana possa vantare, da quest’anno opera come executive chef.

Vincenzo Guarino

Chef di lunga esperienza e di comprovata bravura, il Guarino ha conquistato ben tre stelle Michelin in tre ristoranti diversi prima di arrivare al Mandarian: I “Salotti dell’hotel Patriarca” in Toscana, all’ “Accanto del Grand Hotel Angiolieri” di Vico Equense e a “Il Pievano” all’interno del Castello di Spaltenna. La sua è una cucina che mixa tanti ingredienti dall’Italia e dall’Asia senza mai perdere l’impronta mediterranea. Uno stile perfetto per la clientela del Resort che cerca svago, relax e buon cibo in una location mozzafiato. Immerso in un’atmosfera tranquilla, incastonato tra il lussureggiante parco botanico e il lago, il Mandarian rappresenta una seducente miscela di stile italiano, fascino orientale e bellezze naturali.

Caratteristiche queste che Vincenzo Guarino ripropone all’interno dei suoi menù. Asia e Italia, spezie e formaggi si compenetrano dando vita a piatti che parlano di quella “cucina creativa mediterranea” di cui lo chef si fa portavoce. “Una cucina tradizionale e allo stesso tempo frutto di intense ricerche che però non si allontana dalla mia terra”, ha raccontato Vincenzo che, da campano doc, porta in alto la tradizione di un territorio variegato nei sapori. “Dell’Asia c’è molto nei miei piatti: le spezie, le marinature, le salse. Ma soprattutto lo shabu shabu”, prosegue, “una tecnica di cottura della cucina giapponese”. Ed è questo il segreto del suo cavallo di battaglia: il risotto con pomodorino giallo, latte cotto affumicato e gambero rosso cotto in shabu shabu con povere e germogli di basilico.

Vincenzo Guarino

Punto di riferimento per i palati più raffinati, italiani e internazionali, il Mandarian punta a esperienze gastronomiche di alto livello come la cucina di Vincenzo Guarino: semplice e autentica, tradizionale e creativa, personale e territoriale.

Utilizzando prodotti di alta qualità, tecniche ricercate e un approccio multisensoriale, lo chef racconta un percorso attraverso il gusto, in cui ogni piatto evoca un ricordo privato e dà vita alla sua particolare visione di “cucina creativa mediterranea”.

Marika Manna

Napoletana, donna, chef pluripremiata: Marianna Vitale rappresenta la “dea del cibo” del territorio napoletano. Il suo regno sorge nel cuore difficile dei Campi Flegrei, a Quarto, una terra di mito e di storia accarezzata dai venti di zolfo. È in quella terra fondata dai Romani sulle ceneri di un vulcano sprofondato, a quattro miglia da Pozzuoli “l’antica Puteoli”, tra la montagna spaccata e la brezza che arriva dal mare e dal Lago d’Averno (l’ingresso del regno degli Inferi secondo Enea), che sorge il Ristorante Sud, fondato nel maggio 2009 insieme al marito sommelier Pino Esposito.
Tutti conosciamo il finale di questa storia: a novembre 2011 arriva la stella Michelin. Intanto piovono altri riconoscimenti: Miglior cuoca d’Italia 2015 secondo Identità Golose e la Guida de l’Espresso. “Ma è il primo premio, quello del Sole 24 ore, per me il più importante”, racconta la chef Marianna Vitale, che dopo una Laurea con lode in Lingua e Letteratura Spagnola (il sogno della madre) è approdata alla corte di Lino Scarallo, a Palazzo Petrucci a Napoli, per coronare il suo sogno. “È lì che ho capito la vera differenza tra cucinare in modo amatoriale e cucinare da professionista”.
Nella sua cucina, vige una sola regola: tutti gli ingredienti possono essere accoppiati e nessun elemento è più importante degli altri. Ecco come nasce l’idea della cheesecake contaminata con il baccalà.

Marianna Vitale

Quinto quarto di calamaro, credits: Antonio Vitale

Il piatto che più mi rappresenta è linguine con 5/4 di calamaro”, racconta Marianna, “ma è la minestra con frutta e verdure di stagione il piatto che mi ha cambiato la vita e il mio approccio all’arte di cucinare”.
La sua è una cucina essenziale, dinamica, istintiva, ma al tempo stesso razionale. Non c’è un’impronta femminile nella sua arte, ma solo una grande passione e determinazione, il tutto condito da un forte spirito di sacrificio e brillanti intuizioni.
Innamorata della musica di Pino Daniele e della fotografia, questa chef rock originaria di Porta Capuana e flegrea d’azione, è l’orgoglio del territorio nostrano. Con la sua cucina raffinata, ma popolare, essenziale ma colorata, ha conquistato i nostri cuori e stregato il pubblico a Masterchef.

Marianna Vitale

Credits: Antonio Vitale

Non ci resta che gustare un bello spaghettone con anemoni di mare al suo Ristorante Sud in Via Santi Pietro e Paolo 8, Quarto, Napoli.

Marianna Somma

Se dicessimo “50 sfumature” siamo sicuri che pensereste immediatamente a Christian Grey o ai colori grigio, rosso e nero oppure che nella vostra mente risuonino le note di “Love me like you do”. Eppure, oggi qualcos’altro occupa i ripiani di tutti i punti Feltrinelli d’Italia. Parliamo sì di un libro ma qui l’unica stanza del piacere è una cucina. “50 sfumature di Baccalà” è il titolo della raccolta di ricette di Antonio Peluso, chef casertano, che con lungimiranza ha cavalcato l’onda di riscoperta di questo ingrediente adeguandolo perfettamente ai sapori dei tempi moderni.

E se sociologi di tutto il mondo battono sul declino della crossmedialità in favore di una comunicazione sempre più transmediale, Antonio Peluso è il perfetto esempio di come questa, per una parte dell’Italia, funzioni ancora. Dai menù delle sue tre “Locande del Baccalà”, sparse sul territorio campano, ai social, dalle divise dei collaboratori alle pareti dei locali, fino ad arrivare a questo ricettario, tutto – ma proprio tutto – parla di baccalà tanto che Antonio è oramai riconosciuto come “il re del baccalà”.

Il libro, nelle parole del suo autore, nasce dall’esigenza di rispondere sia alle domande di chi è passato alle Locande del Baccalà, sia per quanti non hanno avuto il piacere di assaggiare questi piatti nei ristoranti e desiderano replicare esattamente le stesse ricette stando comodamente ai propri fornelli. Grazie a questo libro il gusto sarà appagato da ricette minuziosamente scelte e spiegate in modo semplice e la curiosità sarà soddisfatta grazie agli aneddoti e alle pagine di informazione di ampio respiro presenti all’interno. Non un ricettario usuale quindi, ma diverso, eterogeneo che rispecchia perfettamente l’animo eclettico di Antonio Peluso.

Ma la sua avventura con il baccalà non si esaurisce nelle pagine di questa raccolta perché, come accennato, Antonio Peluso è il patron di ben tre “Locande del Baccalà”: a Marcianise, a Salerno e la new entry Cava de Tirreni. Un’osteria, un bistrot vista mare e una friggitoria stile “fish and chips” londinese, legate indissolubilmente da un unico filo rosso. Punti di riferimento per chi ama il baccalà ma anche luoghi in cui vivere un’esperienza di gusto nuova per chi cerca nel cibo una filosofia del piacere come autenticità dell’essere, le locande esaltano il baccalà in tutte le sue declinazioni, colori, sapori e profumi. Dai fritti alle preparazioni classiche ai carpacci per chi entra in questi templi del gusto c’è davvero il rischio di innamorarsi di un prodotto preparato in tutte le “salse”.

Il baccalà, il pesce povero che diventa chic. È questa la filosofia che ha ispirato la raccolta di Antonio Peluso, che con un ironico gioco di parole si autodefinisce uno “chef scellato”. Per i non partenopei, “scella” è la versione dialettale di “ala” ed è il modo in cui viene identificata la metà parte del baccalà aperto, la famosa “scell ‘e baccalà”. Qualsiasi sia il modo in cui lo si chiami, è cosa certa che il baccalà da Nord a Sud, da Vicenza, alle Marche, fino in Calabria, passando per Napoli, dove fu importato grazie all’intensa attività portuale che favoriva i collegamenti con i mercati del Nord, è un alimento che unisce l’Italia e ne segna la storia culinaria. Un ingrediente dotato di particolari caratteristiche che lo rendono versatile in cucina, adattandosi a antipasti, primi piatti e secondi, persino alla pizza fritta, ma anche dagli alti valori nutrizionali che lo rendono il pesce magro per eccellenza.

Marika Manna

Se vi piacciono le atmosfere da osteria, ma con un tocco di modernità dovete andare dall’oste Luigi Manzilli, presso la sua Taverna Neapolis a Marano di Napoli. Luigi Manzilli è un appassionato oste, come ama definirsi, e un esperto sommelier, che ha intrapreso la sua avventura nella ristorazione nel lontano 1999. «Prima di dedicarmi alla ristorazione, lavoravo come barista, ma ad un certo punto si è iniziata a concretizzare la voglia di cambiare attività e di seguire una idea che condividevo con mia sorella Carmela, ovvero quella di far nascere un locale, che portasse in tavola “la cucina di mammà”. Tuttavia, agli inizi la Taverna Neapolis si è affermata soprattutto come pizzeria, riscuotendo un notevole successo, che ancora oggi non sembra scemare. Ma man mano che progredivamo, diventava sempre più forte il desiderio di occuparci anche della cucina secondo le ricette della tradizione casalinga».

TavernaNeapolis

Luigi Manzilli mette entusiasmo e convinzione nelle sue parole e racconta con trasporto di sé, della sua esperienza e delle persone che lo circondano. «I primi anni della Taverna Neapolis sono all’insegna della pizza, ma poi il desiderio di portare in tavola il piatto che mangiavamo da bambini è diventato realtà. Per diciotto anni ha cucinato mia sorella Carmela, che io definisco una chef casalinga, proprio perché ha saputo riproporre quei sapori, che oggi possono risultare perduti. Oggi Carmela non cucina più e si occupa di altro all’interno dello staff, ma io posso ritenermi fortunato, poiché ho due chef, Gaetano e Gianni, e un pizzaiolo, Nicola, che mi danno grandi soddisfazioni. Per me sono degli eroi!». Luigi Manzilli non nasconde di essere orgoglioso del suo staff, ma soprattutto ci tiene a sottolineare la grande complicità che si è instaurata tra gli chefs e i pizzaioli. Sono tutti ragazzi giovanissimi, come giovane è l’intero personale, e tra loro c’è sintonia, aiuto e sostegno, caratteristiche che oggigiorno non sono del tutto scontate.

Tavernaneapolis2

Taverna Neapolis è la casa della tradizione culinaria, Ragù e Genovese la fanno da padroni, e un posto d’eccezione è riservato al Crocché Maxi, ovvero un “panzerottone” di circa 30 cm, che da vent’anni padroneggia nel menù. Luigi Manzilli nel 2017 ha acquisito il diploma di Sommeleir, ma la sua conoscenza dei vini inizia almeno dieci anni prima e questa sua passione verso il mondo del vino lo accompagna sempre, anche quando deve consigliare un vino al cliente. «Presso Taverna Neapolis abbiamo vini di tracciabilità regionale. Ogni piatto è accompagnato da un vino specifico che ne esalta il sapore, ma oltre a questo sono convinto che l’abbinamento del vino con il piatto non deva soddisfare solo il palato. Il piatto e il vino che lo accompagna devono comunicare altre caratteristiche e raccontare una storia e un territorio». Questo rispetto e questa voglia di raccontare un luogo si ritrovano anche nelle pizze, le quali seguono la stagionalità e i suggerimenti che arrivano direttamente dal contadino.

«Per le pizze seguiamo molto i prodotti di stagione. Le melanzane non sono un prodotto che normalmente si trova tutto l’anno, come la zucca la si può trovare solo per due mesi all’anno, quindi le pizze seguono ciò che la stagione ci offre. Fortunatamente non siamo in un grande centro urbano e questo favorisce il contatto diretto e continuo con il contadino. Certamente lo stare in periferia, ci penalizza per altri aspetti, ma mi posso ritenere fortunato e soddisfatto di quanto realizzato fino ad ora». Nonostante i successi e i pareri positivi dei clienti, il patron di Taverna Neapolis non si ritiene “arrivato”. Luigi Manzilli continua a studiare per conoscere nuovi sapori e questo suo desiderio di conoscere lo ha spinto a dedicare un angolo del suo locale ai diversi sapori regionali, formaggi tipici e genuini di tutta Italia. La pizza sicuramente resta per Taverna Neapolis un piatto identitario, perché attraverso di essa si possono comunicare valori, sentimenti, cultura e tradizioni e all’insegna della tradizione non può mancare nel menù di Taverna Neapolis la Pizza DOC, ovvero una semplicissima margherita con fette di mozzarella di Bufala, che viene condita direttamente al tavolo e in virtù di tutto questo Luigi Manzilli ci dice perché bisogna andare nel suo locale: «Taverna Neapolis è il luogo dove la cucina tipica napoletana, la ricerca continua di materie prime e la stagionalità dei prodotti danno vita ad un menù dinamico e sempre propositivo. Una pizza eccellente ed una carta dei vini regionale ben assortita completano la nostra offerta».

Amalia Vingione

A pochi passi da via Marina di Varcaturo, la strada che ospita i lidi e i locali più in voga del litorale giuglianese, si trova il ristopub Locos , in spagnolo ‘i pazzi’. Siamo, appunto, a Varcaturo, frazione di Giugliano, comune di Napoli, in via Ripuaria 306b. Il locale è spazioso e moderno, con possibilità di mangiare sia all’interno che all’esterno.

Locos

Nel 2016 Pasquale Barbieri, napoletano DOC e titolare del locale, nonché chef, dopo tante esperienze lavorative sia in Italia che all’estero – anche in cucine stellate ed alberghi di una certa importanza (come ad esempio l’hotel Romeo di Napoli) – ha deciso di scommettere sulla sua terra. E’ da questa pazza scommessa d’amore che nasce il ristopub Locos, con un’eccellente selezione di panini, alcuni gourmet. “Noi oggi siamo un ristopub pizzeria” racconta il titolare, Pasquale: All’inizio eravamo solamente ristopub. Dopo un anno e mezzo di attività, su richiesta specifica dei clienti che mi chiedevano di poter mettere la mia abilità sulla scelta dei prodotti e degli abbinamenti anche a servizio della regina della tradizione napoletana, la pizza, ho deciso di trasformare il locale anche in una pizzeria”.

Pizzeria Locos
E’ così che nel settembre 2018 Locos si trasforma. E’ da allora che in cucina si lavora a quattro mani: “la nostra forza è il connubio e la collaborazione tra chef e pizzaiolo”, afferma orgogliosamente lo chef. E’ risaputo infatti che la riuscita di una buona pizza è data dalla sapiente combinazione di impasto e associazione degli ingredienti utilizzati: mentre Angelo cura l’impasto (che è un impasto diretto con una lievitazione di 36 ore), Pasquale si occupa degli abbinamenti dei prodotti, per lo più selezionati tra le eccellenze del territorio campano: la pizza più richiesta è infatti la Cantini, con crema di friarielli (verdura tipica campana), porchetta d’Ariccia, provola e scaglie di grana padano.

 

Locos
Non solo l’impasto della pizza ma anche quello dei panini è artigianale: i panini del Locos sono stati selezionati, da esperti del settore, per gareggiare in numerosi concorsi tra cui ‘panino artista 2019’ e ‘burgher battle 2019’. L’orgoglio del menu è il Locos, che non per niente porta il nome del locale: hamburger di scottona 220gr, scamorza, prosciutto cotto piastrato, crocchè di patate e fonduta di formaggio. La varietà del menu, che include anche piatti gluten-free, rende questo locale adatto a grandi e piccini, a palati semplici e raffinati, insomma, ce n’è per tutti i gusti.. non resta che prendere forchetta e coltello e darsi da fare!

Livia Giordano

Immaginate di poter andare a Capri senza bisogno di prendere l’aliscafo. Immaginate un luogo che ti richiami alla mente lo sciabordio delle onde e i colori dell’isola più famosa al mondo. Non è un sogno, ma la descrizione di una splendida pizzeria gioiello situata nel cuore di Castellamare di Stabia, a due passi dal mare che da poco tempo ha un’appendice a Torre Annunziata. Romantiche nel nome e nello stile: così potremmo definire le Pizzerie Capri Blu, dove tutto ma proprio tutto ricorda l’isola campana. L’atmosfera è magica, quasi onirica. I colori bianco e blu dei locali richiamano immediatamente quelli delle onde e della schiuma del mare. La “C” di Capri dell’insegna, a forma di mezzaluna blu, lascia sognare ad occhi aperti romantiche passeggiate al chiaro di luna sull’isola caprese.

Il titolare della pizzeria, Francesco Matrone, ha voluto ricreare nel suo locale la “Dolce Vita caprese” in tutti i suoi dettagli: dalla riproduzione a misura d’uomo della mitica Piazzetta, luogo tanto amato dai vip quanto dai turisti, a quella dei Bagni di Tiberio, al soffitto a volta che ricorda la celebre Grotta Azzurra, sino al limoneto del locale di Torre Annunziata, un cameo al famoso “Da Paolino Restaurant” di Capri.

Capri Blu

Non solo l’aria caprese si respira nella Pizzeria, ma anche quella napoletana. Basta alzare la testa dal piatto per vedere i panni stesi a un finto balcone e sentirsi immediatamente catapultati nei vicoli di Napoli. La pizza di Capri Blu è spettacolare non solo nell’aspetto estetico, ma anche nel sapore. In una frase: bella da vedere (e fotografare), buona da mangiare. Nessun canotto (pizza di nuova generazione dal cornicione estremamente alveolato), nessun disco da 45 giri (avete presente la pizza a ruoto di carro?), ma una bella e sana pizza napoletana di quelle che riempiono il piatto: un piacere per gli occhi e per il palato. Impasto morbido e fragrante, abbondanza di ingredienti e varietà di scelta. Una pizza tipica napoletana, ma dalle ambizioni gourmet. Ambizioni evidenti su un menù talmente ricco che non sai che scelta intraprendere. Perché sulla carta le scelte eccellenti sono numerose. Per chi non vuole optare per la semplice Marinara o la classica regina Margherita o per una bella salsiccia e friarielli, può scegliere una pizza napoletana gourmet. Dalla “Campagnola” con crema di noci, speck Alto Adige, funghi champignon trifolati alla “Deva” con crema di noci, gorgonzola, provolone del Monaco e gherigli di noci, dalla “Vellutata” con vellutata di zucca, provola di Agerola, funghi porcini trifolati e pancia magra alla “Bologna” con mortadella, crema di pistacchio e scaglie di parmigiano, dall’“Ariccia” con porchetta di Ariccia, patate al forno e provola alla “Carciofina” con carciofini arrostiti, pancetta e scaglie di provolone di Monaco. Ce n’è per tutti i gusti.

In attesa della pizza, c’è anche chi si intrattiene godendosi una bella montanarina o un “cuoppo” di frittura mista. È dal 28 novembre 2015 “Capri blu”è un brand della ristorazione, ma non solo, che delizia i suoi clienti provenienti da ogni parte del mondo. “Abbiamo contribuito a migliorare il richiamo turistico delle due cittadine rivierasche vesuviane”, ha spiegato Francesco Matrone, segno evidente di come sia importante oggi investire nel mondo food e ancor più nel turismo enogastronomico. “Le persone hanno fame di esperienze food & wine e sia Castellammare che Torre sono tra i paesi più appetibili a livello internazionale soprattutto perché la nostra è una delle aree portuali più attive della costa campana in termini sia di commercio che di imbarcazioni turistiche”, prosegue il titolare.Per chi ancora non lo sapesse, il turismo ha preso una svolta decisamente “foodie”. Quanti di voi scelgono la meta di vacanza in base a quello che offre il luogo dal punto di vista enogastronomico? Oltre il 50% dei turisti mondiali, secondo le statistiche. Il cibo è vissuto come esperienza da condividere, attraverso la quale entrare in contatto con un luogo, in un modo più desiderabile e immediato di attività legate al patrimonio storico e artistico.

Ecco perché la Pizzeria Capri Blu da anni offre ai suoi clienti (turisti e non) un’esperienza culinaria intensa in un ambiente suggestivo, caratterizzato da un’accoglienza calorosa e familiare offerta da uno staff giovane ma capace. Non vi resta che gustare un’ottima pizza nella speciale ambientazione caprese di questa splendida pizzeria napoletana a Castellamare di Stabia a due passi dal mare.

Marianna Somma

Villaricca è la patria del tipico Pane di Penecuocolo, che affonda le sue radici in una antica tradizione di panificatori, tradizione che ancora oggi mantiene intatta la sua lavorazione. Nella terra dell’impasto di eccellenza non poteva mancare la vera pizza napoletana e a proporcela è la Pizzeria Primicerio di Gennaro Primicerio. Il locale è nato da poco più di un anno, ma Gennaro Primicerio non è uno sprovveduto alle prime armi; alle spalle ha una lunga attività nel campo della ristorazione. 

Primicerio

«Mio padre ha sempre avuto una grande passione per la cucina e questa passione lo spinse ad aprire un ristorante-pizzeria. Di conseguenza io mi sentivo quasi obbligato moralmente ad “imparare il mestiere” e con il tempo mi sono appassionato a questo lavoro, che non manca di soddisfazioni». Oggi, Gennaro Primicerio non lavora più nel ristorante del padre, avendo scelto di intraprendere una strada tutta sua. «Ad un certo punto ho sentito l’esigenza di intraprendere una carriera tutta mia, così pensai di aprire una pizzeria d’asporto. Nel frattempo, mi sono sposato ed è nato mio figlio Salvatore, che è praticamente cresciuto nella pizzeria ed è diventato il mio braccio destro. Infatti, è accanto a me come pizzaiolo. Essendosi avviato in questo percorso, ho scelto di ampliare l’attività e di aprire una pizzeria con posti a sedere»

Pizza Primicerio

La Pizzeria Primicerio è diventato un marchio registrato, che accoglie i suoi clienti nuovi e affezionati in un locale molto grande, moderno e ospitale con musica soft che rende piacevole la degustazione delle pietanze. La Pizzeria Primicerio è una realtà giovane con una tradizione ben salda alle spalle, ma presenta una certa attenzione alla novità e all’innovazione. «Amo proporre la pizza dall’impasto diretto, il quale è l’unico, secondo me, che dà il vero sapore della pizza napoletana. Poi sono amante della pizza “canotto” e perché sia così le do almeno trentasei ore di lievitazione con una idratazione un po’ più alta. L’innovazione è però la nostra firma. Proponiamo pizze classiche per i clienti affezionati alla tradizione, ma ci esprimiamo al meglio anche con le pizze gourmet». La Pizzeria Primicerio è tra le prime ad aver inserito nel menù la pizza Genovese, che è un cavallo di battaglia del locale per il suo gusto deciso che unisce tradizione e innovazione. Non mancano pizze dai gusti più delicati, come la Duchessa con vellutate di piselli, pomodorini gialli del piennolo, bacon croccante e scaglie di Parmigiano Reggiano all’uscitaIl menù prevede altre due pizze molto interessanti: la Barese, con vellutata di broccoli baresi, salsiccia con finocchietto tagliata a coltello e provola di Agerola; la Primicerio che da un lato è un ripieno classico napoletano e dall’altro è ricoperta metà di salsiccia e friarielli e metà margherita alla siciliana con melanzane a funghetti. Poi c’è lMaremma con vellutata di patate, porchetta di Ariccia, provola di Agerola, parmigiano e olio evo. 

Frittura Primicerio

Chi non vuole mangiare la pizza, può scegliere nel menù delle fritture una Fritturina artigianale all’italiana. «Questo piatto è prodotto direttamente da noi. Si tratta di un misto per due persone in cui portiamo sempre la tradizione in tavola: due crocché, due arancini, due frittatine, polenta, verdure pastellateTutto è fatto come da tradizione, ma c’è sempre un tocco di innovazione. Infatti, dei due prodotto proposti uno è realizzato secondo tradizione e l’altro invece è una variante da noi inventata. C’è, quindi, la classica frittatina con carne macinata e piselli, il classico crocché con pepe, salame e provola, l’arancino rosso con carne macinata e piselli, mentre gli altri elementi variano sempre. Per esempio, l’arancino lo possiamo fare con i broccoli, i peperoni e lo stesso discorso è con la frittatina. In tutto mettiamo la fantasia, che è un elemento fondamentale per chi fa questo tipo di lavoro»Gennaro Primicerio non è solo pizzaiolo, ma è anche un docente presso il Centro Servizi e Formazione e istruttore della Scuola Tecnicamente Pizza e tecnico del Molino Magri e il suo motto è qualitàtrasparenza e leggerezza” tra innovazione e tradizione.

Amalia Vingione

Ad Avellino, in Via dei Due Principati, a pochi passi dal centro, in uno dei quartieri più popolati della città, la pizza ha un sapore nuovo, a metà strada fra tradizione e modernità. La pizzeria Pomodoro offre da sempre ai suoi clienti una pizza da asporto dal gusto impeccabile, anche se negli ultimi tempi il servizio a tavola, richiestissimo, si è aggiunto con successo alle proposte dell’attività. Le pizze preparate ogni giorno e con estrema dedizione da Andrea Orlando, sono decisamente “speciali”, perché il tocco personale del pizzaiolo incontra, con estrema semplicità, la freschezza e la genuinità dei prodotti locali.

Pomodoro

“Preparo un impasto diretto lungo 24 ore” – dice il pizzaiolo della pizzeria Pomodoro, e aggiunge – “La massa deve lievitare ben due volte prima di essere infornata, tenendo sempre sotto controllo la temperatura e stagliando l’impasto solo durante la seconda fase di realizzazione del panetto, che deve essere rigorosamente di 280 gr ca. per garantire l’alta digeribilità della pizza”.

“La farina utilizzata è il frutto di una miscelazione tutta personale” – afferma Andrea Orlando – “Ne scelgo soltanto due tipologie, prediligendo l’alta qualità dei Molini Pizzuti che conferisce alla mia pizza il vero gusto della tradizione napoletana”.

“La mia pizza è buona e bella, e si mangia già con gli occhi: croccante all’esterno e morbida all’interno” – con queste parole Andrea, il pizzaiolo, descrive le sue pizze “novità”, da quella più richiesta “Cacio, pepe e lime” a quella più innovativa “Siciliana 2.0”, passando per l’originalissima “Nerano”. La prima, ideale per soddisfare l’appetito di chi è alla ricerca di un gusto deciso ma particolare, viene condita con crema di cacio locale stagionato tra i 12 e i 36 mesi e fiordilatte che conferisce una piacevole consistenza alla base del topping; all’uscita fanno sicuramente la differenza il pepe nero macinato al momento, che rende la pizza profumata al punto giusto, e le zeste di lime che lasciano quel retrogusto in grado “di pulire la bocca”.

Pomodoro

La seconda pizza invece, amatissima da chi vuole sperimentare nuovi sapori ma senza rinunciare troppo a quelli tradizionali, viene servita con le classiche melanzane “a funghetto” unite, prima dell’ingresso nel forno, a fette di fiordilatte, non manca il tradizionale pesto alla siciliana a base di ricotta, pomodorino rosso semidry, dolce e polposo, parmigiano grattugiato fresco e il tocco finale del pepe nero macinato a cui si aggiungono, poi a crudo, scaglie di cacioricotta salata e mandorle tostate per un sapore corposo ma alternativo.

Nerano

La terza pizza è quella scelta da chi preferisce un gusto delicato come quello delle zucchine presentate in due varianti, una profumatissima velluta di base che accoglie croccanti chips e all’uscita scaglie di caciocavallo che donano all’impasto una sensazione gustativa leggermente aromatica.

“Il dettaglio sulla pizza conta moltissimo” – dice Andrea Orlando – “La scelta dell’olio, ad esempio, che aggiungo su ogni pizza a crudo, all’uscita dal forno, è importantissima. Non a caso, utilizzo un olio adatto esclusivamente alla preparazione della pizza, preferendo quello dal sapore forte, che pizzica, perché in questo modo tutti gli ingredienti vengono esaltati al punto giusto”.

I numerosi clienti della pizzeria Pomodoro di Avellino, ogni volta che vogliono, ricevono “coccole” di gusto e consigli genuini su come soddisfare il proprio desiderio di appetito: la parola d’ordine è semplicemente “Assaggiare”!

Felicia Mercogliano

 

 

A Marano in provincia di Napoli, dal 2016, c’è un locale che si ispira alla tradizione non solo culinaria, ma anche dialettale. Infatti, il locale si chiama Mazz e Panell, come un diffuso detto popolare, e nasce da un’idea del suo patron Patrizio De Biase. Patrizio De Biase è giovane, ma ha tanta esperienza maturata alle spalle. Nato come pizzaiolo e formatosi nelle migliori pizzerie partenopee, da oltre un decennio è anche imprenditore di sé stesso.

 

Prima di Marano, De Biase aveva un locale di successo nel prestigioso quartiere Vomero di Napoli, ma ad un certo punto ha scelto di intraprendere una nuova strada. «Il locale a Marano è nato poco più di tre anni fa. Prima avevo un’altra pizzeria al Vomero, ma lì non riuscivo ad esprimermi completamente come pizzaiolo. Scelsi, così, di cambiare e di creare un mio brand personale». Patrizio De Biase ha in sé l’impetuosità giovanile e un vortice di idee che, solo grazie ad un locale “fatto su misura”, è riuscito a mettere in pratica. «Volevo creare qualcosa che rispecchiasse al cento per cento la mia personalità e il mio modo di vedere la ristorazione e il mondo della pizza e che fosse la sintesi perfetta tra tradizione e originalità. Con il locale di Marano ciò si è reso possibile e rispetto al passato mi sento più libero di esprimere la mia creatività, di sperimentare e innovare. Nell’ambito della ristorazione questi sono aspetti importanti, perché se da un lato la clientela si affeziona al locale, dall’altro vuole anche la novità ed essere stupita».

Mazz e panell propone pizze e fritti, ma anche la tradizionale cucina partenopea: «Da noi è possibile mangiare una pizza leggera e morbida, con un cornicione lievemente pronunciato, realizzata con ingredienti di grande qualità, perché ritengo che usare sempre i prodotti migliori sia doveroso e segno di rispetto nei confronti del cliente. Per la cucina siamo pienamente nella tradizione napoletana. Il nostro cavallo di battaglia è la Genovese, ma è possibile provare anche gli altri piatti partenopei proprio come li realizzavano le nostre nonne. Tra questi spiccano la Pasta e patate e il Ragù napoletano».

 

Per Patrizio Be Biase le cose belle sono quelle della tradizione, ma non manca l’innovazione. Questo equilibrio tra vecchio e nuovo è espresso al meglio nelle pizze e nei fritti. Al cliente che per la prima volta va nel suo locale, Patrizio propone la pizza Mortadellina con pistacchio e mortadella, oppure una pizza per metà ripiena con ricotta e salame e per metà farcita con rucola, prosciutto cotto, pomodorini e provola. Non mancano pizze più sofisticate, come quelle con il Baccalà alla siciliana, ovvero con olive, capperi e pinoli e ora che l’inverno si sta per avvicinare ritorna una variante della pizza fritta che ha avuto un grande successo, ovvero la Pizza fritta con il soffritto. «La nostra è la rassicurante cucina della mamma e della nonna. Quella cucina fatta di profumi e sapori di una volta che per mancanza di tempo e ritmi di vita sempre più incessanti non riusciamo più a replicare nelle nostre case. Nulla è cambiato rispetto al sapore di una volta».

 

Da Mazz e Panell il cliente trova una location che garantisce piacevolezza e relax. Dai colori chiari e rilassanti il locale offre un’ampia sala interna e un dehors esterno riparato dalla vista esterna. «Da noi è possibile trascorrere una piacevole serata o poter festeggiare un avvenimento in compagnia dei propri cari e degli amici. Il personale è cordiale e disponibile ad accogliere tutte le esigenze dei clienti ed è sempre a disposizione per risolvere ogni problematica e ogni desiderio».

Il cliente non deve fare altro che andare da Mazz e Panell per provare le specialità dell’ampio menù, perché come dice Patrizio De Biase: «è necessario che i clienti vengano da noi per vedere se diciamo la verità, poiché l’ultima parola è a loro che spetta».

 

Amalia Vingione

La pizzeria Madison di Avellino ha una lunga storia che attraversa tre generazioni di pizzaioli. A raccontarcela è stato Claudio Paduano, che insieme a Vincenzo Rea, ora dirige l’attività. «La nostra storia iniziò nel 1929, quando la famiglia Paduano diede origine a ciò che poi sarebbe diventata una lunga tradizione di maestri pizzaioli napoletani. Domenico Paduano, mio nonno, custodiva una ricetta segreta per la pasta della pizza, un segreto rivelato soltanto a suo figlio Salvatore, mio padre, che tornato da un’esperienza lavorativa milanese ne divenne il nuovo custode». Nasce così la prima pizzeria “Buongusto”, seguita da una seconda a Nocera Inferiore. Il testimone passa ai figli di Salvatore, Claudio e Lucio, e proprio Claudio a diciannove anni partecipa a New York, nei pressi di Madison Square Garden, alla sua prima competizione di cucina internazionale, dove ogni chef gareggiava presentando un piatto tipico.

Madison

Claudio Paduano vince con il piatto che il mondo intero ammira e riconosce come simbolo del Made in Italy, ovvero la pizza. Al suo rientro decise che la sua attività dovesse essere una sorta di accademia della pizza per giovani appassionati e che doveva chiamarsi Pizzeria Madison, per ricordare l’esperienza newyorkese. Il percorso di Claudio è stato valorizzato poi dalla conoscenza di Vincenzo Rea, primo allievo e poi campione mondiale della pizza. Claudio Paduano e il suo socio oggi sono il timone dell’Accademia Pizzeria Madison, con cinque sedi a Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Cava De’ Tirreni, Avellino e Sant’Egidio Del Monte Albino. «Non si tratta di un franchising come si potrebbe pensare. Sono cinque pizzerie autonome, ognuna con la propria storia, ma con un comune denominatore: la vera pizza napoletana. Me ne occupo io con Vincenzo, diamo il nostro supporto nei cinque locali, a cui si aggiunge la presenza di un familiare che fa da supervisore. In questo senso si può dire che la nostra attività è a conduzione familiare». La pizza napoletana è l’elemento che nel corso del tempo non si è modificato, perché per Claudio Paduano rappresenta una caratteristica identitaria e soprattutto la sua mission: «Voglio che il cliente che viene nei nostri locali possa fidarsi di noi, avere fiducia di ciò che gli proponiamo e che ciò che legge sul menù corrisponda al vero. Non mentiamo al cliente sulla provenienza e sulla qualità del prodotto. Se lo facessimo tradiremmo una storia di quasi cento anni».

madison

La clientela di Madison è la più variegata, va dal ragazzino all’anziano, dalle comitive alle famiglie, complice l’ambiente accogliente e la gentilezza del personale e poi c’è l’ampio menù che propone pizze classiche e pizze dai sapori più sofisticati. «La pizza più difficile da fare è sicuramente la margherita di grandi dimensioni come vuole la tradizione napoletana ed è quella più scelta in assoluto. Il cliente infatti vedrà nel piatto la classica “ruota di carretto”, ma se vuole cambiare gusto e osare può provare la nuova arrivata, la Pisellina, composta da ingredienti sempre selezionati come il fior di latte italiano di altissima qualità km 0, vellutata di piselli, pancetta croccante, fonduta di Provolone del Monaco. Oppure può provare la Mamy, un omaggio a mia madre, con mozzarella, melanzane grigliate, prosciutto crudo di Parma, scaglie di parmigiano e bocconcini di mozzarella di Bufala».

madison

Da Madison anche i celiaci possono godere del gusto unico della pizza, infatti è possibile scegliere dal menù tante pizze pensate appositamente per loro. «Da noi anche chi è intollerante al glutine può mangiare la pizza. Nell’offrire questa alternativa forse siamo stati tra i primi se non proprio i primi. Mio padre decise di realizzare, molto tempo fa, una pizza per un mio cugino che aveva questa intolleranza e per la quale gli era impossibile mangiare la pizza. Oggi offriamo diverse possibilità di pizza gluten free e ne siamo fieri». Pizze classiche, pizze gourmet, pizze ai cinque cereali o gluten free, non manca nulla alla Pizzeria Madison, mancate solo voi!

pisellina

 

Amalia Vingione

 

Ai piedi del Monte Somma, nel centro storico di Sant’Anastasia, comune situato nella zona vesuviana a nord-est di Napoli e che è parte integrante del Parco Nazionale del Vesuvio ed è incluso nell’itinerario enogastronomico Strada del Vino Vesuvio e dei Prodotti Tipici Vesuviani troviamo RISTORAME, ristorante di cucina popolare situato nel vecchio quartiere dei ramai fondato e gestito da Domenico Esposito giovane e determinato cuoco ed imprenditore e che si avvale anche della competenza del cuoco Luigi Porritiello e della fidanzata e prossima moglie Rosa Pone che amorevolmente ed elegantemente si occupa della sala.

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Domenico ci racconta di appartenere ad un’antica famiglia di ramai del paese e che RISTORAME nasce circa un anno fa, nella vecchia bottega del bisnonno che come il nonno paterno ed il nonno materno erano i ramai più famosi di Sant’Anastasia paese noto anche per il capretto e le albicocche. Durante l’adolescenza frequenta l’istituto alberghiero e dopo alcuni anni decide di partecipare ad un bando pubblico del comune di Sant’Anastasia dove riesce ad avere in fitto uno spazio nel quale apre un pub molto particolare (di cui tratteremo in un altro articolo) e che rappresenta la svolta della sua vita, da qui nasce infatti la sua passione per la cucina e dopo aver acquisito le basi della ristorazione decide di fare un passo avanti aprendo un ristorante tutto suo.

L’arredamento di RISTORAME è veramente unico  ed è caratterizzato da una forte presenza di rame ed infatti le pareti si alternano tra tufo e rame rendendo il locale molto rustico e allo stesso tempo elegante. Al posto del pavimento ci sono i sanpietrini ed anche i lampadari e le suppellettili come posate bicchieri e piatti sono tutti completamente in rame. Anche Domenico, oltre alla passione per la cucina, ha la passione per questo materiale che viene anche definito oro rosso, ed infatti all’interno del ristorante c’è una piccola vetrina in cui si possono acquistare oggetti in rame come pentole oliere ed altro e che sono costruiti nella fabbrica dello zio che ancora si dedica a questa attività. Inoltre le pietanze sono cucinate in pentolame di rame ed è noto che questo materiale permette una diffusione del calore più uniforme, preservando le proprietà nutrizionali e le caratteristiche organolettiche degli alimenti.

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Il locale è situato precisamente in via San Giacomo Ramarro 16 nel quartiere dei ramai dove nascevano tutte le botteghe e dove in ogni garage ed in ogni porta c’era un ramaio che batteva le pentole in rame.

Domenico successivamente ha acquistato una vecchia stalla adiacente al ristorante che ha trasformato in una cantina in cui ci sono tutti i vini di origine campana e dove vengono anche fatte delle degustazioni di vini e formaggi.

Il menù di RISTORAME è caratterizzato da piatti tipici della traduzione partenopea ma con un impiattamento moderno ed elegante e tutte le materie prime provengono esclusivamente dal territorio campano, vini compresi. Nel menù possiamo trovare i classici sapori della cucina partenopea come il baccalà mantecato con le papaccelle e friarielli, le alici mbuttunate, la trippa con i fagioli,  la minestra maritata, la zuppa di soffritto, ravioli fatti rigorosamente a mano al ragù bianco di capretto, fusilloni con stoccafisso alla puttanesca, polpo alla luciana, baccalà fritto oltre alle tipiche fritture della tradizione napoletana e taglieri tipici di salumi e formaggi tutti del territorio e per finire i dolci che rappresentano la tradizione popolare come la caprese, la pastiera, il babà. Il tutto accompagnato da una eccellente selezione di vini campani.

Insomma, chi desidera fare un viaggio nella tradizione della cucina popolare partenopea con prodotti tipici del territorio e presentati in chiave moderna ed elegante non può non passare da RISTORAME che fonde la tradizione dei ramai con quella della cucina campana.

Giovanni Tammaro

Ad Ercolano, uno dei tredici comuni situati nell’area naturale del Parco Nazionale del Vesuvio, proprio in una delle strade che conduce direttamente al cratere del vulcano, sulla salita di Via San Vito, in un ambiente piacevolmente familiare, O’ Sbarazzino è immerso in un accogliente giardino dove lo stile rustico incontra quello elegante con estrema semplicità dove Ilaria Cozzolino da circa tre anni racconta ai suoi ospiti la sua filosofia del “mangiare bene”. 

O' Sbarazzino

“O’ Sbarazzino nasce quasi per scherzo” – dice Ilaria, la titolare della pizzeria – “Ho voluto semplicemente realizzare un progetto personale, anche se non appartengo ad una famiglia di ristoratori con esperienza nel settore”. 

“Il mio obiettivo è quello di trasmettere ai miei clienti la passione per il buon cibo, che io e la mia famiglia portiamo avanti con orgoglio da anni” – continua la giovane imprenditrice. 

O’ Sbarazzino, era il soprannome del nonno di Ilaria, “un tipo allegro, che cantava sempre e che dava, per questo, armonia”. “Quando ho deciso di aprire la pizzeria, mi sono lasciata ispirare da mio nonno e dal suo carattere festoso e vivace”- aggiunge Ilaria. Non a caso la parola d’ordine in casa Cozzolino è proprio “armonia”, quella che si respira “durante il momento della cena” ma anche quella che a tavola mette d’accordo i profumi e i sapori della pizza targata O’ Sbarazzino. 

“La pizza che proponiamo ai nostri commensali ha proprio il gusto che piace a me e alla mia famiglia” – afferma Ilaria, e continua – “Questo è un modo per distinguerci dalla massa perché, non solo trasmettiamo la nostra passione per il buon cibo, ma offriamo proprio quello che mangiamo noi e che ci piace di più”. 

Da O’ Sbarazzino, la pizza ha un sapore diverso, non convenzionale e lontano da quello della classica tradizione napoletana: si utilizza solo farina integrale macinata a pietra o addirittura integrale al 100% proprio perché “ha un altro gusto rispetto a quello della tipologia 0 o doppio 0 che utilizzano gli altri”; l’impasto viene lasciato lievitare a lungo con l’aggiunta di poco sale. “Non voglio creare qualcosa di nicchia”- aggiunge la titolare della pizzeria – “Il mio intento è semplicemente valorizzare i prodotti della mia terra, esaltandone soprattutto la qualità che da’ un valore aggiunto al mio paese”. 

Alle parole di Ilaria, si aggiungono quelle di Agostino Coppola, il Maître di Sala della pizzeria O’ Sbarazzino – “Noi puntiamo alla tutela della territorialità, mettendo in evidenza i prodotti locali; solo così riusciremo a fare la differenza”. 

O' Sbarazzino

La pizza Agrodolce non è “la solita pizza”. Il gusto dolce e corposo dei fichi caramellati si abbina perfettamente a quello acre e acerbo al punto giusto dei pomodori verdi, il tutto viene arricchito con il sapore deciso della provola di Agerola e, in aggiunta, fette di lardo pancettato aromatizzato al basilico.  

Poi c’è la pizza O’ Sbarazzino, “genuina, buona e saporita” perché dal gusto ricco ma equilibrato, quella che ha “un po’ di tutto” dal pesto alle noci, con il suo sapore intenso e vellutato, alla provola di Agerola, i funghi porcini dal profumo inconfondibile, il lardo pancettato e, all’uscita, rucola fresca di raccolta, scaglie di parmigiano reggiano e gherigli di noce. 

“Che bella pizza!” – con questa espressione i numerosi ospiti che ogni giorno si siedono nel giardino di O’ Sbarazzino, svelano storie di gusti e di sapori di qualità, descrivendo un’armonia culinaria tra la tradizione di famiglia e l’innovazione non convenzionale che fa sempre la differenza. 

 

Felicia Mercogliano

 

Nel cuore dell’Irpina, nell’antica città di Avellino, Il Gusto di Giovanni Calderisi propone una cucina basata sulla tradizione e sull’eccellenza gastronomica. Nato circa tre anni fa, Il Gusto si è affermato sul territorio, divenendo punto di riferimento culinario. «Il Gusto nasce – racconta il patron – nel novembre 2016, assecondando la forte passione che la mia famiglia ha verso la cucina. Inoltre, uno dei miei figli allora frequentava l’alberghiero e l’idea di aprire un locale rappresentava anche un’opportunità lavorativa per i miei figli. Eravamo nuovi nel settore, ma questa passione era così forte che ha reso possibile la realizzazione di un progetto diverso. Volevamo proporre al cliente una pizzeria e un ristorante diversi dal solito. Volevamo, e ci siamo riusciti, un locale basato sulle eccellenze del territorio e su prodotti di assoluta qualità, cucinati con gusto».

gusto

Il gusto è la mission del locale, sul gusto si basa tutto, tant’è che Giovanni Calderisi ha scelto di ispirarsi ad esso per individuare il nome del suo locale. Il piatto forte che Il Gusto propone è sicuramente la pizza, di cui Calderisi ha individuato le proprietà e le caratteristiche principali. «La nostra pizza ha una serie di caratteristiche uniche, che combinate insieme danno un prodotto di qualità. La nostra pizza ha una lunga maturazione, con una media di almeno 48 ore. Ovviamente è fondamentale la farina. Usiamo farine tipo 1 e tipo 0 macinate a pietra, che danno alla pizza il giusto sapore e leggerezza». Ne risulta una dalla spiccata digeribilità, ma sono molte altre le caratteristiche che il patron de Il Gusto ha elencato:« la nostra pizza non appesantisce, non gonfia; ha un giusto cornicione, soffice e vuoto e poi il topping dà alla pizza, che si presenta abbastanza grande con un diametro di 33 cm, il tocco finale».

Il menù offre una vasta scelta di pizze, accontenta tutti i gusti e segue la stagionalità dei prodotti. «Abbiamo nel menù una quarantina di pizze, ma ogni tre, quattro mesi le cambiamo; qualcuna la eliminiamo, qualcun’altra la integriamo per seguire i prodotti di stagione. Da una settimana circa, per questo inizio di autunno, abbiamo inserito una quindicina di pizze nuove. Tra le tante realizziamo pizze con il tartufo, con i porcini, con le patate e con le verdure o pizze che richiamano i piatti della cucina tradizionale, come L’Amatriciana».

La tradizione non manca, è alla base di molti piatti presenti nel menù e su tutto spicca la Pizza con la Scarola, «con la scarola saltata in padella, come da tradizione irpina, le noci, l’uvetta, i capperi, le olive di Gaeta e le acciughe. Con la scarola facciamo anche i vari ripieni. Un’altra pizza che ci rappresenta molto è L’imbarazzante, una pizza creata da noi, formata da patate avezzane, tartufo di Bagnoli Irpino, provola di Agerola, salsiccia fresca nostrana, basilico e olio evo». La pizza deve accontentare tutti i palati e per questo da Il gusto, il venerdì e il sabato, è anche possibile trovare un’alternativa al classico impasto:« Creiamo un impasto, seppur in quantità limitata, composto da multicereali, ovvero da una farina integrale con tredici cereali all’interno. Invece dei classici cinque, ne inseriamo tredici, di cui sei a semi interi». Ciò che fa la differenza, e Giovanni Calderisi ci tiene a sottolinearlo, sono i prodotti di qualità e l’olio rigorosamente a crudo su tutte le pizze in uscita.

gusto fritturina

Qualità che si conferma anche sui fritti e sulla cucina:« Le Montanare, ovvero pizze fritte, sono un altro prodotto che ci contraddistingue. Abbiamo però realizzato una variante. Esse vengono ripassate in forno per una maggiore croccantezza. Così è nata una linea di Montanare ripassate al forno farcite con ragù napoletano rigorosamente fatto da noi, con la genovese o i “friarielli” saltati. Il nostro fritto è unico, perché facciamo tutto noi giornalmente, dai crocchè di patate agli arancini, dalle frittatine di pasta alle varie pizze fritte, dalle marmellate ai dolci. Preferiamo realizzare i prodotti internamente il più possibile, così da assicurare qualità e gusto».

La qualità contraddistingue anche il menù cucina, che è prettamente mediterraneo. «Tutti i giorni, oltre alla possibilità di scegliere à la carte, proponiamo a pranzo, soprattutto per chi lavora in zona, la scelta tra due primi e due secondi, alternando piatti di carne e di pesce. Sono sempre piatti diversi e non mancano le prelibatezze, come un ottimo baccalà cucinato in tutte le maniere, ma anche taglieri vari e un’eccellente scelta di carne per tagliata o alla brace. Ovviamente anche la cucina segue la stagionalità».

E per i più golosi il Gusto propone un’ampia scelta di dolci: «Realizziamo internamente anche i dolci, per i quali abbiamo una notevole selezione che va dal classico tiramisù alla cheesecake, dalla mouse ai cannoli con la ricotta di pecora di Bagnoli. E poi abbiamo, in esclusiva ad Avellino, il famoso Roccobabbà di Emilio, la pasticceria famosa in tutta Italia per la produzione di questo dolce prelibato». Insomma, da Il Gusto ce n’è per “tutti i gusti” e grazie alla cortesia e alla gentilezza di tutto lo staff, il cliente troverà un bel locale, tranquillo, familiare dove potersi rilassare, decidere con serenità cosa mangiare tra pizzeria e cucina, esclusivamente all’insegna della qualità.

 

Amalia Vingione

 

È da poco più di due mesi che ad Avellino ha aperto Lievitum ed è stato da subito un successo. Questa nuova pizzeria nasce da unidea di Arturo Mangiapia, che da Napoli ha deciso di portare la pizza napoletana nel capoluogo avellinese. 

Lievitum

«Lievitum nasce da una esperienza precedente. Avevo una pizzeria a piazza Vittoria a Napoli con Vincenzo Capuano, ma ad un certo punto ho deciso di iniziare una nuova avventura. Ho scelto Avellino per portare i sapori della mia città, anche perché qui ho dei familiari che mi hanno aiutato nella ricerca del locale e nel dare corpo a questa esperienza, nella quale non sono solo. Come me ci sono mio fratello Raffaele, e i pizzaioli Giorgio Riccio e Raffaele Marigliano». Lievitum è un brand dalle caratteristiche giovanili e “free”, pensato nei minimi dettagli. «Quando bisognava scegliere l’aspetto del locale, ci siamo affidati all’architetto Mario Sorrentino, che ha realizzato, per noi, questo ambiente moderno, accogliente e colorato. Si discosta dalle pizzerie classiche nella scelta delle tovagliette singole al posto del tovagliato di stoffa e per il design originale».

Lievitum

Ma il punto di forza di Lievitum è sicuramente la pizza. L’impasto è composto da un blend di farine Vigevano tipo 0 e tipo 1, lievitato dalle 24 alle 36 ore. La cura di particolari, come la giusta temperatura dell’acqua o del sale, rende unico il gusto di questa pizza che si arricchisce di farciture di qualità. «Per le nostre pizze usiamo solo prodotti di altissima qualità per non deludere mai il cliente. Così nascono pizze uniche come la Lievitum, composta da Fior di Latte di Agerola, Carciofini Ortocori, Lardo Stagionato, Basilico fresco, Olio Evo Bio; oppure la Polpettine & Fiocchi Di Ricotta con Pomodoro San Marzano DOP, Provola di Agerola affumicata in paglia, Fiocchi di Ricotta di Bufala Campana, Polpettine di Carne, Basilico Cristallizzato, Olio Evo Bio». 

Lievitum

Lievitum non è solo pizzeria, poiché propone i piatti tipici della cucina napoletana e la classica e appetitosa frittura, sia a pranzo che a cena. Tutto accompagnato da etichette pregiate di birre artigianali e vini d’eccellenza. E siccome “la pizza è di tutti”, da Lievitum è possibile degustate anche la pizza senza Glutine. Con i suoi due piani e oltre cento coperti, Lievitum si sta configurando come una importante realtà nel centro storico di Avellino, dove professionisti, giovani e famiglie possono degustare, in un ambiente accogliente e professionale, la vera pizza napoletana e i piatti più gustosi della tradizione partenopea.  

Amalia Vingione

Tenuta

A Terzigno, nel meraviglioso Parco Nazionale del Vesuvio, sorge la Tenuta Le Lune del Vesuvio, quattro ettari di verde a circa 300 metri sul livello del mare, quartier generale a difesa dei prodotti tipici tradizionali Vesuviani”. La Tenuta nasce da una passione familiare, che da tre generazioni produce vino sulle pendici del vulcano, e da un sogno che ora è diventato realtà. A raccontarci la sua storia è il Patron Andrea Forno «Il mio percorso di studi in Economia si è concluso con una tesi di laurea in Marketing nel settore dei vini. Il lavoro di tesi fu pubblicato da Luigi Veronelli, che mi offrì la possibilità di frequentare un Master presso la Fondazione Veronelli. In quell’occasione ho potuto visitare importanti realtà vitivinicole della Toscana e della Franciacorta ed allora è nata l’idea di costruire, a partire dalla nostra produzione di vino, qualcosa di bello. A condividere questa mia passione c’era mio fratello Salvatore, con il quale iniziai la ricerca di un luogo nel quale avremmo potuto valorizzare i nostri vini, ma anche i prodotti del territorio. Dopo diverse valutazioni individuammo quella che oggi è la Tenuta Le lune del Vesuvio» 

Tenuta

La Struttura offre una gamma di servizi che soddisfa il turismo più esigente, ma anche e soprattutto quello enogastronomico. La presenza di un ristorante a km 0 garantisce un menù di qualità, che segue la stagionalità e offre squisiti prodotti coltivati nel fertilissimo terreno vulcanico. «Abbiamo scelto di dare particolare attenzione al turista italiano e straniero, attraverso percorsi guidati alla scoperta dei nostri prodotti. Chi viene alla Tenuta può visitare l’orto, i vigneti e la cantina, può usufruire del maneggio e ovviamente può fermarsi presso il nostro ristorante per degustare le eccellenze del territorio e del Vesuvio, come i famigerati pomodori piennolo, con i quali facciamo un tradizionale spaghetto al pomodoro, l’olio extra vergine di oliva e ovviamente il vino». Il vino è sicuramente il prodotto di punta della Tenuta e Andrea Forno ne parla con tutto l’orgoglio partenopeo: «Produciamo in primis Lacryma Christi del Vesuvio bianco, rosso e rosato in acciaio, ma abbiamo anche una riserva che ha fatto legno; il Piedirosso in purezza e il Coda di Volpe in purezza; oltre a questi produciamo una Falanghina, un Aglianico e uno Spumante di Falanghina. Abbiamo recuperato vitigni antichi e acquistato nuovi vigneti per la produzione di uva autoctona. Alle persone che vengono a trovarci offriamo molto di più. Infatti, oltre alla presenza di una casa vacanze, dove le famiglie possono soggiornare, organizziamo visite enogastronomiche e diverse iniziative che hanno lo scopo di valorizzare i prodotti e questa terra tanto martoriata».  

Lacryma Christi

Nella Tenuta è presente una Fattoria didattica che ha aderito al progetto Fattorie didattiche campane” approvato dalla Regione Campania per stabilire un connubio tra il mondo agricolo e quello scolastico. L’obiettivo è riavvicinare i giovani d’oggi a quelle esperienze passate e sconosciute alla maggior parte di loro, partendo dalla scoperta dei vigneti, alle attività in vigna, alla raccolta dell’uva alla sua vinificazione, fino alle varie fasi della filiera, che termina con l’etichettatura delle bottiglie. 

 Andrea Forno è un vulcano di idee, ama il suo lavoro e ama trasmettere la sua passione attraverso eventi che richiamano tantissimi partecipanti, come la Vendemmia dei bambini e un Corso di avvicinamento al vino, che lo scorso anno è stato realizzato in collaborazione con l’Associazione Italiana Sommelier. La “Tenuta Le lune del Vesuvio” è un vero paradiso dove è possibile vivere la bellezza del Vesuvio sia dal punto di vista del territorio che da quello enogastronomico. Tutti i sensi sono appagati, grazie ad uno scenario mozzafiato, che garantisce una esperienza indimenticabile. 

 

A Baiano, un paesino in provincia di Avellino, in una valle sormontata dalle vette Avellane e dalla cima del Partenio, a ridosso del bosco di Arciano, nello storico “rione d’e Vesune, in quella che un tempo era conosciuta come Via Tufo, Ciro Casale, giovanissimo pizzaiolo racconta la sua storia di “passione e mestiere” attraverso la sua pizza che ha ribattezzato, con fierezza, dello “star bene a tavola”. 

ciro

Ho deciso di fare questo mestiere non per scelta ma per esigenze di vita” – dice Ciro Casale, e continua – “Mi sono affezionato a quello che oggi è il mio lavoro studiando da autodidatta e facendo esperienze lavorative all’estero che mi hanno permesso di specializzarmi direttamente sul campo”.  

La mia personale avventura è iniziata in quella che definisco, con affetto, una piccola bottegatra l’altro ancora esistente,  dove un tempo preparavo solo pizze da asporto” – afferma Ciro che proprio così, con estrema umiltà, si è presentato qualche anno fa agli abitanti dell’Irpinia. 

Oggi, Ciro Casale accoglie i suoi numerosi ospiti in un ambiente moderno dalle linee semplici e pulite, il luogo ideale dove poter gustare non la classica pizza napoletana ma una rivisitazione assolutamente personale della stessa in chiave contemporanea. 

“La mia pizza ispira fiducia e piace ai miei clienti proprio per questo; ogni giorno la preparo con coscienza gastronomica perché scelgo solo ingredienti di qualità, dalla farina che utilizzo per fare l’impasto, quella del Molino Vigevano,  ai prodotti con cui la condisco” – afferma il pizzaiolo della pizzeria Pulcinella. 

Una lunga e lenta lievitazione caratterizza un impasto preparato con la biga al 30% e farine lasciate precedentemente in ammollo secondo la tecnica dell’autolisi. Il risultato è un panetto liscio, morbido ed elastico al punto giusto, ma soprattutto profumato e con una lunga shelf-life che gli consente di conservare la qualità iniziale e di mantenere inalterate tutte le proprietà organolettiche che lo contraddistinguono. 

All’uscita dal forno, la pizza di Ciro Casale non presenta il solito cornicione pronunciato, propriamente detto “a canotto”, una moda”, questa, ormai a cui il pizzaiolo di casa Casale rinuncia volentieri, preferendo una pizza anche imperfetta nella sua forma ma ben stesa e condita con un ricco topping, “perché la gente vuole mangiare una pizza piena” – aggiunge Ciro. 

ripieno

Non a caso, la pizza fritta con ripieno alla genovese è tra le proposte culinarie più apprezzate della pizzeria di Ciro. La ricca e gustosa farcitura di questo calzone, fragrante all’esterno e morbido all’interno, caratterizza questa specialità che stuzzica immediatamente l’appetito. La cipolla ramata di Montorodolce e profumata, e il muscolo di scottona dell’Irpinia, tenero e succulento, sono gli ingredienti principali di questa pizza: il ripieno viene lasciato sobbollire piano piano  per ore e durante la lunga e lenta fase di cottura viene sfumato con un buon vino rosso locale. “Prima di chiudere la pizza” – dice Ciro, il pizzaiolo – “aggiungo scaglie di provolone del Monaco, con il suo gusto piacevolmente piccante,  e pezzi di provola affumicata, perché il dettaglio fa sempre la differenza, ogni giorno e soprattutto in pizzeria”.  

Sono attento a tutto dal topping che scelgo per condire la pizza, alla sua presentazione nel piattoalla temperatura a cui la porto in tavola perché niente di tutto ciò va trascurato o sottovalutato, se vuoi offrire una pizza di qualità”. 

Le pizze di Ciro Casale, infatti, sono tutte “studiate ma non elaborate” perché il suo intento è quello di realizzare “una pizza accessibile in termini di gustocosì da soddisfare le esigenze di ogni palato”. “Gli ingredienti utilizzati sono semplici, poco trasformati  e soprattutto  locali, come il pomodoro aeroponicoin particolare il pizzutello, una varietà tipica della zona irpina  privo di nichel, perché richiede un ridotto fabbisogno di acqua, e ricco di polifenoli o anche il prosciutto Ciarcia, dal sapore inconfondibile, dolce e aromaticocon quel giusto filo di grasso che fa la differenza”. 

Nella pizzeria Pulcinella i sapori tipici della tradizione culinaria campana convivono con la ricerca di prodotti nuovi ed originali, che Ciro seleziona accuratamente, sperimentando di persona i vari abbinamenti gastronomici e le diverse combinazioni di gusti, prima ancora di proporli ai suoi commensali. Primo fra tutti, l’aglio orsino, noto per essere un antimicotico naturale e molto più digeribile rispetto all’aglio comune, uno degli ingredienti che Ciro Casale utilizza sulla sua Marinara del Partenio, una pizza rossa condita con pomodorino corbarino semisecco reidratato dalle importanti proprietà antiossidanti insieme alle acciughe di Cetara, freschissime e ricche di omega 3 e giusto un pizzico di mozzarella, per conferire alla pizza un sapore ancora più intenso e consistente. 

margherita

La pizzeria Pulcinella è evidentemente il risultato di un percorso di vita non solo professionale che Ciro Casale, ha intrapreso, giovanissimo, con tenacia e forza d’animo. “Ho rischiato, ma alla fine ho vinto!” – dice Ciro con orgoglio, parole che possono sicuramente confermare tutti coloro che ogni giorno si siedono nella sua pizzeria con la promessa di ritornarci. 

 

Felicia Mercogliano 

 

maglioneNapoletano di nascita e avellinese d’adozione, il pizza chef Giuseppe Maglione è proprietario della pizzeria “Daniele Gourmet” in pieno centro di Avellino, lungo il viale Italia.

“Daniele Gourmet” dispone di ben 150 coperti, con disponibilità di ulteriori posti nel de hors in strada, è dotato inoltre di un reparto gastronomico per la vendita di prodotti appositamente selezionati da Giuseppe e di un angolo enoteca, a completamento di quello che vuole essere un ensemble di tradizione, innovazione ed esaltazione del territorio.

Nata per omaggiare il nome di sua nonna Anna Daniele, che aprì la sua prima pizzeria nel 1965, la Daniele Gourmet è il coronamento di un sogno famigliare cioè quello di vedere più pizzerie sotto il nome “Daniele”. Ad oggi, infatti sono tre le pizzerie sulle cui insegne campeggia il cognome di nonna Anna.

<<Il mio obiettivo è quello di tornare alla pizza originale, utilizzando un impasto diretto – fatto con farine di tipo 2 – ricavato da grani selezionati. L’impasto così è altamente digeribile ed è perfetto per la temperatura elevata dei forni>> ci dice Giuseppe che insegue l’innovazione della pizzeria napoletana senza però dimenticare la tradizione: <<si parte sempre dalla tradizione, poi solo studiando si possono cambiare i canoni>>. Infatti, oltre all’impasto tradizionale e gluten free (cotto in un forno diverso), è possibile trovare impasti speciali come quello al limone, alle noci e al cacao che Giuseppe sapientemente abbina ad ingredienti di grande qualità.

Con grande serietà, Giuseppe Maglione garantisce, infatti, ai suoi clienti una qualità gastronomica indiscussa: <<scelgo farine ed ingredienti quasi esclusivamente campani DOP, Igp e appartenenti ai Presidi Slow Food>> precisa.

Alla domanda quale pizza pensi sia possibile considerare il tuo cavallo di battaglia, Giuseppe con grande sensibilità verso quello che sono “figlie sue” risponde: <<nel menu di Daniele Gourmet ci sono circa 30 pizze, non ne ho una preferita. Sono tutte alla pari>> ma, alla fine, riusciamo a strappargli un consiglio <<Consiglierei certamente la mia Violetta condita con patata viola, provola di Agerola, speck, caciocavallo e pomodorino confit che molti miei colleghi hanno tentato di copiare.>>

Pizzeria-Daniele-Pizza-Violetta-È certamente una delle pizze più richieste dai clienti, dove l’insieme di ingredienti, sapientemente studiati per amalgamarsi all’impasto, il suo cornicione leggermente croccante formano un equilibrio perfetto. Non vi resta che provare!

 

 

Marika Manna

pizzeria ferrilloSituata nel cuore del quartiere Vomero di Napoli, la “Pizzeria Ferrillo Ai Piani Alti” vanta una tradizione secolare fatta di profumi e sapori intramontabili. Cuore pulsante di questa attività è Maurizio Ferrillo, patron e mastro pizzaiolo che con la sua esperienza ventennale propone ai clienti un’offerta gastronomica varia: dalle pizze gourmet cotte in forno a legna alle bontà della friggitoria partenopea preparate con passione e professionalità.  

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<<Tutte le grandi maratone cominciano con dei piccoli passi. Infatti, io ho iniziato come fattorino di Pizzazzà per poi rilevare la pizzeria del mio maestro nel 1999>> ci dice soddisfatto Maurizio Ferrillo che ci tiene a precisare <<Pizzazzà è stata la prima pizzeria d’asporto a Napoli>>. Diverse riconoscenze vanta il patron di Pizzeria Ferrillo a cui è stato conferito l’attestato di maestro artigiano della regione Campania in aggiunta a quello di maestro accademico dell’INP (Istituto Nazionale Pizzaioli). Inoltre, impartisce lezioni come maestro accademico della “Multicenter school” nei corsi di formazione riconosciuti dalla regione per le giovani nuove promesse dell’arte bianca.  

La tradizione in Pizzeria Ferrillo si sposa perfettamente con l’inventiva, la creatività e la sperimentazione. Ai piatti classici infatti viene aggiungo un quid, il giusto per esaltare il gusto senza mai scostarsi troppo dalla ricetta originale utilizzando ingredienti sempre freschi e di provenienza italiana. Infatti, la dispensa della pizzeria offrepomodoro Gustarosso qualità superiordatterino giallo San Marzano, provolone del monaco DOP, pancetta al pepe nero valdostana, pistacchio di Bronte, Mortadella Bolognese IGP e tanto altro.  

bronte

La lunga esperienza di Maurizio gli permette di <<cavalcare l’onda della modernità rispettando la tradizione partenopea, perché non si può dimenticare la scuola dalla quale si proviene>> sottolinea il patron. Infatti, le ricette sempre in continua evoluzione, accostamenti nuovi, senza mai tralasciare la tradizione sono i leit motiv principali dell’attività. 

Bianca, rossa, tonda, a metro, tradizionale o gourmet. È sempre lei la regina delle tavole partenopee: la pizza. E la pizzeria Ferrillo la prepara esclusivamente con un impasto diretto e uno a doppia levitazione che permette di mantenere fragranza e morbidezza anche per quella d’asporto. <<Dal momento che una pizza trasportata perde quasi sempre il 30% di qualità, ci siamo dotati di box appositamente studiati, con carta stagnola all’interno e dei fori, per ovviare il problema della condensa>> racconta Maurizio che riesce in ogni caso a proporre un prodotto qualitativamente eccellente per la sua clientela affezionata e fidelizzata, suo chiodo fisso.  

La parola d’ordine quindi è solo una: qualità. Maurizio infatti seleziona personalmente i prodotti utilizzati nel suo laboratorio del gusto per fare della pizza una vera e propria esperienza sensoriale che trova nella freschezza del pomodoro, della mozzarella, dei salumi un unicum 

arcobaleno

Grazie alla varietà delle pizze presenti sul menu, ogni palato è soddisfatto. Infatti, tra le specialità di Pizzeria Ferrillo: La “Mamma Stefania”, registrata su MySocialRecipe, condita con olio e pomodoro con cornicione di ricotta, all’uscita mozzarella da 250 gr in quattro spicchi, olio a crudo e basilico; la “Bronte”, che ha riscosso notevole successo al Pizza Festival di Verona: mortadella, crema di pistacchio di Bronte e granella di pistacchio; la “Arcobaleno”: pomodorino giallo e rosso, mozzarella di bufala campana DOP, all’uscita pancetta e granella e per ultima, ma non meno importante, la “Fiorita”: fiori di zucca, ricotta, provola e all’uscita pancetta.  

La Pizzeria Ferrillo <<nel nome della buona tradizione napoletana e di ricette in continua evoluzione assicura la soddisfazione di ogni buongustaio>>. A voi l’ardua scelta di decidere quale pizza preferite!  

L’Antica Pizzeria da Michele in the world lancia un video contro gli stereotipi: 

con la pizza si può fare impresa

The wolves of Forcella è il titolo dell’ironico video lanciato in contemporanea mondiale e  prodotto dalla Factory Fatelardo di Egidio Cerrone – Puok

antica pizzeria

A Napoli si può fare impresa a livello mondiale con i prodotti tipici del territorio, senza scadere negli stereotipi e mantenendo alta la qualità. È questo il messaggio che lancia L’Antica Pizzeria da Michele in the world con un video ironico dal titolo “The wolves of Forcella”, che richiama il celebre film diretto e prodotto da Martin Scorsese.

Alessandro e Daniela Condurro, general manager de L’Antica Pizzeria da Michele in the world, insieme alla casa di produzione Factory Fatelardo, di Egidio Cerrone – Puok, hanno voluto sottolineare un messaggio chiaro, che auspica un cambiamento rispetto agli stereotipi sulla pizza napoletana. Niente più mandolino, Pulcinella e pizza: nel mondo è tempo di lasciare spazio all’imprenditoria in questo campo, che mantenga un taglio manageriale.

Il pizzaiolo si toglie il ‘mantesino’ e indossa la giacca da manager per puntare al mondo che ancora non conosce le eccellenze campane. Abbiamo deciso di condividere la nostra idea attraverso un video ironico che potesse arrivare a tutti” afferma Alessandro Condurro. “Come Michele in the World, abbiamo in programma circa trenta aperture nel mondo, nel prossimo quinquennio” continua Daniela Condurro.

La Michele in the world continua così la sua corsa al mercato mondiale, attualmente dominato da marchi internazionali come Pizza Hut, Domino’s Pizza Papa John’s, puntando al target di clientela dei grandi franchising, che vantano oltre 11mila locali, e mantenendo la stessa qualità della pizzeria madre di Forcella.

Interesse e curiosità sono stati dimostrati dalle centinaia di migliaia di visualizzazioni del video, che si contano nei pochi giorni dalla pubblicazione sui diversi profili de L’Antica Pizzeria da Michele in the world, con le sue sedi in tutto il mondo, da Londra a Barcellona fino alle ultime nate, a Los Angeles e Dubai.

Da Napoli parte dunque la sfida alle multinazionali della pizza per il prodotto simbolo, ora al centro di un concetto di vera e propria ‘impresa’ partenopea. La scommessa della Michele in the world non guarda alla sola realtà locale, ma al mondo, con la qualità già nota al grande pubblico e un team giovane e pronto a tutto.

UFFICIO STAMPA 

Emma Di Lorenzo

 

Contatti:

info@micheleintheworld.com

www.micheleintheworld.com

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In provincia di Caserta, con precisione nella frazione di Vairano Scalo, un luogo particolarmente ricco di storiasituato nella valle del fiume Volturno e all’ombra del vicino monte Mateseun posto dove le tradizioni della cucina popolare e le ricette tipiche locali allietano, con un effetto decisamente ”terapeutico”, la fame e la sete di tutti coloro che si siedono a tavola, non senza un pizzico di motivata curiosità! Parliamo dell’ “Osteria del Baccalà” di Antonio Ruggiero. 

Antonio Ruggiero, un veterano della scuola di cucina, protagonista indiscusso della tradizione culinaria casertana, apre le porte della sua osteria dal tono volutamente “dimesso”, grossolano, dove l’imperfezione è d’obbligo, soprattutto a tavola “perché così facendo vado ad esaltare il prodotto servito e lo faccio in un modo provocatorio che fa inevitabilmente cultura” – dice orgoglioso il padrone di casa. In un ambiente rustico, arredato in modo pittoresco, e con un servizio casereccio, incoraggiato anche da abitudini insolite, ma decisamente sane, come quella di mangiare con le mani, ogni giorno l’osteria Ruggiero presenta la sua specialità: il baccalà. 

“Piatti elaborati, perché preparati bene ma in fin dei conti molto semplici, che saziano la pancia” – così definisce le sue prelibatezze a base di baccalà, Antonio Ruggiero, e aggiunge – “Nella mia osteria preparo solo gli antichi piatti della tradizione, quelli buoni che, una volta assaggiati, ricorderai per tutta la vita perché ti lasciano delle sensazionie ti danno una gratificazione soprattutto fisica, lasciandoti in uno stato di totale appagamento culinario”. 

baccalà

Il Fil di Ferro, un primo piatto bianco, semplicissimo, preparato con gli ingredienti principali della cultura gastronomica mediterranea ma con l’aggiunta di un tocco, sicuramente unico nel suo genere. Non il classico piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino; bensì, una pasta di semola di grano duro trafilata in bronzo servita  “non  del tutto cotta ma giustamente croccante, solo quando ha raggiunto il punto di cottura immediatamente precedente a quello che solitamente definiamo al dente”. E poi c’è l’immancabile baccalà, un prodotto tipico della tradizione culinaria casertana, che Antonio Ruggiero seleziona personalmente per garantire ai suoi clienti solo il meglio: “Scelgo solo baccalà di origine islandese, un pescato fresco di qualità superiore, e cucino principalmente il mussillo, la parte più alta e dal giusto spessore, non tanto grande ma pregiata, che si staglia, e solo per questo il pezzo più bello”. 

Nell’osteria del baccalà, l’accoglienza ha il suo perché. Antonio Ruggiero propone ai suoi ospiti un aperitivo fuori del normale, originale, una provocazione inattesa ma significativa. “Un olio che è semplicemente succo di oliva di qualità eccellente, prodotto nel territorio casertano, e non si tratta di un condimento; non c’è grasso, nessuna traccia di unto” – così il professore Ruggiero descrive la sua chicca culinaria, e continua – Non si beve, si mangia. Quando lo assaggi ti stimola inevitabilmente l’appetito, facendoti venire l’acquolina, e prepara il palato ad assaporare i pasti successivi. Ti lascia la bocca fresca e il ricordo di aver mangiato un’insalata mista perché ha delle caratteristiche organolettiche precise, naturali come la nota amara e piccante dell’erba fresca”. 

baccalà

A casa Ruggiero “l’iniziativa dello chef suscita la curiosità del commensale che viene così incoraggiato ad assaggiare” le tante varianti di baccalà realizzate con ingredienti soprattutto locali per esaltare il territorio nazionale: “Piatti semplici e giusti anche nella quantità, che è comunque abbondante, perché così li puoi gustare dall’inizio alla fine” – dice Antonio Ruggiero. Il trancio di baccalà cucinato in bianco, tenero e saporito, condito con il succo di limoni profumatissimi e accompagnato da un’insalata di rinforzo ricca di verdure di stagione; ifilettone fritto e poi cotto in salsa di pomodoro rosso con l’aggiunta del peperoncino piccante o imussillo alla carrettiera, cotto rigorosamente a bassa temperatura e insaporito con aglio, olio e peperone crusco, che, insieme alla scarola riccia aggiunta a crudo e alle olive nere, conferisce al piatto una gustosa fragranza.  

Ai palati più esigenti, Antonio Ruggiero propone un vero e proprio tour enogastronomico da fare stando comodamente seduti a tavola e in compagnia degli amici di sempre.

Un percorso sensoriale, ribattezzato la “baccaliata”, l’ appuntamento fisso in programma una volta al mese, durante il quale è possibile gustare ben sei portate tutte a base di baccalà, accompagnandole con un buon bicchiere di Moscato secco proveniente da Terracina. Il segreto per assaporare ogni singolo boccone di queste bontà è quello di mangiare esclusivamente con le mani e senza alcuna eccezione, proprio come ha fatto la principessa Giulia Ferrara Pignatelli che, in compagnia di altri nobili, ha rinunciato volentieri alle posate dimostrando di apprezzare molto soprattutto il ben noto Fil di Ferro. “Devi godere di tutto, anche dell’atmosfera che crea una sensazione e diventa una terapia. Il cibo, il mio baccalà è una terapia, uno scacciapensieri, che ferma letteralmente il tempo consentendoti così di riappropriarti di tutti i tuoi sensi, perché smetti di immaginare, di vedere solo un buon piatto; ora puoi finalmente assaporarlo” – dice il professore, con una consapevolezza degna di un grande chef. 

Non c’è che dire, il baccalà di Antonio Ruggiero mette inevitabilmente di buon umore: tanto di cappello! 

Felicia Mercogliano 

Nonna Ma'

A Frattamaggiore, in provincia di Napoli, c’è la pizzeria “ Nonna Ma’ ” di Mimmo D’Agostino. Da Nonna Ma’ è possibile degustare una pizza eccellente e questo perché a realizzarle c’è Corrado Alfano, un “vecchio” pizzaiolo – vecchio solo di esperienza sia ben chiaro il quale ha saputo con gli anni affinare la tecnica fino a diventare un riferimento sia per la pizza che per i pizzaioli più giovani. «Sono pizzaiolo da 35 anni. Ho iniziato questo mestiere a dodici anni, lavorando in una pizzeria storica di Napoli. Ho fatto la gavetta, quella vera, quella “scopa e paletta” per intenderci. Ho fatto esperienza con grandi piazzaioli del passato, appartenuti alla vecchia guardia». Corrado viene dalla vecchia scuola di pizzaioli, una lunga, ma necessaria gavetta, che tuttavia gli ha permesso di imparare alla perfezione questo mestiere. Non deve essere stato facile crescere in un ambiente in cui, un tempo, le procedure di impasto e le dosi dei vari ingredienti restavano segrete e non erano condivise dai vecchi pizzaioli gelosi dei propri segreti e dove il “ragazzo” rimaneva sempre il garzone di bottega e non sempre aveva la possibilità di evolvere in quest’arte. Ad un certo punto Corrado Alfano, ricco del bagaglio di esperienze acquisite, decide di continuare a studiare per migliorarsi: «Così ho iniziato a studiare, a capire i vari processi che si creano quando noi impastiamo. Oggi faccio una pizza, che se si può dire, è l’evoluzione della tradizione. La mia pizza si caratterizza per un impasto a lunga lievitazione, ha la giusta idratazione e una grandissima digeribilità e leggerezza. La mia pizza si caratterizza per il suo cornicione pronunciato, che praticamente si presenta vuoto e non come un ammasso di impasto».

cornicione

Da tre anni Corrado lavora da Nonna Ma’ e parla di questa collaborazione in termini entusiastici, sia per il rapporto umano e di amicizia che si è creato con il patron Mimmo D’Agostino sia per il percorso lavorativo intrapreso. «Scegliendo di lavorare con la pizzeria Nonna Ma’ ho scelto anche di sposarne in pieno il progetto, che mi sta dando non poche soddisfazioni. Qui ho modificato quasi radicalmente tutto il menù pizza. Ovviamente in questo non sono mai solo, ma al mio fianco c’è sempre Mimmo D’Agostino. Da Nonna Ma’ io mi occupo delle pizze e Mimmo, invece, è il cervello per quanto riguarda la sala e il rapporto con il cliente. Abbiamo un ottimo legame lavorativo. Posso dire che io non sono nulla senza di lui e lui non è nulla senza di me». Corrado Alfano è uno sperimentatore, si diverte a creare continuamente nuovi abbinamenti, ma sempre con coerenza e senza strafare. «Con la mia pizza mi piace proporre equilibrio, coerenza, senza creare shock o fare cose eclatanti. Per esempio, abbino la cipolla di tropea con la pancetta, ma non con i formaggi stagionati che vanno su altre pizze. Ogni mese faccio, inoltre, un paio di pizze nuove che sono sul menù solo per quel mese. Poi una cosa che mi diverte molto è dedicare una pizza, di volta in volta, ad un amico pizzaiolo o comunque al mondo food. È una cosa che faccio con piacere, per amicizia e senza invidia o presunzione». Per Corrado Alfano fare il pizzaiolo va oltre la realizzazione di una buona pizza, fare il pizzaiolo significa anche abbattere le barriere della concorrenza, delle invidie ed essere un buon maestro. «Imposto i miei rapporti professionali in maniera del tutto amichevole. Non c’è alcuna forma di rivalità. Sono sempre aperto al confronto e allo scambio reciproco di informazioni. Tutti i giorni ricevo messaggi di giovani pizzaioli, e non solo, che mi chiedono consigli e suggerimenti. A volte il rapporto di amicizia diventa tale che si va oltre il rapporto lavorativo, ma raggiunge la sfera personale e umana. Questo aspetto del mio lavoro mi piace molto e mi gratifica non poco». Se si è alla ricerca di una pizza leggera e dal sapore semplice, allora quella di Corrado Alfano è l’ideale: «dico, parafrasando oscar Wilde, che i sapori semplici sono il rifugio delle persone complicate. Per questo motivo cerco di proporre, a chi viene a mangiare la mia pizza per la prima volta da Nonna Ma’, un prodotto che sia il meno elaborato possibile, quindi una margherita o una pizza con pomodorino datterino rosso, mozzarella di bufala e olio evo. Oltre a questo il cliente trova un ambiente familiare, alla mano, che punta più alla sostanza che all’apparenza». Da Nonna Ma’, la pizza è buona senza fronzoli! 

Amalia Vingione 

Pizza sospesa : Distribuite 250 pizze a Via Tribunali da Rodolfo Sorbillo

pizza sospesa

cof

Sono stati riempiti quasi 10 cartelloni da 25 pizze l’uno di pizza sospesa . Di certo i salernitani conoscono la generosità, così come tutti i turisti che trovano quotidianamente ristoro nella pizzeria Via Tribunali, vista la vicinanza con la stazione centrale di Salerno.

Difatti, da quando il pizzaiolo Rodolfo Sorbillo ha lanciato l’iniziativa “Lascia un pizza sospesa”, non c’è stato bisogno di elemosinare solidarietà.

In tanti hanno pagato una pizza in più per chi non può permettersela raggiungendo quota 250 pizze in 5 mesi.

Sono felice del riscontro”, commenta il pizzaiolo Rodolfo Sorbillo, “è stato tanto l’entusiasmo e tanta la generosità rispetto a questa idea. Andremo avanti, vogliamo che diventi un’abitudine pensare agli altri, condividere un simbolo di gioia e bontà”.

Una pratica seguita tradizionalmente da molti locali napoletani e non, che anche lui ha desiderato mettere a disposizione della città che – ormai – da sei anni si è appassionato alla sua pizza in stile classico napoletano.

In pratica basta pagare una pizza in più, a scelta ovviamente, e appuntare sul cartellone apposito il nome della stessa.

Chi lo volesse può firmare o aggiungere ciò che desidera a quello che rappresenta un gesto di affetto per il prossimo, a quel prossimo che vive un momento di difficoltà.

Di conseguenza chi ne ha bisogno può passare a Via Tribunali e verificare dal cartellone se sono disponibili pizze sospese.

 

Pizzeria Via Tribunali

Corso Garibaldi 29 – SALERNO  |   089.2961874

Sempre aperta a pranzo e a cena

Rosmarinonews.it – blogzine e comunicazione per il food

Ad Arzano, in provincia di Napoli, c’è la pizzeria “Anema & Pizza” di Ciro Savarese, un locale da poco riammodernato, che garantisce al cliente una esperienza di gusto e di benessere. La pizza è sempre stata presente nella vita di Ciro Savarese e non poteva essere diversamente, vista la lunga tradizione familiare: «La passione per la pizza me la porto dentro da tutta la vita. Sono alla quarta generazione di pizzaioli, figlio di pizzaiolo e nipote di pizzaiolo. Ci sono cresciuto nelle pizzerie e non ho fatto altro che questo dall’età di tredici anni. La pratica è stata la mia scuola. Ovviamente con il tempo la tecnica è migliorata sempre di più, ma non ho fatto nessuna scuola, nessun corso, solo recentemente qualche aggiornamento sulle tecniche di impasto».

Anema & Pizza

Con il tempo Ciro Savarese non si è adagiato su un percorso in qualche modo già solcato, ma ha continuato a crescere e a migliorare il prodotto che offre al cliente: «Oggi realizzo una pizza a lunga maturazione con impasti leggeri. Il mio impasto è il risultato di un blend di farine tipo 0 e tipo 1. Mi piace usare una farina abbastanza forte, a 60 ore di maturazione. Poi lascio lievitare l’impasto per quattro ore a temperatura ambiente». La pizza che si può gustare da “Anema e Pizza” è l’emblema della semplicità e della leggerezza, con il suo impasto fragrante e il cornicione pronunciato. «Io amo la semplicità. Uso il buon pomodoro San Marzano, la mozzarella di bufala e il parmigiano ventiquattro mesi. Preferisco lavorare molto con la stagionalità dei prodotti e in base alla stagione cambia anche il menù. Ad esempio, una pizza che va sempre è quella con i “friarielli”, ma è stata tolta dal menù perché ora il prodotto è fuori stagione. In generale sto attento a modificare la proposta gastronomica in base alla qualità del prodotto di stagione. In sostanza amo, per la pizza, far sentire il gusto dell’impasto, quindi evito di combinare troppi gusti e ingredienti e mi attengo alla “regola” dei tre sapori. Cerco, infatti, di proporre pizze molto semplici, in cui gli ingredienti che la farciscono sono al massimo tre». Quello di Ciro Savarese è un percorso che ha alle spalle una grande tradizione familiare, ma che ha saputo, con il tempo, trovare la propria fisionomia e ha saputo adeguarsi ai tempi e alle esigenze dei clienti di oggi. «Il locale nasce nel 2002 come piccola pizzeria d’asporto. Poi pian piano sono riuscito ad aggiungere nuovi spazi, ma si trattava sempre di semplici ampliamenti, senza grandi interventi di abbellimento. Nel 2018 ho deciso di chiudere il locale per un mese e l’ho completamente ristrutturato». Oggi, è un locale moderno, gradevole, in cui Ciro Savarese ha adottato una serie di scelte strutturali per rendere perfetta la permanenza del cliente. «Abbiamo inserito anche pannelli fonoassorbenti per migliorare la qualità acustica per i clienti che stanno in sala a cenare. Abbiamo sostituito, grazie ad uno studio sulla luminotecnica, le luci fredde con quelle calde e anche sulla scelta della musica di sottofondo c’è stato uno studio, affinché questa non distragga il cliente. Tutto questo per offrire un’esperienza positiva che non sia solo limitata al piatto, ma che sia completa per la persona»

nerano

Da “Anema & Pizza” la pizza è solidale e occasione di sostegno ai più disagiati. Infatti, Ciro Savarese ha deciso di aderire ad una campagna in sostegno dell’Associazione Matteo25 Onlus, che si occupa di aiuti ai più bisognosi. «Per l’occasione ho realizzato la pizza Nerano, una pizza semplice con le zucchine di stagione. Da giugno a settembre, fino a quando le zucchine saranno di stagione, per ogni pizza Nerano acquistata, un euro sarà donato all’Associazione Matteo 25». Una iniziativa lodevole, che unisce il piacere di una bella serata in compagnia alla solidarietà. Chi si reca da “Anema & Pizza” di Ciro Savarese, oltre a mangiare una buona pizza dal profumo e dal sapore unici, che non può trovare negli impasti fatti con farine doppio zero, potrà assaporare un prodotto fragrante, grazie all’utilizzo della crusca nell’impasto, ma anche avere la completezza per confort e accoglienza. 

 

Amalia Vingione

In via Giuseppe Ungaretti numero 27, una stradina secondaria della zona residenziale di Pioppi, la piccola frazione marina del comune di Pollica in provincia di Salerno, nella parte più alta del caratteristico borgo cilentano, in un’area semicollinare pensile sopra la chiesa principale del paese, la terrazza del ristorante Suscettibile offre una vista mozzafiato sullo splendido mare blu del Cilento. “Dalla punta di Pioppi al faro di Palinuro” – specifica lo chef, Antonio Morinelli, che aggiunge, un po’ divertito e con una ironica ma sana consapevolezza – “Anche raggiungere questo posto, quello dove si trova il mio ristorante, è un’esperienza, da fare ovviamente!” 

Morinelli

I piatti di Antonio Morinelli, nascono tra le mura di quella che un tempo era la casa paterna, animata dalle scene di vita di quella famiglia legata fortemente alle proprie radici, alla terra in cui era, da sempre, stanziata e ai suoi frutti, che col tempo ha imparato ad apprezzare. Ecco, è da qui, da “un’esperienza di famiglia”, che trae origine “la passione per il cibo e il gusto per il cibo” – afferma, orgoglioso, lo chef di casa Morinelli. 

I sapori sinceri, quelli di una volta, fanno da cornice ad una cucina espressa che porta in tavola pietanze “modernizzate e nobilitate, allo stesso tempo, a base di materie prime eccezionali che raccontano il territorio, stagione dopo stagione”. 

Il menù che lo chef Antonio Morinelli propone ai suoi ospiti è “suscettibile”, nel senso di “variabile, perché soggetto alla stagionalità degli ingredienti. Le proposte culinarie cambiano in base alla disponibilità dei prodotti che si trovano al mercato, da quello ortofrutticolo, piccolo del posto, a quello ittico, del vicino porticciolo. Non mancano le primizie raccolte e trasformate nella “fattoria di famiglia”, come i fichi bianchi, dal gusto dolce e con una consistenza pastosa al punto giusto o l’olio extra vergine di oliva ricavato dagli oliveti di proprietà. 

Comunque sia, ogni piatto ha una storia a sé che vale la pena raccontare, e poi assaporare. 

polpette

Le polpette con le alici di Pioppi, un’antica ricetta di famiglia che lo chef del ristorante Suscettibile ha deciso di rivisitare, con un tocco di originalità straniera. L’ingrediente principale sono ovviamente le alici, il pesce azzurro per eccellenza, l’alimento principe della dieta mediterranea di cui Pioppi è stata dichiarata la capitale a livello mondiale. Un succulento antipasto preparato, oltre che con le alici fresche del mare del Cilento, pane raffermo impastato semplicemente con le uova e arricchito con il sapore complesso e leggermente “forte” della cacioricotta cilentana, noto presidio slow food; ingredienti, questi, dei cosiddetti piatti “del recupero del giorno prima”, che sposano appieno la filosofia “del riciclo” in cucina. Fa sicuramente la differenza l’impiattamento di queste polpette tanto apprezzate al primo assaggio quanto appositamente richieste. Elegantemente servite su una coulis, quasi artistica, di pomodorini gialli del Vesuvio, ormai un trend food nella “cucina d’autore”, “stemperata” da una sottilissima nota piccante, ereditata dai sapori intensi della cultura gastronomica americana misti a quelli, particolarmente aromatizzati, tipici della tradizione culinaria egiziana.  

“Il cibo è una forma di arte; è l’arte di tanti mestieri messi insieme, dal contadino al pescatore” – dice Antonio Morinelli – “si tratta di artigianalità, nel senso stretto della parola, perché si usano le mani, per raccoglierlo, lavorarlo, trasformarlo” aggiunge lo chef, che continua – “il cibo è come un’opera d’arte perché il suo piacere, dipende molto dal gusto personale”.  

Uno dei primi piatti più famosi del ristorante Suscettibile, riconosciuto come “il suo biglietto da visita”, è, senza dubbio, la purea di fave secche con alici del mare di Pioppi e pecorino. Una pietanza “da una grande personalità” – così la definisce lo chef Morinelli – “realizzata proponendo un legame azzardato” tra le alici, fresche dal sapore pieno, e il formaggio di pecora, sapido dal un gusto acuto, consistente; il tutto, però, perfettamente bilanciato dall’acidità delle fave. Questo piatto, in modo particolare, testimonia “il tentativo” che, ogni giorno, Antonio Morinelli fa nel portare innovazione nella sua cucina. Lo chef del ristorante Suscettibile rivisita volutamente le antiche ricette di famiglia, tenta di “rinverdirle” e non solo perché così facendo “diventano più utili alla nostra cucina espressa” – afferma – “ma soprattutto perché in questo modo” – aggiunge – “il cibo diventa più interessante, particolarmente piacevole al palato dei nostri ospiti; ecco perché ho sostituito le fave grezze con una purea dalla texture delicata”.   

alici

Suscettibile si presentadunque, come un “laboratorio di idee”, invenzioni, ricerche che lo chef Antonio Morinelli sperimenta, testa, diffonde con passione e per piacere, quale esperto di gusto e amante del buon cibo. Qui la tradizione gastronomica di famiglia incoraggia l’innovazione dei tempi moderni e fa spazio all’integrazione di culture gastronomiche diverse; una combinazione di sapori e profumi autentici che consente ai commensali di vivere un’esperienza culinaria dalla “qualità” indiscutibile! 

Felicia Mercogliano 

Guglielmo Vuolo, pizzaiolo e imprenditore napoletano, garantisce un’autentica esperienza di gusto nelle sue pizzerie, con le specialità di buona e verace pizza napoletana. A Napoli e a Verona, le città dove Vuolo gestisce i suoi locali, ed a Firenze dove è consulente dello storico ‘Caffè Italiano’, l’imprenditore del mondo pizza afferma il suo amore per la tradizione gastronomica napoletana, fatta di passione per i sapori autentici e prodotti di eccellenza campani.

L’obiettivo che guida Guglielmo Vuolo nello svolgere con passione la sua attività è creare un prodotto artigianale unico ed irripetibile, a sua detta si realizza così una pizza dall’autentica napoletanità. <<L’essere napoletano è imperfetto nella sua perfezione, ricco di contaminazioni e sfaccettature non smette mai di sorprendere. Così dovrebbe essere la vera pizza napoletana>> spiega Guglielmo Vuolo attingendo dalla storia della sua città.

La sede napoletana  di Guglielmo Vuolo, in via Mergellina 4A, vuole essere un omaggio alla sua generazione di pizzaioli, che con lui giunge alla quarta. <<È una passione di famiglia dedicarsi al prossimo producendo una pietanza sostanzialmente umile e nata in un contesto di necessità come la pizza >> spiega  Vuolo. <<I capostipiti di questa arte in famiglia furono i miei bisnonni – ha proseguito – la madre di mia nonna era solita preparare in casa le pizze insaporendole con pomodoro, origano e qualche pesce rimasto invenduto dal mio bisnonno, che di mestiere faceva il pescatore. L’alternativa bianca, molto gettonata dai clienti dell’epoca, era la pizza con sugna, sale e pepe. Benché fosse più economica dell’olio d’oliva, la sugna dava un prodotto molto gustoso>>, Vuolo racconta così un breve capitolo di storia della pizza.

Il punto vendita di Mergellina, proprio in virtù del valore generazionale, si chiama ‘4A Pizzeria di Guglielmo Vuolo’: <<Io ed il mio socio Stefano Ferrara abbiamo scelto il quattro per rappresentare il numero delle generazioni che, nelle nostre famiglie, hanno prodotto la pizza con passione, ma non solo. Quattro è anche il numero civico del locale e il numero dei fratelli che insieme a me svolgono questo fantastico mestiere. Facendo parte dell’Associazione Veraci Pizzaiuoli Napoletani, il Vuolo riconosce allo storico ente il ruolo di difesa della tradizione, il rispetto del disciplinare della pizza e l’esclusivo utilizzo dei prodotti campani, fra i quali l’immancabile pomodoro del Piennolo del Vesuvio, ingrediente principe di una signora pizza.

impasto

Quando la pizza è una vera passione si è disposti a lasciare qualsiasi lavoro pur di inseguirne il sogno ed è quello che ha fatto Salvatore Cozzolino, patron della pizzeria Impasto di Aversa. Salvatore ha un trascorso professionale che non ha niente a che fare con la pizza, infatti ci ha raccontato come la sua grande passione per la pizza lo abbia portato ad abbandonare la carriera in ambito medico. «Io non nasco come pizzaiolo, ma come tecnico di laboratorio biomedico. Fare il pizzaiolo è stata una passione che poi è esplosa in lavoro, perché ad un certo punto mi sono accorto che era questo quello che volevo fare e quindi mi sono ritrovato a dedicarmi completamente al mondo della pizza. Lasciare il campo medico non è stato facile; è stata comunque una decisione sofferta, perché dopo aver fatto degli studi e aver lavorato in diversi laboratori di analisi, significava quasi fare un salto nel vuoto. Tuttavia la passione per la pizza era, ed è, qualcosa di veramente forte che mi ha tirato fuori da quel mondo». Non c’è alcuna sfumatura di pentimento nella voce di Salvatore Cozzolino, parla in maniera fiera delle scelte fatte, non nascondendo le difficoltà che ha incontrato in un percorso che comunque è stato ricco di esperienze, anche internazionali, e di soddisfazioni. «Ho avuto delle esperienze di lavoro importanti. Sono stato in Messico per un gruppo che si occupa di ristorazione italiana. Parlo del Il Becco, con il quale ho collaborato anche se per poco tempo. Lì mi occupavo di focacce e pizze in teglia cotta in forno elettrico, nell’attesa dell’apertura di un nuovo ristorante con forno a legna. Poi i lavori di apertura subirono un rallentamento, in seguito ad un incidente nel centro commerciale dove il ristorante doveva essere aperto. Così decisi di rientrare in Italia e di ritornare probabilmente quando le cose si sarebbero aggiustate. Ma una volta a Napoli, mi è svanito quell’entusiasmo di ritornarci e quando mi hanno richiamato, ho scelto di non ripartire. Quindi l’esperienza è stata breve, ma comunque importante». Non solo esperienza all’estero, ma anche esperienza accumulata in Italia e con Giuseppe Vesi di Pizza Gourmet: «Ho lavorato per tre anni con Giuseppe Vesi, con Pizza Gourmet. Abbiamo partecipato nel 2016, vincendo, il programma 4 ristoranti di Alessandro Borghese e oggi mi ritrovo questo piccolo locale grazie al quale, un poco alla volta, mi sto dando delle piccole soddisfazioni».  Nonostante il successo e le recensioni positive che si leggono sul web, Salvatore Cozzolino resta umile e con i piedi ben saldi a terra. «Una volta tornato a Napoli mi resi conto che, anche per l’età, era complicato ritornare a servizio di qualche imprenditore. Quindi sotto questo aspetto le scarpe mi stavano strette. Così pensai di fare qualcosa di mio e trovai questo piccolo locale ad Aversa, una città che sta vivendo una buona stagione nel campo della ristorazione. È quella che si può definire una piazza ben agguerrita e per questo motivo bisogna essere sempre attenti. Il cliente è istruito grazie alle recensioni sul web e si aspetta che il prodotto sia all’altezza di ciò che ha letto. Dare conferma a questo è la cosa più difficile. Io non mi sono mai esaltato di nulla, perché non essendo nato in questo mondo, cerco di restare razionale, analizzo sempre tutto senza abbassare la guardia. Molti mi dicono che il mio è il miglior prodotto di Aversa, ma questi sono giudizi e bisogna prenderli sempre con le pinze». Per questo motivo Cozzolino mette la massima cura nel realizzare il suo prodotto che risente anche del suo pregresso in ambito scientifico. «Sicuramente metto la massima cura nel prodotto che offro. Il locale, non essendo eccessivamente grande, mi permette di controllare pizza per pizza. Diciamo che da parte mia c’è una precisione maniacale. Qualcosa certo può sfuggire, ma il grosso viene filtrato. In questo ho un approccio ancora scientifico, soprattutto quando impasto, dove c’è di mezzo la precisione matematica. Non dò nulla per scontato, tutto quello che faccio ha precise regole come la temperatura dell’acqua, della farina, del sale. Peso e misuro qualsiasi ingrediente». Questo perché Salvatore Cozzolino non vuole deludere le aspettative del cliente, che sia abituale o di passaggio. A costui vuole offrire sempre un prodotto di qualità e una pizza che sia all’altezza di dirsi tale. Tra le tante che realizza, quella che più preferisce è la Marinara«La Marinara secondo me è una delle pizze più difficili da fare, tende a seccarsi facilmente: l’impasto deve essere fatto in un certo modo, il pomodoro, l’origano e tutti gli ingredienti devono essere di alta qualità, e bisogna saper dosare bene i vari elementi che la compongono. Però ritengo che la Marinara sia l’essenza della pizza e della semplicità, l’unica che ti può donare le giuste sensazioni che nessun’altra pizza può dare». Quella di Salvatore Cozzolino è una storia tutta particolare, che da un laboratorio biomedico approda ad un progetto che è totalmente all’opposto, ma che gli sta dando grandi soddisfazioni non solo professionali. Passione e meticolosità nella lavorazione dell’impasto, a cui viene data grande importanza a tal punto da dedicargli proprio il nome dell’attività. Impasto propone, attraverso una miscela personalizzata di farine, una pizza portata a maturazione con una lunga e rigorosa lievitazione a cui si aggiunge la precisione di una lavorazione maniacale. Così il cliente, che andrà da Salvatore Cozzolino, troverà una pizza di cui potrà sentire tutti i profumi, gli aromi in un mix ben equilibrato e dal gusto saporito e leggero. 

 

impasto

 

 

Amalia Vingione

La XI edizione  di VisiTuscia ha presentato le analisi della SWG CST e GNAM GLAM elaborati per conto della Fipac-Confesercenti per un turismo rivolto agli “over 65” 

tuscia

Una ricerca dell’ Ipsos-Enit dice che in Italia un turista su due (48%) viaggia per il cibo, la cucina è il primo aspetto che viene associato all’Italia (è citato dal 23% degli intervistati). Dunque un’occasione di sviluppo per il nostro Paese è incrementare l’offerta enogastronomica.  

Il 2019 è stato dichiarato l’Anno del Turismo Lento o “Turismo slow” ovvero quel turismo che “promuove la qualità e l’esperienza contrapponendosi al turismo di massa, veloce e di consumo che poco valorizza le tipicità di un luogo”.  

Una nuova modalità di viaggiare, rispettosa dell’ambiente e molto attenta alle modalità: in particolare ai tempi, ai modi, ai luoghi, alle destinazioni, alle strutture dell’ospitalità, ai mezzi di trasporto. 

vincenzo peparello

È in questo clima che si inserisce la XI edizione di VisiTuscia 2019 in provincia di Viterbo, durante la quale sono state presentate le  analisi della SWG CST e GNAM GLAM elaborati per conto della Fipac-Confesercenti per un turismo rivolto agli “over 65”. «Il turismo lento – ha dichiarato Vincenzo Peparellopatron di VisiTuscia – nasce per valorizzare i territori italiani meno conosciuti dal turismo internazionale, o meglio dal “turismo di massa”, e rilanciarli in chiave sostenibile, favorendo esperienze di viaggio innovative. La Tuscia, la regione che oggi si identifica in massima parte con la Provincia di Viterbo, sembra poter dare le risposte più significative a queste esigenze. Attraversata dalla Via Francigena è in possesso di tutte quelle peculiarità per un turismo lento: laghi di Bolsena e di Vico; i monti Cimini; borghi medievali; riserve naturali come la Selva del Lamone, Monte Rufeno, Bracciano e Martignano; ferrovie storiche e treni d’epoca; per soggiornare vi sono numerosi Bed and Breakfast, agriturismi, dimore storiche, confortevoli piccoli alberghi e alberghi diffusi, in luoghi di grande interesse storico e paesaggistico. L’enogastronomia è poi una delle punte di diamante della Provincia di Viterbo e della Regione» conclude Peparello. In questa fortunata terra c’è di tutto e molto altro, è fondamentale coinvolgere le amministrazioni locali e non solo per far conoscere la Tuscia. Un turismo esperienziale in modo che i visitatori di un territorio non siano “solo turisti” ma desiderosi di vivere insieme agli abitanti del posto i luoghi che visitano, conoscere i prodotti enogastronomici ed artigianali, la natura e i monumenti dei centri storici con lo scopo di stabilire  una continuità di informazione a due vie tra il territorio e i turisti che dovranno in seguito essere informati degli eventi che si svolgeranno nei luoghi che hanno visitato. 

Bagnaia Villa Lante

Peparello fa eco Alessia Scali, manager della rete d’impresa Enjoy Viterbo, che afferma: «la rete d’impresa Enjoy Viterbo ha fortemente creduto in tale iniziativa che coincide pienamente con la strategia di marketing applicata dalla rete nel suo programma di attività, e pertanto ha deciso di aderire e collaborare a pieno titolo al VisiTuscia 2019». Il pregio della “rete” è proprio quello di instaurare una collaborazione tra cittadini, operatori e amministratori pubblici per condividere gli obiettivi comuni contribuendo all’innalzamento della qualità del territorio ed al miglioramento della comunicazione per far conoscere le peculiarità del territorio e gli eventi che sono programmati. 

A confortare la scelta degli organizzatori sono intervenute recentemente alcune indagini riguardanti il “Silver Tourism” ovvero quel particolare turismo che riguarda gli “over 65” tra le cui preferenze c’è proprio un turismo più attento ai luoghi e alle modalità del suo svolgersi. Si tratta di un segmento in forte crescita che nel 2030 raggiungerà in Europa i 140 milioni di turisti rispetto ai poco meno di 42 milioni di qualche anno fa. Solo quest’anno secondo le analisi della SWG CST e GNAM GLAM, elaborati per conto della Fipac-Confesercenti, i nostri connazionali, appartenenti a questa categoria, che andranno in vacanza nei mesi estivi saranno 7,5 milioni per un giro di affari di 5,8 miliardi di euro. È anche emerso che l’86% dei turisti si affida ad un tour operator oppure ad unagenzia di viaggi, pertanto VisiTuscia ha predisposto dei pacchetti di viaggio che verranno veicolati attraverso la stampa di settore e che costituiranno l’oggetto delle trattative che vedranno impegnati,  nel corso del Workshop itinerante dal 18 al 20 ottobre prossimo, gli operatori professionali della domanda e dell’offerta che promuovono un turismo particolarmente rivolto agli “over 65”. 

Il genere di vacanza desiderato dai silver tourist è: turismo genealogico (ricerca delle radici); viaggi intergenerazionali (condivisione); volunteer tourism (fare del bene); bucket list travel (almeno una volta nella vita); viaggi slow (in treno/crociere); salute e benessere (relax e cura); turismo educativo; viaggi misteriosi; avventure sos; viaggi per single; turismo culturale; turismo enogastronomico. 

I progressi della medicina e della farmacologia, insieme ad un migliore tenore e stile di vita, più attento all’alimentazione, magari improntata alla dieta mediterranea, hanno consentito di vivere meglio e non solo di più. Questa mutata condizione di vita ha portato ovviamente non alla scomparsa dei vecchi, ma a farli sempre più integrare nella vita moderna, indispensabili ai figli nonché ai nipoti sotto vari aspetti oltre a quello economico. Dunque dei veri nonni superstar 

La società moderna ha dovuto tener conto delle mutate esigenze di tale larga fetta di popolazione. Sembrerebbe che i termini “vecchiaia” e “anzianità” siano stati relegati nel lessico burocratese dell’INPS per indicare i vari tipi di pensione per i “diversamente giovani”. Si aprono quindi tante possibilità che un tempo non esistevano, a cominciare dalle offerte turistiche pensate proprio per loro. 

Palazzo_dei_Papi_Viterbo

Gli spot televisivi propongono spesso farmaci per alleviare i dolori, vitamine che danno vigore, bicchieri ricolmi di Meritene per far riacquistare la forma fisica, integratori e creme miracolose che dovrebbero ridare la virilità degli anni verdi. Per Vittorio Ferla, responsabile di Gnam Glam associazione per la promozione della cultura enogastronomica, la terza età è un momento di opportunità: « Noi parliamo di chi è nato negli anni CinquantaSessanta vivendo gli anni del boom economico dell’Occidente. In Europa un terzo è composto dagli over 60. In Italia già il 34% della popolazione è Silver. Invecchiare oggi non è più un tabù.  La seconda giovinezza per vivere a pieno la vita della terza età. Il meritato riposo dopo un periodo di lavoro intenso e recuperare il tempo perduto. Piero Angela ultranovantenne ancora conduce trasmissioni televisive.  turisti europei  over 60 che hanno viaggiato nel 2013 sono stati  il 47,1%. Il turista anziano è un cliente evoluto disponibile a spendere, che cerca prevenzione sanitaria e assicurativa nei luoghi che visita. È un cliente semidigitale, che quando giunge in un albergo ha necessità di raccontarsi e parlare con gli altri. Il turismo ha bisogno di promuovere la qualità e l’esperienza contrapponendosi al turismo di massa. Il turista over 60 è diventato un ambasciatore dell’arte, della cultura e dell’enogastronomia di cui va alla ricerca», ha concluso Ferla 

«La Silver Economy, nel mondo, vale circa 8mila miliardi. Un dato che dimostra come la popolazione più anziana sia sempre più una risorsa, capace di attivare ricchezze. Anche nel turismo, come confermano i dati della nostra indagine», spiega Sergio Ferrari, presidente di Fipac Confesercenti. 

 

Harry di Prisco 

 

pizza in corsia
Pizza in Corsia . Appuntamento all’Ospedale Pausilipon per la solidarietà. l’Accademia Nazionale Pizza DOC in collaborazione con L’Associazione Regionale Leucemie Infantili Onlus (A.R.L.I.

Onlus), organizzeranno un evento dal titolo “ Pizza in Corsia ”, l’appuntamento si svolgerà a Napoli, presso l’Ospedale Pediatria Oncologica Pausilipon, il giorno 16 luglio alle ore 12, grazie alla

collaborazione degli Istruttori del Team Accademia. Sarà predisposto un laboratorio dove i bambini prepareranno pizze originali, insieme ai pizzaioli. Una volta cotte e messe in tavola, le pizze

potranno essere degustate. Durante l’evento saranno donate pizze a tutti i bambini degenti e non dell’Ospedale Pausilipon di Napoli. Tutti i partecipanti potranno degustare una pizza preparata

dai pizzaioli del team Accademia Nazionale Pizza DOC: Saranno presenti tra gli altri, Salvatore Lioniello, Vincenzo Capuano, Raffaele Bonetta, Marco Di Pasquale, Claudio Paduano, Vincenzo

Fotia, Fabio Di Giovanni, Gennaro Tommasino, e tutto il team Accademia con pizzaioli provenienti anche da fuori Regione per regalare un “sorriso” ai bambini meno fortunati. Ci sarà anche uno

spettacolo freestyle. Alla fine dell’evento di solidarietà, Pizza in Corsia, ogni istruttore del Team Accademia donerà un proprio contributo in beneficenza, per sostenere i progetti dell’A.R.L.I..

Ufficio Stampa
Accademia Nazionale Pizza DOC

Atmosfera familiare e piatti tipici sono le due caratteristiche principali de Il ritrovo degli amici di Pasquale Poerio a Marano di Napoli, un ristorante-pizzeria che con il tempo ha saputo trovare la propria specificità, tutta indirizzata ai sapori tipici del territorio. 

ritrovo

«Il ristorante, come attività di famiglia, esiste da 1981. Dal 2003, però, io e mio padre abbiamo deciso di dar vita ad una nuova realtà imprenditoriale, al fine di esprimere al meglio l’idea che ognuno aveva di ristorazione. Così ci siamo messi in proprio ed è nato Il ritrovo degli amici, un locale che è una via di mezzo tra il classico e il moderno, dove tutti possono trovarsi e ritrovarsi davanti ad un buon piatto» 

ritrovo

 

Sono proprio la cucina dei piatti tipici a riempire il menù, di cui si occupa lo chef Luigi Poerio. «In cucina c’è mio padre, Luigi, che è uno chef di vecchio stampo. Lui ama proporre al cliente il piatto tradizionale, semplice e gustoso. Spesso si pensa che sia facile cucinare i piatti tradizionali, ma non è così. Devi conoscere il prodotto che vai a cucinare, altrimenti lo rovini. Prendiamo, ad esempio, lo spaghetto con le vongole, che insieme al pacchero ai frutti di mare, è il piatto che mio padre preferisce di più realizzare. Se non sai dosare bene gli ingredienti, se non conosci i tempi di cottura dei singoli elementi e, aggiungo, se non hai la passione vera per la cucina non potrai mai realizzare un piatto di qualità. Il rischio, nel momento in cui vai a fare nuove combinazioni di gusto, è di perdere il sapore autentico e verace, tradendo quella che poi è la nostra idea di piatto».

ritrovo

Il ritrovo degli amici, oltre che ristorante, è anche pizzeria e ad occuparsi delle pizze è proprio Pasquale Poerio, il quale ha scelto, negli ultimi tempi, di intraprendere una nuova strada. «Da diversi mesi stiamo facendo un nuovo impasto, molto più leggero, che realizziamo attraverso un prefermento di ventiquattr’ore, il quale viene poi rimpastato. Questo permette al prodotto finale di acquistare una caratteristica fondamentale per la pizza: l’alta digeribilità. Un esempio è la Gennarì, una pizza leggera e semplice in cui gli ingredienti, prosciutto cotto, salame, carciofini, provola e pepe, ovviamente bianca senza pomodoro, si combinano perfettamente senza annullarsi l’uno con l’altro». Pasquale Poerio parla in maniera entusiasta del percorso compiuto fino ad oggi ed iniziato in tenera età, quando da bambino girava tra i tavoli del locale. Oggi ha raggiunto importanti traguardi, tra cui secondo classificato al TuttoPizza 2019 nella categoria Trofeo a squadre 5 spicchi. Il ritrovo degli amici è un locale dall’imprinting giovane, in cui il cliente ritorna perché qui trova uno staff affiatato e disponibile, un ambiente accogliente, dove le famiglie possono trascorrere gradevoli serate in compagnia degli amici. In particolare Pasquale Poerio ci tiene a precisare che il suo ristorante è un luogo perfetto per le famiglie perché «abbiamo realizzato una sala baby con animazione il sabato e la domenica, al fine di far godere la serata ai genitori e, allo stesso tempo, far divertire i bambini». 

Il ritrovo degli amici è dunque, come dice il motto del ristorante, un posto da provare e da non lasciare andare mai!”. 

 

Amalia Vingione

Il Pastry Chef Aniello di Caprio Lombardi Pasticcieri dal 1948, lancia la nuova linea di dolci  “Summer Collection”.

Frutta fresca e colore nelle monoporzioni che già sono un successo.

Il A partire da giugno fino alla fine dell’estate, oltre alle proposte classiche e moderne, nei momenti di pausa e per tutte le occasioni speciali da Lombardi Pasticcieri dal 1948, la pasticceria guidata dal Pastry Chef Aniello di Caprio, si potrà gustare una serie di dolci, monoporzioni, “Summer Collection”, pensata per esaltare il gusto della frutta di stagione, i suoi colori e la sua versatilità.

Una linea, in cui non troviamo decorazioni eccessive che ingombrano lo spazio del dolce ma che risaltano l’elemento principe, lo zucchero è dosato quanto il sale, i grassi portati al minimo, introduzione di nuovi ingredienti e, poi, non solo frutta fresca, ma anche caffè, nocciola e pistacchio. Nuove ricette e nuove varianti che nascono dalle mani di un Maestro che mette tutto il suo sapere fatto di anni di laboratorio e lezioni di pasticceria e le sue ricerche tra studio e amore per i prodotti del territorio, ricordiamo che è l’autore del panettone campano a marchio registrato “Felix”, un lievitato che ha ricevuto enormi consensi di pubblico annoverato tra i più richiesti del Natale 2018, che prossimamente sarà presentato nella versione gelato da cono e da coppetta con un evento dedicato.

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Le nuove splendide creazioni del Maestro Pasticcere, concepite come dei veri e propri gioielli immortalati negli scatti del talentuoso food photographer campano, Gabriele Scognamiglio, sono monoporzioni che ricordano la fetta di torta, sia all’occhio che alla mente e crostatine che danno la sensazione di vivere qualcosa del passato ma con un gusto e un’estetica da mandare in estasi.

Una vera e propria collezione di alta pasticceria artigianale, dove troviamo la monoporzione al cassis (una varietà di ribes nero) e lampone in due consistenze diverse; la ricotta e pera in una veste nuova, dove le pere non vengono inserite nella crema di ricotta ma stratificate in mezzo al biscuits e al croccante, ancora la tarte au citron, nella versione più delicata rivisitata da Aniello di Caprio e, a seguire, per gli amanti dei  paesi esotici, il rollè con crema al cocco e semi-confettura di frutti esotici e per finire monoporzioni al caffè, al pistacchio, al cioccolato fondente e alla nocciola.

A questi si aggiungono altre creazioni con albicocca, ciliegia, mela annurca, mela verde e da provare insieme a queste sono le crostatine che si caratterizzano per il ripieno che cambia a seconda della frutta utilizzata per le guarnizioni. Aniello di Caprio, tra i pasticcieri più acclamati della Campania e conosciuto a livello nazionale ed internazionale per i suoi lievitati, perché maestro lievitista, è un cultore del dolce ed ama mettere la padronanza tecnica, il suo talento e la sua creatività al servizio del piacere di tutti i golosi.

UFFICIO STAMPA

ANTONELLA D’AVANZO

In provincia di Salerno e precisamente a Cava de’ Tirreni, antica città ricca di rievocazioni storiche, è possibile trovare una pizzeria dal sapore squisitamente contadino. Stiamo parlando di Nonna Nannina, pizzeria contadina. A raccontarci la sua storia è Nausica Ronca, che con il resto della famiglia sta rendendo la pizzeria un fiore all’occhiello del territorio.

« Nonna Nannina non è un nome di finzione. La nostra pizzeria nasce grazie alla nostra nonna, che oggi ha novant’anni. È lei che ci ha indicato la strada e ci ha insegnato l’arte della panificazione e a riconoscere i vari prodotti. Ancora oggi, nonostante l’età, nonna Nannina va in campagna, coltiva la terra e produce prodotti sani e di qualità».

Anna Milito, conosciuta da tutti come Nonna Nannina , è una donna semplice, di altri tempi, instancabile, che incarna la saggezza della cultura contadina. «Quando andavamo al mercato a prendere le verdure, lei ci sgridava se ciò che prendevamo non erano prodotti di stagione e ci diceva di osservare il suo orto, se quei prodotti erano assenti significava che non erano di stagione, invitandoci quindi a non acquistarli. Così facendo ci ha insegnato anche la stagionalità. Per questo motivo le abbiamo dedicato il nome dell’attività, a cui abbiamo aggiunto la specifica di “contadina”, perché nonna Nannina è sempre stata una contadina e questa è la nostra impronta sia per come cuciniamo i nostri prodotti, secondo le ricette della nonna, sia per il prodotto stesso».

Nausica Ronca è entusiasta del prodotto che offrono al cliente e sempre in maniera entusiasta parla della scelta fatta, una scelta che va nella direzione della cucina contadina, della semplicità e del gusto vero e tradizionale.

Nonna Nannina 2

«La cucina contadina dà alla pizza, come valore aggiunto, sicuramente il sapore. Oggi viviamo in un mondo senza sapore, perché spesso tutto viene modificato geneticamente. Pensiamo, ad esempio, al fatto che mangiamo hamburger che sanno di carne, ma non sono fatti di carne mentre il nostro cervello è stato bombardato dalle grandi catene multinazionali che non fanno altro che mettere prodotti nei barattoli. Basta aprire un barattolo e farcire la pizza, ma quello non è gusto. Nel corso di una importante fiera a Milano feci assaggiare del tonno artigianale e tutti rimasero stupiti del fatto che sapesse di pesce. Ecco, questo ci suggerisce come si sia perso nel tempo il vero sapore dei cibi».

Nonna Nannina , pizzeria contadina è un locale a conduzione familiare, dove come colonna portante c’è questa donna forte e saggia, la cui eredità è stata raccolta dai nipoti e da Nausica.

«La pizzeria è a gestione familiare. Ognuno ha un ruolo specifico, lavorando così in perfetta sinergia. Mio marito, Pasquale Bisogno, si occupa della pizza e della ricerca dei prodotti, essendo un gastroscout; io mi occupo della “cucinella” di Nonna Nannina, dove trasformo i prodotti di stagione in piatti che siano allo stesso tempo semplici e di gusto. Daniele, il fratello di mio marito, si occupa della gestione dell’impasto e del forno, quindi è in continuo movimento per imparare nuove tecniche di impasto. Infine, la sorella di Pasquale si occupa di tutto il lato contabile e della cassa. Quindi tutte queste competenze, messe insieme, riescono a creare qualcosa di bello, dove nessuno prevale e l’unione familiare risulta importante».Nonna Nannina

Il menù di Nonna Nannina non può, dunque, non essere lo specchio di una cucina semplice, in cui è possibile ritrovare i sapori di una volta. Così come è proposto in quella che è la pizza che più la rappresenta:« La pizza che ci ha caratterizzato e che abbiamo chiamato proprio “Nonna Nannina” è una pizza molto semplice, fatta con una base di pesto artigianale, pomodorini e grana padano. Tre elementi soltanto, perché siamo convinti che il gusto viene dato dalla semplicità. Noi sottraiamo invece di aggiungere. Questa ovviamente è la nostra scelta, ovvero far assaggiare ai clienti un prodotto molto semplice perché da noi si trova la semplicità e non piatti articolati».

Da Nonna Nannina ci si prende cura non solo del palato, ma anche del corpo. È necessario, dice Nausica Ronca, invitare le persone a porsi qualche domanda quando si siedono a tavola. «Cerchiamo di capire se ciò che mangiamo è solo gusto o anche salute e quindi se quello che stiamo mangiando ci fa anche bene e ci fa vivere di più. Impariamo a mangiare non solo attraverso un portafoglio, ma attraverso soprattutto le vere esigenze del nostro organismo. Chiediamoci cosa stiamo mangiando e non se è buono o cattivo. A tavola iniziamo a parlare un po’ della nostra salute».

L’invito, dunque, è quello di soffermarsi su gusto e salute, un binomio imprescindibile che da Nonna Nannina , pizzeria contadina è possibile ritrovare in ogni piatto.

Amalia Vingione 

C’era una volta a Solofra, nel cuore dell’Irpinia, un vecchio casale di caccia abbandonato. Un luogo fiabesco in pietra che ha conquistato Michele Punzo, il quale con lungimiranza lo ha trasformato nel “The Tales Pub”, il pub delle favole appunto.

Meta gastronomica per tutti gli intenditori di ottima carne, birra artigianale, panini gourmet e piatti della tradizione campana, il The Tales è molto più di un pub: un luogo in cui, più che piatti, si vendono vere e proprie esperienze di gusto esaltate dalla qualità e ricercatezza degli ingredienti esclusivamente locali.

Punto di ritrovo di famiglie e amici, il The Tales <<non è propriamente un pub>> ci dice il patron Michele <<perché, oltre ai panini, uno dei punti forti del nostro menù è la carne alla brace, di alta qualità e ricercata tra le migliori al mondo>>.

pub

 

Principali ingredienti dei piatti, infatti, sono la genuinità e la qualità dei prodotti sottoposti a una selezione più che severa e tutti lavorati nella cucina da esperti cuochi. Michele Punzo punta tutto sul gusto utilizzando eccellenze unicamente dell’Irpinia come la cipolla ramata di Montoro, il caciocavallo podolico, gli ortaggi di Gaetano, uno dei contadini di paese che ogni mattina porta verdure fresche e di stagione al locale.

 

frittura

 

Chi passa in questo fairy place non può non provare le piccole perle del menu: le polpette, un must disponibile in tantissime varianti: di mallone, di broccoli e salsiccia, di melanzana, classica. Ad accompagnare una cucina di eccellenza, le birre artigianali altrettanto degne di essere annoverate tra le prelibatezze del pub. Tra le best sicuramente la Maes Pils belga, le due bulldog, sia la Lager che la Ale, la Beamish Staut e la birra del mese: <<ogni mese proponiamo una birra artigianale, selezionata tra le migliori sul mercato. Questo è il mese della Hopus, una 8.3°, una doppio malto chiara ottima da abbinare alla brace>> – spiega Michele Punzo.

pub

Alla domanda cosa consiglierebbe di provare ad un nuovo cliente, Michele non ha dubbi e risponde <<sicuramente la brace, una “marchigiana” la cui carne è tenera, di ottimo sapore, dall’elevato contenuto proteico e dai bassi livelli di colesterolo. È molto magra rispetto ad altre carni e contiene una percentuale minore di acidi grassi saturi>> a cui certamente abbinerebbe <<una Maes belga, con gradazione bassa di 5.2 %, una pils dorata, al gusto di frutta dal sapore puro e leggero con un piccolo tasto d’amarezza>>.

Il The Tales Pub, il pub che racconta storie, quelle buone, offrendo garanzia di qualità e affidabilità dei prodotti che risulta essere il valore aggiunto che fa la differenza in un luogo in cui l’atmosfera familiare e incantata, unità all’esperienza magistrale di Michele Punzo, mette tutti d’accordo, anche Biancaneve e la strega!

Marika Manna 

Totò SaporeLa pizza è sicuramente il piatto più conosciuto nel mondo. Ne esistono di diversi tipi, classiche e più sofisticate, ma quella vera è solo quella napoletana e oggi conosciamo quella di Antonio Napolitano, in arte Totò Sapore, che a Qualiano, in provincia di Napoli, ha creato una pizza per gli intolleranti al glutine e al lattosio. «La pizzeria è nata quasi per gioco nel 2006. I miei genitori decisero di acquisirla pensando proprio al mio futuro. Infatti, dopo pochissimo tempo è passata a me. Ero giovanissimo e mi ritrovai a gestire il locale, che comunque resta a carattere familiare, con mia moglie, i miei genitori e non solo. Con il tempo, passo dopo passo, siamo cresciuti, siamo riusciti a farci conoscere, ottenendo risultati più che soddisfacenti». Antonio Napolitano è un giovane pizzaiolo, ma dal background lungo ed importante. «Nel 2000 ho iniziato a lavorare come pizzaiolo e ho imparato a fare la pizza lavorando direttamente sul campo. Ciò mi ha permesso di acquisire un certo bagaglio di conoscenze che, combinato all’esperienza, mi ha dato l’opportunità di raggiungere diversi traguardi. Negli anni ho lavorato con diversi maestri piazzaioli, ognuno la pensava in un modo diverso ed io ho imparato da quelle diversità sempre qualcosa, un segreto o una tecnica. Su tutti desidero citare il maestro piazzaiolo Mariano Iandolo, che considero un vero e proprio “zio”. Lui mi ha insegnato i segreti veri della piazza napoletana, mi ha fatto comprendere le differenze tra le farine e, soprattutto, mi ha trasmesso una reale passione per questo mestiere».

Lo specchio di questa esperienza e di questa passione è sicuramente il suo menù pizza, che accontenta tutti i palati anche i più esigenti. «Il nostro menù è composto da pizze classiche, ma anche da pizze gourmet. Ci tengo a precisare che quando parlo di gourmet faccio riferimento non all’impasto, che resta quello della tradizione, ma agli ingredienti che farciscono la pizza. In questo senso collaboro spesso con l’amico chef Paolo Romano, che ora lavora in un ristorante stellato di Barcellona. Con lui mi diverto a creare nuovi abbinamenti di gusto. Ma ciò che più di tutto mi rende orgoglioso è la pizza Gluten free». Quella di Totò Sapore è una vera espressione di amore per un piatto che ormai tutto il mondo ci invidia, ma che non tutti possono mangiare. Per arginare questo limite, Antonio Napolitano ha creato una pizza pensando proprio agli intolleranti al glutine e al lattosio. «La pizza Gluten free è nata grazie ad un mio carissimo amico, un sabato sera tra amici. Non potendo mangiare la pizza classica a causa di una intolleranza al glutine, è scattato in me il desiderio di sperimentare una possibilità per garantire anche agli intolleranti di gustare la pizza. Così ho iniziato a studiare e a sperimentare, intraprendendo un percorso che mi ha portato alla creazione di un impasto adatto agli intolleranti sia al glutine che al lattosio. Questo lavoro ci ha premiati, facendoci ottenere negli anni numerosi premi e riconoscimenti. Ultimi in ordine di tempo, il primo posto al Pizza&xpo, Terzo Trofeo la Reggia 2018 e il secondo posto all’ultimo Salone internazionale della pizza, Tuttopizza 2019, nella categoria Gluten free. Per quest’ultimo desidero ringraziare Stefano Chianese, Marco Russo e mio padre Salvatore Napolitano, perché sono stati fondamentali per il raggiungimento della vittoria». Totò

Non è mai facile per un pizzaiolo scegliere la pizza che più lo rappresenta, ma Totò Sapore con entusiasmo ci parla di quella che forse è la pizza che lo ha reso più orgoglioso, ovvero la “Pesce e pesce”:« Tra tutte le pizze quella che più mi rappresenta è la pizza con la quale abbiamo vinto lo scorso anno, ovvero una pizza composta da vellutata di cavolfiore, provola di Agerola, polpo verace del Golfo di Napoli. Il tutto servito con finger di brodo di polpo, lemon zest, prezzemolo, basilico e olio evo a crudo».

Totò Sapore è la pizzeria dove il classico e l’innovazione si combinano perfettamente, dove è possibile respirare una particolare familiarità e dove si può trascorrere qualche ora in totale relax, perché come dice il motto di Antonio Napolitano: ‘A pizza è comm l’ammor, nun vò pensier!

CampisiSe vi capitasse di fare un viaggio in Francia, magari nel circondario di Bordeaux, per l’esattezza a Cestas nel dipartimento della Gironda e voleste ritrovare il sapore di Napoli, una tappa del gusto obbligatoria è il piccolo ristorante italiano “A Tavola” del giovane Nicolò Campisi, napoletano DOC naturalizzato francese. Pasticceria francese e cucina italiana si sono felicemente incontrate in un piccolo locale con cucina a vista che ricalca la convivialità dei ristoranti tipicamente napoletani.

Con la volontà ardente di chi ha solo vent’anni ma crede nei propri sogni, Nicolò è partito per la Francia e qui <<ho lavorato duro prima di poter aprire un ristorante tutto mio>>, dice. La cucina poi è stata galeotto tra lui e Kenza, sua socia e compagna di vita, che è l’anima dolce e francese del ristorante.

Nicolò CampisiUn piccolo gioiello nel cuore della Francia con lo spirito napoletano. Nicolò infatti sottolinea <<la tradizione della mia terra è alla base delle ricette che propongo ogni settimana nel mio ristorante, seguo la filosofia della cucina napoletana, voglio che le persone conoscano me attraverso i piatti. Penso che la cucina sia lo strumento più vero per far sentire tutto quello che ho vissuto>>. Nel senso di apprendere attraverso i sensi, ricevere un’impressione sensoriale e prenderne coscienza. E cos’è la cucina, se non questo?

L’anima italiana di questo ristorante non riguarda solo la provenienza del giovane Nicolò ma anche quella degli ingredienti che utilizza: <<quasi tutte le materie prime che utilizzo sono italiane grazie a dei grossisti che, lavorando direttamente con l’Italia, riescono a far arrivare un camion ogni settimana>> per garantire prodotti qualitativamente eccellenti ai clienti.

La qualità degli ingredienti si evince dal menù, infatti trattando esclusivamente prodotti stagionali esso non è mai fisso, cambia in funzione del mercato, tanto che <<le persone che ci scelgono conoscono cosa proponiamo nel momento in cui si siedono, non troveranno oggi quello che hanno mangiato ieri>>, ci dice Nicolò che ci tiene a sottolineare come questa sia una scelta ottimale per non utilizzare prodotti surgelati.

A tavolaMa ciò che occupa uno spazio speciale nel cuore di Nicolò, da buon napoletano, è sicuramente la pizza. <<In pieno stile napoletano, l’impasto delle mie pizze lievita naturalmente da un minimo di 18 ore a un massimo di 48 ore. Utilizzo farina 100% italiana dei Molini Agugiaro&Figna, in particolare la cinque stagioni blu con una forza W290-300 e la cinque stagioni rossa più forte da W390. La mescidanza di queste mi permette di avere un impasto come quello dettato dalla tradizione napoletana che rende le pizze alte, soffici e ariose>>.

Nonostante la mancanza di un forno a legna, Nicolò riesce comunue, grazie ad un forno elettrico, a garantire le stesse temperature e prestazioni di uno tradizionale. Se non nel forno, ritroviamo la “napoletanità” negli ingredienti della pizza, soprattutto in quella a cui Nicolò è più affezionato perché porta il nome del ristorante: la “A tavola” farcita alla base con pomodoro San Marzano e mozzarella fior di latte e all’uscita con rucola, prosciutto di Parma DOP, mozzarelline e pomodorini freschi. Il modo più genuino per sentire Napoli…in un morso!

“A Tavola”, un piccolo ristorante in cui trovare i sapori locali e quelli italiani. Una cucina 100 % homemade che si serve di prodotti sempre freschi, un menù che si evolve ogni giorno per un pranzo pieno di gusto, un caldo aperitivo o una cena gourmet preparata sott’occhi e…con accento napoletano!

Marika Manna

BonettiA Frattamaggiore, un comune della provincia di Napoli situato nella zona dell’antica Campania Felix e, per l’esattezza, a est della piana dei Regi Lagni, al di là del portone di un palazzo del centro storico, immerso in un affascinante giardino di corte, spunta il ristorante Casa Nostrum specializzato anche nella preparazione di pizze gourmet, oltre che di quelle classiche.  Una location essenziale ma ricercata fa da cornice ad un servizio di sala, e soprattutto a tavola,  gestito da uno staff esperto e attento alle esigenze dei commensali “che amano farsi coccolare”.

Salvatore Bonetti, il pizzaiolo di Casa Nostrum che nonostante la sua giovane età vanta un importante background nel settore dell’alta ristorazione, afferma con orgogliosa consapevolezza: “i nostri clienti vogliono mangiare i piatti della tradizione, quelli che preparerebbero nelle loro cucina stando comodamente a casa  ma, con un’unica differenza, li vorrebbero più buoni.” Nella cucina di Casa Nostrum la tradizione dei grandi chef, come Gualtiero Marchesi e Antonino Cannavacciuolo, incontra l’innovazione e la ricerca in una contaminazione di stili culinari di grande respiro.

Casa Nostrum

Da una parte le materie prime, selezionate in Italia e con una predilezione per il Made in Campania; in particolare Salvatore sostiene che gli ingredienti di cui non si può proprio fare  a meno sono il pomodoro San Marzano del marchio Gustarosso, la mozzarella di bufala campana, il fiordilatte d’Agerola e la provola dei Monti Lattari.  Dall’altra parte i metodi all’avanguardia, con cui sperimentare tipologie di cotture futuriste ma che esaltano la qualità di prodotti genuini, come l’affumicatura al legno di faggio per cuocere il calamaro ripieno di pane pizza ai cereali con friarielli e fondente di caciottina vaccina.

Non manca un omaggio alla pizza, protagonista indiscussa della tradizione napoletana, anche in questo caso rivisitata e proposta in chiave moderna con ben tre varianti di impasto. Per una pizza particolarmente soffice e altamente digeribile, Casa Nostrum propone un impasto lievitato a lungo, da un minimo di 30-36 ore ad un massimo di 48 ore ; “lavoriamo anche con la biga” – aggiunge Bonetti – “si tratta di un pre-fermento che viene lasciato maturare per ore prima di essere impastato con lievito naturale e sale, e solo dopo circa 12 ore il panetto sarà pronto all’uso”; infine, la pizza “nel rutiello” cotta esclusivamente nel forno a legna e preparata con una pasta “di riporto”, cioè panetti avanzati da una lavorazione precedente e riutilizzati come aggiunta in un nuovo impasto a cui apportano un’acidità che il pizzaiolo di Casa Nostrum definisce “dolce”, perché in grado di accelerarne la maturazione e di conferire, allo stesso tempo, un plus di odori e aromi.

Man VS FoodL’ingrediente segreto della pizza targata Casa Nostrum è il giusto equilibrio tra le quantità degli ingredienti utilizzati come condimento ma anche tra gli ingredienti stessi e l’impasto. Il risultato? Un ottimo bilanciamento di sapori e profumi oltre che di colori, un “topping proporzionato”  per una pizza “leggera” tutta da gustare, come la ManVsFood fatta con patate al forno, provola, bacon croccante e fonduta al Parmigiano Reggiano.

“La nostra cucina è emozionale” – dice Salvatore Bonetti – “vogliamo trasmettere ai nostri ospiti le emozioni che proviamo quando cuciniamo per loro; con i nostri piatti cerchiamo di far provare ad ogni nostro ospite le nostre stesse emozioni.” “Il nostro obiettivo” – continua Bonetti – “è educare il cliente ma anche destare in lui curiosità e stupore, ad esempio, proponendogli un fritto napoletano scomposto dove l’arancino diventa una pralina di riso su burger di vitello e il crocchè un mini gateaux di patate affumicate.” In questo modo il commensale potrà verificare la qualità di ciò che mangia e osservare più da vicino gli ingredienti utilizzati.  A Casa Nostrum la cura del dettaglio è fondamentale. Non solo sapori e profumi ma soprattutto colori, in cucina e a tavola. Quindi, se è vero che l’occhio vuole  la sua parte allora anche il colore ne merita una.  Ecco perché un piatto, dal fritto scomposto al dessert homemade alla classica pizza, diventa una vera opera d’arte in grado di suscitare emozioni, sin dal primo assaggio!

La storia di Massimo De Simone e della sua attività

Massimo De SimoneA sud della collina dei Camaldoli, nei pressi della “Montagna Spaccata”, uno dei caratteristici quartieri della periferia occidentale di Napoli, Pianura, fa da sfondo a una delle pizzerie più stimate del territorio napoletano: la pizzeria “Da Massimo” del maestro pizzaiolo Massimo De Simone che, insieme all’associazione “La piccola Napoli” ha ottenuto un posto nei Guinness Word Record per il maggior numero di pizze fatte in 24 ore.

<<Mi sono innamorato di quest’arte quando avevo circa dieci anni, guardando estasiato gli altri maestri e da allora non ho più smesso.>>  Così Massimo, Istruttore Pizzaiolo di Pizza New School, comincia a raccontarsi e dalla sua voce si intuisce la passione carnale verso questo mestiere che gli ha dato non poche soddisfazioni. Partendo dal nulla, infatti, apre la sua attività nel 2013 aiutato da sua moglie e dai suoi figli inseguendo il sogno di una vita.

Foriero della pizza napoletana secondo disciplinare, per Massimo <<gli ingredienti devono essere il top di gamma, altrimenti non se ne fa niente>>. Infatti, alla base della sua idea di ristorazione c’è la ricerca continua dell’alta qualità e a questo scopo si è dotato di una squadra di fornitori che gli garantiscono a monte ingredienti tutti made in Italy e soprattutto made in Campania.

<<Dopo anni di ricerche e formazione ho finalmente trovato il mio equilibrio selezionando materie prime di alta qualità: farine Grandi Molini Italiani, salumi del salumificio Rocco, latticini Orchidea, conserve e oli della ditta Russo soprattutto il marchio “La Speciale”, che sono prodotti controllati dall’università Federico II di Napoli>> . Soprattutto la selezione dei grani che compongono le farine utilizzate, tutte a basso contenuto proteico, gli permettono di creare un impasto diretto con 24-36 ore di lievitazione, il che dà alla pizza una consistenza leggera e un cornicione arioso al fine di un’ottima digestione.

Ciò che sta a cuore a questo maestro d’arte bianca è la salute dei suoi clienti. Ha infatti introdotto nel suo menu in alcuni giorni fissi di tutti i mesi due farine speciali da cui ricavare pizze altrettanto particolari: una “integrale -20” adatta per chi è sotto regime sportivo quindi per atleti professionisti e la “Zenofico” adatta per chi soffre di glicemia alta. Un’attenzione tutta particolare riservata a chi per vari motivi fin ora non poteva mangiare una buona pizza.

Massimo, però, non smette di stupire. In extremis, ci dice, con la ritrosia tipica di un uomo umile, che è molto attivo nel sociale: fa parte infatti dell’associazione Onlus “Si può dare di più” nata, a Marechiaro, con lo scopo di introdurre nel mondo del lavoro i giovani affetti da autismo. E cosa potrebbe insegnare loro, Massimo? <<Dirigo il laboratorio “Dalla Farina alla Pizza”:  insegno loro a fare prima la pasta, poi la pizza e alla fine se la mangiano>>.

Da Massimo

Imperdibile la sua “Margherita Rivisitata” ad impasto diretto, lievitata 36 ore e  preparata con farine Grandi Molini Italiani   (70% verace 30% Ricchezza) condita con mozzarella di bufala Campana, pomodorino ciliegino, basilico, gocce di pesto e giro di  olio extravergine. Da menzionare anche: la “Buona Buona” insaporita da datterini rossi e gialli, mozzarella di Bufala, gamberetti e basilico fritto; la “Voglio o mar”con polpo alla Luciana e formaggio di fossa. Tutte prelibatezze che bisogna solo provare!

 

Marika Manna 

Nasce in Campania, da Caserta, un’iniziativa tutta al femminile tra marketing e logistica

La storia della giovane Francesca, co-fondatrice di Titaly

Caserta, maggio 2019 – E’ un’iniziativa tutta al femminile quella lanciata da una giovane start-up campana che ha sede in provincia di Caserta, diretta a far conoscere e, perché no, assaggiare le tipicità e le eccellenze di tutta Italia oltre che tanti altri prodotti ed alimenti sani e gustosi della Dieta Mediterranea.

Si chiama «Titaly», infatti, il portale presente sul web (ma presto lo sarà anche come applicazione) che seleziona e sceglie per gli utenti, i migliori prodotti agroalimentari ed enogastronomici di tutta Italia permettendo ai produttori, in molti casi, di esporre in rete le loro eccellenze con una vetrina alternativa al classico canale di vendita. L’idea è venuta qualche tempo fa ad un gruppo di amici tra cui la giovane Francesca Cappelli, 21 anni, di Santa Maria Capua Vetere è una delle co-fondatrice dell’attività, a metà fra logistica e marketing.

L’obiettivo è lodevole: promuovere e valorizzare i prodotti simbolo della cultura gastronomica del Sud Italia, ma non solo, ampiamente pubblicizzati anche sul sito di e-commerce. «L’idea – spiega Francesca – è nata quando mi sono accorta che molti amici, parenti o conoscenti restavano sbalorditi della bontà di alcuni prodotti della zona che gli portavo durante delle visite di cortesia o altre occasioni, tanto da chiedermi espressamente di comprarglieli e spedirglieli. Da qui – prosegue – ho intravisto una possibilità di trasformare ciò in attività».

«Titaly», per esempio, si occupa della promozione dei prodotti tipici di eccellenza della Campania di qualità medio-alta, produttori che dimostrano l’artigianalità del prodotto ma anche della promozione di altre tipicità regionali italiane. Chi arriva su questa piattaforma può, peraltro, comporre anche una sorta di paniere di prodotti anche freschi. Dietro c’è un lavoro di assoluta ricerca dell’eccellenza con un servizio assistito per i clienti che oramai travalicano i confini italiani, finanche in tutta Europa e se per caso emerge qualche problema anche non dovuto alla piattaforma, la clientela non rimane mai delusa. Si tratta in sostanza di una piattaforma che è sicuramente interessante per i produttori che vorrebbero far conoscere i loro prodotti artigianali, sempre di grande qualità, una vetrina che arriva a tante altre utenze magari non raggiungibili con altri mezzi.

«Titaly», infatti, si pone come partner ideale per tutte le aziende che vogliono aprire il proprio canale di vendita online affidando in parte, in «outsourcing» le attività ad esso connesse, con il vantaggio di avere un unico interlocutore. Le aziende che hanno scelto «Titaly» (www.titaly.it) operano soprattutto nel settore agroalimentare ed enogastronomico. Ad ognuno di questi clienti si garantisce l’identità del proprio brand, per contrastare la transazione dei marketplace e mantenere la relazione diretta coi propri clienti.

 

Ufficio Stampa:

Antonella D’Avanzo 

Farinella si rifà il look: restyling del ristorante a La Reggia Outlet di Marcianise

 

Un ambiente più accogliente e moderno per un menù  che punta sulla Dieta Mediterranea

Tra il sacro e il profano, tradizione e modernità. Farinella cambia look nel suo ristorante a La Reggia Designer Outlet, e lo fa senza stravolgere la prelibatezza di un menù che rispecchia a pieno i sapori, gli odori e le tradizioni della dieta mediterranea. Un restyling che avvicina il ristorante di Marcianise a quelli delle più recenti aperture nelle principali capitali estere e che si propone di ricreare un ambiente conviviale, dove sentirsi a casa,
mozzafiato come una terrazza della Costiera e moderno, per poter servire i propri clienti supportati dalla tecnologia.
Il gruppo Farinella rilancia, come dalle parole di Federica De Angelis, brand ambassador del gruppo: «Le ceramiche vietresi ed un pergolato di bouganville incorniceranno l’atmosfera che abbinerà il buon gusto culinario all’arredamento».

 

 

UFFICIO STAMPA
Alessandro Savoia – Fabrizio Meglio

Presentata la tracciabilità delle produzioni Fresca24

Al Panart di Carinaro sono stati diffusi i risultati raggiunti

dal progetto finanziato dal PSR Campania 2014-2020

Con la presentazione al Panart Ristosound di Carinaro (CE) si è concluso ufficialmente il progetto Fresca24 per la Tracciabilità delle produzioni agroalimentari. L’iniziativa, che concretizza ancora di più la vision aziendale della società che ha dato vita a Fresca24 nata nel 2017 e tutta tesa alla trasparenza, alla qualità e alla salubrità dei prodotti, è stato finanziato dal PSR Campania 2014-2020 Misura 16.4.1.

I campi di Fresca24 sono situati nel cuore delle fertilissime terre della Campania Felix. Sia il campo di Aversa sia gli altri lotti di terreno dei 19 produttori aderenti alla rete sono situati nell’intera provincia di Caserta e messi a coltura secondo un disciplinare di produzione messo a punto dall’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IPSP – CNR) affidato alla supervisione scientifica di Michelina Ruocco, agronomo, ricercatrice di III livello dell’Istituto e Professore di Patologia Vegetale. L’IPSP-CNR garantisce un’adeguata formazione degli agricoltori associati e dei tecnici aziendali con seminari periodici che comprendono attività dimostrativa in campo e lezioni teorico-pratiche.

Il progetto Fresca 24 Tracciabilità ha reso tracciabili e accessibili a tutti i dati di monitoraggio delle produzioni. Attraverso una app dalla semplice interfaccia utente, si è dato vita a una interazione concreta e costante tra chi produce, chi commercializza, chi controlla e chi consuma. In background sull’app, Fresca 24 pianifica la semina, registra le piante, gestisce il magazzino, pianifica le vendite e gestisce le ordinazioni a distanza dei clienti. Contestualmente, il CNR registra le coltivazioni e le attività di monitoraggio, pianifica gli interventi curativi e verifica le attività dei coltivatori. I coltivatori invece registrano la semina e le attività ordinarie di coltivazione, oltre ai trattamenti prescritti dal CNR e i dati sulla raccolta. I clienti hanno così a disposizione uno strumento complesso ma facilmente utilizzabile dove, semplicemente inquadrando un QR CODE, possono verificare la tracciabilità del prodotto ma dove potranno anche ordinare on line la loro spesa e verificare lo stato delle coltivazioni.

«Quando abbiamo dato vita a Fresca24 – dichiara Pasquale Gallo, uno dei soci titolari dell’impresa – avevamo in mente esattamente quanto questo progetto ci ha consentito di realizzare. Abbiamo dunque dato concretezza alla nostra volontà di serietà, purezza e trasparenza in cui ognuno fa la propria parte: il monitoraggio del CNR, le comunicazioni dei produttori e il coordinamento di Fresca24 rappresentano una struttura organizzativa di cui siamo davvero orgogliosi».

Ufficio Stampa

Antonio Puzzi

347.5650976

nioantoniopuzzi@gmail.com

Un uovo “Made in Salento” che arriva nella cucina dei più grandi chef italiani, si chiama Uovo Perfetto ed è il brand nato da un’idea di Giulio Apollonio e della sua compagna Maira Greco.  I due salentini, supportati da una coppia di amici di lunga data, si sono immersi in un’ avventura che ha lo sfondo campestre di Cutrofiano, in provincia di Lecce, dove ha sede la loro Start up.

Il progetto Uovo Perfetto premia il valore del buon uovo naturale, la cui produzione rispetta il benessere e la vita degli esseri viventi. “Uovo Perfetto è un progetto che mette in armonia la flora e fauna del territorio di Cutrofiano. Le nostre galline vivono in un’area delimitata da una bassa recinzione, che permette loro di mantenere il contatto con l’ambiente circostante e all’interno dell’area possono razzolare in tutta libertà. Malgrado la recinzione non sia invalicabile, poichè alta solo 1,40 cm, le galline finora sono mai state attaccate dai predatori” ha spiegato il CEO di Uovo Perfetto. “Sin dall’inizio della nostra avventura abbiamo notato una piccola percentuale materiale di scarto, alcune uova erano lesionate, probabilmente per la fragilità del guscio – prosegue Apollonio – abbiamo pensato che potevano essere uno spuntino giornaliero per gli animali potenziali predatori.  La nostra intuizione si è rivelata attendibile quando gli ovuli di scarto, che disponevamo in una ciotola, venivano costantemente mangiate dagli animali. Questo sistema ci ha aiutato a prevenire ogni tipo di attacco”.

Tutto nasce dalla voglia di approfondire la realtà degli allevamenti avicoli sparsi per l’Italia. “Un giorno ero con la mia compagna in un supermercato di qualità, veniamo attirati da una confezione di uova a 70 centesimi l’una” spiega l’imprenditore. “Dal prezzo abbiamo pensato che le uova potessero avere origine da un allevamento immerso nella natura, come quelli che spesso si vedono nelle confezioni. Mossi dalla curiosità, chiamiamo l’azienda agricola che produceva la varietà di uova che ci aveva interessato. Alla nostra richiesta di visitare l’allevamento, ci fanno capire che non c’era nulla di particolare da vedere”. ” La determinazione mia e di mia moglie ci ha portati a raggiungere l’indirizzo dello stabilimento, dove con i nostri occhi abbiamo realizzato che non c’erano i pascoli ma tristi capannoni”.

A quel punto Giulio e Maira sentivano di poter dare un contributo alla realtà avicola con un progetto che desse valore al naturale habitat delle galline, una campagna dove i pennuti possono pascolare liberamente.

“La filosofia che guida Uovo Perfetto è eco sostenibile, il nostro rispetto per la natura si traduce in assenza di gas serra prodotti, quelli con la più alta incidenza sul fenomeno di surriscaldamento del pianeta” – spiega Giulio. “Uovo Perfetto si distingue anche per un’anima eticamente sostenibile, guarda con occhio umano le galline che producono meno quando diventano anziane. Per questo produciamo nel rispetto della vita e del benessere dell’animale” prosegue.

Il progetto che porta a tavola un uovo nato in un contesto spontaneo, come quello realizzato nel setting di Uovo Prefetto, si caratterizza per un allevamento di tipo non convenzionale. In questa azienda agricola di Cutrofiano si abbraccia la natura in tutti i suoi aspetti, per questo Uovo Perfetto ha ricevuto il sostegno degli enti sanitari provinciali, che ne hanno visto un eden di naturalezza e sostenibilità.

 

 

 

 

 

 

La Campania a tavola con Felix la colomba di Aniello di Caprio

Dopo il successo del Panettone Campano  il maestro lievitista replica con 

il grande lievitato anche per la Santa Pasqua

Maddaloni, 18 aprile 2019. Felix il Panettone Campano a marchio registrato, diventa anche Colomba Campana entrando a far parte tra le proposte pasquali del maestro lievitista Aniello di Caprio di Lombardi Pasticcieri dal 1948.

Un grosso lievitato che nelle scorse festività natalizie ha avuto il primato di richieste e di vendite, grazie anche alle buone pratiche di promozione, tanto che il pastry chef casertano ha voluto solo cambiargli forma, dove gli ingredienti sono sempre il burro di bufala della piana casertana, la preziosa albicocca “pellecchiella del Vesuvio, la pasta di mandorla profumata ai limoni della costiera amalfitana. Eccellenze prodotte nella nostra meravigliosa regione che conferiscono all’impasto del Felix straordinarie qualità organolettiche.

È una colomba che ci consente di fare un giro tra gli scorci, gli scogli, le insenature, le colline, le pianure e ancora tra storia, colori e profumi che parte da Caserta e percorre diverse tappe della Campania Felix, ovvero, l’isola fertile e felice attraversata da popolazioni millenarie, area geografica presa in esame da Aniello di Caprio per esprimere la sua conoscenza e il suo studio con questo lievitato da ricorrenza di forte successo.

Non solo Felix ma anche colombe classiche caratterizzate da una soffice pasta lievitata dal colore giallo intenso, con il mandarino candito al posto dell’arancia e un’intera linea negli abbinamenti degli ingredienti sempre più ricercati. Ancora, tra i prodotti da non perdere la pastiera, la regina della Pasqua, con il grano cotto dai Lombardi pasticcieri e la ricotta vaccina con aggiunta di quella di bufala e gli aromi naturali che vengono costruiti nel laboratorio di via Forche Caudine. A completare il profumatissimo casatiello dolce casertano, altro must “provare per credere” di Aniello di Caprio e una linea di salati come la colomba “Attesa” con salsiccia di suino di razza casertana, provolone del Monaco e pomodorini confit e naturalmente il classico casatiello salato da tagliare in compagnia degli amici o della famiglia il giorno di Pasqua o di Pasquetta. Artistiche e di grande qualità l’intera produzione di uova artigianali create per coloro che vogliono emozionare con un dono di gran classe le persone più care. A rendere eleganti le proposte pasquali del maestro Di Caprio, le confezioni artigianali progettate da Angela Lombardi.

Aniello di Caprio

Lombardi Pasticcieri dal 1948

Via Forche Caudine

Maddaloni (CE)

 

Ufficio Stampa:

Antonella D’Avanzo

Vico Equense ha conosciuto la massima esaltazione del gusto con le prelibatezze di Pizza a Metro da Gigino, storica istituzione del gusto protagonista all’ultima edizione di Pizza a Vico. Prelibati metri di Pizza, frutto della sapiente lavorazione ereditata da Luigi Dell’Amura, fondatore della prima pizzeria al metro in Campania, hanno deliziato il pubblico con prodotti di eccellenza campani.

“Nella tre giorni di evento abbiamo utilizzato 40 chili di mozzarella, 36 chili di pomodori, 5 chili di polpettine, 2 chili di ricotta, 5 chili di melanzane, 5 chili di salame piccante e 4 chili di provolone del Monaco”, ha spiegato Giovanni Rivieccio, direttore di Pizza a Metro. “Domenica abbiamo realizzato la pizza con polpettine e ciuffetti di ricotta, mentre lunedì è stata la volta della pizza con melanzane e salame piccante. Ci sono voluti 4 chili di mortadella e 5 chili di patate novelle al forno per realizzare alcune specialità per la proposta creativa” ha proseguito Rivieccio.

Dalle sue parole si comprende la capacità di una squadra unita e competente, come quella di Pizza a Metro, che è stata in grado di spaziare dal repertorio tradizionale a quello creativo, rispettivamente le prove che hanno permesso ai partecipanti di misurare la loro bravura. Pizza a Metro porta avanti con orgoglio la passione per l’arte bianca della pizza, così come l’ha concepita ottanta anni fa Luigi Dell’Amura, pioniere del gusto. A lui è stato intitolato il trofeo destinato al vincitore della quarta edizione di Pizza a Vico, in occasione del cinquantesimo compleanno della pizzeria da lui fondata.

La manifestazione vicana, dove Pizza a Metro è stata indicussa portavoce della tradizionale pizza di Vico Equense, è stata occasione per vivere tre giornate all’insegna del gusto e del divertimento, con un messaggio di fondo. Dare alla “pizza al metro” pari dignità gastronomica e culturale rispetto alla pizza napoletana e di legarla al patrimonio di usanze di Vico Equense, patria di un modo alternativo di gustare la classica pietanza partenopea.

 

La pizzeria Mastunicola è il posto perfetto per conciliarsi con il mondo, grazie alla squisita proposta gastronomica e alla cordialità dello staff coordinato da Luigi Errico, patron del ristorante pizzeria di Pianura, quartiere di Napoli. Il locale è noto al pubblico dei buongustai per essere in grado di sorprendere il palato con sapori genuini, combinati in piatti che strizzano l’occhio a concetti d’avanguardia.

“Il nome che abbiamo assegnato al locale prende origine proprio dalla massima espressione della pizza. La pietanza che da Napoli si è diffusa nel mondo con il caratteristico tricolore, un tempo non era come la conosciamo oggi” spiega Luigi D’Errico. “Parliamo del primo disco nato antecedentemente alla Margherita, si chiamava Mastunicola ed era a base di strutto, foglie di basilico e cicoli, come vuole la tradizione napoletana. Questa antenata della Margherita veniva poi guarnita con del pecorino”. 

Stando al racconto del patron di Mastunicola si comprende come il locale di Pianura prenda spunto dal primo prototipo gastronomico della pizza. La cucina del Mastunicola attinge da una selezione di materie prime di qualità, lavorate nel rispetto della loro natura da un competente personale di cucina. Lo stesso approccio alla ricerca viene adottato anche dallo staff della pizzeria.

“Utilizziamo la farina Caputo doppio zero, il nostro impasto segue una lievitazione e una maturazione naturale di circa 36 ore. Cerchiamo di dare il massimo della qualità al prodotto di farina partendo da una sapiente lavorazione dell’impasto” racconta il signor Luigi. “Mettiamo a disposizione del cliente un impasto gluten free”. Il servizio può contare sul savoir faire del personale, sempre impeccabile nella sua professionalità, in grado di mettere a proprio agio il cliente durante la sua esperienza di gusto. “Al Mastunicola il personale di sala segue il cliente passo dopo passo dal suo arrvio fino alla conclusione del pranzo o cena”, prosegue il ristoratore.

Una proposta di piatti scandita sulle materie prime di prima qualità, unita a un ambiente familiare, è in grado di far sentire a casa il cliente che sceglie Mastunicola per godere di una piacevole serata. Tra i progetti futuri di Luigi Errico per il suo ristorante, la scommessa sul successo di Mastunicola in qualità di brand della cucina. “Cerchiamo delle affiliazioni, degli imprenditori che vogliano investire nel settore affidandosi alla nostra esperienza ed al nostro marchio. Ampliare i nostri orizzonti nel breve termine è un’idea concreta” ha spiegato Errico. La pizza come la cucina, nella proposta di Matunicola, sono contenitori di idee nuove sugli abbinamenti. Per questo Mastunicola punta all’evoluzione del gusto, senza sradicare il suo legame dalle proprie origini partenopee.

Ecco “beerETTA”, la birra si spilla pedalando

Il nuovo veicolo per lo street food ideato da Giovanni Kahn della Corte entra in commercio grazie la joint venture con la B Cargo Bike

Dopo aver ottenuto il brevetto dell’Apecar con forno a legna, Giovanni Kahn della Corte ha inventato un nuovo veicolo per lo street food dal forte accento ludico. Il nome è già un programma: beerETTA ovvero la “birra in bicicletta”.

IL PROGETTO “BEERETTA”. Si tratta di un veicolo a tre ruote, la cui licenza è di proprietà della società umbra Giumalu, che da fermo può essere poggiato su un cavalletto che sollevando la ruota superiore da terra, e attaccando una dinamo, permette di generare energia elettrica che fa uscire la birra da un erogatore che si trova davanti al manubrio. Qui c’è sistemata tutta la parte dedicata al fruitore che potrà prendere da solo un bicchiere, sistemarlo su un apposito adattatore, e controllando con le pedalate l’erogazione della birra riempirsi il bicchiere.
L’EVOLUZIONE DELLO STREET FOOD. «Il fenomeno street food – spiega della Corte, ideatore del progetto – per garantirsi continuità, necessita di continui aggiornamenti sia in materia di novità vere e proprie sia in materia di aumento della redditività, con il contestuale abbattimento dei costi di gestione. Il gioiello “beerETTA” è una risposta a tutto ciò: bassissimi costi di gestione, elevatissima redditività. Alla base sempre e solo ovviamente un prodotto di eccellenza con una corretta “tenuta” della temperatura del prodotto stesso ma soprattutto mezzo agile e maneggevole adatto alle nostre strade. Una vera e propria innovazione che a mio parere farà strada».
DAL PROTOTIPO ALLA COMMERCIALIZZAZIONE. A 3 anni dalla prototipazione, oggi beerETTA entra in commercio grazie alla joint venture con la B Cargo Bike Italia di Firenze. E mentre fa il suo esordio al Florence Bike Festival, sono già 100 le biciclette prenotate. BeerETTA è acquistabile anche con finanziamento della società venditrice al costo 150€ al mese (per informazioni: Info@bcargo.bike).

 

Ufficio Stampa:

Alessandro Savoia

Ciclovia della Falanghina, in bici tra i vigneti della Città Europea del Vino.

Domenica 14 aprile inaugurazione dell’itinerario ciclabile, lunedì 15 il terzo info day del progetto BioWine.
Pedalare attraversando il Sannio e scoprendo i vigneti, le cantine, gli itinerari storici ed i borghi suggestivi della capitale europea del vino, il prestigioso riconoscimento assegnato al distretto beneventano da Recevin (European Network of Wine Cities), la rete delle 800 Città del Vino presenti in 11 Paesi europei.
Continuano, dunque, le iniziative promosse da Sannio Falanghina “Città europea del Vino 2019” per valorizzare l’intero territorio e favorire nuove forme di turismo sostenibile, supportate anche dal programma di treni storici e turistici connessi agli eventi.
Domenica 14 aprile, a Telese Terme (BN), è in programma l’inaugurazione dell’itinerario ciclabile che consentirà a turisti ed appassionati di percorrere in bici strade a basso traffico ed interpoderali.
In particolare, il percorso prevede 30 km da Telese a Guardia Sanframondi – tra vigneti, degustazioni in cantina, castelli e suggestivi paesaggi del vino – e rappresenta un importante tassello di un progetto molto più ambizioso: una grande ciclovia che collegherà Benevento con la Reggia di Carditello, passando per la Valle Telesina, grazie all’iniziativa dei Comuni della tratta ferroviaria Napoli-Bari, che hanno già firmato un protocollo, e della Fondazione Carditello.
Partenza dalla stazione ferroviaria di Telese Terme, domenica alle ore 10.30 (percorso ad anello), e ritrovo alle ore 11 al lago di Telese. Previsto anche un treno storico speciale per raggiungere il Sannio, con partenza da Napoli e da Caserta.
Lunedì 15 aprile, alle ore 18.30 presso la sala consiliare del Comune di Castelfranci (AV), terzo info day dedicato alla presentazione del progetto BIOWINE (Biological Wine Innovative Environment) – dopo i primi due appuntamenti già effettuati il 16 marzo a Caggiano ed il 25 marzo a Matera – alla presenza dei sindaci dei territori coinvolti, dell’onorevole Maurizio Petracca, presidente della commissione Agricoltura della Regione Campania e dell’onorevole Rosetta D’Amelio, presidente del Consiglio regionale della Campania.
Il progetto. finanziato dal PON Governance e capacità istituzionale 2014-20 (Agenzia per la Coesione Territoriale, Fondo Sociale Europeo – Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), prevede il trasferimento di conoscenze e buone pratiche gestionali ed amministrative pubbliche e degli strumenti operativi già adottati dai Comuni dell’area del Prosecco Superiore Docg Conegliano Valdobbiadene, capofila il Comune di San Pietro di Feletto (TV), verso alcuni Comuni della Campania (Sannio beneventano ed area salernitana) e Basilicata.
L’obiettivo è definire, approvare ed adottare uno statuto intercomunale di Paesaggio rurale, nell’ambito di un quadro normativo unitario, condiviso dalle amministrazioni locali e concordato con gli attori della filiera vitivinicola ed agricola, per armonizzare le politiche ambientali e urbanistiche.
Programma del 14 aprile:
– ore 10.25: arrivo a Telese Terme del treno del cicloturismo “Ciclovia della Falanghina”, in collaborazione con CNA Benevento – Sannio Autentico;
– ore 10.30: raduno dei ciclisti partecipanti presso la stazione di Telese Terme ed inizio percorso;
– ore 11: sosta e raduno al lago di Telese Terme – partenza in gruppo e visita alle cantine situate lungo il percorso;
– ore 13.30: arrivo a Guardia Sanframondi in piazza Castello – pranzo libero (a sacco o presso le attività ricettive locali), visita al borgo (castello medievale, musei, centro storico, chiese);
– ore 15.30: raduno in gruppo e partenza per visitare le cantine situate sul percorso;
– ore 17: arrivo a Castelvenere e visita alle cantine tufacee;
– ore 18: arrivo a Telese Terme e visita;
– ore 18.56: partenza del treno del cicloturismo “Ciclovia della Falanghina”, in collaborazione con CNA Benevento – Sannio Autentico.
Ufficio Stampa:
Antonello De Nicola

Dall’Irpinia a “La città della Pizza” di Roma:

IL PIZZACHEF GIUSEPPE MAGLIONE DOMANI (sabato 13 aprile)

PROTAGONISTA TRA I 39 MIGLIORI MAESTRI PIZZAIOLI D’ITALIA

SELEZIONATI PER IL GRANDE EVENTO NAZIONALE DEDICATO ALLA PIZZA

 

“Vesuvia”, “Violetta” e “Irpina” sono le creazioni gourmet che Maglione proporrà

al pubblico della capitale: attesi in migliaia per l’evento organizzato

da Vinòforum in collaborazione con Ferrarelle

 AVELLINO – Dall’Irpinia a Roma per portare al pubblico della capitale la pizza gourmet made in Avellino: il pizzachef Giuseppe Maglione sarà protagonista domani a “La Città della Pizza” di Roma, il grande evento organizzato da Vinòforum in collaborazione con Ferrarelle che ogni anno seleziona i migliori maestri pizzaioli d’Italia.

 

Quest’anno tra i 39 protagonisti c’è il pizzaiolo di “Daniele Gourmet” Giuseppe Maglione, che al pubblico del “Ragusa Off” di Piazza Ragusa porterà tre delle sue creazioni gourmet: “Vesuvia” (pacchetelle di pomodoro del Piennolo del Vesuvio Dop, fiordilatte, ricotta di Agerola, olio evo Dop e basilico), “Violetta” (patata viola, provola affumicata di Agerola, speck, caciocavallo irpino, pomodorino del Piennolo confit, olio evo Dop e basilico) e “Irpina” (cipolla grigliata ramata di Montoro, pancetta irpina croccante, fiordilatte, castagna Igp di Montella, patata di Trevico allardiata con lardo irpino, olio evo Dop e basilico).

 

I maestri pizzaioli presenti, tra cui Maglione, sono stati selezionati dal team di autori composto da Emiliano De Venuti, ideatore e CEO di Vinòforum, dal maestro pizzaiolo Stefano Callegari e dai giornalisti Luciano Pignataro, Tania Mauri e Luciana Squadrilli. Sono migliaia i visitatori attesi nei tre giorni de “La Città della Pizza”, in cui i 39 maestri pizzaioli proporranno, in un’area di seimila metri quadri, circa cento tipi diversi di pizza. Dall’Irpinia Giuseppe Maglione porterà nella Capitale la sua filosofia gourmet, da interprete moderno di una pizza di territorio, che si caratterizza per un evidente ossequio alla tradizione ma che viene contagiata dalla contemporaneità e dalla creatività, con materie prime di altissima qualità.

 

Ufficio Stampa:

Miriade & Partners S.r.l.

 

La Pasqua alla Pasticceria Sparaco di Castel Morrone, tradizione e territorio con un look unico ed esclusivo firmato dell’artista Giovanni Tariello

Castel Morrone, 12 aprile 2019. Da un profondo legame con il territorio e un forte sentimento di amicizia tra il pasticcere Guido Sparaco e l’artista Giovanni Tariello è nato il progetto della scatola con un dipinto del pittore morronese realizzato in esclusiva per la pasticceria Sparaco, l’originalissimo look che vestirà le creazioni pasquali del giovane pastry chef. Scatola che ha vinto il premio come miglior packaging tra tutte le proposte nazionali secondo Divina Colomba 2019, il contest organizzato da Goloasi.it. L’opera, un “Souvenir” di un déjeuner sur l’herbe davanti ad uno dei simboli della storia di Castel Morrone, è una pittura ricca di ricordi, di vita vissuta, di poesia del borgo dell’artista che ha saputo tinteggiare il suo percorso artistico con una impronta personalissima dedicata agli amati avi, contadini del paesaggio morronese, dove il non-finito che egli lascia nel tracciare le sagome delle figure con i volti appena accennati o dello spazio e gli oggetti del quotidiano si stagliano sulla tela e parlano di  questi luoghi. Tariello, con le sue tele mette in luce l’universo contadino e l’essenza stessa dell’uomo e, dandogli una dignità etica, antropologica e culturale, gli riconosce il suo essere nel mondo.

Ed è così che le creazioni del pasticcere Guido Sparaco assumono un valore maggiore con questo dipinto che diventerà un marchio di riconoscimento per la pasticceria di famiglia che opera da più di trent’anni in questo piccolo centro casertano, dove lo studio per questa Pasqua non è solo nella presentazione di un packaging unico ed esclusivo ma anche e soprattutto nella proposta gastronomica che vede la tradizione con la pastiera napoletana con grano e ricotta di pecora profumata all’arancia e il casatiello dolce casertano chiamato anche pigna, un grosso lievitato con aroma naturale di limone e arancia, anice, rum e rifinito con naspro. Invece, per quanto riguarda la produzione di colombe artigianali a lievitazione naturale, oltre alla classica con uvetta e arancia candita, troviamo golose alternative alle amarene, al cioccolato e due new entry:  la clementine e menta e la fragoline candite e mirto di Castel Morrone, un liquore che secondo la tradizione vuole la raccolta  dei frutti nella prima domenica dall’avvento, tra le mura megalitiche del IV secolo A.C. conosciuto più comunemente come “muro delle fate” nel sentiero del mirto curato dall’associazione “casa befana Aspi”  di Castel Morrone, motivo per il quale è  definito il digestivo delle fate,. Prodotto utilizzato esclusivamente dalla pasticceria Sparaco.

Infine, l’angolo del cioccolato artigianale “Callebout” con le uova limited edition di Luisa Sparaco, meravigliose ed autentiche creazioni, una diversa dall’altra, realizzate con le tecniche apprese al Master dell’Accademia Maestri Cioccolatieri Italiani di Belluno. Ogni uovo ha una sua personalità e si presenta elegante alla vista e al palato, dove quest’anno sono diversi i temi marini e quelli  che si ispirano al mondo animale. Per la proposta salata non poteva mancare il PanArchico, il panettone rustico con il famoso caciocavallo Gerarchico, un formaggio affinato in ambiente anaerobico adagiato su paglia, ricoperto da muffe nobili dal sapore intenso ma equilibrato tendente ai sentori erbacei, la pancetta Nostrana di maiale bianco locale realizzata con metodo tradizionale aromatizzata con spezie naturali e olio extravergine di oliva per ammorbidire ottenuto da olive coltivate in terra morronese.

 

Ufficio Stampa:

Antonella D’Avanzo

Don Peppe è il format di trattoria pizzeria che mira ogni giorno a offrire un’accoglienza creativa ed entusiasta. Lo fa con un servizio di sala professionale e garbato e con un’ offerta gastronomica che sprigiona qualità da ogni ingrediente. È un progetto che diffonde la cultura gastronomica della pizza e della cucina partenopea. Un’ altra peculiarità su questo brand è che si colloca nei centri commerciali, ponendosi come sosta gourmet per gli amanti dello shopping.

La prima pizzeria del gruppo Don Peppe nasce a Marcianise, in provincia di Caserta: da questo territorio il disco di pasta prende il meglio dei prodotti locali per il suo condimento. Molti di questi sono Presidi Slow Food o addirittura prodotti di sua selezione, come i carciofini in olio evo, i peperoni, i friarielli, il pomodoro del Piennolo rosso, la pacchetella rossa e gialla, la zucca grigliata e la passata di pomodoro. Attraverso questi capiamo l’anima del progetto: portare nel centro commerciale una cultura gastronomica di qualità sia per la pizza che per la cucina. Espressa con piatti dalla bontà fresca e raffinata. La sensazione di essere a casa propria, coccolati da piatti conditi con i prodotti dell’orto, è esaltata da un locale che si caratterizza per un concetto moderno con un arredamento easy e una cucina a vista.

La “napoletanità” viene svelata grazie ai tradizionali forni a legna, e ovviamente dalle caratteristiche della pizza proposta. Si arriva al prodotto finito dopo una lenta lievi-maturazione dell’impasto e i prodotti sono sapientemente scelti per valorizzare il disco di pasta. Don Peppe è una realtà culturalmente dinamica, che non si ferma entro i limiti regionali. Ha esportato il suo concept gastronomico in Veneto, nei centri commerciali Nave De Vero di Venezia e Adigeo di Verona, e prossimamente aprirà anche anche nel Lazio, presso il Centro Commerciale Gran Roma sulla Prenestina. Don Peppe è la piacevole esperienza per il palato ed espressione di un concetto italiano di ristorazione, che fa della gastronomia partenopea il suo fiore all’occhiello.

 

 

 

La pizzeria Giallo Datterino è una pizzeria dall’imprinting moderno a Villaricca, nel napoletano, frutto di un progetto di tre fratelli che credono nel valore di una buona pizza, pietanza simbolo della gastronomia partenopea. Giallo Datterino è un format gastronomico creato da Ciro, Antonio e Marco Spinelli: «Abbiamo creduto fortemente in questo progetto che ci identifica con la nostra terra. Abbiamo voluto rimanere qui dove siamo nati, anche se inizia a maturarsi in noi l’idea di andare oltre i confini della Campania”.

Una lunga esperienza, unita alla passione per il piatto italiano forse più famoso del mondo, ha reso Giallo Datterino una delle pizzerie più frequentate del comune di Villaricca. Avendo come ispirazione la famosa citazione del giornalista e scrittore amalfitano Gaetano Afeltra, che descrive la pizza come alimento povero e nobile allo stesso tempo, frutto dell’abilità di mani solerti, alimento che evoca simbologie e ritualità, Giallo Datterino gioca con la tradizione, rimescola le carte e dà un volto nuovo ad un piatto dal gusto intramontabile. Ingredienti scrupolosamente selezionati e di prima qualità, come il pregiato pomodoro datterino, che ha ispirato il nome stesso del locale, ma anche la famosa provola di Agerola per citare un altro ingrediente prelibato, impreziosiscono il ricco menù pizza che spazia dalla classica margherita alle pizze gourmet.

Per Ciro il pizzaiolo, “lo scopo principale di Giallo Datterino è quello di stuzzicare la fantasia del cliente e di sollecitare i palati più esigenti e pronti a sperimentare nuovi abbinamenti”. La Sapori di bosco, la Pistacchiata, la Tammasiello, la Porchettona e la Genovese sono solo alcune delle pizze che è possibile degustare, ma è la tipica Fratelli Spinelli, il fiore all’occhiello del menù.  Tra i suoi ingredienti il pomodorino del Piennolo, il pomodoro datterino e la provola di Agerola. I fratelli Spinelli amano sperimentare con nuove combinazioni di gusti e proporre sulla pizza anche la crema di zucca, la crema di basilico e prodotti come il pistacchio. Questi e molti altri ingredienti, come la mozzarella di bufala, sono solo alcuni dei sapori che, nel giusto equilibrio, vengono combinati in un impasto morbido e leggero.

Gli ampi locali, con un numero totale di 220 posti, sono adatti a famiglie e comitive. Il comfort del posto, insieme alla cortesia del personale, permette di gustare la pizza e gli altri piatti del menù in un’atmosfera calda e accogliente. I fratelli Spinelli hanno pensato proprio a tutti, anche a chi desidera provare l’esperienza di gusto firmata Giallo Datterino a casa propria, offrendo un pratico servizio di consegna pizze a domicilio.

 

La Lanternina di Acerra è un ristorante semplice e moderno, che guarda con ottimismo al recupero della tradizione. Ha una storia ultra ventennale ed un cambio di sede che ha portato il locale da cinquanta a circa cento coperti in un’ ampia sala open space, accogliente e ben strutturata nei servizi e nei locali cucina. La Lanternina ha a vista uno splendido forno per pizze.

Vincenzo Feldi è il patron del La Lanternina, oltre ad essere chef e pizzaiolo. Conduce l’attività avvalendosi del prezioso supporto dei suoi più stretti familiari e due collaboratori di sala. Come nella storia di Acerra, una delle città più antiche della Campania, la Lanternina sente molto il valore del territorio acerrano, famoso per i fagioli cannellini e per i carciofi mammarelle.

Non tutti sanno, inoltre, che oltre al pane di Acerra anche la pizza ha una sua peculiarità e tradizione. A confermarlo è proprio Vincenzo Feldi: “ ad Acerra le pizzerie non mancano e se ne contano circa sessanta di varie dimensioni e stile sul territorio”. Per distinguersi nel panorama acerrano, Vincenzo Feldi opera nel rispetto della tradizione scandita su materie prime di qualità. Offre ai suoi clienti un impasto che è frutto di un sapiente lavoro cominciato due giorni prima con metodo tradizionale  ed una doppia lievitazione a massa e a panetto. Feldi utilizza ingredienti a chilometro zero frutto del territorio, uno dei più fertili e ricchi d’acqua della Campania.

Vincenzo, che ha oltre trenta anni di esperienza nella ristorazione e nella gestione alberghiera, si identifica nei valori di accoglienza e sincerità. Aspetti che hanno premiato il suo locale: viene scelto per importanti ricorrenze come Lauree, compleanni e feste per le migliori occasioni. Nel ristorante La Lanternina si apprezza tutto lo spirito di apertura al nuovo, con la pizza gourmet  a base di crema di piselli, baccala’ e pomodorini del Piennolo. Specialità esemplare di una gastronomia, come quella proposta dal patron del La Lanternina, in cui prendono forma i colori della bandiera italiana.

Vincenzo Feldi,  uomo maturo ma estremamente energico e giovanile,  ha le mani del pizzaiolo, la delicatezza dello chef e la cultura del mugnaio. Per le sue pizze sceglie il grano risciola, un tipo di grano tenero fra le più pregiate qualità italiane. “Per me è importante utilizzare un grano lavorato a pietra – conferma Feldi – una materia prima grezza ed a chilometro zero  da lavorare personalmente nella fase di stesura della pasta affinche’  il risultato faccia apprezzare le mie pizze e far ritornare il cliente soddisfatto”. Vincenzo Feldi si è formato nella scuola per pizzaioli guidata dal maestro pizzaiolo Giuseppe Vesi, una garanzia di esperienza per un curriculum di tutto rispetto. 

Vincenzo Feldi colpisce per il suo suo saper fare competente, colto e supportato da una personalità rassicurante. Aspetti che mette nel suo lavoro e convincono ad andarlo a trovare nel suo locale il prossimo Venerdi’ Santo, quando ad Acerra ci sara’ una bellissima funzione religiosa. Approfittando dell’atmosfera di fede molto sentita in città, al La Lanternina ci sarà occasione di gustare autentiche prelibatezze, come la carne locale di primissima qualità.

 

Il Ristorante Al 53 è un’autentica istituzione del gusto a Napoli, storicamente nota per attirare i cultori della verace cucina napoletana. Situato nella storica Piazza Dante, contesto vibrante di vita cittadina e a pochi passi dai punti nevralgici per il turismo, il ristorante ha recentemente spento 94 candeline dense di storia, di appassionato lavoro e di cultura gastronomica diffusa attraverso piatti prelibati.

Di strada ne ha percorsa dal 1925 ad oggi, questo autentico regno del gusto. Lo conferma orgogliosamente il patron Angelo Martino: «Il locale nasce come una sorta di cantina. I miei antenati, che erano commercianti di scarpe, ne hanno fatto un punto di ristoro per accogliere amici e parenti. Con il tempo il locale, da realtà intima e familiare che era, ha preso le sembianze di una vera e propria attività di ristorazione” afferma il ristoratore. “L’attività agli esordi non aveva la pretesa di essere un ristorante a tutti gli effetti, ma solo un luogo di appoggio per quanti cercavano, dopo la giornata di lavoro, un posto dove poter riposare e rifocillarsi. Dopo un controllo da parte dell’ufficio annona del comune di Napoli, poichè l’attività era priva di una vera vocazione commerciale, fu multata. Sul verbale di multa, non avendo un nome di riferimento, venne identificata come “al 53””.

 

Per diverso tempo il numero civico ha identificato il ristorante nell’immaginario collettivo, finchè poi è diventato il nome ufficiale dell’attività, ovvero ristorante Al 53. In questo tipico ristorante il cliente viene accolto in un ambiente familiare dove ospitalità, amicizia, cortesia e buona cucina si rivelano i tratti caratteristici del posto. Una peculiarità della proposta gastronomica è l’“antipasto organizzato”: “in passato il concetto di antipasto, almeno a Napoli, era differente da quello odierno” ha spiegato Angelo Martino. “Si trattava di entità autonome, più vicine a contorni che al concetto moderno di antipasto. Per la prima volta Al 53 l’antipasto assume una fisionomia differente, una pietanza vera e propria che anticipa il primo, la quale racchiude un insieme di cibi come verdure, frittate o fritture in un equilibrio di gusto e di sapori ben calibrati” conferma il patron di Ristorante Al 53.

L’antipasto organizzato è senza dubbio il piatto che distingue il ristorante Al 53, un concetto gastronomico che riguarda solo poche realtà di ristorazione. Angelo Martino non preconfeziona l’esperienza di gusto. Alla base del suo lavoro, infatti, c’è la volontà di assecondare al momento il gusto e il piacere dell’ospite, il quale può orientarsi tra piatti di terra e di mare, tra le diverse varianti di baccalà, sauté di polipo, ma anche di carne. Verace, in tutto questo, il legame con Napoli. Essendo ubicato presso una delle piazze più rappresentative della città, il ristorante Al 53 non può non prescindere dalla napoletanità e dalla tradizione di una cucina dai sapori corposi. Di questo Angelo Martino va fiero e non cela alcune perplessità verso i ristoranti stellati:”La caratteristica del mio ristorante è quella di servire un piatto, che forse, non è bello esteticamente. Cucinato ancora con la “cucchiarella” e non con il bisturi. Il mio è un piatto che arriva al cliente caldo, ancora fumante, in cui c’è l’equilibrio giusto tra prezzo e qualità, in cui è possibile trovare i prodotti veri del territorio, che valutiamo personalmente e che non tradiscono il volto di una città e di una tradizione millenaria”. Nel ristorante Al 53 si mantiene intatta una cucina sincera composta da ingredienti genuini e profumi che appartengono ai ricordi dei pranzi in famiglia. Solo da Angelo Martino è possibile riviverli, in un ambiente altrettanto caloroso e familiare.

A Pianura, precisamente in Via Vicinale San Donato, la Pescheria Di Napoli è un punto di riferimento campano ed italiano per la cucina verace di mare. Giuseppe Di Napoli è stato uno dei primi ideatori di questa nuova tipologia di offerta culinaria: “Il progetto partì ben 6 anni fa, ero in viaggio a Londra e rimasi colpito da alcune macellerie che si trasformavano in veri e propri pub la sera, pensai quindi di rivoluzionare a 360 gradi la mia pescheria”.

Un’idea imprenditoriale di successo, che gli ha permesso di raggiungere traguardi importanti, come quello ottenuto su Tripadvisor, ‘Certificato d’eccellenza 2017-18’, primo in Italia nella speciale classifica che rapporta qualità e prezzo dei ristoranti. Una vera e propria ‘oasi di periferia’che oggi è in grado di richiamare un folto numero di clienti, un risultato non prevedibile agli albori di questa avventura: “Tutto dipende dalla nostra genuinità – afferma con fierezza il buon Giuseppe – i clienti acquistano fiducia in noi, una volta ottenuta difficilmente possono perderla, in queste condizioni trovarsi sul lungomare o Pianura cambia poco”.

 

Già, perché il signor Di Napoli è in grado di offrire il massimo della freschezza a prezzi contenuti: “Io posso farlo – spiega – tutto ciò che porto a tavola proviene dalla mia pescheria, a ‘chilometro zero’, non ho spese eccessive e posso offrire allo stesso tempo la massima qualità del prodotto. Tutto a 25 euro: 10 antipasti, 2 primi piatti e una frittura di gamberi, alici e paranza, vino e acqua compresi. Con un plus di 5 euro inoltre, il cliente ha la possibilità di assaggiare i nostri crudi”.

Nella risto pescheria, locale di tendenza che arricchisce di novità il panorama della ristorazione a Napoli, l’offerta gastronomica è ricca e variegata. In grado di spaziare dai fantasiosi primi piatti ai secondi, più classici, della cucina partenopea: “Il piatto di cui andiamo più fieri è la genovese di mare, le nostre mamme usavano la carne, noi con cozze, polipo e calamari – un procedimento diviso in più passaggi, aggiunge – facciamo cuocere la cipolla per 7-8 ore, passiamo poi alla materia marina, prima il polipo che richiede più tempo, le cozze e in seguito i calamari trasformando questo sugo in una vera e propria crema”. Materie prime fresche, un servizio confortevole e di qualità, il tutto condito dall’estrema simpatia di un titolare in grado di coinvolgere qualsiasi tipo di clientela, benvenuti alla Pescheria Di Napoli.

 

Dallo Champagne alla Napa Valley, passando per Borgogna e Montalcino, una raccolta di 70 bottiglie iconiche, sognate e ricercate come oggetti di culto e beni da investimento.

A VINITALY DI SCENA LA ‘FAVOLA’ CHE RACCONTA I VINI PIU’ AMATI E RICERCATI DEL MONDO

Presentato oggi, presso lo spazio di Poggio Le Volpi con la Delegazione Lazio de Le Donne del Vino, il nuovo libro della wine expert e auctioneer Chiara Giannotti,
“La Cantina perfetta – Grandi vini da collezione”(edito da Rizzoli)

 

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Vinitaly, 9 aprile 2019 – Una wish list racchiusa in un ‘museo’ di carta che di pagina in pagina racconta le etichette più pregiate del panorama enoico mondiale, ricercate da appassionati e intenditori come oggetti di culto e da investimento, al pari di opere d’arte, auto d’epoca e gioielli. Che i sogni son desideri, non solo nelle favole, la wine & spirits expert Chiara Giannotti lo dimostra nel suo nuovo libro “La Cantina perfetta – Grandi vini da collezione” (edito da Rizzoli), che ha presentato oggi a Vinitaly, presso lo spazio di Poggio Le Volpi, insieme alla vice delegata per il Lazio de Le Donne del Vino, Sara Blandamura, la responsabile commerciale italia, Rossella Macchia. E lo fa vestendo i panni di wine auctioneer (banditrice d’aste) dei vini di lusso, oltreché di donna del vino, esperta sommelier, storica collaboratrice di importanti testate di settore, ideatrice del blog Vino.tv e ora anche autrice di questo affascinante volume. Una raccolta di bottiglie iconiche – dal Tignanello di Marchesi Antinori al Dom Pérignon P3 Troisième Plénitude, dall’Opus One al Vega Sicilia Unico – che per la loro unicità, notorietà, personalità e identità territoriale compongono nell’immaginario collettivo una vera e propria collezione di capolavori.

Questo lavoro – spiega Chiara Giannotti – nasce prima di tutto dalle tante esperienze personali e dalla mia passione infinita per il vino. Io stessa sono una collezionista di rarità in bottiglia. A ciò ho poi aggiunto un intenso lavoro di ricerca e studio analitico, entrando in contatto con alcune delle più importanti case d’aste al mondo, come Christie’s, Sotheby’s, Pandolfini e Ansuini. Proprio per Ansuini curo la stesura del catalogo dei vini di lusso, cosa che mi ha permesso di diventare banditrice d’asta, figura femminile rarissima nel mondo, e di conseguenza di essere selezionata da Rizzoli per realizzare questo libro. Naturalmente è stata una sfida che ho accettato con orgoglio e senza esitazioni, lavorando ininterrottamente per più di un anno e mezzo, al fine di ricreare ciò che dal mio punto di vista rappresenta una cantina ideale. E per farlo, ho messo in atto una selezione molto attenta e severa, tenendo conto sia di parametri oggettivi, a partire dalla capacità del vino di conservare il proprio valore nel tempo, che di valutazioni squisitamente soggettive. Il tutto senza dimenticare l’apporto fondamentale di tanti amici esperti che, con i loro preziosi contributi, hanno reso ancora più completo ed emozionale questo racconto sui vini più amati e ricercati del mondo”.

Settanta, in particolare, gli oggetti del desiderio catalogati per territorio e selezionati con rigore, seguendo dunque diversi criteri, che spaziano dall’assoluta qualità alla capacità di saper esprimere il vitigno che lo compone e il terroir, dal valore storico alla longevità, dal posizionamento sul mercato ai livelli di performance nelle aste, fino, naturalmente, alle predilezioni personali della stessa autrice. E come in una sorta di percorso museale, il racconto si snoda lungo dieci stanze-capitoli che descrivono le diverse aree di origine di ogni bottiglia, con approfondimenti sulla storia, sui vitigni, sulle denominazioni, sulle zone e i metodi di produzione. ‘Esposte’ dunque per la Francia, le regioni di BordeauxBorgognaChampagne e Rodano, mentre l’Italia è protagonista al cubo con tre sezioni dedicate rispettivamente all’intero Paese, al Piemonte e alla Toscana. E se il Vecchio Continente è il comune denominatore del focus sulla Germania e di quello ‘corale’ destinato a Austria, Portogallo, Spagna e Ungheria, il Nuovo Mondo fa invece da sfondo alla ‘personale’ su Stati Uniti, Argentina, Cile e Australia.

Ad arricchire il tutto, dieci speciali introduzioni affidate ad altrettanti esperti nazionali e internazionali, chiamati a fornire una personale riflessione su quelle che sono indiscutibilmente riconosciute come le zone vinicole più apprezzate al mondo. Si comincia con Thierry Desseauve (autore, curatore e proprietario di Guide des Vins Bettane + Desseauve, coautore di Le Grand Guide des Vins de France) per il Bordeaux, e si prosegue con Armando Castagno (relatore e degustatore AIS, autore di Borgogna. Le vigne della Côte d’Or, 2017) per la Borgogna, con Alberto Lupetti (curatore e ideatore di “Le Mie Bollicine”, autore e curatore di Grandi Champagne, 2011) per lo Champagne e con Massimo Billetto (redattore e degustatore di Bibenda, docente FIS) per il Rodano. E’ invece Umberto Gambino (caposervizio Tg2 Rai, coordinatore della guida Vinibuoni d’Italia TCI e curatore di wining.it) ad aprire le danze per l’Italia, seguito da Gianni Fabrizio (degustatore e curatore delle guide Vini d’Italia del Gambero Rosso) per il Piemonte e dal duo Riccardo Viscardi-Stefania Vinciguerra di DoctorWine per la Toscana. Chiudono l’opera, il giornalista tedesco Jens Priewe sulla Germania; il giornalista e critico enogastronomico Antonio Paolini su Austria, Portogallo, Spagna e Ungheria; la fondatrice di Meiburg Wine Media e presidente dell’Education Committee presso l’Institute of Masters of Wine, Debra Meiburg su Stati Uniti, Argentina, Cile e Australia.

E se l’introduzione generale al libro è stata curata dal giornalista Daniele Cernilli, direttore di DoctorWine, nonché autore e curatore della Guida essenziale ai vini d’Italia, la postfazione è stata invece affidata a Luciano Mallozzi, firma di Bibenda e docente FIS, che per l’occasione ha fornito dei preziosi consigli sui corretti metodi di conservazione, ed eventualmente consumo, di queste straordinarie bottiglie. Etichette che, in generale, oggi rivestono un’importanza fondamentale anche all’interno di una carta dei vini di un ristorante, come dimostra l’interessante punto di vista di Massimo Troiani del Convivio di Troiani di Roma, che in una breve intervista racconta le storie legate alla ricerca della singola bottiglia, alla fatica per ottenerla, all’orgoglio di possederla e come la cantina spesso si trasformi in un tempio sacro che può fortemente caratterizzare il locale, quasi quanto la cucina.

Il libro è in vendita online e nelle librerie Mondadori di tutta Italia. A Verona, in particolare, è possibile acquistare il volume presso Mondadori Bookstore (Corso Sant’Anastasia, 7). Prosegue inoltre il tour promozionale per la presentazione del volume di Chiara Giannotti che, dopo Vinitaly, farà tappa a Roma (giovedì 11 aprile, ore 12.00 – Villa Mercadante, via Saverio Mercadante 22) e a Milano (giovedì 18 aprile, ore 14.00 – Grand Hotel Et De Milan, via Alessandro Manzoni 29).  Appuntamento, quest’ultimo, al quale seguirà una vera e propria asta di vini rari e da collezione della casa d’Aste Ansuini e coordinata dalla stessa autrice. Domenica 28 aprile (ore 15.00), infine, sarà la volta di Città di Castello, con la presentazione del libro abbinata ad un seminario di degustazione di vini rari e da collezione, in occasione dell’Onlywine Festival.

 

Ufficio Stampa:

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Debutta l’edizione rinnovata della Guida delle Cantine ‘Irpinia Goccia a Goccia’, con la nuova sezione dedicata all’olio extravergine di oliva.

VINITALY: TAURASI, GRECO DI TUFO E FIANO DI AVELLINO TRAINANO LA CAMPANIA DEL VINO.
LA PRODUZIONE IRPINA SFIORA I 10 MILIONI DI BOTTIGLIE NEL 2018, CON UN EXPORT A DOPPIA CIFRA (CIRCA 18 MLN DI EURO)


A Verona il made in Irpinia fa squadra per promuovere 
sotto un unico brand le eccellenze del territorio, dal vino all’olio, passando per il turismo.

Promozione col segno più per l’Irpinia del vino, che a Vinitaly si presenta compatta (90 espositori – di cui 83 cantine3 produttori di liquori e distillati,  3 consorzi ed una rete d’impresa), forte di una produzione che sfiora i 10 milioni di bottiglie, di un export stabilmente a doppia cifra (quasi 18 milioni di euro in valore nel 2018) e di un nuovo brand che per tutto il 2019 unirà le eccellenze del territorio proprio per fare breccia nei mercati di tutto il mondo. Con Irpinia goccia a goccia infatti la filiera agroalimentare, capitanata dal vino, è pronta a raccogliere la sfida dell’internazionalizzazione, ponendo l’accento sul proprio terroir che, non a caso, rappresenta un unicum nel Sud Italia. A fare da traino, naturalmente, tre delle massime espressioni della millenaria vitivinicoltura della provincia di Avellino: Taurasi, Greco di Tufo e Fiano di Avellino, che insieme coprono il 76% di tutta la produzione enologica di qualità dell’Irpinia, con quasi 52mila ettolitri.

Ma tra i protagonisti della ‘marcia’ irpina ci sono anche i siti d’interesse storico-culturale, i parchi naturalistici e una ricca proposta gastronomica, tra formaggi, salumi e olio extravergine di oliva. Un prodotto, quest’ultimo, che grazie a esempi di pregio come la Dop Irpinia Colline dell’Ufita, sta riscuotendo crescenti consensi dentro e fuori dai confini nazionali, tanto da essere inserito nella nuova edizione della Guida delle Cantine, presentata ieri sera a Palazzo Giusti di Verona, nel corso della serata-evento ‘Irpinia Wine Night’, organizzata dalla Camera di Commercio di Avellino e con la partecipazione straordinaria dello chef stellato Andrea Aprea e del volto Rai, Veronica Maya.

Come ormai da tradizione, il volume fornisce una panoramica completa sulle aziende vitivinicole presenti nel territorio e sulle evoluzioni produttive, trainate dalle Docg irpine e attraversate, nel contempo, da un significativo fenomeno di ricambio generazionale registrato in vigna negli ultimi anni. Ma quest’anno si presenta con un look rinnovato, un nuovo titolo (Irpinia goccia a goccia) e la nuova sezione dedicata ai frantoi e ai produttori di olio extravergine di oliva, presenti in modo diffuso nella provincia di Avellino e ormai veri ambasciatori della Dop Irpinia Colline dell’Ufita, ricavata dalla varietà Ravece, oggi simbolo dello sviluppo dell’olivicoltura di qualità nell’area.

“Quella dell’Irpinia per il 2019 – ha spiegato il presidente della Camera di Commercio di Avellino, Oreste La Stella – è una strada che va oltre i campanilismi. Abbiamo infatti scelto di puntare tutti insieme sulle numerose risorse del territorio, facendo rete con i diversi attori del territorio e presentandoci da Vinitaly in avanti sotto un unico brand. Ciò al fine di rafforzare la nostra attrattività a livello nazionale e internazionale e dare ulteriore slancio al turismo locale che ancora oggi ha tanto da esprimere. Guardiamo naturalmente al vino come principale locomotiva di questa spinta, ma è arrivato il momento di fare leva anche sulle risorse paesaggistiche, sul patrimonio gastronomico e sulla ricchezza artistico-culturale che contraddistinguono il nostro territorio. E per farlo, il gioco di squadra e la messa a sistema sono le uniche soluzioni in grado di rendere vincente questa strategia”. 

E’ stata, ad esempio, una best practice di unione d’intenti il grande incontro-degustazione andato in scena oggi a Piazza Irpinia, subito dopo il tasting di apertura dedicato ai due bianchi Docg dell’Irpinia (Fiano di Avellino e Greco di Tufo). Sotto i riflettori, un’interessante carrellata di eccellenze, tra aziende vitivincole e prodotti tipici, raccontati e degustati davanti ad una folta platea: GB Agricola e Caseificio del Principato – Montoro; Caseificio D&D di Calitri; Prosciuttificio Giovanniello Sturno; Salumificio Biancaniello – Torella dei Lombardi; Az. Agr. Giaquinto; Italcastagne srl; Pasticceria Vignola – Solofra; Dolciarte Pasticceria; Tenuta Cavalier Pepe; Antico Castello; Donnachiara; Oleificio Fam; Oleificio Fontana Madonna.

E rimanendo sul tema del turismo, è stato un viaggio visivo, olfattivo e gustativo quello proposto dal Consorzio dei Produttori Vitivinicoli, che ha curato una serie di degustazioni comparative tra esempi del Nord e Sud Italia per conoscere i fattori che determinano un vino, dal vitigno al territorio, passando per la tecnica.

Domani, invece, l’Irpinia e la Camera di Commercio di Avellino chiuderanno la 53^ edizione di Vinitaly con gli ultimi appuntamenti di Taste4Test e il grande brindisi finale in compagnia di tutti gli espositori della collettiva di quest’anno.

 

Il programma dalla Camera di Commercio di Avellino a Vinitaly e l’elenco completo delle aziende partecipanti sono disponibili su www.irpiniawinefood.it

 

Ufficio Stampa:

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Vinitaly, Il Ministro Di Maio ed i governatori Zaia e De Luca brindano a Sannio Falanghina, Città Europea del Vino 2019.

Il sottosegretario del Mipaaft, Alessandra Pesce: “Puntiamo sul Sannio e sul sud con un’azione di valorizzazione su scala nazionale ed internazionale”
Veneto e Campania uniti dalla Falanghina, lo storico vino dei sanniti prodotto nel distretto dei 24 Comuni beneventani che ha ottenuto il prestigioso riconoscimento da Recevin (European Network of Wine Cities), la rete delle 800 Città del Vino presenti in 11 Paesi europei.
In occasione della 53esima edizione di Vinitaly, la più importante fiera italiana dedicata alla vitivinicoltura, il ministro Luigi Di Maio, il governatore del Veneto, Luca Zaia, il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, ed il sottosegretario del Mipaaft, Alessandra Pesce, hanno brindato a Sannio Falanghina, la nuova capitale europea del vino, insieme alla delegazione del distretto beneventano.

“Il riconoscimento a Sannio Falanghina – afferma il sottosegretario Pesce – è la testimonianza dell’impegno e dei risultati ottenuti dal distretto sannita, che è riuscito a mettere a sistema e a sostenere una filiera integrata, in grado di esprimere le eccellenze del territorio in termini di prodotto, di paesaggio e di turismo. Valori che rappresentano un nuovo volano per lo sviluppo sostenibile. Puntiamo sul Sannio e sulle potenzialità del sud con un’azione completa di valorizzazione del made in Italy su scala nazionale ed internazionale”.

A Verona, dunque, riflettori accesi sul progetto “BioWine” (Biological wine innovative environment) per il trasferimento di buone pratiche per la tutela dell’ambiente in viticoltura, asset portante e fondante del dossier inviato a Bruxelles a supporto della candidatura, e sull’immenso patrimonio enologico del distretto Sannio Falanghina che si propone di definire ed applicare uno statuto del Paesaggio rurale.

 

“E’ un momento molto importante per l’intera provincia beneventana e per il sud – precisa l’onorevole Pasquale Maglione, membro della commissione Agricoltura alla Camera – ed è un riconoscimento alla capacità del territorio di unirsi in un distretto e promuovere un vino di qualità. Un progetto ambizioso, sostenuto dal Mipaaft e da tutte le forze politiche, che non può concludersi nel 2019 con la capitale europea del vino ma che deve continuare, puntando sulla programmazione pluriennale e sulla visione strategica del territorio”.

Una opportunità straordinaria per valorizzare il comparto regionale – considerato che il Sannio, da solo, rappresenta il 50% della produzione di vino campano – e per promuovere i numerosi progetti di Sannio Falanghina, dedicati a sostenibilità, urbanistica, paesaggi del vino ed innovazione in agricoltura.

“La Regione Campania – spiega il presidente Vincenzo De Luca – curerà la Città europea del Vino 2019 come un prete all’altare. Questa edizione del Vinitaly la possiamo dedicare, e siamo tutti quanti orgogliosi e felici, a Sannio Falanghina. È un motivo di onore per tutti noi ed è un lancio ulteriore per le produzioni della Campania sul piano nazionale ed internazionale”.

Nel corso di Vinitaly, il progetto Sannio Falanghina “Città europea del Vino 2019” è stato presentato nello spazio espositivo della Regione Campania (oltre 5.000 metri quadri, nel padiglione B, impreziosito dal logo dedicato a Sannio Falanghina da Mimmo Paladino, a testimonianza del legame che lega l’artista al suo territorio), nel padiglione del Ministero delle Politiche agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo (padiglione MIPAAFT) e nell’area dell’associazione dei Comuni “Città del Vino” (padiglione 8, stand G7).

“Grazie al Mipaaft e al consorzio di tutela Sannio DOP – commenta Erasmo Mortaruolo, vice presidente commissione Agricoltura e delegato del presidente della Regione Campania per Sannio Falanghina – oggi celebriamo un momento importante per il Sannio e per le nostre cantine. Questo progetto rappresenta solo la base per valorizzare l’intero territorio e definire una strategia comune, puntando su innovazione, sostenibilità, rinnovamento generazionale e formazione in agricoltura. Il settore vitivinicolo sannita, per quantità e qualità, è il punto di riferimento in Campania ma ora dobbiamo fare tutti insieme uno sforzo in più: il vino deve essere la punta di diamante del Sannio e su questo valore dobbiamo agganciare l’economia beneventana”.

Ufficio Stampa:

Antonello De Nicola

Quarto: iniziano i lavori alla Cittadella dell’Inclusione

Un luogo con servizi e progetti di integrazione lavorativa per giovani disabili,

minori a rischio, ragazzi provenienti da Nisida e dall’area penale

Una Cittadella dell’Inclusione per minori, giovani di Nisida e ragazzi disabili. Lunedì sono iniziati i lavori nel Centro Educativo Diocesano Regina Pacis di Quarto, Napoli. Un progetto innovativo che rafforza i servizi già presenti e promuove importanti realtà a sostegno delle fasce deboli.

In una struttura già esistente verrà realizzato su due piani un Centro Sociale Polifunzionale, con un Gruppo Appartamento per giovani disabili, una struttura formativa con ristorante, bar e laboratori per la trasformazione di prodotti biologici.

Il dettaglio dei nuovi progetti.

“Casa Raoul”: sarà il luogo ideale per giovani con disabilità a medio e alto funzionamento, una struttura che si articola in un Centro Polifunzionale (laboratori, mensa, pet terapy, palestra, spazi per il tempo libero) e nel Gruppo Appartamento, una comunità residenziale gestita da educatori e personale specializzato dove realizzare l’autonomia rispondendo alle esigenze del “Dopo di noi”.

“Together”: sarà un ristorante con servizio catering, scuola di ristorazione e laboratorio di trasformazione di prodotti biologici. Un luogo in cui gli sia gli ospiti che giovani provenienti dall’esterno potranno apprendere e formarsi per essere inseriti nel mondo del lavoro. Al ristorante si affiancherà un Bar Letterario e un Laboratorio per la lavorazione di miele.

“Ararat, centro di psicologia clinica”: un polo clinico di psicologia e pedagogia, rivolto a bambini, giovani e famiglie, con psicologi, psicoterapeuti e counselor specializzati in terapia individuale, sostegno psicologico, terapia di coppia, terapia di gruppo, psicodiagnosi. Con un Osservatorio sull’abuso, volto a prevenire gli abusi e i maltrattamenti sui minori e promuovere la presa in carico delle vittime.

È possibile contribuire al progetto della Cittadella dell’Inclusione con un’offerta sul conto corrente intestato al Centro Educativo Diocesano “Regina Pacis”, causale “Cittadella dell’Inclusione”. Iban: IT59H0103040108000000809263. Per donare il 5X1000 dalla Dichiarazione dei Redditi destinato alle attività sociali: codice fiscale 96030810632.

In programma una serie di attività sociali e culturali per finanziare le attività. Per aggiornamenti: pagine Facebook “Centro educativo Diocesano Regina Pacis” e “Regina Pacis Società Coop Sociale”.

Il Centro Educativo nasce nel 2013 per volere del vescovo di Pozzuoli, monsignor Gennaro Pascarella. Il Centro – diretto da don Gennaro Pagano – ha come obiettivo l’educazione dei minori e delle famiglie. Il personale qualificato e i volontari seguono minori dell’area penale, migranti e bambini dei quartieri a rischio di Napoli e dell’area flegrea. I minori partecipano ad attività educative basate sul Metodo Integra, nato dall’esperienza di questi anni e studiato dalla comunità scientifica internazionale. Tra le attività: il Progetto Integra, centri diurni al Rione Traiano, a Licola e a Quarto per minori che sperimentano difficoltà e disagi e Casa papa Francesco, una comunità alloggio per minori dai 13 ai 18 anni. Il Centro ha sede in via Plinio il Vecchio 14/A, Quarto, Napoli

Quarto, 8 aprile 2019

 

Ufficio Stampa:

Ciro Biondi

Info: 3935861941

Oronero, presentato al Vinitaly a Verona il logo White Italy

Il presidente Carmine Maione: ‘’Dobbiamo lavorare molto sul turismo e sulla cultura dell’ospitalità’’

NAPOLI, 9 APRILE – E’ stato presentato al Salone del Vinitaly a Verona il logo White Italy, che accompagnerà la seconda edizione di Eruzioni del Gusto, l’evento enogastronomico in programma dal 12 al 14 ottobre 2019 al Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa a Napoli, promosso da ORONERO – Dalle scritture del fuoco, associazione che favorisce lo scambio culturale tra i popoli per lo sviluppo economico pacifico, ponendo centralità a quelli che vivono nelle aree vulcaniche del pianeta.  La presentazione è avvenuta questo pomeriggio insieme alla Regione Campania nello spazio istituzionale allestito con Unioncamere. Il logo è rappresentato da una doppia W che si interseca a formare due tralci di vite accompagnato dalla scritta Wine, Hospitality, International, Tourism, Experience, i valori che contraddistinguono il nostro Paese nel mondo. Da Pietrarsa, infatti, si discuterà di come rilanciare il turismo enogastronomico  anche attraverso un viaggio in treno lungo i vigneti  d’Italia  alla ri-scoperta di vigneti e cantine. Il presidente di Oronero Carmine Maione al Vinitaly ha detto: ‘’Abbiamo presentato in anteprima nazionale White Italy al Vinitaly per celebrare al meglio i vini e i territori.  Dobbiamo lavorare molto sul turismo e sulla cultura dell’ospitalità. Attraverso i vini una grande opportunità per conoscere i territori vulcanici. Territori generosi, mineralità straordinaria, e attraverso i vini e l’enoturismo una grandissima occasione per unire  viaggio, luoghi, sapori, territori. Una opportunità che parte dalla Campania ma è una grande occasione per l’Italia’’.

Luciano D’Aponte,  responsabile  missione al Vinitaly per la Regione Campania  ha aggiunto‘’Al Vinitaly partecipiamo con oltre 200 aziende su un’area di  5.600mq. I numeri di quest’anno sono davvero molto incoraggianti per quanto riguarda le presenze sia di pubblico e wine lover che di buyers. In più, vi è grande interesse per  il fitto numero di eventi che abbiamo avuto in piazza Campania con masterclass internazionali e importanti seminari. Il nostro obiettivo è aumentare la quota di mercato di vini campani e la percezione  di qualità dei nostri vini che stanno via via crescendo nel mercato internazionale con una crescita costante. Dieci anni fa 15 milioni di export, quest’anno superiamo i 50mln. Sono numeri piccoli, ma la crescita è la performance migliore tra tutte le regioni italiane negli ultimi dieci anni’’.

 

Ufficio Stampa:

Oronero