La leggenda dei maccheroni napoletani.

Le storie sono come il vento: una volta che soffia non si può fermare. Continua, arriva in luoghi lontani e porta con se i sussurri dei posti che ha visitato nel suo viaggio. Così anche le storie si trasformano, diventando a volte vere e proprie leggende. Una di queste riguarda i maccheroni napoletani.

Questa storia, riportata da Matilde Serao nella sua raccolta Leggende Napoletane, inizia nella Napoli medievale ai tempi di Federico II di Svevia. In questo periodo viveva nella città campana, in un povero edificio in via dei Cortellari, un mago di nome Chico che aveva unito le sue conoscenze magiche a quelle culinarie. Usciva poche volte dalla sua abitazione e quando lo faceva andava a raccoglie erbe e ingredienti che mischiava nel suo calderone. Nessuno sapeva cosa volesse creare e nessuno riusciva a strappargli neanche la più piccola informazione. Lui però non stava cercando di fare esperimenti esoterici, ciò che voleva creare era il piatto perfetto, i maccheroni.

Fatto sta che nello stesso edificio in cui viveva il mago risiedeva anche una donna chiamata Jovanella. Era incuriosita da ciò che stava facendo Chico e cercava in tutti i modi di scoprire cosa stesse combinando. Dopo vari tentativi riuscì nel suo intento. La donna aveva un marito di nome Giacomo che lavorava come sguattero alla corte di Federico II. Gli disse che aveva scoperto la ricetta per il piatto perfetto e che voleva portarlo all’attenzione del sovrano. Il marito fece spargere la voce che arrivò alle orecchie del re.

Jovanella venne così convocata per preparare questo piatto divino. Il sovrano rimase deliziato dai maccheroni e ricoprì la donna di ricchezza e fama. Il mago venne a sapere della notizia e di come la sua ricetta fosse stata rubata e sparì senza farsi più vedere. Jovanella visse nell’agio fino alla sua morte rivelando infine il torto che aveva fatto a Chico.

È molto probabile che la vera origine dei maccheroni sia siciliana, tuttavia è indiscusso che da tempo sono diventati un cibo amatissimo in tutta la Campania. La lavorazione e l’evoluzione di questa pasta è sempre stata parte della cultura gastronomica napoletana.

Storia, curiosità, frutto: tutto quello che c’è da sapere sul pistacchio.

Il suo sapore particolare ha conquistato il mondo tanto da ritrovarlo in ogni dove: nel gelato, nelle torte, nelle creme e perfino nei torroni. Di cosa parliamo? Ma del pistacchio, ovviamente: il green taste più amato di sempre.

Storia del pistacchio

I pistacchi hanno origini antichissime: le prime testimonianze di questa piante e dei suoi relativi frutti risalgono addirittura alla preistoria, quando venivano utilizzati dalle popolazioni che abitavano l’antica Persia.

Il pistacchio di Bronte

Furono gli Arabi a diffondere la coltura del Pistacchio in Sicilia e, a conferma di ciò, basta considerare l’affinità etimologica del nome dialettale dato a questo frutto col corrispondente termine arabo. Frastuca (il frutto) e Frastucara (la pianta) derivano, infatti, dai termini arabi “fristach”, “frastuch” e “festuch”, derivati a loro volta dalla voce persiana “fistich”. La specie ha avuto particolare sviluppo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento nelle province di Caltanissetta, Agrigento e Catania. In quest’ultima, ai piedi del vulcano Etna, nel territorio di Bronte, conobbe la massima espansione, tanto che nel 1860 interi pascoli e terreni incolti furono trasformati in pistacchieti e il Pistacchio divenne il fulcro di tutto il sistema agricolo ed economico dell’area. Oltre a essere un prodotto a denominazione origine protetta è anche un Presidio Slow Food.

Pianta e frutto

Il pistacchio è un arbusto con radici profonde, troco nodoso e contorto e di colore griglio e fogliame caduco. Il frutto si presenta sotto forma di grappoli simili a quelli delle ciliegie ma con un numero maggiore di elementi. Sono delle noci, con mallo gommoso e resinoso che avvolge il guscio legnoso molto resistente. Di colore verde brillante, profumo intense, il pistacchio, in particolar modo quello di Bronte, consera intatti colore e sapore anche per mesi dopo la smallatura.

Utilizzi in cucina

Il Pistacchio è assai pregiato e, per il suo sapore aromatico e gradevole, molto ricercato in pasticceria, in gelateria e per aromatizzare e insaporire molti altri prodotti. La nostra azienda ad esempio lo utilizza nei torroni, confetti, cioccolato e molto altro per accontentare tutti i fan di questo gusto.

Curiosità sul pistacchio

Terminiamo il nostro approfondimento sul pistacchio segnalandovi alcune curiosità:

  • i pistacchi sono ad elevato contenuto energetico, ricchi di fibre e vitamine. Sono senza colesterolo, glutine e latticini
  • Fino agli anni ‘80 i gusci dei pistacchi importanti dal medio oriente erano dipinti di una tonalità rossastra per nascondere eventuali macchie dovute al raccolto a mano
  • i pistacchi hanno anche poteri afrodisiaci

Se questo articolo ti è piaciuto condividilo sui tuoi social e seguici su Facebook!

Fresche o secche, le mandorle sono semi buonissimi e molto nutrienti, ricchi di proteine e sali minerali, utilizzati soprattutto in pasticceria per realizzare prelibatezze come il torrone, i confetti e il marzapane. Su dolci a base di mandorla, proprietà benefiche e utilizzi in cosmesi se ne sono dette e scritte tante. Oggi, vogliamo parlarvi dell’aspetto simbolico, mitico e storico di questo frutto originario dell’Asia.

La storia

Originaria dell’Asia, la mandorla cresceva già nell’età della pietra e presumibilmente venne coltivata a partire dall’età del bronzo, diventando il primo frutto lavorato dell’antichità.

Nell’antico Egitto e in Grecia erano frutti molti diffusi, tanto che i Romani le chiamavano “nux graeca” (mandorla greca, appunto). Presso quest’ultimi, inoltre, la mandorla era ritenuta un rimedio contro l’ubriachezza. Plutarco, infatti, narra di un medico che, ospite del figlio dell’imperatore Tiberio, sfidava sfrontatamente chiunque a bere del vino. Il mistero della sua “forza” rimase inaccessibile fino al giorno che fu sorpreso a mangiare mandorle prima del pasto. Inquisito per lo strano comportamento, confessò che se non avesse mangiato quei frutti, anche una minima quantità di vino gli avrebbe dato alla testa.

Nel Medioevo la mandorla divenne uno degli ingredienti più usati sia nella cucina di corte che per gli afrodisiaci e i filtri d’amore. La medicina umorale medioevale riponeva grandi aspettative nelle mandorle, prescrivendole nei casi di deperimento per ringiovanire e potenziare l’attività sessuale, diventando ingrediente essenziale anche dei biscotti restaurativi.

Il mito del mandorlo

La pianta del mandorlo fiorisce prima di tutte le altre, spesso a fine inverno e un mito degli antichi greci ne svela il perché che in quanto a decantare l’amore non avevano rivali. È nell’amore di Acamante e Fillide che la storia si confonde con il mito.

Acamante, eroe greco figlio di Fedra e Teseo, durante il suo viaggio verso Troia sostò qualche giorno in Tracia, dove conobbe la principessa Fillide. I due s’innamorarono ma Acamante, col peso della guerra sulle spalle, dovette ripartire. Dieci anni la principessa lo aspettò prima di morire di dolore pensando che l’amato non fosse sopravvissuto alle battaglie. La dea Atena, impietosendosi di questa triste vicenda, tramutò Fillide in un mandorlo. Acamante, in realtà ancora vivo, venuto a conoscenza della morte della sua amata, si recò nel luogo in cui si trovava l’albero. L’abbraccio del giovane fece spuntare dei fiori bianchi che ancora oggi, in primavera, testimoniano l’amore eterno dei due. I fiori di mandorlo, come detto, sono i primi a sbocciare in primavera e talvolta nel tardo inverno. Per questo simboleggiano la speranza, oltre che il ritorno in vita della natura ma, sfiorendo nell’arco di un breve lasso di tempo, rappresentano anche la delicatezza e la fragilità.

Il significato del fiore ha ispirato miti e leggende, promosso la nascita di tradizioni, diffuso parole sacre, cultura e folclore, che affondano le radici in tempi lontani, dove la pianta è coltivata.

Curiosità

Perché gli orientali hanno gli “occhi a mandorla”? È  verò: la piega nell’angolo interno degli occhi delle persone asiatiche sembrerebbe disegnare una mandorla. Il motivo è da rintracciare nei caratteri ereditari: questa particolare conformazione, infatti, serviva ai loro antenati siberiani per proteggere gli occhi dal vento, dal freddo e dalla luca riflessa dalla neve.

Se questo articolo ti è piaciuto, leggi altre curiosità culinarie. Condividilo sui tuoi social e seguici su Facebook.

In un’era sempre più gourmet, tra abbinamenti sorprendenti, processi di lavorazione innovativi e lavorazioni artigianali, uno dei trend più diffusi è quello del raw chocolate. Niente di misterioso, il raw chocolate è semplicemente cioccolato crudo.

Come si fa il cioccolato?

Prima di procedere a raccontare cos’è il cioccolato crudo, facciamo un breve ripasso sul processo che da di una fava di cacao una tavoletta di cioccolato. Le fave, dopo la raccolta, vengono fatte fermentare, essiccate, pulite e tostate. Successivamente, si passa alla fase di decorticazione, la frantumazione e la miscelazione con altri ingredienti, prima del concaggio e del temperaggio: fasi importanti per far si che il cioccolato perda la carica acida ed ottenga la giusta consistenza.

Che cos’è il raw chocolate?

Sarà facile intuire che la caratteristica specifica del cioccolato crudo è che nel processo di lavorazione manca la fase della tostatura. Il risultato? Sostanzialmente, sono due le conseguenze che ne derivano: una riguarda il gusto, l’altra le proprietà del cioccolato.

Da un punto di vista di gusto, la tostatura ad alte temperature serve, oltre che a ridurre la carica batterica e l’umidità, soprattutto per far sprigionare alla fava di cacao gli aromi. Per questo motivo cioccolato crudo, che non è tostato, ha un aroma più delicato e pulito, un’acidità più spinta e un’umidità maggiore.

Dall’altra parte il cioccolato crudo è particolarmente amato da coloro che seguono una dieta naturale e amano gustare gli alimenti al pieno dei valori nutrizionali. Infatti, dal momento che manca la fase della tostatura,  il cioccolato crudo mantiene intatte tutte le proprietà benefiche del cacao: è quindi ricchissimo di sostanze antiossidanti, di minerali, enzimi, aminoacidi come magnesiovitamina Cserotonina e feniletilamina.

Caratteristiche del cioccolato crudo e benefici

Il vero cioccolato crudo si riconosce in genere con un solo colpo d’occhio in quanto la sua polvere è più chiara e rossiccia rispetto al cacao tradizionale. Sotto forma di tavoletta ha invece un aspetto bruno scuro per via della presenza di alcuni ingredienti – come ad esempio la vaniglia – che ne alterano il colore.

Il cioccolato crudo è un alleato prezioso dei muscoli, del sistema cardiocircolatorio e del sistema nervoso. Grazie alla presenza del magnesio aiuta infatti a distendere le tensioni muscolari, previene i crampi e abbassa la pressione sanguigna.

Un consumo moderato di questo alimento aiuta a ridurre i livelli di colesterolo “cattivo” nel sangue così come anche il rischio di malattie quali ictus e infarto. Contribuisce a rallentare i processi di invecchiamento cellulare dovuti all’azione dei radicali liberi e favorisce il buonumore. Quale cioccolato non lo fa?

Se questo articolo ti è piaciuto, scopri tutti gli altri! Condividilo sui tuoi social e seguici su Facebook!

Sono piccolissimi, ma estremamente ricchi di proteine, fibre vegetali ed acidi grassi essenziali: sono i semi , che per lo più appartengono a tradizioni alimentari diverse dalla nostra. Oggi parliamo dei semi di sesamochia e quinoa, ingredienti che la nostra azienda utilizza nelle barrette bio. Sono scrigni di salute, alleati dell’organismo perché forniscono un importante contributo nella prevenzione di malattie. Scopriamoli insieme.

Piccoli alleati dell’uomo

In generale, nel seme si trova tutto quello che serve ad una nuova pianta per crescere: i carboidrati, le proteine vegetali, i grassi e le sostanze minerali. In realtà queste sostanze sono preziose anche per la salute di noi umani. Infatti, i grassi di cui sono ricchi i semi sono i cosiddetti “grassi buoni”, cioè quelli che utilizziamo per costruire le membrane delle cellule. Nei semi abbondando minerali come calcio e magnesio, fondamentali per il nostro
benessere. Le proteine vegetali poi sono utili per costruire e ricambiare i nostri tessuti e che, insieme alle fibre, stimolano il senso di sazietà. Infine, ricordiamo che all’interno di questi piccolissimi scrigni si concentrano varie vitamine: la vitamina E dal potere protettivo e alcune vitamine del gruppo B, importanti per la produzione d’energia.

Sono queste le caratteristiche che accomunano i vari semi, ma ognuno vanta proprietà specifiche che vale la pena raccontare.

Semi di sesamo

Fonti vegetali di calcio, ferro, magnesio, zinco e fibre vegetali, i semi di sesamo sono considerati un alimento davvero unicoPresentano infatti fibre in grado di combattere il colesterolo, abbassare la pressione sanguigna e riparare il fegato da possibili danni. Sono considerati benefici anche in caso di artrite o osteoporosi e durante la menopausa. Sono una valida alternativa per chi non può assumere latticini a causa di intolleranze alimentari per rinforzare ossa e denti.

I semi di sesamo sono ottimi integratori naturali di zinco che rinforza il sistema immunitario (valido aiuto in caso di affaticamento mentale e convalescenza) e selenio che frena l’azione dei radicali liberi. I grassi che compongono questi semi oleosi sono prevalentemente insaturi (omega 6 e omega 3), utili nella prevenzione di malattie cardiocircolatorie.

Semi di Chia

Diffusi e utilizzati fin dall’antichità nel Centro e Sud America, negli ultimi anni i semi di Chia sono diventata popolari anche da noi, tanto da venire spesso definiti dei “superfood” per le loro interessanti proprietà nutrizionali. Eccellenti fonti di omega3, si rivelano utili per contrastare le infiammazioni e ridurre i livelli di colesterolo. Contengono vitamina C per rinforzare il sistema immunitario e per la sintesi di collagene, vitamine E e vitamine del gruppo B. Inoltre, sono ricchi di calcio molto di più di quanto ne contengano i latticini.

Semi di Quinoa

Arrivano dal Sud America e sono definiti “pseudocereali” perché hanno delle caratteristiche tali da collocarsi a metà tra cereali e legumi. La quinoa, infatti, è un’ottima fonte energetica grazie all’amido, ma anche di proteine che la rende una valida fonte di proteine vegetali. Perfetta per chi segue un regime vegetariano.

A differenza degli altri semi, quelli di quinoa hanno un basso contenuto di grassi e, grazie alla ricchezza di fibre, sono un valido alleato per la gestione del peso corporeo. Non meno importante è il fatto che i semi di quinoa sono privi di glutine, quindi sono perfetti per chi è celiaco.

Tante proprietà e virtù in semi piccolissimi. Allora rispondendo alla domanda iniziale, possiamo dire che introdurre questi semi preziosi nella propria alimentazione, alternandoli nell’arco della settimana, è ottimale: non solo fanno bene al corpo, ma sono anche buonissimi.

Se questo articolo ti è piaciuto condividilo sui tuoi social e segui su Facebook!

Più o meno tutti amano gustare il cioccolato. Tuttavia, non tutti sanno che il cioccolato, oltre a essere l’ingrediente che rende golose le nostre ricette, è un vero e proprio toccasana, un elemento naturale da cui è possibile trarre infiniti benefici.

E allora, quanto ne sapete del suo uso in cosmetica? Il cioccolato è una fonte di proprietà cosmetiche e un prezioso alleato di bellezza e benessere e soprattutto pelle e capelli ne possono beneficiare. Oggi cercheremo di informarvi sulle proprietà cosmetiche del cioccolato e  mostrarvi come sfruttarle dando vita a fantastici prodotti fai da te per una perfetta beauty routine.

Usi cosmetici del cioccolato

È ormai assodato che alcuni alimenti banalmente utilizzati in cucina, seguendo mode e instagrammer, possono svolgere un ruolo importante se applicati su pelle e capelli. Il cioccolato è uno di questi.  Bisogna dire, contrariamente a quanto si dice e si pensi, negli ultimi anni diversi studi hanno dimostrato anche che non vi è alcun legame fra il consumo di cioccolato e la comparsa di acne, carie o orticarie. Invece, sia che ne fai l’ingrediente base dei tuoi piatti, sia che lo utilizzi come base per i tuoi impacchi o per le tue creme viso e corpo, ciò che ne trarrai saranno solo enormi benefici. Un consumo regolare del cioccolato in cosmetica infatti può davvero fare la differenza e aiutare la pelle a mantenersi giovane, soda ed elastica. Questo grazie alle sue proprietà idratanti, nutrienti e antiossidanti. Inoltre, grazie alla caffeina contenuta in esso, aiuta a contrastare il rilassamento cutaneo, la perdita di tono e gli inestetismi come smagliature o cellulite.

Prodotti fai da te con il cioccolato

Per una perfetta maschera per il viso o per una nutriente adatta ai capelli o per un efficace scrub per il corpo o per un impacco anti-cellulite, quello che dovete fare è: prendere del cioccolato (o cacao per l’impacco e le maschere) e altri pochi semplici ingredienti. Vi lasciamo quattro “ricette”, da non mangiare ovviamente!

Per una maschera nutriente e anti-age

In una ciotola mescolare 1 cucchiaio di cacao in polvere e 1 cucchiaio di amido di riso (o uno di argilla bianca in caso di pelle grassa). Aggiungere 1 cucchiaio di yogurt bianco e 2 cucchiaini di miele e mescolare bene. Quando il composto risulterà omogeneo e cremoso applicare sul viso con un pennello. Lasciare in posa per 10-15 minuti, poi sciacquare con acqua tiepidi e una spugnetta.

Per lo scrub corpo fai da te

Sciogliere 200g di cioccolato fondente e versarlo in una ciotola. Aggiungere 1 tazzina di olio di mandorle dolci, 1 tazzina di miele e 2 tazzine di zucchero di canna. Mescolare il composto e applicare sulla pelle bagnata con movimenti circolare. Risciacquare. Questo trattamento aiuta a rimuovere le cellule morte e renderà la pelle estremamente setosa.

Per l’impacco anti-cellulite fai da te

In una ciotola mescolare 5 cucchiai di cacao amaro in polvere e 1 bicchiere di acqua tiepida fino ad ottenere un composto cremoso. Applicare sulle parti da trattare e avvolgere con la pellicola trasparente. Questo favorirà la penetrazione dei principi attivi del cacao. Lasciar agire per 30 minuti e ripetere un paio di volte alla settimana.

Maschera per i capelli

In una ciotola mescolare 1 vasetto di yogurt bianco, 3 cucchiai di cacao in polvere e aggiungete 2 cucchiaini di miele. Applicare sui capelli asciutti e lasciare agire per 20-30 minuti. Risciacquare e procedere con lo shampoo abituale. Chi ha i capelli castani noterà anche dei riflessi più intensi, il cacao, infatti, ha proprietà coloranti naturali.

Come avete potuto leggere, esistono vere e proprie “cioccolato-terapie”, un insieme di trattamenti, a base di cioccolato, per la bellezza di viso e corpo. Per l’ennesima volta il cioccolato risulta essere il migliore amico delle donne: ringiovanisce, tonifica, nutre e…tira su il morale.

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo sui tuoi social e seguici su Facebook! Clicca qui per altre curiosità sul food.

Cos’è il cioccolato vegano?

Quante volte ci sarò capitato di leggere “vegano” su un’etichetta? Tantissime. Ultimamente ho incontrato questa scritta anche su una tavoletta di cioccolato e mi son chiesta: esiste o non esiste il cioccolato vegano? La risposta, ve lo anticipo, è sì!

Innanzitutto, bisogna fare una distinzione fondamentale tra cacao e cioccolato. Il cacao può essere crudo oppure lavorato ma in ogni caso è un alimento al 100% vegetale. Il cioccolato, invece, oltre a una serie di ingredienti di origine vegetale – ad esempio il burro di cacao – può contenere alcuni ingredienti d’origine animale come nel caso del cioccolato al latte.

Fatto sta che nessuno riesce a rinunciare al dolce per eccellenza. La cioccolata, oltre ad avere numerosi effetti benefici, ci rende innegabilmente più felice. Anche chi per scelta etica segue un regime alimentare vegano o chi è intollerante al lattosio può tratte piacere gustando del cioccolato proposto in chiave veggie.  

Il cioccolato è uno dei prodotti più sensibili alla tematica vegana. Dietro la scelta vegana ci sono spesso sia una scelta filosofica ed etica, per cui l’essere umano vive più in armonia con l’universo se non si ciba di altri esseri viventi né di prodotti da essi ottenuti, sia una scelta necessaria per rispondere ai problemi di intolleranze alimentari, specialmente al lattosio.

L’intolleranza al lattosio

Il lattosio è lo zucchero che si trova sia nel latte sia nei suoi derivati. Chi è intollerante al lattosio non produce gli enzimi che hanno il compito di digerire questo zucchero.

Questi enzimi, denominati lattasi, scindono il lattosio in due zuccheri più semplici: glucosio e galattosio. Quando il lattosio non è diviso in queste due molecole, provoca intolleranza che si manifesta con dolori allo stomaco, nausea, crampi.

Il cioccolato extra fondente, quindi vegano, quello che contiene una percentuale di cacao che va dal 75 al 90%, di solito è ben tollerato da quanti non digeriscono il lattosio. In genere troviamo scritto sull’etichetta se il prodotto che stiamo acquistando è privo o meno di lattosio.

Che sia una scelta salutista o una scelta moralista, il cioccolato vegano e senza lattosio è sempre più amato da molti che preferiscono il buono della natura.

Se questo articolo ti è piaciuto, faccelo sapere! Clicca qui per altre curiosità!

Marika Manna

Com’è nata la tradizione dell’ uovo di Pasqua?

È noto: uno dei motivi che ci fanno attendere con gioia la Pasqua (oltre a quelli religiosi) è sicuramente il ricevere uova di cioccolato in dono. E no, non piacciono solo ai bambini…anche gli adulti ne sono ghiotti.

Ma se la tradizione del classico uovo di cioccolato è recente, il dono delle uova (quelle vere!) ha origini antiche. Curiosi? Vi proponiamo, allora, una ricognizione storica dell’ “uovo di Pasqua” nel tempo.

Le uova, fin dai tempi antichi, sono simbolo di vita e sacralità. Secondo alcune credenze pagane e mitologiche del passato, la Terra e il cielo erano considerati due emisferi che andavano a creare, unendosi, un unico uovo.

La tradizione del dono di uova è poi documentata già fra gli antichi Persiani dove era diffusa la tradizione dello scambio di semplici uova di gallina all’avvento della stagione primaverile, seguiti nel tempo da altri popoli antichi quali gli Egizi (che, tra l’altro, consideravano l’uovo come il fulcro dei quattro elementi dell’universo: acqua, aria, terra e fuoco), i Greci e i Cinesi.

Il Cristianesimo, poi, ha affiancato queste tradizioni reinterpretandole alla luce delle Nuove Scritture. L’usanza cristiana delle uova di Pasqua è iniziata tra i primi cristiani della Mesopotamia, che macchiarono le uova con la colorazione rossa “in ricordo del sangue di Cristo, versato alla sua crocifissione”.

Il Cattolicesimo riprese le tradizioni che vedevano nell’uovo un simbolo della vita, rielaborandole nella nuova prospettiva del Cristo risorto. L’uovo infatti somiglia a un sasso e appare privo di vita, così come il sepolcro di pietra nel quale era stato sepolto Gesù.

Dentro l’uovo c’è però una nuova vita pronta a sbocciare da ciò che sembrava morto. L’uovo diventa così il simbolo che meglio coglie il significato del miracolo della Resurrezione di Cristo.

Nel Medioevo, nacque in Germania la consuetudine di regalare un uovo come regalo pasquale. In origine, le uova venivano bollite avvolte con delle foglie, o insieme a dei fiori, in modo che assumessero una colorazione dorata.

Tra i nobili e gli aristocratici invece si diffuse l’abitudine di fabbricarne alcune in argento, platino o oro, decorate.

La ricca tradizione dell’uovo decorato è però dovuta all’orafo Peter Carl Fabergé, che nel 1883 ricevette dallo zar il compito di preparare un dono speciale per la zarina Maria. L’orafo creò per l’occasione il primo uovo Fabergé, un uovo di platino smaltato di bianco contenente un ulteriore uovo, creato in oro, il quale conteneva a sua volta due doni: una riproduzione della corona imperiale ed un pulcino d’oro. Se oggi dunque nell’uovo di Pasqua troviamo una sorpresa è insomma meritò di Fabergé.

E il cioccolato?

Ben più recente sembra essere l’usanza dell’uovo completamente ricoperto di cioccolato, un dolce ormai immancabile per i festeggiamenti pasquali. Sulle origini del prodotto emergono le più svariate interpretazioni, molte delle quali particolarmente plausibili. La più conosciuta vede la nascita dell’uovo di cioccolato alle corti di Luigi XIV, per poi estendersi in Francia e Germania già dai primi decenni dell’800.

Mentre il ricorso di massa, con uova di produzione industriale, si è affermato con una certa imponenza nel corso del 900, con un boom a partire dal secondo dopoguerra, la possibilità che il cioccolato potesse essere manipolato nelle forme più insolite risale al secolo precedente. È grazie al lavoro dei cioccolatai francesi e svizzeri, infatti, che uno dei più gustosi alimenti esistenti giunge ai giorni nostri. Basta ricordare le innovazioni di François Louis Cailler, il quale nel 1819 realizzò un primo macchinario per la manipolazione del cacao in pasta, affinché il cioccolato potesse essere venduto in tavolette. Ma anche l’ingegno dell’olandese Coenraad van Houte, che negli anni 20 del 1800 inventò una pressa idraulica per separare i grassi dalla polvere di cacao, così che il prodotto potesse essere risultare altamente malleabile, per assumere qualsiasi forma, uova comprese. A Daniel Peter si fa risalire la nascita del cioccolato al latte, mentre da Rodolphe Lindt deriva il conciaggio. La prima produzione industriale di uova di cioccolato sembra essere infine merito di John Cadbury, nel 1875.

Qualsiasi sia il suo gusto, l’uovo di cioccolato è davvero un must del periodo pasquale. Tante sono le industrie dolciarie che ne realizzano sperimentando gusti sempre nuovi. Tra queste, spicca “Oliviero Industria Dolciaria” nell’avellinese, le cui uova sono espressione di qualità e ricercatezza.

Marika Manna

Avreste mai pensato di preparare la pizza napoletana a casa vostra?

Durante questi ultimi giorni ci troviamo di fronte ad uno stop forzato, che ci permette di trascorrere più tempo in casa con i nostri cari. Ci sembra un’ottima idea quella di approfittarne per metterci ai fornelli e trascorrere con golosità questi momenti! Uno dei piatti ai quali noi italiani non sappiamo rinunciare è la pizza: un must have del weekend, che per alcuni rappresenta il pasto ideale anche a colazione! Ebbene, è arrivato il momento di sperimentare: vi lasciamo qui di seguito una ricetta molto semplice e veloce per preparare la pizza napoletana direttamente a casa vostra.

INGREDIENTI per 4 persone (circa 2 teglie)

  • 500 gr di farina di grano tenero tipo 00
  • 300 ml di acqua
  • 20 gr di lievito
  • 15 gr di sale
  • 4 cucchiai di olio evo
mani di un bambino che impastano la pizza

PROCEDIMENTO

Prendete una scodella abbastanza profonda, versate la farina, sbriciolate il lievito e aggiungete l’acqua un po’ per volta. Dopo una prima impastata, di almeno 10 minuti, aggiungete il sale e l’olio, e continuate energicamente per altri 15 minuti. Il risultato dovrà essere una pasta liscia e compatta.

Dividete il composto in 2 panetti e riponeteli in 2 scodelle, entrambe ben sigillate da pellicola trasparente (o coperte da un panno umido); riponete in un luogo asciutto e possibilmente tiepido (ad esempio all’interno del forno leggermente riscaldato) e lasciate riposare per almeno 3 ore.

Estraete i panetti dalle ciotole e lavorateli uno alla volta. Potete decidere di stenderli o su un piano infarinato o direttamente nella teglia precedentemente oleata. Una volta steso l’impasto, potete procedere alla farcitura che desiderate, ad esempio una Margherita. In questo caso vi serviranno: pomodoro, mozzarella, sale, olio e basilico. La mozzarella potrete tagliarla a cubetti qualche ora prima di condire la pizza, e riporla in frigo in un colino. Questo vi permetterà di eliminare i residui liquidi in eccesso. Il pomodoro invece andrà leggermente salato prima di stenderlo sull’impasto. Vi consigliamo una passata o, ancor meglio, un pomodoro pelato, ad esempio il San Marzano, ideale per la pizza napoletana. Aggiungete qualche fogliolina di basilico e fate un piccolo giro d’olio prima di infornare.

Infornate la pizza in forno preriscaldato a 250° per circa 15 minuti. Se avete optato per una margherita, vi sveliamo un altro piccolo trucco: aggiungete la mozzarella a metà cottura per preservarne la consistenza! All’uscita, aggiungete le foglie di basilico rimaste e un filo d’olio a crudo, che esalta i sapori.

La vostra pizza napoletana è pronta! Fateci sapere se la ricetta vi è piaciuta! Potrete taggarci nei vostri post o nelle vostre stories Instagram e Facebook utilizzando il tag @la.buona.tavola e l’hashtag #labuonatavola

www.labuonatavola.org

Ersilia Cacace

Essere vegano prima ancora che una scelta alimentare è una scelta di vita che condiziona non solo ciò che devi avere nella dispensa (zero carne e derivati animali, nemmeno uova e latte), ma anche ciò che puoi avere nell’armadio (niente cuoio, pellicce o piume, né lana o seta, solo ecopelle e materiali sintetici).

Il culto vegan oggi conta nel mondo milioni di adepti: sono tantissimi i vip che contribuiscono a diffondere il verbo. Le celebrità che non mangiano carne sono oramai un piccolo esercito al punto che ci si chiede se la loro sia davvero una scelta etica– “gli allevamenti intensivi fanno soffrire gli animali e distruggono la Terra” come sostiene Ariana Grande, o una semplice moda passeggera (ricordate l’epic fail di Beyoncé quando annunciò al mondo intero di voler tentare l’esperienza vegana per 22 giorni ma andò al ristorante con una vistosa pelliccia?).  

dieta green

Cosa spinge un individuo ad intraprendere la strada vegana? A volte è un trauma infantile. È ciò che è accaduto al “Joker” Joaquin Phoenix, vegano dall’età di 3 anni quando durante una battuta di pesca rimase scioccato nel vedere l’uccisione di un animale. Non tutti i traumi vengono per nuocere insomma. Lo stesso è accaduto alla prorompente Pamela Anderson, oggi il volto (e il corpo) più noto delle campagne di sensibilizzazione PETA. Persino Pitagora condannava l’uccisione di animali per procacciarsi il cibo coma pratica disumana.

L’amore per gli animali è quindi la motivazione più diffusa tra i “very important people” che sposano la dieta green. James Cromwell ha raccontato di essere diventato vegano dopo l’interpretazione del film “Babe, maialino coraggioso”. 

 A volte è la lettura di un libro significativo a stravolgerti la vita. È ciò che è accaduto a Natalie Portman nel 2009 che dopo aver letto “Se niente importa. Perché mangiamo animali?” di Jonathan Safran Foer è diventata vegana. 

La scelta veg vola in alto anche nel mondo della musica. “Se i macelli avessero le pareti di vetro, saremmo tutti vegetariani” racconta Paul McCartney, che da oltre quarant’anni ha rinunciato a bistecche e hamburger e sostiene che “non si può mangiare ciò che ha un volto”. 

Il compianto Prince nella sua canzone “Animal Kingdom” diceva: “nessun membro del mondo animale mi ha mai fatto nulla, ecco perché non mangio né carne né pesce”. “Meat is murder” di Morrisey, invece, è l’inno dei vegani di tutto il mondo. In Italia un vegano convinto è Red Ronnie, l’ex dei Pooh, secondo cui il non mangiare animali e derivati è il primo passo per l’evoluzione della specie umana.

dieta green

C’è chi poi come Demi Moore ha abbracciato solo in parte la dieta veg e pratica il crudismo o “Raw Diet” che ammette solo frutta e verdura cruda perché cuocere i cibi è considerato innaturale.

Credete ancora che la dieta green sia solo una moda del momento?

Marianna Somma

Sono ben 150 anni che consumiamo con amore i pomodori in cucina: una tradizione partita dal Sud dell’Italia e che ben presto si è diffusa in tutto il mondo, anche grazie all’invenzione della pizza.

Non è sempre stato un rapporto d’amore: c’è stato un tempo in cui erano considerati velenosi e venivano consumati come frutti. Fu un decreto della Corte Suprema Americana del 1893  dichiararli ortaggi.

I migliori pomodori oggi sono considerati quelli italiani, e più precisamente quelli delle regioni meridionali (non a caso Solania srl è tra le realtà imprenditoriali più importanti in Campania nella produzione del San Marzano D.O.P.) Ad affermarlo è la giornalista enogastronomica della BBC Sara Buenfeld.

pomodori

Ecco 7 curiosità sui pomodori che ti stupiranno:

Storia

Nella seconda metà del ‘700 compare in Europa un frutto esotico: è una bacca originaria del Perù importata dagli spagnoli che gli Aztechi chiamavano xitomatl. Letteralmente significa “cosa paffuta con l’ombelico”. Sono frutti piccoli e di un colore vicino all’oro, che diventerà rosso, grazie a innesti successivi.

A spicchi

In realtà il “pomo d’oro” in Italia è noto almeno dalla seconda metà del 1500, quando il medico senese Pietro Andrea Mattioli (1500-1577) lo menziona per la prima volta in un trattato scientifico, definendolo una spezia schiacciata e fatta a spicchi. Proprio così: il pomodoro di moda nel ‘500 è una spezia color oro che si mangia a spicchi.

La prima salsa

Ci volle più di un secolo per l’ingresso del pomodoro in cucina: il primo sugo di cui si ha traccia è la “Salsa di Pomadoro alla Spagnuola” nel libro di Antonio Latini del 1694, preparato mescolando pomodoro alla brace spellato, con cipolla, timo o maggiorana e aceto.

Varietà

Il nome scientifico dei pomodori è Lycopersicon lycopersicum, che significa pesca del lupo. Si stima che ne esistano circa 10mila varietà: dalla A alla Z di Zebra Cherry, così chiamato per la buccia a strisce (rosse e verdi).

Mai in frigo

Mai in frigo. Incredibile, ma vero:  il freddo interferisce con gli enzimi che gli conferiscono il suo gusto caratteristico. Sotto i 12 gradi, infatti, il pomodoro interrompe la maturazione che è ciò che gli conferisce più sapore.

A pomodori in faccia

La Tomatina è un festival che si organizza l’ultimo mercoledì di agosto di ogni anno nella città di Bunol, vicino a Valencia, in Spagna: il momento clou del festival è la lotta con il pomodoro che si svolge tra le 11,00 e le 13,00. È il più grande combattimento alimentare del mondo. Le strade diventano rosse, cosparse da oltre 120 tonnellate di succo.

Velenoso

Nel ‘700  il pomodoro era soprannominato “mela avvelenata“.  Si pensava che gli aristocratici si ammalassero e morissero dopo averlo mangiato. Ma la verità è un’altra: i ricchi europei usavano piatti di peltro, ricchi di piombo. Data l’acidità dei pomodori, quando venivano serviti su questa particolare stoviglia, i frutti filtravano il piombo, causando morti per avvelenamento.

pomodori

Se ti è piaciuto questo articolo, lascia un commento e condividilo sui social.

Il caffè per molti di noi è un rito assolutamente irrinunciabile. Dopo l’acqua, è la bevanda più diffusa al mondo. Ogni giorno, in ogni angolo del pianeta, si consumano 1,6 miliardi di tazze di caffè.

Prima dell’invenzione della moka, il caffè in Italia era preparato esclusivamente con caffettiere di tipo napoletano. Il sistema migliore ancora oggi è considerato proprio quello “napoletano”, meno rapido della moka ma che conserva inalterato l’aroma.

caffè

Ma ora scopriamo insieme 7 curiosità sul caffè che vi stupiranno:

  • perché si chiama così?: Intorno all’anno 1000 alcuni commercianti arabi portarono dai loro viaggi in Africa dei chicchi da cui traevano per ebollizione una bevanda chiamata qahwa (eccitante), tradotto in turco kahve. C’è chi sostiene che il nome derivi invece da Caffa, regione dell’Etiopia dove cresce spontaneamente.
  • chi ne beve di più?: La risposta sempre banale, ma non lo è. Il Belpaese si colloca solo al 12°posto. Il primato spetta ai finlandesi con ben 12 kg l’anno ciascuno.
  • musa ispiratrice: Chi l’ha detto che solo una donna o un paesaggio può essere fonte di ispirazione? Il compositore Bach amava al tal punto il caffè da dedicagli una cantata –Kaffeekantate– eseguita a Lipsia nel 1732.
  • benefici alternativi: Non tutti lo bevono alla maniera tradizionale. Carlo d’Inghilterra, seguendo la cura Gerson, utilizza clisteri della preziosa bevanda energizzante come terapia anti-cancro.
  • anche gli animali lo adorano: Gli elefanti ne sono ghiotti. Mangiano le bacche di caffè come snack. I chicchi restano intatti nel processo digerente e vengono poi raccolti dallo sterco e lavorati per creare il Black Ivory– un tipo di caffè morbido e pregiato, che è anche il più caro al mondo (80 dollari a tazzina). Esiste anche il Kopi luwak, un caffè realizzato da bacche di caffè mangiate, digerite e defecate dallo zibetto delle palme asiatico, un piccolo mammifero a metà strada tra un gatto e un procione. I chicchi vengono quindi puliti e trattati e il caffè ricavato è il secondo più caro al mondo.
  • la bevanda del diavolo: Così veniva chiamato dalla Chiesa che si oppose fortemente alla sua diffusione in Italia. La sa colpa era evidente : rendeva più disinibiti anche gli spiriti più calmi e morigerati e quindi conduceva alla perdizione e all’abbandono dei sensi. La bevanda essendo stata per secoli consumata dai musulmani era chiamata anche Vino d’Arabia. Fu Papa Clemente VIII che riabilitò il caffè pronunciando la fatidica frase “Questa bevanda di Satana è talmente buona che sarebbe un peccato farla bere solo agli infedeli”.
  • può essere letale: La caffeina può uccidere. Bisognerebbe bere in un tempo ristretto (4 ore) 80 tazze dell’oro nero. Non proprio poche insomma.

Che sia mattina, pomeriggio o tarda sera, gli amanti del caffè non riescono mai a rinunciarci. Sapevate che Amoy propone tre diverse miscele di caffè a seconda del momento della giornata in cui si beve? Il “Morning” è una miscela dal gusto forte ma raffinato, ideale per dare la carica al risveglio. Il “Break“, invece, ha un aroma meno intenso e con un leggero retrogusto fiorato, perfetto da sorseggiare all’ora del tè. Il “Relax”, infine, è ideale da bere a tarda sera e presenta delle dolci note fruttate.

caffè

Se ti è piaciuto questo articolo, scopri la nuova rubrica dedicata alle “curiosità gastronomiche” presente nel nostro magazine.

Marianna Somma

Amato da tutti e consumato in grandissime quantità, il cioccolato ha conquistato il mondo con la sua bontà. Sotto forma di barrette o di cioccolatini, fondente, al latte o bianco, è davvero difficile trovare qualcuno a cui non piaccia. Le sue caratteristiche sono conosciute ai più, ma esistono delle curiosità davvero interessanti su questo alimento.

Ve ne raccontiamo cinque!

  1. Il cioccolato è un vero e proprio “dono degli dei”. Infatti, la più antica divinità dedicata al cioccolato è El Chuah, il dio dei mercanti e del cacao, venerato dai Maya (che hanno iniziato a coltivare il cacao intorno al 400 a.c.)
  2. Dopo i Maya, anche gli Aztechi riconobbero immediatamente il valore del cacao. Anzi, lo consideravano così prezioso che veniva usato come moneta di scambio oltre che per il pagamento di stipendi e tasse.
  3. Esso aiuta a ridurre lo stresso non solo mangiandolo…ma anche facendoci il bagno. Stare immersi in una vasca di cioccolato liquido rilassa e combatte la ritenzione idrica.
  4. La nascita, nel ‘900, dello sciroppo al cioccolato sancisce l’entrata nel cinema di questo alimento. Lo sciroppo al cioccolato, infatti, vanta una lunga “carriera” nel cinema, tanto da essere comparso perfino in una delle scene più celebri della storia cinematografica: la scena della doccia del film di Alfred Hitchcock Psycho. All’epoca dei film in bianco e nero, infatti, lo sciroppo al cioccolato era utilizzato in cui era per simulare il sangue. Con il debutto dei film a colori l’uso dello sciroppo al cioccolato per le scene più splatter si è molto ridotto, ma non azzerato: si usa ancora per rendere più denso il sangue finto di film e serie tv e per preparare la miscela commestibile che si usa in quelle particolari scene in cui un attore finge di tossire sangue
  5. Il cioccolato ha così tanto successo che è stata istituita la sua giornata mondiale del cioccolato celebrata il 7 luglio di ogni anno.

Simbolo di passione, un gusto che si declina in tante varianti e un odore inconfondibile, esso è davvero uno degli alimenti must che si trova dappertutto. Sfidiamo chiunque ad aprile la dispensa di casa e non trovarne anche solo un cubottino. Queste sono le curiosità, a nostro modesto parere, più interessanti e meno conosciute. E voi, ne conoscete altre?

Per altre curiosità culinarie clicca qui.

Marika Manna