Daniele Unione e J’adore a Pomigliano d’Arco, la ristorazione partenopea degli anni Ottanta torna a tavola

Davanti a un calamaro ripieno, durante le puntate di Cuochi d’Italia del 2021, Bruno Barbieri riconobbe nella cucina di Daniele Unione un’impronta legata agli anni Ottanta, e aggiunse che servirebbero più cuochi capaci di riportare in tavola quella tradizione. Oggi, a Pomigliano d’Arco, quell’osservazione è diventata l’identità di J’adore, il ristorante che lo chef ha aperto dopo anni di cucine e di brigate.

Una filosofia, non una moda

Quando Unione parla di anni Ottanta non pensa ai piatti che andavano di moda allora. Parla di un modo di stare in cucina e in sala, appreso con la gavetta, osservando e lavorando accanto ai grandi maestri della ristorazione napoletana. È una cucina fatta di materia prima, cotture precise e pochi fronzoli, in cui il cuoco non deve dimostrare quanto sa fare ma lasciare che l’ingrediente si racconti. Anche la vittoria a Cuochi d’Italia, dove nel 2021 ha rappresentato la Campania davanti ai giudici Bruno Barbieri, Gennaro Esposito e Cristiano Tomei, ha confermato quanto questa impostazione fosse riconoscibile.

La gavetta di Daniele Unione

Classe 1974, Unione entra in cucina da bambino. A undici anni comincia ad affacciarsi al mestiere accanto al padre Bruno, chef con esperienze in importanti realtà della ristorazione napoletana, e a quindici la cucina è già lavoro e disciplina. Nel suo percorso incontra Felice Pomari, Natale Catalano, Ugo Dorso, Eduardo e Salvatore Statico, Angelo Falanga, e passa da Zi Teresa e dal ristorante Rosolino, con lo chef Peppe Ferro. Sceglie ogni volta di cambiare cucina quando può imparare qualcosa di nuovo, convinto che la gavetta sia un assegno postdatato, perché ciò che impari prima o poi torna.

Una parte importante della formazione si consuma tra Santa Lucia e il Borgo Marinaro, dove consolida una cucina mediterranea, soprattutto di mare, essenziale e riconoscibile. Segue l’esperienza in Francia, alla guida di una brigata, dove la sua identità partenopea diventa ancora più forte. È lì che nasce il nome J’adore, destinato a diventare il marchio del suo progetto.

J’adore a Pomigliano d’Arco, l’ospite prima del cliente

Il ritorno in Italia coincide con una nuova consapevolezza, quella di non limitarsi a fare il cuoco ma di diventare ristoratore. A J’adore Unione ha voluto trasferire una cucina e un’idea precisa di ospitalità. Chi entra, nella sua visione, è un ospite che deve sentirsi accolto, riconosciuto e accompagnato. Per questo non ama una ristorazione dettata dalla fretta e dai turni rigidi, e preferisce che ciascuno viva il proprio tempo, mangi con calma e vada via con la sensazione di essere stato in una casa.

Cosa si mangia, la cucina di mare senza artifici

Nel piatto torna una cucina di mare che non ha bisogno di artifici per essere contemporanea. Tra le proposte, la spigola fritta con gli spaghetti fritti, il maccheroncello con il granchio e il pesce fritto, preparazioni in cui la tecnica resta al servizio della materia prima.

Il claim Anni ‘80 e i progetti futuri

L’obiettivo dichiarato dello chef è recuperare ciò che di quella ristorazione si è perso, la cura dell’ospite, la conoscenza del prodotto, il rapporto umano, la gavetta, la semplicità scelta e non subita. Per Unione gli anni Ottanta sono il luogo da cui è partito, e oggi li trasforma in un linguaggio personale. Il claim che racchiude questa identità apre la strada a nuovi progetti, con l’idea di portare la sua cucina oltre J’adore.

Daniele unione
Daniele unione