Nascita e etimologia

Chiunque sia andato a casa della nonna, tra le varie cose, avrà mangiato sicuramente le polpette. Si tratta, infatti, di uno dei piatti più gettonati per i pranzi della domenica. Eppure questa leccornia che ormai regna sulle tavole italiane, non è frutto del genio nostrano.

Le prime testimonianze risalgono al regno Persiano. Qui venivano (e vengono ancora) cucinate le kofta, fatte con carne di agnello e spezie; pare che il loro nome derivi dal termine “koofteh” ovvero “carne pestata”. Con la conquista della Persia da parte degli arabi, questa specialità si diffuse anche nel Medio Oriente, per poi giungere in Europa con la conquista della Spagna sempre da parte del popolo arabo.

Ma come si è arrivati al nome “polpetta”? Il primo a usare questo termine fu Mastro Martino de’ Rossi nel “De arte coquinaria” ,nel 1400 e pare che derivi dal francese “paupiére”, “palpebre”. Questo perché il movimento delle mani ,che serve per dare la caratteristica forma a sfera, ricorda quello delle palpebre che si aprono e si chiudono.

Le polpette iniziano dunque, a partire dal Quattrocento, a diventare un piatto sempre più conosciuto anche in Italia. Iniziano infatti a comparire delle varianti marinate in aceto o ripiene di lardo. Ciò che però accomuna tutte queste ricette e che resterà un “dogma” fino agli inizi del Seicento, è l’utilizzo della carne di vitello. Dal Seicento in poi verrà inventato il tritacarne e verranno utilizzati anche tagli “meno nobili” come la carne di maiale. La popolarità di questo piatto aumenta al punto che nel 1800 Pellegrino Artusi ne “La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” dichiara che ormai non vi è piatto più famoso.

polpette
polpette

Polpette: varianti e idee

Tutt’oggi la fama di questo piatto non è diminuito. Anzi si è diffuso anche nel resto d’Europa e addirittura oltreoceano. In Italia, per esempio, si trova una variante milanese: i mondeghili, polpette fatte con il lesso avanzato. In Trentino Alto Adige invece nell’impasto si aggiungono patate schiacciate e pancetta affumicata, per poi avvolgere il tutto nella rete di maiale e saltare in padella con burro. A Napoli la versione più gettonata è quella al sugo, dove le polpette vengono prima fritte e poi aggiunte al tipico ragù.

In Giappone invece non ci sono le “polpette” come le intendono gli occidentali, ma usano il termine per due piatti: i takoyaki e i dango, rispettivamente delle frittelle di polpo dalla forma sferica e delle “polpette” di riso glutinoso cotte sulla piastra.

In Svezia si trovano le kotbullar, fomate da un mix di carne di manzo, maiale e vitello condite con cipolla e cotte nel burro e servite con panna acida e confettura di mirtillo. Quelle norvegesi fatte con carne di renna sono le lihapullat. In Spagna invece si chiamano albodingas le corrispettive delle napoletane con il sugo.

Come detto, le polpette sono tra i piatti più versatili in cucina. Possono essere fatte con qualunque tipo di carne e di qualunque dimensione, dalle più piccole a quelle più grandi come il polpettone. Posso essere fatte con l’impasto “base” composto da carne trita, uova, formaggio, pane ammollato nel latte o nell’acqua, sale, pepe ecc; o arricchite con pezzi formaggio, insaccati e così via. Inoltre non deve essere utilizzata necessariamente della carne. Si possono utilizzare legumi, come nel caso dei falafel, delle verdure o del pesce, come tonno, merluzzo e salmone.

Anche lo modalità di cottura possono variare. Si possono cuocere al forno, in umido, si possono friggere o fare al sugo. Insomma non c’è limite. Sono perfette sia per aperitivi, sia per pranzi che per cene e si possono preparare anche in anticipo. E visto che gli ingredienti possono variare sono l’ideale per chi segue stili alimentari diversi. Dunque qualunque sia la loro origine, è un dato di fatto che le polpette mettono tutti d’accordo a tavola!

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polpette

Nelle notti d’Oriente

Il Cous Cous è un alimento che consiste in semola di grano duro. Si tratta di un alimento “base”, cioè impiegato in varie preparazioni. Le sue origini risalgono tra il XI e XIII secolo, mentre per quanto riguarda il luogo “esatto” della sua comparsa ci sono molte ipotesi: alcuni ne attestano la paternità nella parte nord-occidentale dell’Africa, altri nella zona subsahariana e altri ancora nel territorio berbero della Numidia.

Ovunque sia “nato”, era il cibo ideale per i nomadi. Infatti era di facile conservazione e dunque adatto ad essere portato nei lunghi viaggi. Ed è proprio grazie a questi viaggi che si diffuse ben presto nel Mediterraneo, in Francia e in Spagna. Da quest’ultima provengo, infatti, le testimonianze scritte su questo piatto.

La parola “Cous Cous” potrebbe derivare dall’arabo “keskes”, termine che si riferisce alla tipica pentola in cui veniva cotto ( in italiano “couscussiera”). Inoltre su questo piatto a base di semola di grano duro vi è una leggenda. Si narra che Re Salomone s’innamorò perdutamente della Regina di Saba al punto di perdere l’appetito; il cuoco del Re allora preparò un piatto “sfizioso” e nutriente che gli fece tornare la fame: il Cous Cous.

Legato a questo piatto vi è anche la tradizione, nel mondo arabo, di mangiarlo con le mani. Quest’usanza è legata ad un detto arabo secondo cui “Con un dito mangia il diavolo, con due il profeta e con cinque l’ingordo”; anche per questo viene visto da molti come “l’antenato del finger food”.

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Cous Cous

Cous Cous, varianti nel mondo

Il 16 dicembre 2020, viene inserito nella lista dell’organizzazione internazionale. Ciò non fa che aumentare il prestigio di un piatto che già era stato conosciuto da molte popolazioni diverse tra loro. Il Cous Cous “classico” prevede che venga cotto a vapore e condito con carne, verdure, legumi e spezie. Ne esistono però numerose varianti in base a dove ci si trova.

Marocco: in questa zona il formato è molto più spesso e solitamente condito con carne di agnello e verdure. In Tunisia, invece, oltre che con le carne lo si fa anche con il pesce e/o frutti di mare e accompagnata “dall’harissa”: una salsa molto speziata e piccante di colore rosso.

Gli scambi commerciali hanno, poi, fatto sì che giungesse anche in Italia, in particolare in Sicilia, a Trapani. La variante alla Trapanese prevede la “ghiotta” (una zuppa di pesce) e la semola viene lavorata a mano in uno speciale piatto di terracotta verniciata chiamato “mafaradda”. Oltre che in Sicilia, se ne trova una versione anche in Sardegna, dove venne introdotto da un gruppo di pescatori di corallo che avevano lavorato sull’isola tunisina di Tabarka. Da qui prende il nome di “Tabarchino” che era un piatto molto povero e prevedeva solo le verdure al suo interno.

Curiosità

A questo piatto di semola sono legate alcune curiosità. Per esempio: a San Vito Lo Capo si tiene la “Cous Cous Fest” un festival culturale; questo piatto è uno dei protagonisti del romanzo satirico di Francois Rebelais “La vie de Gargantua et de Pantagruel”.

In più si tratta di un alimento poco calorico, infatti 100 grammi contengono tra le 340 e 370 calorie (s’intende per la sola semola priva di condimento). Può essere, dunque, utilizzato se si sta seguendo una dieta, ed è perfetto anche per i piatti estivi. Si può utilizzare al posto del riso in un insalata, o come piatto unico la sera e dal momento che che può essere consumato freddo può essere preparato anche il giorno prima. Basta unire gli ingredienti che più si vogliono e le spezie come curry, zafferano o cannella ( a seconda del proprio gusto) e in un attimo verrete trasportati nelle magiche notti d’Oriente!

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Cous Cous con piselli, zucchine e carote

Nascita e diffusione

Durante l’interrogazione di geografia, probabilmente, non c’è nessuno che non abbia citato almeno una volta la “barbabietola da zucchero”! In realtà, il primo tipo di zucchero fu quello di canna. In Polinesia c’era la coltivazione di questo vegetale, che in seguito venne introdotto, intorno al 510 a.C. in Cina e in India. Giunse anche in Persia, dove venne prodotto uno sciroppo denso e molto dolce, che veniva poi fatto asciugare e “seccare” su delle foglie dove “cristallizzava”. Alessandro Magno, nel 325 a.C. parlò di questo “miele che non aveva bisogno di api”, che aveva la caratteristica di durare a lungo e aveva notevoli capacità energetiche.

Successivamente nel VI secolo d.C. gli Arabi estesero la coltivazione della canna da zucchero nei loro territori. Durante le Crociate venne, poi, importato da Veneziani e Genovesi che lo chiamavano “sale arabo”. Federico II di Svevia decise a quel punto di introdurne la coltivazione in Sicilia. Tuttavia era una spezia rara, utilizzata come medicamento e pertanto venduta a caro prezzo.

Con Cristoforo Colombo e la scoperta dell’America, la canna venne portata dai Conquistadores in Messico e a Cuba e in tutta l’America centro-meridionale. Ciò portò ad una grave crisi economica in Europa e lo zucchero iniziò ad essere un prodotto più “comune”. Le cose iniziarono a cambiare nel 1500.

Olivier de Serres, un agronomo, notò che la Beta Vulgaris, la comunissima barbabietola, una volta cotta produceva uno sciroppo molto dolce simile a quello della canna da zucchero. Tuttavia dal momento che le richieste di quello di canna erano ancora molto alte, la scoperta di Serres rimase nascosta fino al Periodo Napoleonico. Infatti a causa delle vicende politiche e storiche dell’epoca ci fu il blocco delle importazioni, che portò alla sparizione dello zucchero dal mercato.

L’alternativa a quello prodotto dalle canne, la si ebbe nel 1747 quando il chimico tedesco Andreas Sigismund Marggraf , riprendendo la scoperta di Serres, iniziò l’estrazione del saccarosio dalle barbabietole. Da questo momento nascono i primi zuccherifici, che portarono ad una produzione “massiccia” e dunque anche ad un esponenziale calo del prezzo. Lo zucchero adesso è alla portata di tutti.

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zucchero semolato

Tipologie di zucchero

Con l’avvento del saccarosio estratto della barbabietola, molto più “economico”, si ha un cambiamento nelle abitudini alimentari delle persone. Infatti lo zucchero unito ad altri prodotti d’importazione ,come cioccolato e spezie, da origine innanzi tutto alla pasticceria: nascono i primi e veri dolci “moderni” come le torte e le creme.

Oggigiorno, per venire incontro alle diverse esigenze, si sono trovate delle alternative al classico zucchero derivante dalla canna o dalla barbabietola. A seconda di se si stia seguendo una dieta ipocalorica, o se si soffra di diabete esistono zuccheri specifici che possono essere utilizzati. Ad esempio: il “semolato” utilizzato comunemente in cucina; alternativa è quello “grezzo” pieno di vitamine e minerali perfetto per chi ama la cucina integrale.

Oltre lo zucchero esistono anche i dolcificanti. Alcuni ,come il miele e il fruttosio, erano utilizzati ancor prima della nascita dello zucchero e sono perfetti per curare mal di gola e riniti. Altri invece nascono in seguito alla diffusione degli stili alimentari “low carb”, per esempio la stevia, che ha molte meno calorie.

Esistono dunque tantissime tipologie di zucchero e tantissimi sono gli usi che se ne possono fare. Bisogna però tenere a mente che non si trova solo nei dolci o nel barattolo della cucina… Di zuccheri sono composti anche i carboidrati, la frutta e la verdura che ingeriamo e un alto consumo può nuocere alla salute. Secondo l’Oms la giusta dose non deve superare i 25 grammi giornalieri. Dunque bisogna fare attenzione a ciò che si mangia e ad “equilibrarne” l’apporto…Tuttavia non bisogna avere paura: un pizzico di zucchero non fa mai male e rende la vita più dolce!

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zucchero semolato

Etimologia

Il termine italiano “crespelle” deriva da quello francese “crepes”, che a sua volta ha origine dal latino “cripsus”, arricciato, a causa delle arricciature che si formano in cottura. L’impasto è a base di uova e farina, sarà poi con l’andare degli anni che si aggiungeranno altri ingredienti, come lo zucchero.

L’origine delle crespelle risale al V secolo. A Roma giunsero, infatti, dei pellegrini francesi e Papa Gelasio ordinò che si preparasse per loro un piatto semplice ma energetico. Il risultato furono delle specie di “frittatine” a base, appunto, di uova e farina, cotte su delle piastre. I pellegrini francesi ne furono talmente entusiasti che quando tornarono portarono con loro la ricetta.

In Francia le crespelle divennero, in memoria della calda accoglienza romana, simbolo di amicizia. Tuttavia la loro notorietà aumentò al punto che si iniziò a modificare l’impasto. Innanzitutto fu aggiunto lo zucchero, poi il latte e iniziarono anche ad essere farcite. Cambia anche l’utensile con cui vengono cotte: viene inventata la galeatoire, una spessa piastra circolare in ghisa.

La Suzette

La crespella più famosa è sicuramente la Crepe Suzette. Nel 1896 al Café de Paris a Montecarlo era andato a mangiare il principe Edoardo VII di Galles. Il giovane pasticcere Henry Charpentier doveva, quindi, creare un dessert per il reale. L’emozione giocò al giovane un brutto scherzo e per errore rovesciò del liquore nella padella dove stava cuocendo la crepe, che a contatto con la fiamma s’incendiò.

Nonostante l’accaduto, il sapore era talmente buono che il giovane pasticcere decise comunque di servirle al principe del Galles. Da parte sua Edoardo VII rimase piacevolmente sorpreso dal dessert. Gli piacque al punto che decise di omaggiare la giovane donna (figlia di un amico) che stava pranzando con lui dando alle crespelle il suo nome: Suzette.

Come sono fatte le Crepe Suzette?

Ma com’erano le Crepe Suzette? Si trattava di una classica crespella francese, servita con salsa a base di burro e zucchero caramellati, scorza d’arancia e succo di limone. L’ingrediente “sbagliato” che la rese unica fu il Grand Marnier, un liquore a base di Cognac ed essenza d’arancia, utilizzato soprattutto per i flambé.

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Crespelle

Crespelle nel mondo

Oltre la Crepe Suzette, ci sono molte altre versioni di crespelle in giro per il mondo. Per esempio in Russia si possono trovare i Syrniki (frittelle insaporite con panna acida e confettura) o i blinis (a base di farina d’avena e lievito). In Ungheria, Slovenia e Romania famosa è la palacinka che ha l’olio nell’impasto e servita accompagnata da fiocchi di latte e uvetta. Negli Stati Uniti le crespelle equivalgono ai pancake, frittelle più lievitate e morbide che sono solitamente servite con burro e sciroppo d’acero.

Andando oltre Oceano, in Giappone, si vede come le crespelle siano diventato un “must”. L’occidentalizzazione ha portato infatti all’apertura di molti ristoranti americani, italiani e francesi e tra i piatti più apprezzati si trovano le crespelle. Due sono le varianti più in voga: i dorayaki, di stampo più tradizionale, che consistono in una sorta di pancake farcito con l’anko, una crema dolce di fagioli rossi; e le Harajuku crepes, che prendono il nome dal quartiere dove nascono e si tratta di crespelle sottilissime farcite con creme, frutta e gelato.

In Italia invece le crespelle sono utilizzate in vari modi. L’impasto delle crespelle è di base neutra. L’aggiunta di un pizzico di sale o zucchero può farle diventare adatte per un piatto dolce o salato. Nel napoletano, per esempio, le crespelle sono utilizzate per fare i cannelloni. Una volta formata, viene poi farcita con mozzarella ricotta e carne, arrotolata e messa in teglia con salsa.

Girare le crespelle

Chiunque abbia fatto almeno una volta le crespelle sa che averle perfettamente rotonde e girarle non è un compito facile. Molti si saranno cimentati nel farle “saltare” e si saranno ritrovati con l’impasto sparso ovunque, oppure non si è riusciti a stendere per bene l’impasto che risulta così o troppo doppio o troppo sottile…

Bisognerebbe innanzitutto assicurarsi che l’impasto sia sufficientemente elastico. Dopodiché si hanno diverse opzioni opzioni: utilizzare lo stendicrepes , o un piccolo mestolo in modo da avere lo spessore giusto; mentre per girarle si può usare o una spatola in gomma o, facendo molta attenzione, inclinare la padella e con un movimento secco del polso far saltare la crespella.

Che utilizziate una spatola, o le facciate saltare, che le facciate dolci o salate, una credenza vuole che durante la cottura al momento di girarle bisogna esprimere un desiderio. Provate e pensate che ogni crespella che farete sarà un desiderio!

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crespelle

Una pianta sconosciuta

Bagigi, spagnolette, scacchetti, cecini, gallette, noccioline, le arachidi sono conosciute con nomi diversi, ma sono uno dei cibi più apprezzati. Oggigiorno, il loro consumo è aumentato. Eppure un tempo era una pianta poco conosciuta che è stata “scoperta” per puro caso.

L’Arachis hypogaea era infatti una pianta selvatica e spontanea, appartenente alla famiglia dei legumi, che non aveva bisogno di “aiuto” per essere coltivata. Cresceva soprattutto in Brasile e fu qui che i Conquistadores la trovarono. Dal momento che le risorse scarseggiavano, gli spagnoli, iniziarono a cercare viveri con cui poter proseguire. Fernando de Oviedo, nel 1520, si accorse di questa pianta e provandola comprese che poteva essere una perfetta risorsa alimentare.

In Italia arrivò solo nel 1772 e si formeranno delle vere e proprie coltivazioni solo durante il dopoguerra. In America, invece, pare che siano arrivate in due modi differenti: al Sud tramite i Conquistadores e al Nord attraverso gli schiavi Africani a inizio del ‘700.

Il successo Americano

Le arachidi hanno molto successo negli Stati Uniti, tanto che vengono chiamate “noccioline americane” e si fondano vere e proprie industrie basate su questo legume. Inizialmente erano considerate un “cibo da poveri”, poi vennero impiegate per il pasto dei soldati durante la Guerra di Secessione (1861-65). Infine vengono sempre più utilizzate in cucina, per creare salse e condimenti, ma “l’invenzione” migliore fu quella del burro di arachidi.

Sono quattro gli inventori che si contendono la paternità del burro di arachidi. Marcellus Gilmore Edson, un farmacista che brevettò un processo di macinazione delle arachidi tostate con l’aggiunta di zucchero; il dottore John Harvey Kellogg (noto già per i cereali) ideò questo “burro” tratto dalle arachidi crude, che serviva come pasto salutare per i suoi pazienti.

Invece, George Bayle, uomo d’affari di St. Louise, fu il primo a vendere il burro d’arachidi come snack presentandolo all’Esposizione Universale della città nel 1904; nello stesso anno Ambrose Straub inventò una macchina per facilitarne il processo produttivo iniziandone così la “serializzazione”.

arachidi e burro di arachidi

Proprietà e usi delle arachidi

Anche se rientrano nella famiglia dei legumi, le arachidi, per il loro elevato contenuto di grassi, sono di norma incluse nella frutta secca. Sono infatti una buona fonte di proteine e fibre, ma anche vitamine e minerali; dunque sono particolarmente adatte per chi sta seguendo diete ipocaloriche, chi si trova a dover mantenere un basso tasso glicemico, per chi è vegano ma anche per tutti coloro che vogliono uno snack sano e gustoso.

Le arachidi sono dunque utilizzate in cucina fin dall’inizio della loro storia. Ci sono numerosi modi per utilizzarle, variando dal dolce al salato. Per esempio: utilizzandole come salsa per guarnire un piatto di pollo (satay di pollo), oppure come topping per le insalate. Si possono, poi, unire a zucchero e acqua in padella facendole diventare tostate e caramellate, oppure si può utilizzare il burro di arachidi per fare biscotti, muffin, pancake… Insomma sono davvero “versatili”, e si possono usare in qualunque modo si desideri, unico limite è la fantasia!

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Siete in procinto di raggiungere la verde Irlanda? Avete scelto le date del viaggio, la sistemazione per il pernottamento e i monumenti e le attrazioni da visitare? Avete scelto di fare un “viaggio di gusto”?Non dimenticate di portare con voi la curiosità di scoprire la ristorazione e la cultura culinaria di Dublino e in genere della cucina irlandese, in questo articolo, potete trovarne “un mio assaggio“.

Prima di incominciare, vorrei fornirvi alcuni suggerimenti sul viaggio a Dublino per chi è in partenza dall’Italia:

  • Organizzare bene i tempi: la distanza dell’aeroporto al centro città, l’apertura posticipata in alcuni giorni della settimana e la chiusura anticipata delle attività, e la poca efficacia della rete di trasporti e la distanza di alcune attrazioni, può compromettere in alcuni casi i piani del viaggio;
  • Accertarsi delle informazioni: molte informazioni che si trovano in rete, sia sui costi, orari ed ecc. sono indicative, la città di Dublino è in continuo mutamento e in pieno fermento, le sorprese sono sempre dietro l’angolo.

Dopo questo, iniziamo con il primo “viaggio di gusto” di questa rubrica.

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Il “food” irlandese

Il tradizionale cibo irlandese è molto semplice: pochi ingredienti che si ripetono in tutte le pietanze, grandi scodelle di piatti caldi e amate pietanze. Gli ingredienti originali del territorio sono influenzate dalla aspra terra irlandese che non permette una diversificazione di colture, il cibo segue spesso la tradizione contadina, con pietanze spesso pesanti e ricche al palato.

Alcuni suggerimenti nel viaggio di gusto irlandese:

PRANZO/CENA: The Quays Irish Restaurant

Situato nella zona turistica di Temple Bar, il The Quays Irish Restaurant è un tipico pub irlandese che si sviluppa su due livelli, dove poter gustare l’atmosfera e il vero food irlandese, con la possibilità di provare piatti di terra, carne e pesce tipico della tradizione.

L’atmosfera sia di giorno che di sera è quella di un locale dove si può ascoltare musica dal vivo tradizionale e godervi una birra al bancone assieme a tantissimi Irlandesi nel piano inferiore, o sedersi ai tavoli al piano superiore ove è presente un’ampia sala che si affaccia su Temple Bar.

The Quays Irish Restaurant

Indirizzo: 10-12 Temple Bar, Dublin 2, D02 EW63, Irlanda

SitoWeb: http://www.quaysrestaurant.com/

Telefono: +353 1 679 1923


DRINK EXPERIENCE: Guinness Storehouse

Nella zona più occidentale della città di Dublino è presente la mitica fabbrica della birra Guinness. Molti turisti vengono in Irlanda e nella verde Dublino per “assaporare” l’esperienza della nera Guinness.

Lo stabilimento nato nel lontano 1759, esso occupa ben 26 ettari di terreno. La Guinness Storehouse in realtà non è la fabbrica, che non si visita per ovvie ragioni di sicurezza, ma si esplora un museo dedicato alla Guinness, realizzato nelle parti più antiche della stessa fabbrica.

Uno spazio riconvertito che lascia all’apparenza la struttura industriale, grazie a un avveniristico progetto che ha saputo adattare la struttura originale trasformandola in un edificio che sale per 7 piani, assumendo la forma di una pinta di Guinness.

L’accesso al museo è abbastanza elevato ma ne vale la pena per entrare nel mondo Guinness e per assaporare, nella parte panoramica della struttura con una visione a 360°. Assaporare la scura più bevuta in Irlanda.

Guinness Storehouse

Indirizzo: St. James’s Gate, Dublin 2, D08 VF8H, Irlanda

SitoWeb: https://www.guinness-storehouse.com/it

Telefono: +353 1 408 4800

Le origini

Ricco, intenso, fondente, al latte. Oggigiorno il cioccolato, o cioccolata, è uno dei cibi più apprezzati. Che si mangi da solo o si aggiunga come ingrediente ad una preparazione, il cioccolato, fa sempre tornare il buon umore. Eppure la sua storia ha origini molto antiche.

Per vedere una prima coltivazione del cacao bisogna, infatti, ritornare indietro nel 1000 a.C. con i Maya. Questa produzione venne poi perseguita dai loro “cugini” Aztechi, che iniziarono anche la lavorazione del cioccolato sotto forma di bevanda. I Maya e gli Aztechi però consideravano la pianta di cacao e il derivante cioccolato un qualcosa di “divino”. Legate ad esso vi sono infatti numerose leggende che vedono divinità ed uomini contendersi la “paternità” di questo buonissimo cibo.

Leggende sul cioccolato

Una di queste leggende, forse la più importante, è quella che vede come protagonista il dio Serpente Piumato, Quetzalcoatl. Pare che questa divinità custodisse numerose piante di cacao per conto degli altri dei e che un giorno volle condividerle anche con gli uomini. Sceso sulla Terra, insegnò loro la coltivazione del cacao e la produzione della xocoatl, l’antenata dell’odierna cioccolata calda.

Un’altra versione vede invece come protagonista un’eroica principessa. Lasciata a guardia di un importante tesoro per conto dell’amato, la giovane si sarebbe rifiutata di rivelarne il nascondiglio ai nemici e per questo venne uccisa. Dal suo sangue sarebbero poi spuntate le piante di cacao, i cui frutti conservano “l’amarezza” di quel sacrificio.

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cioccolato

Altre storie vedono le origini del cioccolato affidate a un re Maya “semi-divino” Hunahpu, o alla dea azteca della fertilità Xochiquetzal. Insomma almeno ai suoi albori, veniva utilizzato in modo “religioso” come offerta agli dei , o comunque utilizzato nelle occasioni “importanti”.

Cioccolato: storia

Il cioccolato e il suo valore iniziarono a cambiare quando nel 1502 Cristoforo Colombo durante una delle sue ultime spedizioni lo assaggiò. Rimasto affascinato dal suo aroma decise di portarne alcuni semi ai reali di Spagna. Quello fu il primo “approccio” dell’Europa con il cioccolato.

Fu con Hermàn Cortèz, nel 1519, che ci fu l’introduzione vera e propria del cacao e del cioccolato in Europa. Dal quel momento, le piante di cacao si diffusero in tutto l’Occidente creando vere e proprie coltivazioni e “scuole” per la sua lavorazione; famose quelle di Modica, di Torino e Perugia dove lo si iniziò a lavorare anche in modo “solido”, ovvero formando le così dette “tavolette”.

A dargli maggiore risalto sarà poi la scoperta scientifica. Studi scientifici hanno infatti dimostrato come nel cioccolato (fondente) siano presenti agenti antiossidanti, che aiutano il cuore, e feniletilammina, che è in grado di stimolare i così detti “ormoni della felicità”.

Dunque, quando si hanno remore su se cedere o meno alla “tentazione”, bisognerebbe ricordarsi che quel pezzo di cioccolato era il “cibo degli dei”. Inoltre un solo pezzo non può che far bene al nostro corpo. Quindi, che si tratti di un pezzetto, che sia in forma di bevanda o di torta, lasciate che il suo ricco sapore vi avvolga e vi faccia sentire “divini” anche solo per un istante.

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cioccolato

I vari utilizzi del sale

Senza sale la vita non può essere più civile” così diceva Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (XXXI, 88). Ed è proprio dal suo essere un ingrediente “civile” che deriva la sua importanza.

La sua storia inizia con l’avvento delle prime società civilizzate, come i Fenici. Questi utilizzarono il sale come “metodo di conservazione”, dal momento che gli strumenti moderni di conservazione, come i frigoriferi o i congelatori, non esistevano.

Fu in epoca Romana, però, che il suo utilizzo mutò. Divenne una delle merci più richieste, al punto da essere definito “oro bianco”. Fu anche usato come forma di pagamento per i legionari (il cosiddetto “salario”). Inoltre per favorirne il commercio venne realizzata una nuova strada: la Via Salaria, che collegava l’Adriatico al’ Etruria. Fu, poi, in questo periodo che iniziò ad essere maggiormente apprezzato come condimento vero e proprio.

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Il sale è infatti un esaltatore di sapore, che stimola i recettori presenti sui lati della lingua sensibili al sodio. In tal modo il cibo ci appare più “gustoso”.

Tuttavia, l’utilizzo del sale non si applica solo in ambito culinario. In campo medico veniva utilizzato per disinfettare ferite o per sterilizzare strumenti chirurgici. Ma collegate ad esso vi sono anche credenze e superstizioni del folklore. La credenza più comune è quella secondo cui rovesciarlo “porterebbe male”; opposta sarebbe invece la funzione che ha nei templi Buddisti, dove servirebbe per “scacciare il male”.

In questi minuscoli cristalli di Cloruro di Sodio, dunque, è racchiusa l’essenza della civiltà e società stessa. E forse la presenza di quel pacco di sale che si trova lì sul banco della cucina non è poi così “scontata”.

A San Valentino dillo con i formaggi. I casari sono gli artigiani dei sogni romantici, ecco perché il cuore è tutto per loro.

San Valentino e formaggio

Nel 2022 il formaggio è la prima cosa che viene in mente quando si tratta di sorprese per San Valentino. Cosa c’è di meglio di un delizioso regalo che può essere condiviso con chi si ama: prima, durante o dopo la cena.

Il formaggio è pensoso e divertente. Sicuramente meno banale di una scatola di cioccolatini.

Un tagliere ben realizzato dice tante cose. Ad un Vero amante del formaggio sussurra: “Sei così importante! Ecco perché meriti qualcosa di veramente speciale”.

I consigli per renderli indimenticabili

Acquistali qualche giorno prima. In modo da assicurarti che abbiano tempo di affinare ancora un po’ prima del grande giorno. 

Fuori dal frigorifero un’oretta prima di servirlo. Questo per consentire al sapore di esprimersi.

Cerca il tuo preferito fra quelli qui di seguito:

Provolone del Monaco Dop: tipico della Penisola Sorrentina e Dei Monti Lattari. Tutela il bovino agerolese in quantità minima del 20%). Si produce nei tredici comuni dell’area dop con latte locale. Stagionatura minima sei mesi. Ideale per gli spaghetti alla Nerano. In abbinamento con champagne francese per una cena romantica.

Pecorino Bagnolese Vero: latte di pecora bagnolese “maravizza” razza autoctona in via di estinzione munte a mano. Stagionato in grotta per un minimo di 90 giorni. 

Caciocavallo Podolico: tipico delle regioni del sud. Tutela la razza bovina podolica. Dal gusto deciso e stagionato. Protagonista indiscusso dei taglieri. Buono da fondere sulle bruschette e la pinsa romana. 

Persefone Vero: pecorino calabrese e nduja di Spilinga. Ideale per infuocare il tuo San Valentino. Stagionato 30 giorni, irresistibile se abbinato con un vino rosso corposo.

Gli Etnei al Pistacchio: tre latti per un formaggio solo. Pecora, Capra e Vacca dei pascoli siciliani arricchite dall’inconfondibile pistacchio dell’isola. Delicatissimo come aperitivo ma anche come dessert.

I prodotti Dei Lattari ti mettono sempre di buon umore. Pensa ai cibi che ami. Sicuramente sono tutti coperti di formaggio: pasta, pizza, snack, insalata o anche il dolce come cheesecake o mascarpone.

Il formaggio troverà sempre un modo irresistibilmente delizioso di raggiungerti.

Non esiste formaggio troppo… Quello Vero saprà sempre appagarti.
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Per informazioni Roberto Esse 339.35.96.743esse.roberto.esse@gmail.com

Tradizionale dolce della Pasqua,  la colomba pasquale è conosciuta e consumata in tutta Italia. Deve il suo nome alla sua particolare forma che ricorda quella dell’uccellino simbolo di pace e portatore di bene e amore. Ma perché proprio una colomba? Ecco alcune leggende su questo simbolo.

Classica, gourmet, ricoperta e chi ne ha più ne metta, la colomba pasquale è un dolce protagonista di questo periodo e che racchiude il senso della convivialità e del calore famigliare tipico delle feste pasquali. Un impasto semplice, delicato grazie alle mandorle e alla glassa, un sapore unico e un profumo inimitabile: non c’è nessuno a cui non piaccia la colomba, anche nelle sue diverse varianti. Tuttavia, vi siete mai chiesti perché questo dolce tradizionale abbia proprio quella forma? Che questo uccelletto sia portatore di pace è chiaro, ed è risaputo che svariate leggende raccontino di come la Colomba ebbe un ruolo cruciale nella risoluzione di assalti, battaglie e incidenti diplomatici. Scopriamo l’origine di questo dolce che, come sempre accade, intreccia storia e leggenda.

Colomba Pasquale: tutte le leggende

Riportiamo tre versioni che sembrano spiegare il motivo della scelta di dare a questo dolce tipicolo la forma di una colomba. Quelle più accreditate e conosciute sono queste:

  1. La prima leggenda vuole che, a Pavia nel 610, durante il regno dei Longobardi, la regina Regina Teodolinda accolse dei pellegrini irlandesi guidati da San Colombano e organizzò un banchetto a base di carni pregiate e pietanze succulente al quale il santo rifiutò di presenziare. Non senza provocare qualche rammarico nei sovrani. Proprio per questo, per riportare la pace, il Santo benedisse la tavola imbandita e trasformò il cibo in Colombe bianche che, sotto gli occhi attoniti di tutti i presenti, si librarono in cielo.
  2. La seconda versione, ancora di Pavia, associa la nascita della colomba a un evento sfortunato. Nel 572 Il re Alboino, aveva assediato e conquistato Pavia. La popolazione, per evitare i saccheggi e i massacri, donò all’esercito delicati dolci a forma di Colomba che sciolsero i cuori degli invasori. Non solo fu evitato il saccheggio ma Pavia divenne anche la capitale del Regno.
  3. La terza e ultima versione vede la nascita della colomba durante la battaglia di Legnano, nel 1176, quando Federico Barbarossa fu sconfitto dai Comuni della Lega Lombarda. Durante l’attacco due colombe bianche si fermarono proprio sulle insegne della Lega, il qual gesto fu interpretato come augurio e celebrato creando dolci bianchi a forma di colomba.

E voi conoscete altre leggende? Se sì, lasciate un commento qui sotto per condividere con voi altre curiosità e miti legati alle nostre tradizioni culinarie. In ogni caso, siamo certi, qualunque sia la storia legata a questo tradizionale dolce, non c’è tavola italiana su cui, a Pasqua, non si posi una dolce colomba. Per altre curiosità visitate la sezione dedicata e seguiteci su facebook!

Niente vetrine, niente sala, niente servizio, niente ristorante: le dark kitchen sono il futuro della ristorazione? Chi può dirlo? Al momento, sembrano essere una valida alternativa nell’era covid.

Se è vero che anche da un terreno incolto può nascere un fiore perché è la volontà che muove le cose, e se è altrettanto vero che il Covid ha fatto a brandelli le nostre anime e le nostre menti è da quei pezzi che bisogna ripartire: elaborando nuovi sé, nuovi progetti per aggiustarsi.

Il comparto ristorativo ha dovuto adattarsi, farsi spazio nel mare magnum delle ingiustizie, sedendosi – delle volte non molto comodamente – in posizioni che prima non aveva pensato nemmeno di prendere in considerazione. Così, un po’ qua e là per combattere l’invisibilità – non solo del virus – sono nate le dark kitchen. Che però di oscuro non hanno niente. Le dark kitchen sono un trend diffusissimo, altrove. A Berlino, a Los Angeles, a Londra. Non in Italia. Dove, nonostante l’affanno, ci si arriva sempre dopo. “Dopo” una pandemia, ma ci si arriva.

E così, nel 2020 siamo scesi agli Inferi e siamo ritornati e – ahimè – non accompagnati da un affascinante Tom Ellis. E così il 2020 è stato l’anno dell’oscurità, quello che ci farà rabbrividire ogni volta ci sarà anche solo vagamente qualcosa che somigli a due venti attaccati, un orologio digitale che segna le 20.20, ad esempio.

Eppure, gli chef hanno aggiunto immaginariamente un’altra piega alla loro toque blanche: accanto ai 100 modi di cuocere le uova c’è anche un solo modo di fare cucina in un contesto turbolento tra mesi in lockdown, distanziamento, DPCM e restrizioni. Infatti, le logiche tradizionali del settore ristorativo basate sul servizio in sala sono state quasi totalmente surclassate da formule e modelli basati sulla delivery e naturalmente sull’asporto.

Una delle espressioni di questo cooking trend è, com’era intuibile, la dark kitchen. L’idea alla base è davvero easy peasy: cucine senza vetrine, senza sala, senza servizio…in pratica senza ristorante, pensate e progettate per consegnare il cibo on demand ordinando da remoto su piattaforme dedicate. Dunque, a reinventarsi non è solo chi materialmente fa cibo ma è anche la cucina esistente del suo ristorante.

Le dark kitchen fanno parte di un ben più grande concetto che è quello delle virtual kitchen che comprendono anche le cloud kitchen (uno spazio condiviso da più brand che lavorano così in co-working) e le ghost kitchen (in cui un operatore sfrutta un laboratorio dedicato in modo esclusivo alla delivery e non la cucina di un ristorante). Ma quanto ci piacciono questi prestiti linguistici?!

Il Covid ha cambiato tutto: le coscienze, i corpi, le menti, la scuola, il lavoro, i ristoranti, le pizzerie. Con essi anche i packaging, che ormai non sono più riducibili alla semplice scatola di cartone, scrigno geloso di una goduriosa pizza o di un sexy hamburger, ma si arricchiscono di soluzioni sempre più hi-tech e igienicamente sicure (vedi per esempio il sottovuoto pastorizzato o contenitori termici in grado di mantenere costante la temperatura). E non poteva essere altrimenti nell’era Covid, dove niente è uguale a prima.

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Dopo esserci concentrati sulle varianti di torrone che esistono nel mondo, continuiamo su questa scia ma non ci spostiamo troppo in là perché, infatti, rimaniamo nei confini nazionali alla scoperta del torrone italiano e delle sue versioni regionali.

In Italia, la cultura gastronomica del torrone è fortemente radicata in alcune zone o, meglio, intere regioni. Ne esistono infatti innumerevoli varianti che da Nord a Sud deliziano i palati degli italiani:

dal Piemonte alle Marche, dalla Sardegna alla Lombardia, passando per Veneto e Campania, ecco una panoramica delle più famose varianti di torroni italiani:

  • In Piemonte, il torrone è asciutto al tatto, friabile al taglio e tenace al taglio ed acquista sapore e aroma grazie alla Tonda Gentile delle Langhe, la Nocciola Piemontese IGP;
  • In Lombardia, in particolare a Cremona, il torrone è la variante più classica: morbido e aromatico;
  • In Veneto, è anche detto mandorlato per la presenza di mandorle come unico ingrediente;
  • Nelle Marche, precisamente a Camerino, troviamo il friabile caratterizzato da una forte presenza forte di mandorle;
  • In Abbruzzo è molto simile ad un croccante perché composto di mandorle tostate o nocciole, zucchero, cannella e frutta candita;
  • Nel Lazio, ad Alvito, il torrone è più che altro un torroncino. Piccoli rettangoli prodotti in tre varianti: classico, pasta reale e croccantino. Ogni versione conserva però una caratteristica fondamentale: la soffice pasta reale al sapore di mandorla con copertura di cioccolato finissimo;
  • In Campania ne esistono davvero parecchie versioni che vanno da quello classico alle mandorle o nocciole, al croccante ricoperto di cioccolato, passando per “il torrone dei morti” che ha una ricetta tutta sua;
  • In Calabria è detto anche torrone di Bagnara IGP che a seconda della copertura può essere di zucchero caramellato che cristallizza in superficie o di cacao amaro;
  • In Sicilia, il torrone è un rombo o un rettangolo il cui ingrediente principale è il sesamo;
  • In Sardegna troviamo il torrone di Tonara in grandi blocchi che prevede l’utilizzo di albumi e miele, rigorosamente sardi, arricchito con mandorle, nocciole e o noci.

Il nostro tour all’insegna del torrone italiano termina così: vi avrà lasciato voglia di un dolce torrone? Se sì, vi consigliamo di dare un occhio a una delle aziende campane che produce artigianalmente e con ricette antiche tante versioni di torrone.

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Sapevi che il torrone è un dolce quasi mondiale? Infatti, quella italiana non è l’unica tradizione a vantarne la presenza. Se sei curioso di scoprire le altre versioni che esistono continua a leggere l’articolo.

Ebbene sì, il torrone esiste anche oltreoceano, naturalmente in varianti diverse dalla ricetta tradizionale italiana. In effetti, le origini del torrone non sono chiare, è difficile attribuire la sua paternità a quella o quest’altra nazione. Quello che sappiamo è che è stato capace di unire tradizioni e culture diverse in giro per il mondo. Ciò che dimostra una discendenza oltroceano del torrone è la sua traduzione dialettale, in particolare nella variante siciliana e campana. Infatti, i termini “cubbaita” in siciliano e “copeta” in campano (utilizzato specialmente nell’avellinese) ci offrono una chiave di lettura di questo prodotto meno italocentrica e decisamente più mediorientale, derivando entrambi i termini dall’arabo.

Ad ogni modo, dove e in quale forma ritroviamo il torrone? Ecco un elenco dei paesi che possono vantare una qualche specie di dolce molto molto simile al torrone:

  • in Francia, dove nell’antichità era prodotto con le noci prima che in Provenza venisse introdotta la coltivazione della mandorla;
  • In Spagna assume il nome di “turrón” – etimo molto simile a quello italiano – la cui origine più accreditata è quella dal verbo latino “torrere, tostare”,
  • In Perù, dove si preferisce la versione morbida, aromatizzata all’anice,
  • nelle Filippine il torrone consiste di un impasto di marzapane e anacardi, avvolto poi in una cialda bianca.
  • A Portorico il torrone è chiamato “turrón de ajonjolí” cioè torrone al sesamo e contiene, appunto, sesamo bianco e nero tostato ma anche cannella in polvere, succo di limone il tutto miscelato con zucchero di canna caramellato e miele,
  • A Cuba, infine, esiste il torron de maní, cioè torrone d’arachidi. Due sono le versioni di questo dolce: tenero, composto di arachidi tritate finemente e zucchero di canna e tagliato in barrette; duro, con arachidi intere tagliate in barrette e tenute insieme da un impasto di zucchero caramellato e miele.

E tu conosci altre varianti?

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Apoteosi immancabile di pranzi e cene delle feste più magiche dell’anno, i dolci natalizi fanno parte di uno dei capitoli più sostanziosi del grande libro della cucina italiana. Dimenticate le calorie e prendete parte a questo tour gustoso dei dolci natalizi tipici di alcune regioni d’Italia.

L’Italia delle infinite identità culinarie, di province, di paesi e di borghi che vive nel rispetto delle tipicità locali, di ricette tramandate come fossero riti da custodire gelosamente, è soprattutto in quel periodo che-sa-di-buono, di spezie, d’arancia e cannella, quello delle feste di fine anno, che disvela la sua ricchezza in termini di dolci.

Anche se il volto dell’Italia dolciaria, per quanto riguarda il Natale, è associato a quella del lombardo panettone e del veneto pandoro, in realtà possediamo una gran varietà di dolci tipici alcuni più conosciuti, altri meno. Ognuno con la sua storia, ognuno con la sua ricetta.

Dunque, regione che vai, dolce natalizio che trovi.

Partiamo dalla patria del panetùn o panetòn ma spostiamoci da Milano. Ogni provincia lombarda ha, pensate, una ricetta tipica legata al Natale. Nel selezionare quella che avrebbe rappresentato la regione, chi scrive s’è fatta guidare da motivi (molto) soggettivi (non me ne vogliano le altre).

Campeggia tutto l’anno nella vetrina della pasticceria più famosa della città, quella di Iginio Massari, il bossolà è un dolce tipico natalizio bresciano a forma di ciambella a base di uova, burro e farina che richiede una lavorazione piuttosto lunga. I bresciani non hanno dubbi: il tempo impiegato è ripagato dal risultato. Un dolce che è quasi una nuvola.  

E dalla nuvola dell’alta Italia atterriamo direttamente su una base di morbida pasta di mandorle arricchita dal profumo di vaniglia e di cannella. Nella culla dell’italianità, i ricciarelli sono i protagonisti toscani di questo tour. Sono dolciumi a base di mandorle dolci, zucchero e albume d’uovo a cui si dà la tipica forma ovale: una sorta di morbidi biscotti simil marzapane spolverati di zucchero a velo che si accompagnano perfettamente al tipico Vin Santo.

Più tentatori di qualsiasi altro dolciume, meno conosciuti dei mastacciuoli e dei roccocò, terminano il nostro dolce tour gli struffoli campani o, meglio, napoletani. Lascito degli antenati greci, gli struffoli (dal greco strongulos) sono piccole palline di pasta fritta a base si farina, zucchero e uova legate indissolubilmente da una cascata di miele millefiori e ricoperte da multicolor confettini colorati. Non esiste casa partenopea in cui durante il periodo natalizio non si venga accolti, posizionate a ciambella o “a montagnella” su un piatto da portata, dalle tipiche “palline mielate”.

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Ecco a voi una selezione di 10 dolci natalizi nel mondo che potete gustare e riproporre ai vostri ospiti durante queste feste.

Paese che vai dolce natalizio che trovi. I dolci tipici del Natale italiano li conosciamo benissimo. Ma nel resto del mondo esistono delle leccornie dolcissime da preparare durante il periodo più gioioso dell’anno? Ebbene sì, non esiste luogo che non abbia la sua tradizione natalizia dolciaria. Abbiamo selezionato per coi 10 dolci natalizi che potete gustare e riproporre ai vostri ospiti durante queste feste.

In Germania, troviamo i Platzchen, chiamati anche biscotti dell’avvento. Ne esistono di infinite varianti: alla cannella, alle spezie o ricoperti di cioccolato o glassati. Sono semplici biscotti al burro che non hanno una forma tipica: forme e decorazioni dipendono dalla fantasia di chi li prepara.

Nei Paesi nordici, come in Svezia, si prepara il così detto “riso della sposa”: un dolce a base di riso cotto nel latte e cannella. Una curiosità? All’interno di una sola delle porzioni viene nascosta una mandorla. Si dice che la ragazza che troverà la mandorla sarà prossima alle nozze.

Con l’Italia, la Spagna condivide il torrone. Quasi tutte le regioni spagnole ormai producono torrone ma le capitali indiscusse sono Alicante e Jijona (Valencia), dove i torroni vengono prodotti con mandorle intere e miele. In alcune zone il torrone viene fatto di marzapane (Toledo), in altre con mandorle tritate e lo zucchero carammellato o con i canditi e le uova. Insomma, in qualsiasi zona della Penisola Iberica esiste una variante del nostro amato torrone!

Anche la Polonia è ricca di tradizioni natalizie che hanno radici lontane. Uno dei dolci tipici del natale polacco è il Malowiec, un dolce a base di semi di papavero (simbolo di buon augurio e fertilità) che può essere glassato o decorato con canditi.

Chi non conosce la Pavlova? In Australia, a Natale, la si è soliti mangiare: un dolce a base di meringa, panna e frutta per il quale vi è ancora una disputa circa la paternità con la Nuova Zelanda. Viene decorato con chicchi di melograno, simbolo di abbondanza e fertilità.

In Grecia troviamo i Kourabiedes, biscotti alle mandorle e burro immancabili durante le feste. Ricoperti di zucchero a velo hanno un sapore dolcissimo, tipico della tradizione greca. A forma di mezzaluna o di cerchietti, sono spessi aromatizzati con il brandy o con liquori tipici delle varie isole.

Il budino inglese è probabilmente il dolce natalizio più diffuso: si tratta di un sostanzioso budino fatto con farina, sugna, frutta secca e spezie. Un dolce delizioso al cui interno- avvolte da carta stagnola – spesso sono inserite nell’impasto delle monete o un anello. I fortunati che li troveranno potranno contare su un anno fortunato o una proposta di matrimonio!

Anche se consumato in varie parti del mondo come in Italia, la paternità del tronchetto di Natale è dei francesi. Il “ceppo d’abete” ricoperto di cioccolato e guarnito a piacere con canditi, marmellata, crema alle castagne o al burro, è solitamente molto colorato ma soprattutto molto delizioso!

In Brasile, il bolo de natal è amato soprattutto dai più piccoli per l’estrema semplicità dei suoi ingredienti a base di farina mista a zucchero, uova, burro e noci tritate. Il dolce di natale brasiliano può essere cotto in due modi diversi. Alcuni lo friggono, altri preferiscono renderlo più “light” passandolo in forno.

Gli Azevias portoghesi sono dei fagottini ripieni di crema di noci che non fanno pensare a un vero e proprio dolce ma se ci aggiungete le mandorle o la frutta secca, li friggete e li spolverate con lo zucchero, il risultato sarà un golosissimo dolce.

Il nostro dolce mini tour all’insegna dei 10 dolci natalizi più famosi del mondo è giunto al capolinea. Se questo articolo vi è piaciuto, ricordate di condividerlo sui vostri social e di seguirci su Facebook!

Quale tipologia di vino è più adatto ad accompagnare il torrone? Ma soprattutto è un abbinamento perfetto o un connubio forzato?

Il torrone, pietanza prediletta soprattuto a Novembre e Dicembre, racchiuso in un’aurea leggendaria che va indietro nel tempo fino agli antichi romani e ai popoli del bacino del Mediterraneo. Un dolce originariamente dalla consistenza dura ma che col tempo si è lasciato ammorbidire e che, attualmente, è possibile trovare in gusti differenti: mandorle, nocciole, al cioccolato, al limone, al pistacchio.

Il torrone è un dolce che campeggia sulle tavole italiane soprattutto nel periodo natalizio: un ottimo fine pasto o un perfetto intermezzo, tra una chiacchierata e l’altra, da offrire agli ospiti. E se vi dicessimo che potete abbinare al torrone anche un buon bicchiere di vino? Certo, per alcuni potrebbe sembrare un azzardo ma, seguendo delle piccole regole, vi accorgerete che è possibile abbinare il torrone al vino per concordanza.

Torrone e vino: quale scegliere?

Se volete abbinare il vino al torrone, sappiate che vale una regola universale: i vini passiti dolci e aromatici rappresentano il connubio perfetto con il torrone. Infatti, qualsiasi vino “classico” non potrebbe reggere la carica zuccherina del torrone che, allora, necessita di un abbinamento per concordanza: cioè a “pietanza” dolce si abbina vino dolce!

Dunque, ai torroni con frutta secca, come le mandorle o le nocciole, abbina il Vinsanto: morbido e corposo con qualche nota balsamica. Ai torroni ricoperti di cioccolato potrete abbinare un vino rosso aromatizzato alla china, al rabarbaro e genziana: vini del genere sono ideali per torroni così ricchi che necessitano di un sorso corposo. Se, invece, preferite il nostro torrone aromatizzato al limoncello non sarà il caso di scegliere alcun tipo di vino, il connubio vino-limone è troppo forzato: prediligente il limoncello, dove ritroverete la concordanza gustativa non solo nella dolcezza ma anche nell’ingrediente principale utilizzato.

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Un prodotto d’eccellenza, simbolo di un territorio, quello dell’Irpinia, frutto autunnale-invernale, parliamo della castagna nella conosciuta versione “castagna del prete”. Scopriamone insieme leggenda e tradizione.

La produzione della castagna del prete appartiene alla tradizione alimentare soprattutto dell’Irpinia, il cui consumo si concentra generalmente nel periodo natalizio. La storia attribuisce la paternità di questa particolare ricetta alle capacità gastronomiche dei preti irpini e delle persone dei paesi a ridosso di Montevergine. Da sempre, gli abitanti del luogo erano soliti offrire alle persone in pellegrinaggio al santuario di Mamma Schiavona i prodotti tipici tra i quali le castagne che i pellegrini acquistavano per rifocillarsi durante il lungo cammino.

Le castagne utilizzate per la particolare ricetta erano (e sono) castagne di prima qualità e richiedono un processo produttivo molto specifico.

La leggenda

Ma perché questo tipo di castagna viene definita “del prete”? Il nome deriva dal fatto che anticamente a produrle fossero, appunto, i monaci irpini. Ma una leggenda fantasiosa si nasconde dietro alla squisita castagna del prete.

Si narra, infatti, che un giorno un prete del luogo ricevette in dono tantissime castagne e che per trasportarle verso casa caricò il suo mulo. L’animale però gravato dal grosso peso inciampò in un fiume riversando tutte le castagne in acqua. Tutto il villagio derise e schernì il prete che, tuttavia, non si lasciò scoraggiare. Giunto nella sua umile dimora, asciugò le castagne in forno creando la gustosa ricetta che prende il nome di “castagna del prete”.

Processo di produzione della castagna del prete

In realtà per quanto fantasiosa, questa leggenda offre la spiegazione del processo di produzione delle castagne del prete valido ancora oggi. Le castagne appena raccolte, infatti, sono umide per l’alto contenuto d’acqua e per questo motivo vengono essiccate all’interno dei “gratai” (delle strutture costantemente riscaldate) per dieci giorni. Il successivo step, secondo la tradizione irpina, vuole che le castagne, ormai secche, vengano tostate in forni caldissimi. Le castagne, così ottenute, vanno poi reidratate: infatti, vengono immerse nell’acqua fino a quando non tornano morbide. Voi lo sapevate?

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Cosa sono le noci? Quali sono le loro proprietà e caratteristiche? In questo articolo scoprirete questo e molto di più. Continuate a leggere.

Uno dei frutti dell’autunno più apprezzati per il sapore intenso e per le proprietà benefiche che apporta all’organismo è sicuramente la noce. Le noci appartengono alla famiglia della frutta secca. Sono semi oleosi ricci di sali minerali e per questo motivo sono predilette anche da chi pratica sport.

Le noci: proprietà

Le noci sono frutti molto energetici: infatti per 100 g di prodotto forniscono all’organismo circa 600 calorie. Come tutti i semi oleosi sono ricche di acidi grassi polinsaturi e sali minerali, come zinco, calcio, potassio, rame, ferro e magnesio. Consistente, all’interno di questi piccoli doni della natura, la vitamina E e l’acido folico.

La vitamine E fa delle noci piccole perle di giovinezza che, combattendo l’azione dei radicali liberi, sono degli ottimi antiossidanti. La proprietà però sorprendente delle noci è sicuramente quella data dall’arginina, un aminoacido che le rende perfette per chi pratica sport. Secondo la teoria delle segnature di Paracelso, le noci fanno bene al cervello. Questa proprietà sarebbe sottolineata dall’aspetto del gheriglio della noce che evoca la struttura della corteccia cerebrale: questa corrispondenza definirebbe, secondo la teoria delle segnature, un legame naturale tra questi due elementi.

Curiosità

Il noce è sempre stato, nell’immaginario popolare, un albero legato alle streghe e agli spiriti maligni. Durante il Medioevo si credeva infatti che i sabba (gli incontri notturni tra le streghe e il Demonio) avvenissero proprio sotto un albero di noce, per questo motivo questa pianta è rimasta indissolubilmente legata nel tempo a scaramanzie e storie fantastiche. In molte fiabe, all’interno di noci, si celano meravigliosi tesori e un tempo, in Sicilia, si credeva che una noce in tasca preservasse da sortilegi e febbre.

Una seconda curiosità riguarda il nocino, ovvero il liquore che si ricava con le noci. Dietro questa preparazione si nascondono tradizione e folklore, ma anche un pizzico di magia. La leggenda racconta che le noci per il nocino vanno raccolte di notte ancora intrise di rugiada, durante il solstizio d’estate e più precisamente il 24 giugno, giorno di San Giovanni. Questa data era considerata un passaggio speciale della Terra che donava ai frutti proprietà esoteriche e si attendeva proprio questa notte per cogliere erbe e piante destinate a operazioni magiche.

Per una ricetta con le noci clicca qui. Se questo articolo ti è piaciuto condividilo sui tuoi social e seguici su facebook!

La leggenda dei maccheroni napoletani.

Le storie sono come il vento: una volta che soffia non si può fermare. Continua, arriva in luoghi lontani e porta con se i sussurri dei posti che ha visitato nel suo viaggio. Così anche le storie si trasformano, diventando a volte vere e proprie leggende. Una di queste riguarda i maccheroni napoletani.

Questa storia, riportata da Matilde Serao nella sua raccolta Leggende Napoletane, inizia nella Napoli medievale ai tempi di Federico II di Svevia. In questo periodo viveva nella città campana, in un povero edificio in via dei Cortellari, un mago di nome Chico che aveva unito le sue conoscenze magiche a quelle culinarie. Usciva poche volte dalla sua abitazione e quando lo faceva andava a raccoglie erbe e ingredienti che mischiava nel suo calderone. Nessuno sapeva cosa volesse creare e nessuno riusciva a strappargli neanche la più piccola informazione. Lui però non stava cercando di fare esperimenti esoterici, ciò che voleva creare era il piatto perfetto, i maccheroni.

Fatto sta che nello stesso edificio in cui viveva il mago risiedeva anche una donna chiamata Jovanella. Era incuriosita da ciò che stava facendo Chico e cercava in tutti i modi di scoprire cosa stesse combinando. Dopo vari tentativi riuscì nel suo intento. La donna aveva un marito di nome Giacomo che lavorava come sguattero alla corte di Federico II. Gli disse che aveva scoperto la ricetta per il piatto perfetto e che voleva portarlo all’attenzione del sovrano. Il marito fece spargere la voce che arrivò alle orecchie del re.

Jovanella venne così convocata per preparare questo piatto divino. Il sovrano rimase deliziato dai maccheroni e ricoprì la donna di ricchezza e fama. Il mago venne a sapere della notizia e di come la sua ricetta fosse stata rubata e sparì senza farsi più vedere. Jovanella visse nell’agio fino alla sua morte rivelando infine il torto che aveva fatto a Chico.

È molto probabile che la vera origine dei maccheroni sia siciliana, tuttavia è indiscusso che da tempo sono diventati un cibo amatissimo in tutta la Campania. La lavorazione e l’evoluzione di questa pasta è sempre stata parte della cultura gastronomica napoletana.

Storia, curiosità, frutto: tutto quello che c’è da sapere sul pistacchio.

Il suo sapore particolare ha conquistato il mondo tanto da ritrovarlo in ogni dove: nel gelato, nelle torte, nelle creme e perfino nei torroni. Di cosa parliamo? Ma del pistacchio, ovviamente: il green taste più amato di sempre.

Storia del pistacchio

I pistacchi hanno origini antichissime: le prime testimonianze di questa piante e dei suoi relativi frutti risalgono addirittura alla preistoria, quando venivano utilizzati dalle popolazioni che abitavano l’antica Persia.

Il pistacchio di Bronte

Furono gli Arabi a diffondere la coltura del Pistacchio in Sicilia e, a conferma di ciò, basta considerare l’affinità etimologica del nome dialettale dato a questo frutto col corrispondente termine arabo. Frastuca (il frutto) e Frastucara (la pianta) derivano, infatti, dai termini arabi “fristach”, “frastuch” e “festuch”, derivati a loro volta dalla voce persiana “fistich”. La specie ha avuto particolare sviluppo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento nelle province di Caltanissetta, Agrigento e Catania. In quest’ultima, ai piedi del vulcano Etna, nel territorio di Bronte, conobbe la massima espansione, tanto che nel 1860 interi pascoli e terreni incolti furono trasformati in pistacchieti e il Pistacchio divenne il fulcro di tutto il sistema agricolo ed economico dell’area. Oltre a essere un prodotto a denominazione origine protetta è anche un Presidio Slow Food.

Pianta e frutto

Il pistacchio è un arbusto con radici profonde, troco nodoso e contorto e di colore griglio e fogliame caduco. Il frutto si presenta sotto forma di grappoli simili a quelli delle ciliegie ma con un numero maggiore di elementi. Sono delle noci, con mallo gommoso e resinoso che avvolge il guscio legnoso molto resistente. Di colore verde brillante, profumo intense, il pistacchio, in particolar modo quello di Bronte, consera intatti colore e sapore anche per mesi dopo la smallatura.

Utilizzi in cucina

Il Pistacchio è assai pregiato e, per il suo sapore aromatico e gradevole, molto ricercato in pasticceria, in gelateria e per aromatizzare e insaporire molti altri prodotti. La nostra azienda ad esempio lo utilizza nei torroni, confetti, cioccolato e molto altro per accontentare tutti i fan di questo gusto.

Curiosità sul pistacchio

Terminiamo il nostro approfondimento sul pistacchio segnalandovi alcune curiosità:

  • i pistacchi sono ad elevato contenuto energetico, ricchi di fibre e vitamine. Sono senza colesterolo, glutine e latticini
  • Fino agli anni ‘80 i gusci dei pistacchi importanti dal medio oriente erano dipinti di una tonalità rossastra per nascondere eventuali macchie dovute al raccolto a mano
  • i pistacchi hanno anche poteri afrodisiaci

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Fresche o secche, le mandorle sono semi buonissimi e molto nutrienti, ricchi di proteine e sali minerali, utilizzati soprattutto in pasticceria per realizzare prelibatezze come il torrone, i confetti e il marzapane. Su dolci a base di mandorla, proprietà benefiche e utilizzi in cosmesi se ne sono dette e scritte tante. Oggi, vogliamo parlarvi dell’aspetto simbolico, mitico e storico di questo frutto originario dell’Asia.

La storia

Originaria dell’Asia, la mandorla cresceva già nell’età della pietra e presumibilmente venne coltivata a partire dall’età del bronzo, diventando il primo frutto lavorato dell’antichità.

Nell’antico Egitto e in Grecia erano frutti molti diffusi, tanto che i Romani le chiamavano “nux graeca” (mandorla greca, appunto). Presso quest’ultimi, inoltre, la mandorla era ritenuta un rimedio contro l’ubriachezza. Plutarco, infatti, narra di un medico che, ospite del figlio dell’imperatore Tiberio, sfidava sfrontatamente chiunque a bere del vino. Il mistero della sua “forza” rimase inaccessibile fino al giorno che fu sorpreso a mangiare mandorle prima del pasto. Inquisito per lo strano comportamento, confessò che se non avesse mangiato quei frutti, anche una minima quantità di vino gli avrebbe dato alla testa.

Nel Medioevo la mandorla divenne uno degli ingredienti più usati sia nella cucina di corte che per gli afrodisiaci e i filtri d’amore. La medicina umorale medioevale riponeva grandi aspettative nelle mandorle, prescrivendole nei casi di deperimento per ringiovanire e potenziare l’attività sessuale, diventando ingrediente essenziale anche dei biscotti restaurativi.

Il mito del mandorlo

La pianta del mandorlo fiorisce prima di tutte le altre, spesso a fine inverno e un mito degli antichi greci ne svela il perché che in quanto a decantare l’amore non avevano rivali. È nell’amore di Acamante e Fillide che la storia si confonde con il mito.

Acamante, eroe greco figlio di Fedra e Teseo, durante il suo viaggio verso Troia sostò qualche giorno in Tracia, dove conobbe la principessa Fillide. I due s’innamorarono ma Acamante, col peso della guerra sulle spalle, dovette ripartire. Dieci anni la principessa lo aspettò prima di morire di dolore pensando che l’amato non fosse sopravvissuto alle battaglie. La dea Atena, impietosendosi di questa triste vicenda, tramutò Fillide in un mandorlo. Acamante, in realtà ancora vivo, venuto a conoscenza della morte della sua amata, si recò nel luogo in cui si trovava l’albero. L’abbraccio del giovane fece spuntare dei fiori bianchi che ancora oggi, in primavera, testimoniano l’amore eterno dei due. I fiori di mandorlo, come detto, sono i primi a sbocciare in primavera e talvolta nel tardo inverno. Per questo simboleggiano la speranza, oltre che il ritorno in vita della natura ma, sfiorendo nell’arco di un breve lasso di tempo, rappresentano anche la delicatezza e la fragilità.

Il significato del fiore ha ispirato miti e leggende, promosso la nascita di tradizioni, diffuso parole sacre, cultura e folclore, che affondano le radici in tempi lontani, dove la pianta è coltivata.

Curiosità

Perché gli orientali hanno gli “occhi a mandorla”? È  verò: la piega nell’angolo interno degli occhi delle persone asiatiche sembrerebbe disegnare una mandorla. Il motivo è da rintracciare nei caratteri ereditari: questa particolare conformazione, infatti, serviva ai loro antenati siberiani per proteggere gli occhi dal vento, dal freddo e dalla luca riflessa dalla neve.

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In un’era sempre più gourmet, tra abbinamenti sorprendenti, processi di lavorazione innovativi e lavorazioni artigianali, uno dei trend più diffusi è quello del raw chocolate. Niente di misterioso, il raw chocolate è semplicemente cioccolato crudo.

Come si fa il cioccolato?

Prima di procedere a raccontare cos’è il cioccolato crudo, facciamo un breve ripasso sul processo che da di una fava di cacao una tavoletta di cioccolato. Le fave, dopo la raccolta, vengono fatte fermentare, essiccate, pulite e tostate. Successivamente, si passa alla fase di decorticazione, la frantumazione e la miscelazione con altri ingredienti, prima del concaggio e del temperaggio: fasi importanti per far si che il cioccolato perda la carica acida ed ottenga la giusta consistenza.

Che cos’è il raw chocolate?

Sarà facile intuire che la caratteristica specifica del cioccolato crudo è che nel processo di lavorazione manca la fase della tostatura. Il risultato? Sostanzialmente, sono due le conseguenze che ne derivano: una riguarda il gusto, l’altra le proprietà del cioccolato.

Da un punto di vista di gusto, la tostatura ad alte temperature serve, oltre che a ridurre la carica batterica e l’umidità, soprattutto per far sprigionare alla fava di cacao gli aromi. Per questo motivo cioccolato crudo, che non è tostato, ha un aroma più delicato e pulito, un’acidità più spinta e un’umidità maggiore.

Dall’altra parte il cioccolato crudo è particolarmente amato da coloro che seguono una dieta naturale e amano gustare gli alimenti al pieno dei valori nutrizionali. Infatti, dal momento che manca la fase della tostatura,  il cioccolato crudo mantiene intatte tutte le proprietà benefiche del cacao: è quindi ricchissimo di sostanze antiossidanti, di minerali, enzimi, aminoacidi come magnesiovitamina Cserotonina e feniletilamina.

Caratteristiche del cioccolato crudo e benefici

Il vero cioccolato crudo si riconosce in genere con un solo colpo d’occhio in quanto la sua polvere è più chiara e rossiccia rispetto al cacao tradizionale. Sotto forma di tavoletta ha invece un aspetto bruno scuro per via della presenza di alcuni ingredienti – come ad esempio la vaniglia – che ne alterano il colore.

Il cioccolato crudo è un alleato prezioso dei muscoli, del sistema cardiocircolatorio e del sistema nervoso. Grazie alla presenza del magnesio aiuta infatti a distendere le tensioni muscolari, previene i crampi e abbassa la pressione sanguigna.

Un consumo moderato di questo alimento aiuta a ridurre i livelli di colesterolo “cattivo” nel sangue così come anche il rischio di malattie quali ictus e infarto. Contribuisce a rallentare i processi di invecchiamento cellulare dovuti all’azione dei radicali liberi e favorisce il buonumore. Quale cioccolato non lo fa?

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Sono piccolissimi, ma estremamente ricchi di proteine, fibre vegetali ed acidi grassi essenziali: sono i semi , che per lo più appartengono a tradizioni alimentari diverse dalla nostra. Oggi parliamo dei semi di sesamochia e quinoa, ingredienti che la nostra azienda utilizza nelle barrette bio. Sono scrigni di salute, alleati dell’organismo perché forniscono un importante contributo nella prevenzione di malattie. Scopriamoli insieme.

Piccoli alleati dell’uomo

In generale, nel seme si trova tutto quello che serve ad una nuova pianta per crescere: i carboidrati, le proteine vegetali, i grassi e le sostanze minerali. In realtà queste sostanze sono preziose anche per la salute di noi umani. Infatti, i grassi di cui sono ricchi i semi sono i cosiddetti “grassi buoni”, cioè quelli che utilizziamo per costruire le membrane delle cellule. Nei semi abbondando minerali come calcio e magnesio, fondamentali per il nostro
benessere. Le proteine vegetali poi sono utili per costruire e ricambiare i nostri tessuti e che, insieme alle fibre, stimolano il senso di sazietà. Infine, ricordiamo che all’interno di questi piccolissimi scrigni si concentrano varie vitamine: la vitamina E dal potere protettivo e alcune vitamine del gruppo B, importanti per la produzione d’energia.

Sono queste le caratteristiche che accomunano i vari semi, ma ognuno vanta proprietà specifiche che vale la pena raccontare.

Semi di sesamo

Fonti vegetali di calcio, ferro, magnesio, zinco e fibre vegetali, i semi di sesamo sono considerati un alimento davvero unicoPresentano infatti fibre in grado di combattere il colesterolo, abbassare la pressione sanguigna e riparare il fegato da possibili danni. Sono considerati benefici anche in caso di artrite o osteoporosi e durante la menopausa. Sono una valida alternativa per chi non può assumere latticini a causa di intolleranze alimentari per rinforzare ossa e denti.

I semi di sesamo sono ottimi integratori naturali di zinco che rinforza il sistema immunitario (valido aiuto in caso di affaticamento mentale e convalescenza) e selenio che frena l’azione dei radicali liberi. I grassi che compongono questi semi oleosi sono prevalentemente insaturi (omega 6 e omega 3), utili nella prevenzione di malattie cardiocircolatorie.

Semi di Chia

Diffusi e utilizzati fin dall’antichità nel Centro e Sud America, negli ultimi anni i semi di Chia sono diventata popolari anche da noi, tanto da venire spesso definiti dei “superfood” per le loro interessanti proprietà nutrizionali. Eccellenti fonti di omega3, si rivelano utili per contrastare le infiammazioni e ridurre i livelli di colesterolo. Contengono vitamina C per rinforzare il sistema immunitario e per la sintesi di collagene, vitamine E e vitamine del gruppo B. Inoltre, sono ricchi di calcio molto di più di quanto ne contengano i latticini.

Semi di Quinoa

Arrivano dal Sud America e sono definiti “pseudocereali” perché hanno delle caratteristiche tali da collocarsi a metà tra cereali e legumi. La quinoa, infatti, è un’ottima fonte energetica grazie all’amido, ma anche di proteine che la rende una valida fonte di proteine vegetali. Perfetta per chi segue un regime vegetariano.

A differenza degli altri semi, quelli di quinoa hanno un basso contenuto di grassi e, grazie alla ricchezza di fibre, sono un valido alleato per la gestione del peso corporeo. Non meno importante è il fatto che i semi di quinoa sono privi di glutine, quindi sono perfetti per chi è celiaco.

Tante proprietà e virtù in semi piccolissimi. Allora rispondendo alla domanda iniziale, possiamo dire che introdurre questi semi preziosi nella propria alimentazione, alternandoli nell’arco della settimana, è ottimale: non solo fanno bene al corpo, ma sono anche buonissimi.

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Più o meno tutti amano gustare il cioccolato. Tuttavia, non tutti sanno che il cioccolato, oltre a essere l’ingrediente che rende golose le nostre ricette, è un vero e proprio toccasana, un elemento naturale da cui è possibile trarre infiniti benefici.

E allora, quanto ne sapete del suo uso in cosmetica? Il cioccolato è una fonte di proprietà cosmetiche e un prezioso alleato di bellezza e benessere e soprattutto pelle e capelli ne possono beneficiare. Oggi cercheremo di informarvi sulle proprietà cosmetiche del cioccolato e  mostrarvi come sfruttarle dando vita a fantastici prodotti fai da te per una perfetta beauty routine.

Usi cosmetici del cioccolato

È ormai assodato che alcuni alimenti banalmente utilizzati in cucina, seguendo mode e instagrammer, possono svolgere un ruolo importante se applicati su pelle e capelli. Il cioccolato è uno di questi.  Bisogna dire, contrariamente a quanto si dice e si pensi, negli ultimi anni diversi studi hanno dimostrato anche che non vi è alcun legame fra il consumo di cioccolato e la comparsa di acne, carie o orticarie. Invece, sia che ne fai l’ingrediente base dei tuoi piatti, sia che lo utilizzi come base per i tuoi impacchi o per le tue creme viso e corpo, ciò che ne trarrai saranno solo enormi benefici. Un consumo regolare del cioccolato in cosmetica infatti può davvero fare la differenza e aiutare la pelle a mantenersi giovane, soda ed elastica. Questo grazie alle sue proprietà idratanti, nutrienti e antiossidanti. Inoltre, grazie alla caffeina contenuta in esso, aiuta a contrastare il rilassamento cutaneo, la perdita di tono e gli inestetismi come smagliature o cellulite.

Prodotti fai da te con il cioccolato

Per una perfetta maschera per il viso o per una nutriente adatta ai capelli o per un efficace scrub per il corpo o per un impacco anti-cellulite, quello che dovete fare è: prendere del cioccolato (o cacao per l’impacco e le maschere) e altri pochi semplici ingredienti. Vi lasciamo quattro “ricette”, da non mangiare ovviamente!

Per una maschera nutriente e anti-age

In una ciotola mescolare 1 cucchiaio di cacao in polvere e 1 cucchiaio di amido di riso (o uno di argilla bianca in caso di pelle grassa). Aggiungere 1 cucchiaio di yogurt bianco e 2 cucchiaini di miele e mescolare bene. Quando il composto risulterà omogeneo e cremoso applicare sul viso con un pennello. Lasciare in posa per 10-15 minuti, poi sciacquare con acqua tiepidi e una spugnetta.

Per lo scrub corpo fai da te

Sciogliere 200g di cioccolato fondente e versarlo in una ciotola. Aggiungere 1 tazzina di olio di mandorle dolci, 1 tazzina di miele e 2 tazzine di zucchero di canna. Mescolare il composto e applicare sulla pelle bagnata con movimenti circolare. Risciacquare. Questo trattamento aiuta a rimuovere le cellule morte e renderà la pelle estremamente setosa.

Per l’impacco anti-cellulite fai da te

In una ciotola mescolare 5 cucchiai di cacao amaro in polvere e 1 bicchiere di acqua tiepida fino ad ottenere un composto cremoso. Applicare sulle parti da trattare e avvolgere con la pellicola trasparente. Questo favorirà la penetrazione dei principi attivi del cacao. Lasciar agire per 30 minuti e ripetere un paio di volte alla settimana.

Maschera per i capelli

In una ciotola mescolare 1 vasetto di yogurt bianco, 3 cucchiai di cacao in polvere e aggiungete 2 cucchiaini di miele. Applicare sui capelli asciutti e lasciare agire per 20-30 minuti. Risciacquare e procedere con lo shampoo abituale. Chi ha i capelli castani noterà anche dei riflessi più intensi, il cacao, infatti, ha proprietà coloranti naturali.

Come avete potuto leggere, esistono vere e proprie “cioccolato-terapie”, un insieme di trattamenti, a base di cioccolato, per la bellezza di viso e corpo. Per l’ennesima volta il cioccolato risulta essere il migliore amico delle donne: ringiovanisce, tonifica, nutre e…tira su il morale.

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Cos’è il cioccolato vegano?

Quante volte ci sarò capitato di leggere “vegano” su un’etichetta? Tantissime. Ultimamente ho incontrato questa scritta anche su una tavoletta di cioccolato e mi son chiesta: esiste o non esiste il cioccolato vegano? La risposta, ve lo anticipo, è sì!

Innanzitutto, bisogna fare una distinzione fondamentale tra cacao e cioccolato. Il cacao può essere crudo oppure lavorato ma in ogni caso è un alimento al 100% vegetale. Il cioccolato, invece, oltre a una serie di ingredienti di origine vegetale – ad esempio il burro di cacao – può contenere alcuni ingredienti d’origine animale come nel caso del cioccolato al latte.

Fatto sta che nessuno riesce a rinunciare al dolce per eccellenza. La cioccolata, oltre ad avere numerosi effetti benefici, ci rende innegabilmente più felice. Anche chi per scelta etica segue un regime alimentare vegano o chi è intollerante al lattosio può tratte piacere gustando del cioccolato proposto in chiave veggie.  

Il cioccolato è uno dei prodotti più sensibili alla tematica vegana. Dietro la scelta vegana ci sono spesso sia una scelta filosofica ed etica, per cui l’essere umano vive più in armonia con l’universo se non si ciba di altri esseri viventi né di prodotti da essi ottenuti, sia una scelta necessaria per rispondere ai problemi di intolleranze alimentari, specialmente al lattosio.

L’intolleranza al lattosio

Il lattosio è lo zucchero che si trova sia nel latte sia nei suoi derivati. Chi è intollerante al lattosio non produce gli enzimi che hanno il compito di digerire questo zucchero.

Questi enzimi, denominati lattasi, scindono il lattosio in due zuccheri più semplici: glucosio e galattosio. Quando il lattosio non è diviso in queste due molecole, provoca intolleranza che si manifesta con dolori allo stomaco, nausea, crampi.

Il cioccolato extra fondente, quindi vegano, quello che contiene una percentuale di cacao che va dal 75 al 90%, di solito è ben tollerato da quanti non digeriscono il lattosio. In genere troviamo scritto sull’etichetta se il prodotto che stiamo acquistando è privo o meno di lattosio.

Che sia una scelta salutista o una scelta moralista, il cioccolato vegano e senza lattosio è sempre più amato da molti che preferiscono il buono della natura.

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Marika Manna

Com’è nata la tradizione dell’ uovo di Pasqua?

È noto: uno dei motivi che ci fanno attendere con gioia la Pasqua (oltre a quelli religiosi) è sicuramente il ricevere uova di cioccolato in dono. E no, non piacciono solo ai bambini…anche gli adulti ne sono ghiotti.

Ma se la tradizione del classico uovo di cioccolato è recente, il dono delle uova (quelle vere!) ha origini antiche. Curiosi? Vi proponiamo, allora, una ricognizione storica dell’ “uovo di Pasqua” nel tempo.

Le uova, fin dai tempi antichi, sono simbolo di vita e sacralità. Secondo alcune credenze pagane e mitologiche del passato, la Terra e il cielo erano considerati due emisferi che andavano a creare, unendosi, un unico uovo.

La tradizione del dono di uova è poi documentata già fra gli antichi Persiani dove era diffusa la tradizione dello scambio di semplici uova di gallina all’avvento della stagione primaverile, seguiti nel tempo da altri popoli antichi quali gli Egizi (che, tra l’altro, consideravano l’uovo come il fulcro dei quattro elementi dell’universo: acqua, aria, terra e fuoco), i Greci e i Cinesi.

Il Cristianesimo, poi, ha affiancato queste tradizioni reinterpretandole alla luce delle Nuove Scritture. L’usanza cristiana delle uova di Pasqua è iniziata tra i primi cristiani della Mesopotamia, che macchiarono le uova con la colorazione rossa “in ricordo del sangue di Cristo, versato alla sua crocifissione”.

Il Cattolicesimo riprese le tradizioni che vedevano nell’uovo un simbolo della vita, rielaborandole nella nuova prospettiva del Cristo risorto. L’uovo infatti somiglia a un sasso e appare privo di vita, così come il sepolcro di pietra nel quale era stato sepolto Gesù.

Dentro l’uovo c’è però una nuova vita pronta a sbocciare da ciò che sembrava morto. L’uovo diventa così il simbolo che meglio coglie il significato del miracolo della Resurrezione di Cristo.

Nel Medioevo, nacque in Germania la consuetudine di regalare un uovo come regalo pasquale. In origine, le uova venivano bollite avvolte con delle foglie, o insieme a dei fiori, in modo che assumessero una colorazione dorata.

Tra i nobili e gli aristocratici invece si diffuse l’abitudine di fabbricarne alcune in argento, platino o oro, decorate.

La ricca tradizione dell’uovo decorato è però dovuta all’orafo Peter Carl Fabergé, che nel 1883 ricevette dallo zar il compito di preparare un dono speciale per la zarina Maria. L’orafo creò per l’occasione il primo uovo Fabergé, un uovo di platino smaltato di bianco contenente un ulteriore uovo, creato in oro, il quale conteneva a sua volta due doni: una riproduzione della corona imperiale ed un pulcino d’oro. Se oggi dunque nell’uovo di Pasqua troviamo una sorpresa è insomma meritò di Fabergé.

E il cioccolato?

Ben più recente sembra essere l’usanza dell’uovo completamente ricoperto di cioccolato, un dolce ormai immancabile per i festeggiamenti pasquali. Sulle origini del prodotto emergono le più svariate interpretazioni, molte delle quali particolarmente plausibili. La più conosciuta vede la nascita dell’uovo di cioccolato alle corti di Luigi XIV, per poi estendersi in Francia e Germania già dai primi decenni dell’800.

Mentre il ricorso di massa, con uova di produzione industriale, si è affermato con una certa imponenza nel corso del 900, con un boom a partire dal secondo dopoguerra, la possibilità che il cioccolato potesse essere manipolato nelle forme più insolite risale al secolo precedente. È grazie al lavoro dei cioccolatai francesi e svizzeri, infatti, che uno dei più gustosi alimenti esistenti giunge ai giorni nostri. Basta ricordare le innovazioni di François Louis Cailler, il quale nel 1819 realizzò un primo macchinario per la manipolazione del cacao in pasta, affinché il cioccolato potesse essere venduto in tavolette. Ma anche l’ingegno dell’olandese Coenraad van Houte, che negli anni 20 del 1800 inventò una pressa idraulica per separare i grassi dalla polvere di cacao, così che il prodotto potesse essere risultare altamente malleabile, per assumere qualsiasi forma, uova comprese. A Daniel Peter si fa risalire la nascita del cioccolato al latte, mentre da Rodolphe Lindt deriva il conciaggio. La prima produzione industriale di uova di cioccolato sembra essere infine merito di John Cadbury, nel 1875.

Qualsiasi sia il suo gusto, l’uovo di cioccolato è davvero un must del periodo pasquale. Tante sono le industrie dolciarie che ne realizzano sperimentando gusti sempre nuovi. Tra queste, spicca “Oliviero Industria Dolciaria” nell’avellinese, le cui uova sono espressione di qualità e ricercatezza.

Marika Manna

Avreste mai pensato di preparare la pizza napoletana a casa vostra?

Durante questi ultimi giorni ci troviamo di fronte ad uno stop forzato, che ci permette di trascorrere più tempo in casa con i nostri cari. Ci sembra un’ottima idea quella di approfittarne per metterci ai fornelli e trascorrere con golosità questi momenti! Uno dei piatti ai quali noi italiani non sappiamo rinunciare è la pizza: un must have del weekend, che per alcuni rappresenta il pasto ideale anche a colazione! Ebbene, è arrivato il momento di sperimentare: vi lasciamo qui di seguito una ricetta molto semplice e veloce per preparare la pizza napoletana direttamente a casa vostra.

INGREDIENTI per 4 persone (circa 2 teglie)

  • 500 gr di farina di grano tenero tipo 00
  • 300 ml di acqua
  • 20 gr di lievito
  • 15 gr di sale
  • 4 cucchiai di olio evo
mani di un bambino che impastano la pizza

PROCEDIMENTO

Prendete una scodella abbastanza profonda, versate la farina, sbriciolate il lievito e aggiungete l’acqua un po’ per volta. Dopo una prima impastata, di almeno 10 minuti, aggiungete il sale e l’olio, e continuate energicamente per altri 15 minuti. Il risultato dovrà essere una pasta liscia e compatta.

Dividete il composto in 2 panetti e riponeteli in 2 scodelle, entrambe ben sigillate da pellicola trasparente (o coperte da un panno umido); riponete in un luogo asciutto e possibilmente tiepido (ad esempio all’interno del forno leggermente riscaldato) e lasciate riposare per almeno 3 ore.

Estraete i panetti dalle ciotole e lavorateli uno alla volta. Potete decidere di stenderli o su un piano infarinato o direttamente nella teglia precedentemente oleata. Una volta steso l’impasto, potete procedere alla farcitura che desiderate, ad esempio una Margherita. In questo caso vi serviranno: pomodoro, mozzarella, sale, olio e basilico. La mozzarella potrete tagliarla a cubetti qualche ora prima di condire la pizza, e riporla in frigo in un colino. Questo vi permetterà di eliminare i residui liquidi in eccesso. Il pomodoro invece andrà leggermente salato prima di stenderlo sull’impasto. Vi consigliamo una passata o, ancor meglio, un pomodoro pelato, ad esempio il San Marzano, ideale per la pizza napoletana. Aggiungete qualche fogliolina di basilico e fate un piccolo giro d’olio prima di infornare.

Infornate la pizza in forno preriscaldato a 250° per circa 15 minuti. Se avete optato per una margherita, vi sveliamo un altro piccolo trucco: aggiungete la mozzarella a metà cottura per preservarne la consistenza! All’uscita, aggiungete le foglie di basilico rimaste e un filo d’olio a crudo, che esalta i sapori.

La vostra pizza napoletana è pronta! Fateci sapere se la ricetta vi è piaciuta! Potrete taggarci nei vostri post o nelle vostre stories Instagram e Facebook utilizzando il tag @la.buona.tavola e l’hashtag #labuonatavola

www.labuonatavola.org

Ersilia Cacace

Essere vegano prima ancora che una scelta alimentare è una scelta di vita che condiziona non solo ciò che devi avere nella dispensa (zero carne e derivati animali, nemmeno uova e latte), ma anche ciò che puoi avere nell’armadio (niente cuoio, pellicce o piume, né lana o seta, solo ecopelle e materiali sintetici).

Il culto vegan oggi conta nel mondo milioni di adepti: sono tantissimi i vip che contribuiscono a diffondere il verbo. Le celebrità che non mangiano carne sono oramai un piccolo esercito al punto che ci si chiede se la loro sia davvero una scelta etica– “gli allevamenti intensivi fanno soffrire gli animali e distruggono la Terra” come sostiene Ariana Grande, o una semplice moda passeggera (ricordate l’epic fail di Beyoncé quando annunciò al mondo intero di voler tentare l’esperienza vegana per 22 giorni ma andò al ristorante con una vistosa pelliccia?).  

dieta green

Cosa spinge un individuo ad intraprendere la strada vegana? A volte è un trauma infantile. È ciò che è accaduto al “Joker” Joaquin Phoenix, vegano dall’età di 3 anni quando durante una battuta di pesca rimase scioccato nel vedere l’uccisione di un animale. Non tutti i traumi vengono per nuocere insomma. Lo stesso è accaduto alla prorompente Pamela Anderson, oggi il volto (e il corpo) più noto delle campagne di sensibilizzazione PETA. Persino Pitagora condannava l’uccisione di animali per procacciarsi il cibo coma pratica disumana.

L’amore per gli animali è quindi la motivazione più diffusa tra i “very important people” che sposano la dieta green. James Cromwell ha raccontato di essere diventato vegano dopo l’interpretazione del film “Babe, maialino coraggioso”. 

 A volte è la lettura di un libro significativo a stravolgerti la vita. È ciò che è accaduto a Natalie Portman nel 2009 che dopo aver letto “Se niente importa. Perché mangiamo animali?” di Jonathan Safran Foer è diventata vegana. 

La scelta veg vola in alto anche nel mondo della musica. “Se i macelli avessero le pareti di vetro, saremmo tutti vegetariani” racconta Paul McCartney, che da oltre quarant’anni ha rinunciato a bistecche e hamburger e sostiene che “non si può mangiare ciò che ha un volto”. 

Il compianto Prince nella sua canzone “Animal Kingdom” diceva: “nessun membro del mondo animale mi ha mai fatto nulla, ecco perché non mangio né carne né pesce”. “Meat is murder” di Morrisey, invece, è l’inno dei vegani di tutto il mondo. In Italia un vegano convinto è Red Ronnie, l’ex dei Pooh, secondo cui il non mangiare animali e derivati è il primo passo per l’evoluzione della specie umana.

dieta green

C’è chi poi come Demi Moore ha abbracciato solo in parte la dieta veg e pratica il crudismo o “Raw Diet” che ammette solo frutta e verdura cruda perché cuocere i cibi è considerato innaturale.

Credete ancora che la dieta green sia solo una moda del momento?

Marianna Somma

Sono ben 150 anni che consumiamo con amore i pomodori in cucina: una tradizione partita dal Sud dell’Italia e che ben presto si è diffusa in tutto il mondo, anche grazie all’invenzione della pizza.

Non è sempre stato un rapporto d’amore: c’è stato un tempo in cui erano considerati velenosi e venivano consumati come frutti. Fu un decreto della Corte Suprema Americana del 1893  dichiararli ortaggi.

I migliori pomodori oggi sono considerati quelli italiani, e più precisamente quelli delle regioni meridionali (non a caso Solania srl è tra le realtà imprenditoriali più importanti in Campania nella produzione del San Marzano D.O.P.) Ad affermarlo è la giornalista enogastronomica della BBC Sara Buenfeld.

pomodori

Ecco 7 curiosità sui pomodori che ti stupiranno:

Storia

Nella seconda metà del ‘700 compare in Europa un frutto esotico: è una bacca originaria del Perù importata dagli spagnoli che gli Aztechi chiamavano xitomatl. Letteralmente significa “cosa paffuta con l’ombelico”. Sono frutti piccoli e di un colore vicino all’oro, che diventerà rosso, grazie a innesti successivi.

A spicchi

In realtà il “pomo d’oro” in Italia è noto almeno dalla seconda metà del 1500, quando il medico senese Pietro Andrea Mattioli (1500-1577) lo menziona per la prima volta in un trattato scientifico, definendolo una spezia schiacciata e fatta a spicchi. Proprio così: il pomodoro di moda nel ‘500 è una spezia color oro che si mangia a spicchi.

La prima salsa

Ci volle più di un secolo per l’ingresso del pomodoro in cucina: il primo sugo di cui si ha traccia è la “Salsa di Pomadoro alla Spagnuola” nel libro di Antonio Latini del 1694, preparato mescolando pomodoro alla brace spellato, con cipolla, timo o maggiorana e aceto.

Varietà

Il nome scientifico dei pomodori è Lycopersicon lycopersicum, che significa pesca del lupo. Si stima che ne esistano circa 10mila varietà: dalla A alla Z di Zebra Cherry, così chiamato per la buccia a strisce (rosse e verdi).

Mai in frigo

Mai in frigo. Incredibile, ma vero:  il freddo interferisce con gli enzimi che gli conferiscono il suo gusto caratteristico. Sotto i 12 gradi, infatti, il pomodoro interrompe la maturazione che è ciò che gli conferisce più sapore.

A pomodori in faccia

La Tomatina è un festival che si organizza l’ultimo mercoledì di agosto di ogni anno nella città di Bunol, vicino a Valencia, in Spagna: il momento clou del festival è la lotta con il pomodoro che si svolge tra le 11,00 e le 13,00. È il più grande combattimento alimentare del mondo. Le strade diventano rosse, cosparse da oltre 120 tonnellate di succo.

Velenoso

Nel ‘700  il pomodoro era soprannominato “mela avvelenata“.  Si pensava che gli aristocratici si ammalassero e morissero dopo averlo mangiato. Ma la verità è un’altra: i ricchi europei usavano piatti di peltro, ricchi di piombo. Data l’acidità dei pomodori, quando venivano serviti su questa particolare stoviglia, i frutti filtravano il piombo, causando morti per avvelenamento.

pomodori

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Il caffè per molti di noi è un rito assolutamente irrinunciabile. Dopo l’acqua, è la bevanda più diffusa al mondo. Ogni giorno, in ogni angolo del pianeta, si consumano 1,6 miliardi di tazze di caffè.

Prima dell’invenzione della moka, il caffè in Italia era preparato esclusivamente con caffettiere di tipo napoletano. Il sistema migliore ancora oggi è considerato proprio quello “napoletano”, meno rapido della moka ma che conserva inalterato l’aroma.

caffè

Ma ora scopriamo insieme 7 curiosità sul caffè che vi stupiranno:

  • perché si chiama così?: Intorno all’anno 1000 alcuni commercianti arabi portarono dai loro viaggi in Africa dei chicchi da cui traevano per ebollizione una bevanda chiamata qahwa (eccitante), tradotto in turco kahve. C’è chi sostiene che il nome derivi invece da Caffa, regione dell’Etiopia dove cresce spontaneamente.
  • chi ne beve di più?: La risposta sempre banale, ma non lo è. Il Belpaese si colloca solo al 12°posto. Il primato spetta ai finlandesi con ben 12 kg l’anno ciascuno.
  • musa ispiratrice: Chi l’ha detto che solo una donna o un paesaggio può essere fonte di ispirazione? Il compositore Bach amava al tal punto il caffè da dedicagli una cantata –Kaffeekantate– eseguita a Lipsia nel 1732.
  • benefici alternativi: Non tutti lo bevono alla maniera tradizionale. Carlo d’Inghilterra, seguendo la cura Gerson, utilizza clisteri della preziosa bevanda energizzante come terapia anti-cancro.
  • anche gli animali lo adorano: Gli elefanti ne sono ghiotti. Mangiano le bacche di caffè come snack. I chicchi restano intatti nel processo digerente e vengono poi raccolti dallo sterco e lavorati per creare il Black Ivory– un tipo di caffè morbido e pregiato, che è anche il più caro al mondo (80 dollari a tazzina). Esiste anche il Kopi luwak, un caffè realizzato da bacche di caffè mangiate, digerite e defecate dallo zibetto delle palme asiatico, un piccolo mammifero a metà strada tra un gatto e un procione. I chicchi vengono quindi puliti e trattati e il caffè ricavato è il secondo più caro al mondo.
  • la bevanda del diavolo: Così veniva chiamato dalla Chiesa che si oppose fortemente alla sua diffusione in Italia. La sa colpa era evidente : rendeva più disinibiti anche gli spiriti più calmi e morigerati e quindi conduceva alla perdizione e all’abbandono dei sensi. La bevanda essendo stata per secoli consumata dai musulmani era chiamata anche Vino d’Arabia. Fu Papa Clemente VIII che riabilitò il caffè pronunciando la fatidica frase “Questa bevanda di Satana è talmente buona che sarebbe un peccato farla bere solo agli infedeli”.
  • può essere letale: La caffeina può uccidere. Bisognerebbe bere in un tempo ristretto (4 ore) 80 tazze dell’oro nero. Non proprio poche insomma.

Che sia mattina, pomeriggio o tarda sera, gli amanti del caffè non riescono mai a rinunciarci. Sapevate che Amoy propone tre diverse miscele di caffè a seconda del momento della giornata in cui si beve? Il “Morning” è una miscela dal gusto forte ma raffinato, ideale per dare la carica al risveglio. Il “Break“, invece, ha un aroma meno intenso e con un leggero retrogusto fiorato, perfetto da sorseggiare all’ora del tè. Il “Relax”, infine, è ideale da bere a tarda sera e presenta delle dolci note fruttate.

caffè

Se ti è piaciuto questo articolo, scopri la nuova rubrica dedicata alle “curiosità gastronomiche” presente nel nostro magazine.

Marianna Somma

Amato da tutti e consumato in grandissime quantità, il cioccolato ha conquistato il mondo con la sua bontà. Sotto forma di barrette o di cioccolatini, fondente, al latte o bianco, è davvero difficile trovare qualcuno a cui non piaccia. Le sue caratteristiche sono conosciute ai più, ma esistono delle curiosità davvero interessanti su questo alimento.

Ve ne raccontiamo cinque!

  1. Il cioccolato è un vero e proprio “dono degli dei”. Infatti, la più antica divinità dedicata al cioccolato è El Chuah, il dio dei mercanti e del cacao, venerato dai Maya (che hanno iniziato a coltivare il cacao intorno al 400 a.c.)
  2. Dopo i Maya, anche gli Aztechi riconobbero immediatamente il valore del cacao. Anzi, lo consideravano così prezioso che veniva usato come moneta di scambio oltre che per il pagamento di stipendi e tasse.
  3. Esso aiuta a ridurre lo stresso non solo mangiandolo…ma anche facendoci il bagno. Stare immersi in una vasca di cioccolato liquido rilassa e combatte la ritenzione idrica.
  4. La nascita, nel ‘900, dello sciroppo al cioccolato sancisce l’entrata nel cinema di questo alimento. Lo sciroppo al cioccolato, infatti, vanta una lunga “carriera” nel cinema, tanto da essere comparso perfino in una delle scene più celebri della storia cinematografica: la scena della doccia del film di Alfred Hitchcock Psycho. All’epoca dei film in bianco e nero, infatti, lo sciroppo al cioccolato era utilizzato in cui era per simulare il sangue. Con il debutto dei film a colori l’uso dello sciroppo al cioccolato per le scene più splatter si è molto ridotto, ma non azzerato: si usa ancora per rendere più denso il sangue finto di film e serie tv e per preparare la miscela commestibile che si usa in quelle particolari scene in cui un attore finge di tossire sangue
  5. Il cioccolato ha così tanto successo che è stata istituita la sua giornata mondiale del cioccolato celebrata il 7 luglio di ogni anno.

Simbolo di passione, un gusto che si declina in tante varianti e un odore inconfondibile, esso è davvero uno degli alimenti must che si trova dappertutto. Sfidiamo chiunque ad aprile la dispensa di casa e non trovarne anche solo un cubottino. Queste sono le curiosità, a nostro modesto parere, più interessanti e meno conosciute. E voi, ne conoscete altre?

Per altre curiosità culinarie clicca qui.

Marika Manna