Urrah! La Cucina Italiana ce l’ha fatta: dopo una trepidante attesa, e con verdetto unanime, l’arte culinaria del Bel Paese è stata dichiarata dal comitato intergovernativo dell’Unesco, riunitosi a New Delhi, patrimonio culturale immateriale dell’umanità.
Cucina Italiana patrimonio Unesco: un risultato straordinario
Durante la ventesima sessione del comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, tenutasi a Nuova Delhi in India dall’8 al 13 dicembre scorso, l’Unesco ha ufficialmente iscritto il dossier “La cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale” proclamandola patrimonio culturale immateriale dell’umanità il 10 dicembre alle 10:44.
“Non questo o quel piatto, l’abilità di alcune mani o un prodotto tipico distintivo ma è nell’essenza stessa del cucinare italiano il cuore della candidatura a patrimonio immateriale dell’Unesco. La prospettiva costruita nel dossier tecnico ha un’ampia articolazione, perché l’oggetto della tutela non sono tanto gli artefatti materiali o le specificità gastronomiche, quanto la pratica in sé, il significato profondo che l’atto di cucinare riveste nella storia italiana”, così si legge nel testo a motivazione della candidatura.

Quel che il comitato intergovernativo ha decretato sulla Cucina Italiana
Lo straordinario risultato che il nostro modello alimentare e gastronomico ha maturato al cospetto del comitato intergovernativo dell’Unesco è stato frutto di attività complesse, le quali hanno fatto ragionevolmente breccia, come si è osservato dall’unanimità dei pareri, attraverso le motivazioni addotte nel testo della delibera, come si potrà leggere di seguito:
“Miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie”
“Un modo per prendersi cura di sé stessi e degli altri, esprimere amore e riscoprire le proprie radici culturali, offrendo alle comunità uno sbocco per condividere la loro storia e descrivere il mondo che li circonda“.

Inoltre l’Unesco ha voluto sottolineare della Cucina Italiana quanto segue: “favorisce l’inclusione sociale, promuovendo il benessere e offrendo un canale per l’apprendimento intergenerazionale permanente, rafforzando i legami, incoraggiando la condivisione e promuovendo il senso di appartenenza”.
Cosa ha stabilito l’Unesco riguardo a ciò che per gli italiani rappresenta l’atto del cucinare?
“Un’attività comunitaria che enfatizza l’intimità con il cibo, il rispetto per gli ingredienti e i momenti condivisi attorno alla tavola. La pratica è radicata nelle ricette anti-spreco e nella trasmissione di sapori, abilità e ricordi attraverso le generazioni. Essendo una pratica multigenerazionale, con ruoli perfettamente intercambiabili, la cucina svolge una funzione inclusiva, consentendo a tutti di godere di un’esperienza individuale, collettiva e continuo di scambio, superando tutte le barriere interculturali e intergenerazionali“.
La Cucina Italiana patrimonio Unesco: un primato senza eguali
Per l’Italia, quella del 10 dicembre 2025, è oggettivamente una data da ricordare in quanto sono state riconosciute agli occhi del mondo intero le straordinarie peculiarità della cultura italiana attraverso il cibo e l’antica consuetudine mediterranea del dono e della condivisione, che nel nostro Paese si celebra da millenni, un biglietto da visita del nostro Popolo inconfondibile e che significa benvenuto.

Ciò che va ribadito di questo straordinario primato è la sua unicità senza precedenti: infatti, diversamente dalle cucine delle altre Nazioni, l’Italia può vantare di avere, in valore assoluto, l’unica forma di cultura gastronomica ad essere patrimonio Unesco nella sua interezza, sotto ogni forma e nella totalità di ogni singolare regione e in qualsiasi casa ove essa venga celebrata.
Dunque non come il Washoku, la Cucina Tradizionale Messicana o il Pasto Francese: la Cucina Italiana è patrimonio culturale immateriale Unesco dalla Valle d’Aosta a Pantelleria, completamente, integralmente e in tutto ciò che le attiene.
Un riconoscimento che premia un lavoro che arriva da lontano
Per quanto il valore della Cucina Italiana a livello globale sia evidente da sempre, e universalmente riconosciuto da persone di ogni angolo del mondo, bisogna considerare che la decisione da parte del Comitato dell’Unesco non è stata affatto immediata come si potrebbe pensare: il riconoscimento della Cucina Italiana arriva soltanto adesso, dopo un lungo percorso.
Grazie ad un’azione efficace e congiunta attività la via per New Delhi è diventata in pratica meno tortuosa, per lo meno non quanto lo sia stata nel 2017 e cioè quando l’Arte del Pizzaiuolo Napoletano divenne patrimonio culturale immateriale dell’umanità con maggiori difficoltà.
I protagonisti del successo della Cucina Italiana alle nomination
La candidatura a patrimonio immateriale dell’umanità è stata proposta per la prima volta nel 2019, grazie a un’idea di Maddalena Fossati Dondero, direttrice della rivista “La Cucina Italiana”, e da Silvia Sassone, al timone di un’importante agenzia di comunicazione, facendo anche tesoro dell’esperienza del 2017. Inoltre vi hanno aderito l’Accademia Italiana della Cucina e Casa Artusi.

Nel 2020 le due proponenti, grazie al conduttore televisivo Federico Quaranta, furono messe in contatto con Pier Luigi Petrillo, professore ordinario di Diritto Pubblico Comparato presso l’Università degli Studi di Roma Unitelma Sapienza, oggi direttore della cattedra Unesco sul patrimonio culturale presso lo stesso ateneo, grazie al quale è avvenuta la redazione dell’efficace dossier.

Soltanto dopo alcuni tentativi, finalmente nel 2023 le possibilità sono state accresciute grazie all’attività congiunta tra il Ministero della Cultura e il Ministero dell’Agricoltura.
La Cucina Italiana nel contesto della Dieta Mediterranea
Non si può non immaginare quanto il Mar Mediterraneo, continente fluido ultramillenario, abbia contribuito a forgiare il gusto attraverso il trittico, fatto di grano, olio e vino, le rotte commerciali marittime e terrestri, le vicende storiche, il progresso e la civilizzazione, oltre che a carichi di nuova materia prima e spezie, giunti da ogni dove, che hanno contribuito a codificare nuovi sapori, i quali hanno trovato qui dimora elettiva: Pioppi, Soria, Koroni, Chefchaouen, Agros, Tavira e le isole di Brac e Kvar sono testimoni di questa evoluzione, che è modello alimentare e stile di vita al contempo, e sono tutte capitali della Dieta Mediterranea.

Certamente la nostra cucina è un mosaico di cucine regionali e una stratificazione di saperi e sapori millenari, approdati da ogni dove sulla nostra Penisola e diventati intimamente nostri: la Cucina Italiana può fregiarsi di aver contribuito sostanzialmente e ideologicamente al riconoscimento Unesco della Dieta Mediterranea, per quanto avvenuto il 16 novembre 2010, in quanto essa ne è perfetta sintesi, trovandosi al centro del Mare di Mezzo ed essendo millenaria crocevia di scali commerciali.
La Cucina Italiana nel contesto della tradizione del Sud Italia e della Campania
Dal momento in cui è chiaro che l’Italia, pontile di millenari approdi posto al centro del Mare Nostrum, abbia reso famosa la Dieta Mediterranea, scoperta, anzi codificata in Cilento, in egual misura è doveroso ribadire, senza alcun sentimento divisivo, che la Cucina del Mezzogiorno, il Cibo Pitagorico, l’arte culinaria professata dai Monsù, Vincenzo Corrado e Ippolito Cavalcanti, hanno costituito e tuttora costituiscono quel patrimonio inscindibile di conoscenza, di inventiva e di biodiversità agroalimentare senza cui la Cucina Italiana non sarebbe ciò che è oggi, portandola ben oltre certi pregiudizi contro la pasta e il pomodoro.

La pasta è ora inscindibile nel nostro modello alimentare quotidiano, diversamente dalle superate congetture di Pellegrino Artusi, reputato erroneamente padre della cucina italiana moderno senza aver mai avuto una visione d’insieme che non superasse la squisita e irrinunciabile tradizione gastronomica del Nord e del Centro Italia.
Si suggerisce la lettura del libro “Le origini della cucina italiana da Federico II a oggi” in cui sono condensati studi gastronomici, storiografici e antropologici di esimi docenti e ricercatori dell’Università Federico II di Napoli e dell’Università Suor Orsola Benincasa.
A ragion veduta, guarda caso, tra i piatti più iconici e allegri al tempo stesso, ci sono gli spaghetti al pomodoro, che oggi rappresentano perfettamente il made in Italy nel mondo!

E prima che gli italiani si è fatta la Cucina Italiana
Restiamo pur sempre un Paese pieno di contraddizioni, talvolta divisivo, c’è poco da fare, ma sembra che questo riconoscimento abbia messo tutti gli italiani d’accordo, o quasi.
Gli italiani sono il Cibo e sono capaci di trasformare in cibo anche quel poco che resta in frigo, senza apparenti associazioni gastronomiche ascrivibili a una qualche ricetta, ripensandolo e rendendolo un piatto talmente buono da poter andare davanti al re, grazie a quell’atavica creatività che gli deriva dall’arte dell’arrangiarsi.
E poi, dove lo trovate un Popolo che a pranzo, mentre mangia, parla di cibo, magari guardando trasmissioni gastronomiche in tv, e si chiede cosa ci sarà di buono per cena? Non esiste nulla di simile al mondo!
Alcune considerazioni sul riconoscimento Unesco alla Cucina Italiana
Assunto che un simile riconoscimento è di fatto una notizia da celebrare sempre, il più possibile, in ogni dove e tutte le volte che ve ne sia occasione, occorre fare alcune considerazioni a partire da chi sostiene che la cucina italiana non esiste.
Se questa corrente di pensiero è supportata dal fatto che il successo della Cucina Italiana sia dovuto a tutta una serie di prodotti o ingredienti provenienti da altri Paesi la premessa è del tutto sbagliata: chi pensa la Cucina Italiana non esista, partendo dalle origini primarie della materia prima, la giudica da premesse storico-cultura di un’altra epoca, senza rendersi conto che, nel frattempo, il mondo è radicalmente cambiato fino e con esso lo è cambiata anche la materia prima in questione, fino a diventare nostra.

Cucina Italiana: accoglienza e nobilitazione della materia prima
Qui in Italia molte essenze vegetali, ad esempio, sono diventate ingredienti di fatto, poiché è stata la stessa cucina ad impiegarli, nobilitandole attraverso un uso.
Non solo: senza scomodare i principi dell’etnobotanica è evidente quanto il pomodoro, per esempio, abbia modificato la sua struttura e il suo sapore attraverso la domesticazione, l’effetto terroir, le sperimentazioni attraverso gli impieghi in cucina, e la genetica che ha contribuito ad evidenziarne la caratterizzazione e la selezione di qualità specifiche, plasmate dal nostro modello alimentare e tanto ricercate dai consumatori. Il babà, non a caso, nasceva in Polonia e si perfezionava in Francia, ma è a Napoli, quindi in Italia, che ha trovato la sua terra di elezione e il perfezionamento della sua ricetta.

La Cucina Italiana: un programma di integrazione culturale
La Cucina Italiana, come un essere vivente si nutre, cresce, si evolve: come sostiene Alex Revelli Sorini “il gusto è un patto associativo e un programma di integrazione culturale. Va studiato come un Essere che si nutre di diversità, che agisce retroattivamente recuperando i ricordi“, pertanto la Cucina Italiana ha il potere di accogliere, trasformare e fare sue cultivar straniere, presentandole in una forma nuova e inedita, più appetibili, fino a farle proprie.
Cucina Italiana: non è questione di purismo
È anche questione di materialismo storico, dell’evolversi della società, dei suoi valori e costumi.
Evidentemente il valore più alto della cucina italiana non attiene del tutto al purismo delle ricette ma alla capacità di inventiva e di relazione viscerale con l’alimentazione, all’idea di vivere il cibo come elemento social e di condivisione, al senso di appartenenza e di diversificazione, in un contesto in cui la tradizione non è una scusa per restare ancorati al passato ma un’opportunità per innovare.

E se la Cucina Italiana non esistesse per davvero?
Lasciamoci intanto alle spalle le parole del critico gastronomico britannico Giles Coren, che sulle pagine del Times ha voluto fare della notizia una satira a dir poco grottesca, verso i luoghi comuni degli inglesi, e anche gli Altoatesini che vorrebbero considerare i canederli fuori dal patrimonio culinario nazionale
D’altro canto, si potrebbe credere che la Cucina Italiana non esista, senza sollevare polemiche e fare sensazionalismo, partendo da una premessa più soft e forse più realistica: la Cucina Italiana, in quanto a contenitore geografico definibile nel suo periplo e nella sua superficie, immerso in un mare buone e nelle più favorevoli condizioni climatiche, è come la cesellata circonferenza di un enorme rosone romanico, al cui interno il variopinto mosaico è costituito da tutte le gastronomie regionali.
Evidentemente un’asserzione del genere, non in accezione negativa, sarebbe oggettivamente più razionale e rispondente al fatto che la Cucina Italiana cambia di casa in casa, in ogni suo borgo, da provincia a provincia e da regione a regione.
La Cucina Italiana Unesco: una rivelazione?
La Cucina Italiana è da sempre sul podio dell’alta gastronomia, amata in tutto il mondo, e che fosse unica e speciale costituiva già da un pezzo un segreto a cielo aperto, pertanto il premio, di cui c’è da essere orgogliosi, è più da considerarsi un’attestazione dell’evidenza dei fatti, piuttosto che una rivelazione.

Non accade certo oggi che, dopo lo straordinario risultato conseguito a Nuova Delhi, la cucina più diffusa e apprezzata al mondo sia quella italiana!
La nostra cucina è pressoché unanimemente considerata la più popolare di tutte a livello planetario, seguita poi da altre cucine, come quella giapponese, greca, spagnola, messicana e indiana; la sua popolarità globale, lo confermano classifiche internazionali come TasteAtlas, è dovuta alla sua semplicità, alla sua versatilità e all’impiego di prodotti freschissimi, legittimandone il ruolo di regina tra le cucine da decenni.
La Cucina Italiana, il nostro grande patrimonio Unesco, è a rischio?
Possiamo stare tranquilli, il premio ormai non ce lo leva nessuno e, anche se non ce lo avrebbero mai riconosciuto, saremmo sempre stati primi nelle classifiche globali grazie alla nostra gastronomia, però la Cucina Italiana è a rischio.

Ce ne possiamo fare una ragione, continuando ad applaudirci e festeggiare, oppure ci rimbocchiamo le maniche e ci diamo da fare perché questo non accada.
La notizia è già diventata per i nostri governanti una strategia uso pane et circenses, una vera e propria notiziona, legittimissima sì, ma perfetta per essere un’arma di distrazione di massa, un po’ come capita per gli scudetti, le coppe dei campioni o quello che vi pare. Un oppiaceo insomma.
L’Italia, piaccia o no, è una nazione a sovranità limitata ove un popolo, che conosce più le regole del calcio che i propri diritti, sta dimenticando come si cucina, è monofago ed è tra quelli più vecchi al mondo.
La Cucina Italiana e la decrescita demografica
In Europa siamo al primo posto per calo di nascita e aumento dell’età demografica, il che significa inequivocabilmente la popolazione italiana è a rischio estinzione, come conferma anche l’Istat.

In Italia la sovranità alimentare è a rischio a causa di una combinazione di fattori globali e locali, entro cui sono implicati cambiamenti climatici, conflitti bellici che interrompono sia la produzione che la supply chain, soprattutto quando si soffre di dipendenza da importazione, crisi economiche con relativo aumento dei costi, modelli agricoli intensivi, che danneggiano la biodiversità, e sprechi alimentari.
Cucina Italiana, accesso al cibo e ricambio generazionale
Tali problemi minacciano significativamente il diritto dei popoli all’accesso al cibo sano, prodotto in modo sostenibile, e di controllare i propri sistemi alimentari.

E l’Italia non fa alcuna eccezione!
Anzi, proprio grazie allo svantaggio dovuto all’aumento dell’età avanzata il quadro per la Cucina Italiana è ancora più esasperato: le vecchie generazioni, proprietarie di trattorie, ossia la colonna portante della ristorazione italiana e della gastronomia nazionale stanno abbandonando le attività senza possibilità di un cambio generazionale.
Tale problema riguarda anche la sfera privata ove le nonne moderne non sanno cucinare e se lo sanno non incontrano l’interesse dei giovani ad afferrare il testimone e perpetuare le tradizioni familiari.
La Cucina Italiana deve essere una forma di educazione culturale costante
Come detto prima la maggior parte della popolazione è avvezza alla monofagia, mangiando in pratica sempre le stesse cose, senza rispettare necessariamente i cicli delle stagioni e senza accedere a quella variegata offerta di biodiversità di cui il nostro Paese dispone.
Per quanto la nostra cucina continui a essere un forte elemento identitario, nonostante l’esplosione del pluralismo alimentare, è decisamente a rischio. Bisogna invertire il trend di spesa, delle ordinazioni al ristorante, sia al tavolo che da asporto e fare educazione alimentare e culturale costante.

L’analfabetismo funzionale occlude una visione più colta, responsabile e sostenibile sul cibo.
A peggiorare il quadro la diminuzione delle nascite, le mode temporanee, le migrazioni e un saldo di un 69% di prodotti agroalimentari importati dall’Estero.
Inoltre il marketing sempre più imperante, unitamente ai trend di consumo presso i sushi restaurant e a tutto ciò che si ordina sempre più spesso a casa, influenza sempre più il menu, la spesa e le abitudini alimentari degli italiani, contribuendo a omologare e svuotare di autenticità la Cucina Italiana.
Cosa dovrebbe essere in pratica la Cucina Italiana all’indomani del riconoscimento Unesco?
Quel che è certo è che oggi, come tutti ci auspichiamo, la Cucina Italiana, proprio grazie a questo inestimabile riconoscimento, possa essere un eccellente traino per la rivalutazione, la salvaguardia e il riscatto delle aree interne e dei piccoli borghi ove, tra l’altro, si giocherà la vera partita nei prossimi dieci anni.
Una partita seria su una sostenibilità ambientale, sociale, economica, produttiva e culturale, accessibile davvero a tutti, con allevamenti e coltivazioni estensivi, un maggior rispetto per la biodiversità e le comunità rurali, oltre che una prevenzione più efficace contro l’italian sounding.
La Cucina Italiana: onori e oneri per essere sempre al top
Insomma, il riconoscimento Unesco rappresenta un premio di cui andare fieri e un dono da preservare, valorizzare e tramandare assiduamente, con diligenza e onestà intellettuale.
Ciò costituisce anche un monito per l’immediato presente, un nuovissimo punto di partenza, un accrescimento della responsabilità di tutti gli italiani, dalla politica al comparto agricolo e alla ristorazione, dallo scaffale alla tavola, per essere migliori e più virtuosi ambasciatori di noi stessi e della nostra cultura.
Gaetano Cataldo
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