“Itameshi”, la cucina italiana in Giappone

Un po’ la curiosità, un po’ i cartoni animati e i manga e un bel po’ anche il gusto, la cucina giapponese negli ultimi decenni ha conquistato il mondo. Semplicità, raffinatezza e stile sono i segreti alla base della plurisecolare tradizione gastronomica nipponica. Proprio queste caratteristiche la rendono forse l’unica “cucina” in grado di competere con l’Italia all’estero, forti entrambe di un richiamo culturale unico. Ma cosa sappiamo invece dei ristoranti italiani in Giappone? Troppo poco probabilmente. Eppure il cibo è l’espressione più autentica, semplice e diretta della cultura dei popoli. Mangiare sushi vuol dire, seppur molto indirettamente, modificare le proprie abitudini per conoscerne altre, e così per i giapponesi con pizza, pasta e vini italiani.

Quando si tratta di provare nuovi sapori e piatti, tutte le difficoltà linguistiche sembrano venir meno a tavola, ma è importante ricordare sempre che l’Italia non è solo pizza e il Giappone non è solo sushi. Sono due veri e propri patrimoni culturali che si sono legati ben prima della globalizzazione del secondo Novecento. Questo anche per capovolgere l’idea che ai numerosissimi ristoranti giapponesi presenti nel nostro territorio non corrispondano in Giappone altrettanti locali italiani.

Cosa sono gli itameshiya

La cucina italiana nel paese del Sol Levante è chiamata “itameshi” (イタメシ), termine che nasce dall’unione delle parole “ita” e “meshi” (飯 -pietanza-) mentre a un ristorante italiano ci si riferisce con “itameshiya” (イタメシヤ). Il primo di questi di cui si ha notizia fu aperto nel 1881 ad opera di Pietro Migliore, nella città di Niigata. L’uomo, di origini torinesi, aprì il suo Italia-ken (“Casa -o riparo- Italia”) dando il via ad una lunga storia fatta di pionieri, imprenditori e sognatori italiani che hanno cercato fortuna dall’altra parte del mondo. Migliore giunse in Giappone nel 1874, quando il Regno d’Italia era governato da Vittorio Emanuele II e il paese asiatico viveva la prima parte della Restaurazione Meiji.

Da quel poco che è giunto sino a noi, pare che Migliore arrivò in Giappone al seguito di un circo francese dove lavorava come cuoco. Caduto più volte in disgrazia, fu aiutato dagli abitanti di Niigata che gli diedero anche i primi fondi per aprire il locale. Italia-ken fu abbattuto nel 1976 per essere sostituito da un albergo con lo stesso nome e che cerca di tenere vivo lo spirito culinario originale.

I famosi spaghetti udon sono un involontario “ponte” tra due mondi

Negli itameshiya, come accade di fatto in tutti i locali italiani all’estero, vengono serviti piatti tipici ma rivisitati per venire incontro ai gusti del pubblico locale, cercando di equilibrare fedeltà alla tradizione e logiche del mercato. I classici piatti come pasta, risotto e pizza talvolta vengono preparati con ingredienti del posto. È quello che accade con i tarako spaghetti (con uova di merluzzo), i Naporitan spaghetti (con ketchup e altri ingredienti che farebbero rabbrividire gli italiani più puristi) e la pizza a impasto mochi ai funghi shiitake o con tabasco.

Nonostante tutto, non andrebbero giudicate negativamente tali deviazioni dall’originale. Replicare una pietanza esattamente come nel paese d’origine è quasi impossibile, stante l’assenza di materie prime fresche e culture differenti anche nelle metodologie di lavoro. Inoltre non è detto che un pubblico all’estero gradisca o sia abituato ai gusti italiani -e viceversa-. Ben venga allora l’attrarre i giapponesi almeno al concetto di cucina italiana, la nostra miglior ambasciatrice. Spesso la curiosità gastronomica fa da apripista alla volontà di visitare altre nazioni e questo per l’Italia è fondamentale.     

Il fascino della cucina italiana

Come per il made in Italy agroalimentare, anche il cibo giapponese sta crescendo in quanto settore dell’export nazionale. Per supportare le esportazioni in un periodo storico così duro, il governo giapponese ha fissato l’obiettivo di aumentare il valore dell’export alimentare ad almeno 2 trilioni di yen entro il 2025 e a 5 trilioni entro il 2030 (rispettivamente quasi 1,4 e 3,5 miliardi di euro).

Ad ogni modo, i ristoranti italiani si sono ritagliati nel tempo una fetta importante della piazza giapponese, nonostante la concorrenza dell’apprezzata cucina francese, altrettanto presente in quel mercato. La guida Michelin online 2022 ne riporta numerosi, soprattutto a Tokyo. Nella capitale troviamo “Prisma” con due stelle Michelin seguito da ben altri otto locali di cucina italiana con una stella. Nella bellissima Osaka, di cui si accennerà più avanti, sono sei i ristoranti stellati. Tra questi spicca “La Lucciola“, esempio felice di fusione tra tradizione del posto e fascino del piatto italiano. Quattro ristoranti con una stella si possono trovare anche a Kyoto, l’antica capitale del Giappone. Il ristorante “YUNiCO” offre cucina italiana contemporanea.

Si deve tener presente, ovviamente, che non tutti gli itameshiya sono gestiti da italiani. Il fascino della cucina italiana, sia per potenziale economico che per autentica passione, fa gola anche ai ristoratori giapponesi (come a molti italiani aprire sushi-bar e simili). Molti chef nipponici hanno studiato o lavorato in passato in Italia, riportando in patria la loro esperienza. A restare da noi, invece, è stato Hirohiko Shoda, volto noto della tv come “Chef Hiro”. Il simpatico chef è sicuramente il caso più celebre e i suoi libri, nonché i suoi corsi di cucina giapponese, hanno avuto molto successo presso il pubblico italiano. Hiro ha studiato e si è perfezionato proprio in Italia, aggiungendo questo patrimonio a quello d’origine.

Come farsi conoscere in Giappone

 Nel 2019, prima della crisi pandemica (che ancora tiene “lontano” il Giappone dal ritorno al turismo di massa), le città italiane più visitate dai nipponici sono state le iconiche Venezia, Firenze, Roma e Milano. I visitatori furono oltre 4 milioni e molti di questi hanno visitato il nostro paese in lungo e in largo grazie a gruppi organizzati. Ma per portare i giapponesi in Italia non basta la fama: bisogna farsi conoscere direttamente sul posto, sul loro mercato, attirando turismo e investimenti. Oltre ai ristoranti italiani, un altro modo efficace è partecipare ai grandi eventi del settore.

La cultura del cibo trova un suo fulcro annuale in Giappone nella celebre fiera Foodex Japan, giunto alla 48 edizione. Da anni quello italiano è tra i padiglioni più visitati a testimoniare il grande apprezzamento per la nostra cucina sul mercato asiatico. Ad esempio, i formaggi italiani si sono fatti largo sul mercato giapponese proprio grazie alla visibilità del Foodex e tra questi anche la mozzarella di bufala campana, ad oggi l’unica riconosciuta Dop in Italia.

Nonostante i perenni rischi che il made in Italy patisce sui mercati esteri, Asia compresa, in terra nipponica è crescente la richiesta del vero prodotto gastronomico italiano e questi eventi, ricchi di cooking show e masterclass permettono di valorizzare le nostre maestranze e i nostri prodotti. Oltre al Foodex, un altro modo sfruttato dagli italiani per farsi conoscere è il Jata Tourism Expo Japan, una delle fiere promozionali più grandi del mondo. Infine, dopo il successo del padiglione italiano all’Expo di Dubai ora l’attesa è per l’edizione 2025 che si svolgerà proprio in Giappone, ad Osaka.

Osaka è famosa in tutto il mondo per il suo splendido Castello risalente al XVI secolo (Ph. Jakub Hałun)
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